LAPORTA MAGICA DI PIAZZA VITTORIO, di Silvia De Angelis

A Piazza Vittorio, la storica piazza romana dell’Esquilino in prossimità della Stazione Termini e della Basilica di Santa Maria Maggiore, è possibile scorgere un curioso assemblaggio di statue e simboli esoterici. La Porta Magica, conosciuta anche come Porta Alchemica, è uno dei resti più significativi di Villa Palombara, una villa maestosa che si trovava sul Colle Esquilino prima dell’urbanizzazione della zona. Secondo la leggenda la porta era collegata alla pietra filosofale e agli studi eccentrici del noto alchimista proprietario della villa. La Porta Magica di Piazza Vittorio, detta anche Porta Alchemica o Porta Ermetica o Porta dei Cieli, è un monumento edificato tra il 1655 e il 1680 dal Marchese Massimiliano Savelli Palombara nella sua residenza, Villa Palombara, sita nella campagna orientale di Roma sul colle Esquilino nella posizione quasi corrispondente all’odierna Piazza Vittorio. La Porta Magica è l’unica delle cinque porte di villa Palombara sopravvissuta al tempo. Oggi si può ammirare la Porta Magica nell’angolo settentrionale dei giardini all’interno di Piazza Vittorio Emanuele II. La sua posizione originaria era però ad un centinaio di metri dalla corrente allocazione, lungo un muro perimetrale di villa Palombara che fronteggiava la Strada Felice e la Strada Gregoriana (oggi via Merulana). Nel 1873 la Porta Magica fu smontata e ricostruita nel 1888 all’interno dei giardini di Piazza Vittorio, su un vecchio muro perimetrale della chiesa di Sant’Eusebio, e accanto furono aggiunte due statue del dio Bes, che si trovavano in origine nei giardini del Palazzo del Quirinale. L’interesse e la curiosità che crea la Porta Magica è dovuta al fatto che la stessa è corredata da simboli alchemici ed esoterici incisi nel marmo che fa da contorno alla porta. L’interesse del marchese di Palombara per l’alchimia nacque probabilmente per la sua frequentazione, sin dal 1656, della corte romana della regina Cristina di Svezia a Palazzo Riario sul Gianicolo, oggi sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Cristina di Svezia era un’appassionata cultrice di alchimia e di scienza (tra i suoi maestri figura anche Cartesio). Il marchese Palombara dedicò a Cristina di Svezia un suo poema rosacruciano nel 1656, e secondo una leggenda la stessa Porta Magica sarebbe stata costruita per celebrare una riuscita trasmutazione avvenuta nel laboratorio di Palazzo Riario. Secondo la leggenda, l’alchimista Francesco Giuseppe Borri, appena scarcerato dalle carceri di Castel Sant’Angelo a seguito di accuse di eresia e veneficio, fu ospitato dal marchese Palombari nella sua villa per diversi anni. Sempre la leggenda racconta che il Borri trascorse una notte nei giardini della villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di produrre l’oro, e al mattino seguente fu visto scomparire per sempre attraverso la porta, lasciando dietro di sè alcune pagliuzze d’oro, frutto della riuscita trasmutazione alchemica, e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici che doveva contenere il segreto della pietra filosofale. Il marchese cercò inutilmente di decifrare il contenuto del manoscritto e tutti i suoi simboli ed enigmi, finché decise di rendere pubblico il contenuto del manoscritto, facendolo incidere sulle cinque porte di villa Palombara e sui muri della magione, nella speranza che un giorno qualcuno sarebbe riuscito a decifrare il messaggio alchemico. Un’altra leggenda vuole che la Porta Magica sia stata creata dal marchese Palombara come accesso al proprio laboratorio esoterico e che iscrisse i simboli alchemici e aggiunse le statue dei Bes a guardia della porta per rendere il luogo tetro e spaventare contadini e viandanti, evitando quindi che si avvicinassero troppo a curiosare. Il Bes è un antico personaggio mitologico nano dell’antico Egitto, a metà strada tra dio e guerriero che combatte i demoni, considerato dio della guerra ma anche patrono del parto in casa, associato anche alla sessualità, all’humour, alla musica e al ballo. Questa leggenda però non ha fondamenta, in quanto sappiamo che le statue dei bes sono effettivamente provenienti dal palazzo del Quirinale, e vennero incluse a contorno della porta solo dopo lo spostamento della stessa dall’ubicazione originaria. I simboli incisi sulla Porta Magica sono illustrazioni classiche dei libri di alchimia e filosofia esoterica della seconda metà del Seicento, e di cui la biblioteca del marchese Palombara era particolarmente ricca. In particolare il disegno sul frontone della Porta Magica, con i due triangoli massonici sovrapposti e le iscrizioni in latino, compare quasi esattamente uguale sul frontespizio di un famoso libro allegorico/alchemico del 600:: il simbolo alchemico del sole e dell’oro. Il fregio rappresenta un simbolo della setta alchemica dei Rosacroce, riportato in molti testi del Seicento. I simboli alchemici lungo gli stipiti della porta seguono, con qualche lieve difformità, la sequenza dei pianeti associati ai corrispondenti metalli, in pieno spirito alchemico rosacrociano. Saturno-piombo, Giove-stagno, Marte-ferro, Venere-rame, Luna-argento, Mercurio-mercurio. Ad ogni pianeta viene associato un motto ermetico, seguendo il percorso dal basso in alto a destra, per scendere dall’alto in basso a sinistra, secondo la direzione indicata dalla Torah ebraica. La Porta Magica si può quindi interpretare come un monumento che segna il passaggio storico del rovesciamento dei simboli del cristianesimo esoterico verso i nuovi modelli spirituali che si svilupparono nel Seicento. Interessati a scoprire altri aneddoti sui luoghi, i personaggi e le vicende della Città Eterna? Seguitemi nella mia visita guidata a Piazze, Palazzi e Fontane di Roma, nel tour di Fontane e Acquedotti di Roma o in un altro dei miei tour e visite guidate a Roma e provincia.(WEB)

RIDERE, di Silvia De Angelis

E’ verissimo che ridere giova alla nostra salute, ma esistono persone che ridono per ogni sciocchezza, vedendo in essa un introvabile lato comico.

Questo atteggiamento esasperante, rivela una serie di problematiche oscure, che si cerca di mettere a tacere, con un fare non spontaneo,  e non sincero, al di là dell’occasione che si sta vivendo.

Riusciamo spesso, a trovare il lato ironico in ogni situazione, e questo ci permette di sdrammatizzarla rendendola meno invasiva, ma ciò non toglie che ridere esageratamente, quando non esiste un motivo valido, lascia davvero esterrefatti.

Le persone che hanno il sorriso sulla bocca, e quindi sono solari, trasmettono un senso di positività al loro contorno, al contrario di coloro che “vedono sempre il grigio” e rispecchiano questa immagine di tristezza sul loro volto.

C’è chi ride quando una persona cade, o quando qualcuno si trova in difficoltà e stenta a fare un discorso scorrevole, oppure quando una persona di bassa cultura pronuncia uno sfondone….insomma in tutti quegli eventi in cui bisognerebbe tacere, o, al limite, dare manforte

Questi individui “ridanciani”, non perdono occasione per prendere in giro chiunque, e trovandosi spesso, in una situazione non regolare di vita, cercano di spostare il loro disagio su altri, cercando di ridicolizzarli con una risata del tutto fuori luogo.

In realtà questi soggetti trasmettono un senso di pena, perché nel loro immaturo comportamento, lasciano trapelare quanto impaccio sia alla base del loro vivere…

@Silvia De Angelis

LA CISTERNA DELLE SETTE SALE, COLLE OPPIO, di Silvia De Angelis

La Cisterna delle Sette Sale a via delle Terme di Traiano,  Colle Oppio, Rione Monti, è composta da 9 grandi navate con volte a botte che compongono un serbatoio d’acqua con una capacità di oltre 8000 litri, che servivano a rifornire di acqua le vicine Terme di Traiano, fatte edificare tra il 104 e il 109 d.C. dall’imperatore Traiano, spagnolo, sopra i muri della “Domus Aurea” di Nerone, credute sette, furono disegnate nella condizione in cui si trovavano durante il Rinascimento da Pirro Ligorio, che all’epoca conservano ancora frammenti di colonne marmoree, ma in realtà sono nove. In epoca tardo antica, sull’attico del container venne edificata una “domus patrizia” della quale rimangono pavimenti a mosaico, unica testimonianza di questa dimora. Le Sette Sale furono costruite in cemento e rivestite in laterizio, la struttura si articolava su due piani, il primo aveva una suddivisione in 9 corridoi che poggiavano direttamente sul terreno, scavato solo in corrispondenza dei muri di fondazione dei tramezzi ed aveva fondamentalmente una funzione di sostegno per il grande serbatoio che si trovava al piano superiore, e che solo in parte emergeva sul colle Oppio per mantenere la pendenza necessaria ad alimentare le vicine Terme di Traiano. La planimetria delle Sette Sale era una sorta di grande rettangolare, con uno solo dei lati lunghi, quello posteriore, di forma convessa, e per questo motivo, le navate, che sono disposte in modo parallelo ed hanno tutte la stessa larghezza di 5,30 metri, hanno invece una lunghezza differente che varia da un minimo di 29,30 metri ad un massimo di 39,75 metri. Le “sale” larghe più o meno 1,80 metri, sono divise tra loro da pareti in calcestruzzo spesse all’incirca 1,20 metri, tutte intercomunicanti attraverso delle aperture lungo la parete divisoria, e distribuite secondo degli assi diagonali per evitare la formazione di correnti d’acqua e alleggerirne la pressione sulle pareti, internamente questi ambienti furono impermeabilizzati da uno spesso strato di cocciopesto che arrivava fino all’imposta della volta a botte. Il lato posteriore convesso ed i due fianchi laterali che erano profondamente incassati nel terreno avevano la parte frontale a vista rivestita in laterizio e architettonicamente suddivisa su entrambi i piani in 9 nicchie arcuate, che al primo livello hanno un gioco che si alterna con le linee rettangolari e concave, mentre nelle nicchie del piano superiore si vedono ampi finestroni oggi chiusi da delle grate di ferro. Il condotto dell’acqua era posto sul lato posteriore della struttura, e sempre sul retro si trovavano gli accessi per l’ispezione e la pulizia. La particolare struttura della cisterna, con l’andamento curvilineo del frontale era finalizzata a contenere la spinta del terreno tagliato, mentre la facciata con le nicchie, alternativamente rettangolari e concave , agiva da contrafforte, così che tutto l’edificio potesse offrire la resistenza necessaria  alla pressione della massa d’acqua in esso contenuta. La suddivisione in ambienti multipli aveva invece la funzione di depurare l’acqua. In epoca romana  generalmente i serbatoi d’acqua era costruiti incassati nel terreno e totalmente o in parte rivestiti da materiale impermeabile. Forse le Sette Sale erano rifornite con l’Acqua Giulia attraverso la diramazione di uno degli acquedotti che arrivava a Roma da Porta Maggiore oppure dall’Esquilino, si è ipotizzato che l’approvvigionamento idrico delle Sette Sale provenisse dall’Acqua Traiana, per il ritrovamento di una fistula in piombo recante tale scritta, ma in realtà l’acqua Traiana riforniva la zona di Trastevere e non quella di Colle Oppio, resta anche incerto come le Sette Sale fossero collegate alle Terme di Traiano, probabilmente tramite un collettore frontale.  Negli scavi tra il 1967 e il 1975, sulla terrazza della cisterna hanno rivelato la presenza di una “domus”, la prima sviluppatasi ad ovest  della cisterna e di epoca traianea, e quindi contestuale alla edificazione delle sette sale, probabilmente riferibile ad ambienti di servizio, ed una seconda domus risalente al IV secolo.  Probabilmente era la villa di ampie dimensioni appartenuta ad una famiglia facoltosa, i ritrovamenti  sono scarsi, si sono ritrovati una grande sala absidata ed un’aula esagonale circondata da ambienti circolari con esedre. Era riccamente decorata come testimoniano i pavimenti a mosaico ed i rivestimenti delle pareti in opus sectile. Erroneamente le Sette Sale erano state ritenute pertinenti alla Domus Aurea, ma ormai è stato appurato che appartenessero alle Terme di Traiano, queste furono costruite in parte sui resti della casa di Nerone. Le Terme di Traiano, come testimoniato dal ritrovamento di bolli in laterizio  furono inaugurate il 22 giugno del 109 d.C. Le Sette Sale sono visitabili su richiesta alla Sprintendenza comunale ma solo esternamente, perchè le sale interne sono chiuse al pubblico, mentre della antica domus purtroppo poco si vede  perchè le murature non raggiungono i 50 cm ed i mosaici sono stati accuratamente ricoperti. Comunque a via delle Terme di Traiano, angolo con via Mecenate, al di la del cancello si può avere una panoramica della facciata  ed una idea della monumentale cisterna. La storia delle Sette Sale prosegue, perchè uno scavo archeologico ha portato alla luce, ricoperti di calce viva, i resti di almeno un migliaio di scheletri, per lo più di sesso femminile, probabilmente una fossa comune di corpi probabilmente di suore, decedute in occasione della terribile pestilenza seicentesca, ricordata dal Manzoni nei “Promessi Sposi”. Furono inoltre rinvenute sulle pareti scritte di artisti e di vagabondi, e di soldati napoleonici, fino al ritrovamento di oggetti gettati dentro alla rinfusa dai soldati tedeschi che abbandonarono Roma nel 1944 e oggetti di ladri e rapine effettuate probabilmente nella zona.

 Fotografie della Cisterna delle Sette Sale a Colle Oppio Rione Monti Roma

sette sale roma

CANE BASSOTTO

Avatar di silviadeangelis40dquandolamentesisveste

Delineata atavica origine
distinta razza il cane bassotto.
Rasato pelo, esigua statura
affinata coda

Su allungato capo
posano
sopracciglia sporgenti arcate.
Ornano l'idonea dentatura
robuste mascelle.
Trasmette suo volto
energica
vivace espressione.

Gli ancestrali antenati bassotto
scortar faraoniche guardie 1700 A. C.
Nascita variegate specie
anche in lungo pelo
sviluppano temporali stagioni

Manifesta un fiero portamento
aggraziate linee
seppur
sproporzionati arti

Ottimo offre compagnia
unita a devota affettuosità.
Generoso
idonea
dedica
profonda comunicabilità ai bambini.
@Silvia De Angelis

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QUEL RUMORE… di Silvia De Angelis

Non ci rendiamo ne anche conto di quanto la nostra memoria registri ogni sfumatura della  vita : un odore, un rumore…che accadono nelle più diverse circostanze , per poi ripetersi in futuro, in un’occasione completamente diversa e risvegliare, attimi del passato, per farci precipitare in una  dimensione dimenticata, alla quale non avevamo ne anche prestato la giusta attenzione.

Attimi appena sfiorati, eppure ripresentati, per affermare quanto ogni respiro della nostra esistenza racchiuda un intrinseco valore, da non sottovalutare.

La nostra mente è presente per ricordarcelo e risvegliare, in noi, sensazioni lontane, a volte piacevolissime, altre non proprio.

E bello, in ogni caso, tornare indietro nel tempo, perché ci rendiamo conto, quanto in realtà siamo cambiati, probabilmente più consapevoli, anche nel dare un peso mutato alle vicissitudini che man mano si presentano al nostro cammino.  

Probabilmente un evento che in remoto ci sembrava insormontabile, nel presente ci appare di minima entità, e risolvibilissimo, perché l’esperienza ci ha dimostrato che ogni cosa, ha una soluzione, e col ragionamento e la pazienza si può tranquillamente arrivare alla giusta meta.

Con l’andare delle stagioni avviene un importante cambiamento in noi, che ci rende più pronti alla formazione di un equilibrio interiore, sul quale muoversi più agevolmente, soprattutto nelle situazioni complesse, che inevitabilmente, si presentano…

Il buon senso ci suggerisce di essere positivi, anche se talvolta il nostro profondo “ha degli sbuffi di fragilità”, purtroppo inevitabili, che non ci permettono di sorridere sempre….

Invece fa molto bene ridere, e saper captare il senso di ironia in ogni situazione, ci fa stare davvero bene e ci aiuta a minimizzare situazioni, che in caso contrario diventerebbero pesanti e del tutto insormontabili…

@Silvia De Angelis

SOBBALZO D’UN RESPIRO, di Silvia De Angelis

 

In quella gelida sera

ho plasmato un sogno di te

con la mente

smarrita

sullo scalpitio virile della voce

Aldilà

d’una timida parvenza emozionale

mi sono persa

nella fessura

d’un coinvolgimento senza tempo

In modo irriguardoso

e in un ritmico silenzio

ti ho porto la schiena

rinata nel sobbalzo d’un respiro

gamma risonante

d’un lamento perfetto

nell’eco del piacere

@Silvia De Angelis

SULLA PUNTA DELLE DITA

Avatar di silviadeangelis40dquandolamentesisveste

Nella sofficità
di sconfinate carezze
levighi
l’incerta mia indocilità
annodata a un pegno d’amore
che non si disperda
nelle reticenze d’un vento ostile.
Si attorcigliano cronache sensuali
a dubbi sulla punta delle dita
accentuati da scalpori taciturni
mentre i sensi
liberi da garbugli mentali
snodino manette segrete
a guardia di scabrose voluttà
riflesse su capricci d’ombra…
@Silvia De Angelis
 

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IL VELO DELLA NOTTE, di Silvia De Angelis

Sprofondi

nelle sabbie mobili del tuo qualunquismo

non assaporando

quei sorsi di vita

che amano dare scompiglio

all’ascolto insipido del giorno

Svelate verità

si rincorrono nel tuo sé

in lizza per una meta vincente

Scivolano su codici emotivi

sfiorati dal tuo piglio di fragilità…

sfila sul velo della notte

rendendo privi di rumore

i sogni  che evaporano lusinghe

@Silvia De Angelis

LA CASINA DELLE CIVETTE, di Silvia DeAngelis

La Casina delle Civette, dimora del principe Giovanni Torlonia jr. fino al 1938, anno della sua morte, è il risultato di una serie di trasformazioni e aggiunte apportate alla ottocentesca Capanna Svizzera che, collocata ai bordi del parco e nascosta da una collinetta artificiale, costituiva in origine un luogo di evasione rispetto all’ufficialità della residenza principale.

Ideata nel 1840 da Giuseppe Jappelli su commissione del principe Alessandro Torlonia, si presentava come un manufatto rustico con paramenti esterni a bugne di tufo ed interno dipinto a tempera ad imitazione di rocce e tavolati di legno.

due edifici di cui consta oggi il complesso architettonico, il villino principale e la dipendenza, collegati tra loro da una piccola galleria in legno e da un passaggio sotterraneo, nulla o quasi hanno a che fare con il romantico rifugio di sapore alpestre ideato nell’Ottocento dallo Jappelli, se non per le strutture murarie dei due corpi di fabbrica principali disposti ad “L”, per l’impronta volutamente rustica, per l’uso dei diversi materiali costruttivi lasciati a vista e per la copertura a falde inclinate.

Infatti, già dal 1908, la Capanna Svizzera cominciò a subire una progressiva e radicale trasformazione per volere del nipote di Alessandro, Giovanni Torlonia jr., assumendo l’aspetto e la denominazione di “Villaggio Medioevale”; i lavori furono diretti dall’architetto Enrico Gennari e il piccolo edificio divenne una raffinata residenza con grandi finestre, loggette, porticati, torrette, con decorazioni a maioliche e vetrate colorate.

Dal 1916 l’edificio cominciò ad essere denominato “Villino delle Civette” per la presenza della vetrata con due civette stilizzate tra tralci d’edera, eseguita da Duilio Cambellotti già nel 1914, e per il ricorrere quasi ossessivo del tema della civetta nelle decorazioni e nel mobilio, voluto dal principe Giovanni, uomo scontroso e amante dei simboli esoterici.

Nel 1917 l’architetto Vincenzo Fasolo aggiunse le strutture del fronte meridionale della Casina, elaborando un fantasioso apparato decorativo in stile Liberty.


L’impronta di Fasolo è riscontrabile nella scelta dei volumi che si aggregano e che si intersecano prendendo corpo in una grande varietà di materiali e particolari decorativi.Elemento unificante delle molteplici soluzioni architettoniche è la tonalità grigia del manto di finitura delle coperture, per il quale venne utilizzato la lavagna in lastre sottili, variamente sagomate, contrapposta alla vivace cromia delle tegole in cotto smaltato.

Gli spazi interni, disposti su due livelli, sono tutti particolarmente curati nelle opere di finitura; decorazioni pittorichestucchimosaicimaioliche policromelegni intarsiatiferri battutistoffe parietalisculture in marmo mostrano la particolare attenzione del principe per il comfort abitativo.

Tra le tante decorazioni la presenza delle vetrate è così prevalente da costituire la cifra distintiva dell’edificio: le vetrate vengono tutte installate tra il 1908 e il 1930 e costituiscono un “unicum” nel panorama artistico internazionale, prodotte tutte dal laboratorio di Cesare Picchiarini su disegni di Duilio CambellottiUmberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto.

La distruzione dell’edificio iniziò nel 1944, con l’occupazione delle truppe anglo-americane, durata oltre tre anni.


Quando nel 1978 il Comune di Roma acquisì la Villa, sia gli edifici sia il parco erano in condizioni disastrose.

L’incendio del 1991 ha aggravato le condizioni di degrado della Casina, unitamente a furti e vandalismi.
L’immagine odierna della Casina delle Civette è il risultato di un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, eseguito dal 1992 al 1997, che, con quanto ancora conservato e sulla base delle numerose fonti documentarie, ha permesso la restituzione alla città di uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del secolo scorso.(WEB)

NELLE NUBI, di Silvia De Angelis

Talvolta la nostra mente si condensa al grigio delle nubi, quasi ne diventasse parte integrante  e in quella fusione, pensiero/natura, ci si spersonalizza quasi per caricarsi d’essenze del passato,  che abbiamo accuratamente messo da parte, per crogiolarci in esse, quando ne capitasse  l’occasione.

Si rimugina su quelle scelte non fatte, che avrebbero potuto, in qualche modo donarci dei  vantaggi o facilitarci parte del percorso, sempre così accidentato….ma il timore di insuccessi  e quella parte predominante di insicurezza, che preme, nel momento sbagliato, ci ha fatto  soprassedere dal mutare quella stantia abitudine di sempre.

Anche quelle parole non dette, a una persona che consideravamo speciale, le riascoltiamo  amplificate dentro noi….e non possiamo più pronunciarle, perché il tempo implacabile ci  ha privato di quella focale presenza….

Quanti tasselli della vita compaiono, in un labirinto mentale senza uscita e senza ritorno, che  inducono ad attente riflessioni e a un’indispensabile crescita, che ci permetterà, in futuro  di mediare passi più attenti e precisi, evitando di scivolare in qualche trabocchetto del terreno,  sempre presente nel lungo cammino…..

@Silvia De Angelis

ACRE MALINCONIA, di Silvia De Angelis

 

Nell’arcaica dolcezza

d’un’impressione avvolgente

s’identifica

la sfinge d’un amplesso d’amore

disperso nell’abbraccio muschiato del tempo

Riaffiora un’aura preziosa

sciolta nella sagoma filiforme

d’una mano

intinta nelle note screziate d’un’acre malinconia…

 sa ammorbidire  l’infinità del miraggio

rannicchiato nell’universo della pupilla

@Silvia De Angelis

FUORI DALLA NOTTE NERA

Avatar di silviadeangelis40dquandolamentesisveste

Si amplificano
fogge e geometrie
addensando la percezione
d’ogni gamma di colore.
Vibra la profonda essenza
d’un talento esasperato
disarcionando
per l’occasione
antiche remore.	
Si cattura la forza della vita
nell’esclusiva sua  gestualità	
allorchè sfiori
immagini elastiche 
d’imbandite membra
fuori dal silenzio
della notte nera.
@Silvia De Angelis

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LARGO DI TORRE ARGENTINA E IL SANTUARIO DEI GATTI, di Silvia De Angelis

Come probabilmente saprete, i gatti romani sono sempre stati presenti nei rifugi della città, infatti esistono numerose cartoline dei gatti di Roma. Largo Torre Argentina è un vero e proprio tempio felino, ospita 150 amici a quattro zampe, protetti nei più antichi templi di Roma che risalgono al 400-300 AC. Se la storia di Giulio Cesare è nota ormai in tutto il mondo, la storia dei gatti che popolano Largo di Torre Argentina è meno conosciuta, ma altrettanto affascinante, infatti ha ispirato libri, DVD, feste, manifestazioni e continua ad attrarre turisti da tutte le parti del mondo.

La storia dei gatti di Largo Torre Argentina

Il terreno sacro sul quale camminano questi gatti è stato condiviso anche da un altro romano, Giulio Cesare. Qui a Torre Argentina, nell’anno 44 AC, egli fu uno dei dittatori più illustri, pugnalato dal suo rivale Bruto. Sono passati quasi 20 secoli da allora, ma lo spirito di Cesare vive sicuramente in alcuni dei gatti aristocratici che frequentano e ormai dominano con orgoglio questi templi.

Le gattare del 1929

Il 1929 è l’anno in cui venne scavata l’area sacra di Torre Argentina, in cui è iniziata la storia della residenza dei gatti. Felini randagi e abbandonati cominciarono la loro avanzata e si rifugiarono nell’area protetta al di sotto del livello del suolo. Dal 1929 al 1993, i gatti furono nutriti più o meno regolarmente da una serie di donne amanti dei felini, che nella maggior parte dei casi ne possedevano più di 3 o 4, furono per questo definite: gattare.

Filmstar 1950

Una delle più famose amanti dei gatti è stata la grande star italiana Anna Magnani. Mentre lavorava al Teatro Argentina che confina con le rovine, si ricorda come la signora Magnani trascorresse le pause dal set a dar da mangiare ai suoi amici a quattro zampe. La Magnani è stata una vera e propria leggenda cinematografica, famosa per le sue esibizioni strazianti. È morta negli anni ’60 ma il suo mito continua a vivere… anche i suoi amati gatti.

Lia e Silvia 1993

Lia e Silvia hanno iniziato a lavorare con i gatti nel 1993 aiutando una donna che gestiva la loro salute da sola: nutriva, accudiva e sterilizzava tutti i gatti; i suoi generosi sforzi però, l’avevano portata sull’orlo di un collasso economico ed emotivo. Presto Lia e Silvia si resero conto che c’era molto più lavoro di quello che potevano svolgere le tre donne. In quell’anno la popolazione felina cresceva a causa dell’irresponsabilità delle persone che abbandonavano i loro gatti, forse per andare in vacanza, per pigrizia o per malvagità.

Il rifugio sotterraneo

Le condizioni di lavoro erano primitive per non dire altro. Un’area simile a una grotta sotto la strada, era stata involontariamente creata dalla forma della costruzione e dai pilastri che la sostenevano, diventando una vera e propria comunità di gatti molto prima che iniziasse ad essere un rifugio a tutti gli effetti.
Sicuramente non è stato un lavoro facile, prendersi cura di più di 90 gatti in uno spazio sotterraneo umido, in posti così bassi che non si può stare in piedi, senza elettricità e acqua corrente. Per quasi un anno e mezzo Silvia e Lia hanno lavorato in queste condizioni, sperando in una svolta per uscire da questo periodo buio, dovuto non soltanto alla struttura in cui erano costrette a lavorare per prendersi cura dei felini.

A.I.S.P.A. 1995

Le loro preghiere furono esaudite nel 1995 quando arrivò una salvatrice: una donna inglese di nome Molga Salvalaggio. Raccontò a Silvia e Lia delle meravigliose conquiste di alcune organizzazioni inglesi che lavoravano nella protezione degli animali e li mise in contatto con A.I.S.P.A. (Società anglo-italiana per la protezione degli animali) che è stata la prima organizzazione a fornire materiale e supporto morale per la cura dei felini. Inoltre, hanno introdotto Silvia e Lia alle risorse inglesi riguardanti gatti randagi e hanno studiato le soluzioni di problemi come questo, dando vita a un lento processo di imitazione dei modelli inglesi. Nazioni Unite per gatti Il primo lavoro è stato quello di raccogliere fondi disperatamente necessari. La posizione così naturale e primitiva del sito storico aveva però un grande vantaggio: era un’attrazione turistica grazie al significato storico e archeologico delle rovine. Silvia e Lia cominciarono a notare che i turisti erano più interessati ai gatti che alle rovine e facevano volentieri donazioni. Incredibile ma vero: ha funzionato.
Non solo hanno raccolto il denaro necessario, ma sono anche riuscite ad attirare un certo numero di volontari; per lo più donne di diversa nazionalità: italiana, francese tedesca, americana, inglese, brasiliana e olandese. Torre Argentina divenne ben presto una sorta di Nazioni Unite per i gatti. Per raccogliere più soldi iniziarono ad organizzare cene di raccolta fondi e lotterie con vendite al mercato delle pulci.

Cresce la reputazione nel 1999-2010: i bestsellers

Nelson, un gatto di Torre Argentina con un occhio solo, è stato il protagonista di un libro vincitore di numerosi premi. “Nelson: un re senza casa” è un libro che fu pubblicato nel 1999 e presto divenne un bestseller oltrepassando i confini del rifugio, attirando l’attenzione sulla triste condizione dei gatti abbandonati. Più o meno nello stesso periodo, Barbara Palmer, ha pubblicato “Cat Tales”: entrambi i libri hanno contribuito alla crescente reputazione del rifugio. Nel 2000 il Santuario è entrato nella nuova era con il sito web, http://www.romancats.com, soccorritori di animali olandesi e web designer professionisti, Micha Postma e Christiaan Schipper hanno sviluppato il progetto. Sul fronte interno, nel 2001, i gatti di Roma sono diventati un “patrimonio bio-culturale” con una proclamazione speciale del consiglio comunale.
Le cose si muovevano nella giusta direzione: man mano che il Santuario cresceva, aumentava anche la consapevolezza della sofferenza degli animali randagi e del loro bisogno di protezione. I tempi erano maturi per una dichiarazione pubblica: nel 2003, il Santuario di Torre Argentina fu determinante nell’organizzazione di una marcia di dimostrazione, Cat Pride che ha visto scendere in strada diverse migliaia di partecipanti che chiedevano protezione e finanziamenti per i randagi di Roma. Nel 2004 la produzione del DVD Cats of Rome di Michael Hunt ha contribuito ulteriormente allo scopo.
Tra il 2004 e il 2010, piccoli e grandi miglioramenti hanno a contribuito a migliorare la qualità della vita di felini e lavoratori. L’ultimo successo è del 2015 quando i gatti sono stati protagonisti di un calendario fotografico (WEB)

UN FORSE, di Silvia De Angelis

Lasci scivolare frasi senza rotta

nell’anfratto oscuro

che ha avvolto la tua persona.

Debole nell’inatteso riflesso controluce

sei privo di qualsiasi verità.

Ti perdi nel frastuono

di toni bassi e oltraggiosi

affidandoti al primo fiato d’aria

mosso dal vento

in una gioiosa allegoria della natura.

Evochi

altresì

l’essenza raddolcita

d’una mia carezza

nell’eremitaggio d’un candore

che stemperi un forse

nel fianco dolente

@Silvia De Angelis

UN LEGAME, di Silvia De Angelis

Sillabe lontane

intrappolate

nel suono calibrato d’un istante

contrapposto ad un monile

trafugato sottomuro.

Minuscolo talismano

d’indicibile luce

profana astrazioni lontane

sul rigagnolo d’un’emozione

rubata all’istante senza un domani.

Quel piccolo azzardo

dalla forma bizzarra

crea un legame inscindibile

prezioso nel tempo di pioggia

raro in insensate evidenze

ove di colpo vige fragilità.

@Silvia De Angelis