Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione
Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging
La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale.
Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding.
Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile.
Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro.
Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.
Spesso mi domando se la società che abbiamo costruito in occidente, specialmente dopo il famoso “68 sia una società giusta, a misura d’uomo, oppure sia un mostro che ha le sembianze della mitologica medusa dalle sette teste.
Io penso, e credo lo pensino in molti, almeno quelli che mettono in discussione questo modello di società, che stia per iniziare, mi auguro pacifica, una nuova rivoluzione. Il mio auspicio è che i giovani comincino a mettere in discussione tutto quello che c’è di distorto in questa società, perché credo che la vecchia generazione abbia sbagliato obiettivo. È veramente questo tipo di società consumistica piena di computer, di tecnologia, di beni di consumo su larga scala, di cose che servono a tutto e a niente, la felicità a cui anelavamo? Sono convinto di no, e dico che questa felicità è qualcosa di infelice.
Va da se che questo è il mio pensiero, che contrariamente a quanto qualche lettore possa pensare non vuole essere un giudizio, non voglio sembrare un distruttore, ma un lettore dei costumi del nostro tempo.
Io penso che in questo momento la nostra cultura, la nostra filosofia, la filosofia cosiddetta occidentale, e non mi riferisco solo al modello capitalista, ma anche a quello cosiddetto comunista, abbia mancato il suo obiettivo. Credo sia arrivato il momento di fare una seria riflessione e fare il punto della situazione.
Io dico che l’uomo comune, che in tutti questi anni ha vissuto di consumismo, che si è nutrito di televisione asservita al capital/comunismo più sfrenato, di giornali confezionati da giornalisti servi del potere, di settimanali che decantavano il vuoto più assoluto e di tutti sistemi di informazione in loro possesso, abbia ricevuto un ordine imperativo a consumare e ad acquistare e a vivere secondo determinati schemi prefabbricati nelle stanze del potere. Lo scopo di questa filosofia era precisissimo: se compri quello che ti propongo e quando lo dico io, vivrai in un mondo felice e salutare. Però in tutto questo criminale disegno improvvisamente è sorto uno strano imprevisto: tutto questo meraviglioso mondo fatto di fiabe e rosee aspettative, si è incrinato.
È bastato che i paesi del terzo mondo volessero anche loro vivere in un mondo fatato perché tutta la grande economia capital/comunista e mondiale entrasse in crisi. Per cui, l’uomo comune ha cominciato a vivere la sua insicurezza nei confronti del futuro.
L’uomo comune credeva di essere felice con le sue belle autostrade, le sue macchine, le code ai caselli per le agognate ferie. In realtà il mondo in cui l’uomo comune era costretto a vivere non è altro che un inferno.
Io dico che l’uomo che vive secondo questi schemi è infelice e la sua frustrazione si riflette nell’impotenza in cui è costretto a vivere. Ecco perché questa società abbandona le persone più deboli, quasi come se si vivesse una lotta selvaggia per la sopravvivenza.
L’uomo comune questo lo sa, o perlomeno lo percepisce, per cui ne limita le sue funzioni vitali e si rende conto di vivere in una società aliena che non è più in grado di difenderlo. Comprende di vivere in una società piramidale dove al vertice della piramide non riesce nemmeno ad immaginare chi vi sia, mentre è consapevole, lui sì, di essere alla base di questo mostruoso monolite dove lui e tutti i suoi simili sono costretti a sopportare il peso di questa immensa struttura.
Se io avessi il potere, anche solo per un momento, di governare questo paese penso che il primo dei miei impegni sarebbe quello di tentare di realizzare un sogno utopistico e per questo motivo irrealizzabile: l’uguaglianza effettiva fra tutti gli uomini.
Lo so che mai nessun uomo lo concretizzerà ma almeno lasciatemi la possibilità di sognare.
Tra un chiarore di luce, che mi regalava una rosa, e un lembo di notte che aveva labbra blu. Un giorno ancora! Le mie gambe stanche, ma la mia anima vibrava,
Museo Gambarina: Canto Lirico, un capolavoro di Gaetano Donizetti “L’elisir d’amore “
Alessandria: Il 26 giugno alle ore 17.00 presso il Museo Etnografico di Alessandria “C’era una volta ” vi aspetta un appuntamento del Canto Lirico, un capolavoro di Gaetano Donizetti “L’elisir d’amore ” in forma semiscenica e di saggio
L’Elisir d’amore è un melodramma giocoso in due atti di Gaetano Donizetti su libretto di Felice Romani. La storia ruota attorno alle vicende dell’umile contadino Nemorino, innamorato di Adina ed incapace di dichiararsi. L’equilibrio viene bruscamente interrotto con l’arrivo di Dulcamara (il ciarlatano di Donizetti), che – fingendosi un dottore – vende a Nemorino un fantomatico elisir d’amore…Tra le più celebri del repertorio operistico internazionale – sarà rappresentata in forma semiscenica (opera scenes) attraverso molti dei suoi momenti più salienti con Arie, Duetti, Recitativi e Concertati. Le voci nei rispettivi ruoli di Adina, Nemorino, il Dottor Dulcamara, Belcore e Giannetta saranno interpretati da protagonisti e nuove voci del panorama lirico, selezionate dal prestigioso progetto internazionale “Operitalia” di Bologna, la concertazione sarà del Maestro Raffaele Mascolo docente di ruolo al Conservatorio “G.Verdi” di Milano, che realizzerà e accompagnerà l’opera al pianoforte.
Non importa di che partito è chi vince le elezioni, ma che sappia governare
di Pier Carlo Lava
Alessandria today: Comunque sia chiaro che come cittadino ed ex Manager in imprese private del settore food dove ho svolto funzioni di Sales manager e marketing non mi interessa il colore di chi Governa sia a livello Nazionale che locale, ma che si operi con efficienza nell’interesse generale… con idee progetti realizzabili, lungimiranza, visione del futuro, ecc. ecc.
Serve la capacità di intercettare tutte le varie possibilità di finanziamenti, da: Stato, Regione, Europa (aspetto quest’ultimo che purtroppo vede liItalia fanalino di coda a livello Europeo..).
E ovviamente serve inoltre la capacità di definire progetti che consentano di aggiudicarseli, ed infine effettuare i relativi lavori a regola d’arte!!!.
Eccolo il suono, emerso come una sveglia nel sonno. Vedo una grigia infamiliarità notturna là fuori, oltre i vetri. Non ricordo nemmeno chi sono e perché, le due note poco distanti – tono, semitono – di consistenza ferrosa, mi assimilano in un flusso senza identità.
Mi desto ancora un po’ e non posso crederci: è una melodia terrificante. Non comprendo la sua origine, è pacata attraverso il vetro, ma grida, bellissima. Riconosco due note che non combaciano, ma che strappano il vuoto. Sono bloccata, non muovo un muscolo: assorbo quelle grida meravigliose che sradicano la patina del vuoto.
D’un tratto ricordo chi sono e dove mi trovo, ma divengono informazioni del tutto insignificanti. Mi proietto su una traiettoria d’origine. Cosa può essere, un braccio meccanico? Un macchinario inconsapevole? Un treno merci che frena?
Non è un’illusione, ne sono certa, potrei registrarlo. Sono pronta ad afferrare il telefono ma le forze nel corpo mi mancano, come se il muscolo centrale dell’azione avesse deciso al posto mio di interpretare quell’esperienza solo nell’essere – inerme, immobile, sublimata dal suono – e mai più nell’avere.
Ho deciso di imprimerlo sul timpano della mia memoria, nessun surrogato digitale inutile, ma l’effetto dell’onda sul mio corpo ruvido e tangibile.
È un attrito elettromagnetico, un velo di fuoco bianco senza calore che rimescola i nostri respiri, ovunque, mentre viviamo assopiti. Ci amalgama alla superficie dello spazio, sulla densità del tempo, attraversa le nostre membra e non ci accorgiamo mai di vibrare anche noi, all’unisono. Ci affidiamo inconsapevolmente a quel suono – ormai parte stessa del fruscio dei pensieri – per potenziare la coscienza stessa di esistere.
Esisto perché ascolto il ronzio, senza conoscere la sua esistenza. (E sono due le note, come un respiro.)
Stanotte sono desta, non mi inganno, quella frequenza si è rivelata: chiara. D’un tratto mi vedo, ci vedo tutti quanti, scossi dall’invisibile microtremolio che sorregge la vita. Lentamente lo dipano dalla massa fitta che compone il silenzio. Sono un piccolo fuoco – incredulo – nel porto.
Potrei quasi rimanerci per sempre, adesso che l’aria si fa mite. L’alternarsi luce buio, esultanza terrore, quiete nostalgia, è una ruota levigata da una velocità incomprensibile, e non indugia, né si sofferma. Da sempre adagiati al centro, lasciamo che la coscienza centripeta si schieri a raggiera. Che si venga esposti all’euforia e poi oscurati dall’ombra, o si incontri la quiete tramontana e poi si svolti dritti verso la paura, non ci opponiamo io e il mio corpo. Perché ci rinnoviamo. È il connubio e sconfitta, al ciclo atavico dell’esistenza. Nulla al mondo potrebbe interrompere il suo moto perché la ruota stessa è moto.
Tale è il terreno, tale il bioma.
Pagherei il liquefarsi istantaneo della mia memoria, l’esplosione dei raggi centrifughi, e in quel mare il crogiolarsi dell’ombra fra borborigmi grigi.
Una sola melodia dentro qualche onda: il giorno non è giorno, la notte non è notte, il mattino non è mattino, il sole non è sole, il vento non è vento, il sonno non è sonno, il muro non è muro, la nascita non è nascita, la porta non è porta, l’acqua non è acqua, la cresta non è cresta, la morte non è morte, il tempo non è tempo, il nome non è nome, la fine non è fine
Vedo un corpo, dentro una casa, dentro un pianeta, dentro un limbo di materia. Ogni suo pensiero colpisce le pareti con un tonfo che nessuno può sentire, forse una piccola onda evade, solo una, si dipana nel cosmo e non muore, in nessun luogo. Non ne sono sicura ma credo che qualcuno, in fondo all’universo, per un nanosecondo sia riuscito a carpirla, come se l’avesse sentita infrangersi sulla pelle della sua schiena, aliena, e dentro una schiuma lieve di brividi possa aver raggiunto la sua nuca – scavalcando gli spigoli della colonna – per insinuarsi infine dentro il foro della vertebra principale, l’Atlante, che sorregge il capo e conduce al luogo dei pensieri altrui.
Le psicospirali dei dubbi, dei desideri, dei turbamenti per ciò che vorremmo ma non possiamo essere, forse se ne vanno, scappano oltre le pareti e talvolta si intrufolano dentro altri gusci per scuoterne i contenuti; per farli vibrare in quella frequenza muta che, fuoriuscendo dalla casa, può unirsi alla nube atmosferica dell’umana incertezza.
Un giorno, affacciandoci alla finestra per l’improvvisa oscurità del cielo, finalmente ne vedremo la consistenza, e forse avrà la forma di un enorme tessuto velino a incarto del mondo, nel suo dubbio, nella sua mania: noosfera soffice di inquietudine.
Il globo lunare, perfettamente intagliato, è un buco per spiare.
Ho aperto la finestra e due raggi di lampione sono entrati senza chiedere. Due pupille arancio scoppiettano ora sul muro: la casa è sveglia e il suo costato a travi, ben visibile sul soffitto, produce aliti in lentezza e scricchiolii. Mi osserva, proprio adesso mentre ballo a luci spente fra le dieci e le undici di sera, con viva attenzione sui movimenti non armonici che paiono tagliare l’aria al suo interno; in realtà non sa che non lo faccio per intrattenere, ma per liberarmi dei pensieri raggrumati durante il giorno, incastrati negli anfratti interni del corpo dove è impossibile pulire. Li getto a terra con forza, scuotendo braccia e gambe, contorcendo il busto. Loro sbattono sul suolo e si sfaldano come pugni di sabbia.
Ballare è necessario per interrompere l’acquedotto della mente e ricordarsi del corpo, nell’intorpidimento doloroso che forse sa esprimere senza dire nulla, senza parole.
Sono una bestia che parla di ritmo e curvilinearità del suono, di alti che distendono e di bassi che ripiegano, che si fa elastica nella dinamica di un intermezzo, esplode nella ripresa e si compone di nuovo, pezzo per pezzo, per ricominciare da capo. Non ci sono parole o figure visive ma estensioni e moto, che fanno amalgama fra aria buia, spazio e carne.
La casa mi asseconda nel suo petto, si riassembla adattandosi ai miei gesti. Nessuna estetica o volontà. Sopravvivenza piuttosto, il divenire ibrido e libero degli organismi soli.
L’ora non è semplicemente un segmento temporale definito da un certo numero di minuti, ma è anche ora di spazio, luogo etereo del nonsodove. Può accadere infatti di rimanere intrappolati dentro una camera di tempo che non esiste più: proprio come quel grumo di minuti racchiuso nelle ore due di notte che pare sia stato cancellato dal mondo per passare a quello successivo, le tre.
Eppure esiste, non so dove e quando, ma quell’ora scavalcata è una sfera nascosta fra le pareti di questa casa, come un’entità che fatica a credersi viva. È un guizzo querulo che pare agitarsi nel buio, accendere piccoli fuochi fatui attraverso gli schioppi delle dita invisibili, e con questi disegnare curve e confini del proprio corpo (ricercando quella forma che mai gli è appartenuta).
Immateriale, potrebbe scoprirsi, con gemiti d’insofferenza e sgomento quieto; un pezzo di spazio-tempo non ha corpo che nella mistura di vacuità, silenzio e immobilità del sentire.
Una lirica di evanescente bellezza e rarefatta eleganza dove le sinestesie e le metafore danzano al ritmo di versi di classica purezza. Non solo un vagheggiare nostalgico di bellezze d’antico sapore, ma un fresco richiamo ad una natura avvolta in fraganze di sogni dove la libertà è rinascere ogni giorno nella promessa di una primavera eterna fra i ” prati del domani”. La poesia offre un sorso di speranza e richiama atmosfere di rara naturalezza. [Maria Rosaria Teni]
Il mese di giugno è iniziato con la Festa della Repubblica ed è proseguito con il Referendum del 12, il cui esito era purtroppo abbastanza scontato: poca affluenza con il 20%, dato mai così basso, sintomo evidente di poco interesse.
Lo strumento referendario da diverso tempo risente di vari problemi che ne rendono vana l’applicazione e l’efficacia. La formulazione dei quesiti alquanto manichei, che non rendono di facile comprensione l’oggetto stesso del Referendum, allontana il cittadino dall’ottemperare al suo diritto di voto. Ad esempio, quanto sarebbe più facile se invece del papello scritto in burocratese si fosse scritto: volete che un condannato in via definitiva sia escluso automaticamente dalla elezione degli organi di Stato? Volete che chi è accusato di aver commesso un reato violento, di mafia o terroristico, chiunque sia di reiterare il reato, venga trattenuto nella custodia cautelare?
Forse sarebbe stato più facile.
Vorrei sottolineare che ci sono paesi come la Svizzera che hanno fatto dello strumento referendario una consuetudine legislativa, con una affluenza alle urne della stragrande maggioranza dei cittadini proprio grazie alla semplicità dei quesiti proposti e alla nettezza della attuazione dei risultati conseguiti, attuando una efficace cittadinanza attiva e democrazia partecipata.
Un’altra criticità da evidenziare è la pertinenza dell’argomento referendario. Ci sono stati in questo periodo programmi televisivi che hanno più volte affrontato e spiegato i quesiti proposti, ma francamente la voce di popolo che si sentiva in giro era una corale richiesta di cosa si dovesse votare. Sinceramente, tranne la custodia cautelare e l’incandidabilità, gli altri argomenti erano prettamente tecnici e di conseguenza anche noi cittadini siamo in difficoltà nel giudicare e nell’orientarci per esprimere un qualsivoglia parere.
Ad esempio, sulla possibilità di far entrare come membri giudicanti dell’operato di giudici e magistrati, anche docenti universitari, quindi personale esterno all’ordine, è un tema che da profana mi porterebbe a sire sì perché un parere esterno potrebbe essere super partes, ma anche no perché solo chi è interno all’ordine conosce l’effettiva portata dei problemi che ci sono. Mi sovviene, al tal proposito, il paragone con la professione docente: solo chi è in classe sa effettivamente quali siano i problemi e le attività che vengono messe in atto. A tal proposito, il comitato di Valutazione ha come membri dei docenti oltre al dirigente. Quindi come si può valutare una professionalità dall’esterno?
Altresì potrei esprimermi in ambo i modi riguardo alla separazione delle carriere: siperché in questo modo un giudice conoscerebbe anche le modalità operative dell’inquirente, arricchendo la sua esperienza e di conseguenza potrebbe essere più preparato, no perché nell’anomalia tutta italiana in cui i processi hanno una durata decennale, esiste la concreta possibilità di ritrovarsi come giudice assegnato un ex pubblico ministero che aveva coordinato le indagini.
Infine, in merito alle elezioni dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, è giusto avere dei membri di tutte le aree politiche, per una sorta di imparzialità? Ma tale imparzialità non è già contemplata nel dettato costituzionale che rende indipendenti i tre poteri esecutivo, legislativo e giudiziario? Pertanto, risulta necessario avere sfere di influenza in una espressione della democrazia che è già indipendente per legge.
Forse nel nostro beneamato Paese ci sono delle anomalie che effettivamente rendono altresì anomala l’applicazione della Costituzione e la legiferazione stessa. Ad esempio, a mio parere, i processi non devono durare dieci anni e tantomeno non occorre alcuna indicazione partitica per eleggere membri responsabili di uno degli organi più importanti del nostro Stato quale è il CSM, ma è più che sufficiente garantire che siano elette persone capaci, imparziali rispetto alla politica e di specchiata moralità, cosa che da noi viene tanto sottovalutata mentre negli altri Paesi ci si dimette per scandali anche di poco conto.
Probabilmente non siamo pronti o peggio abbiamo perso la capacità e l’interesse alla responsabilità di cittadinanza, in virtù anche del fatto che in passato si sono fatti Referendum, come quello sull’acqua pubblica, e poi sono stati disattesi gli esiti con manovre machiavelliche. Inoltre, va anche detto che comunque la classe politica degli ultimi anni non riscuote grande fiducia. Si è transitatiti dalla prima Repubblica alla seconda, trasmigrando le stesse criticità clientelari che si sono intarsiate perfettamente tra euro e globalizzazione, con il risultato di considerare la politica non uno strumento per la salvaguardia della cittadinanza ma l’incarnazione del nemico del cittadino, anche sull’onda di strumentalizzazioni che comunque dirigono l’opinione pubblica non sempre per l’interesse della Res Publica.
Forse l’esercizio della democrazia non è quello che gli italiani attribuiscono allo strumento referendario e soprattutto del diritto al voto. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che tale diritto è una conquista che si deve difendere ed è l’unico modo con cui si possono fare le rivoluzioni efficaci che non abbiano rigurgiti violenti ed effetti duraturi.
E … forse… rivoluzioni positive, apportatrici di cambiamenti che rendano il nostro Tempo migliore rispetto al passato, che deve ancora liberarsi da mire autoritaristiche ed egoismo dilagante, generatore di guerre e distruzione dei diritti umani, forse… questo mondo sarebbe diverso. Chi lo sa, magari migliore. Mariantonietta Valzano
La rivista di maggio si presenta,come sempre, ricca di contenuti e di approfondimenti. È scaricabile gratuitamente e si può leggere online al link sottostante:
Un ringraziamento agli autori che ancora una volta hanno inviato il loro prezioso contributo arricchendo la rivista di spunti e articoli di grande interesse. Buona lettura!
COMUNALI. VALLE (PD): ALESSANDRIA? AZIONE MAI COI POSTFASCISTI
“CENTRO RIFORMISTA NON E’ UNA MINACCIA, RISULTATO M5S ERA ATTESO”
Torino – Il centrosinistra ha “avuto un risultato migliore delle aspettative”, in primis ad Alessandria, dove l’elettore di Azione voterà più facilmente il Pd rispetto a una destra con dentro Fratelli d’Italia, una forza “postfascista” con cui “non condividono nulla”.
E’ la posizione in vista dei ballottaggi di Alessandria e Cuneo del democratico Daniele Valle, da febbraio vicepresidente del Consiglio regionale. Ad Alessandria “nessuno si sarebbe mai aspettato il centrosinistra davanti” dopo il primo turno, spiega alla ‘Dire’. Qui Azione al primo turno ha raccolto il 14,5% dei voti, che pesano sul ballottaggio: “Io penso che per un elettore di Azione sia più naturale guardare al Pd e al centrosinistra, anche ad Alessandria. Ovviamente lo stesso vale per le forze a sinistra del PD, che a Cuneo e non solo si sono consolidate in maniera importante”.
Valle non vede l’affermazione della formazione di Carlo Calenda come una minaccia: “Dal nostro punto vista il rafforzamento di una componente europeista e riformista è molto positivo. E’ evidente che al di là della naturale competizione col Pd su alcuni aspetti, loro sono strutturalmente incompatibili con una destra postfascista come Fratelli d’Italia”.
Mentre Azione si è affermata, i 5 Stelle hanno avuto un pessimo risultato: a Cuneo sono quasi inesistenti, ad Alessandria, dove sostengono Giorgio Abonante col Pd, la loro lista ha raccolto il 3,95%. Ma Valle parzialmente li giustifica: “Pagano una tendenza generale tipica di chi cresce in fretta e finisce per chiudersi in fretta, come la Lega”. Ma i 5 Stelle
solitamente vanno male alle amministrative, quindi “all’interno di una parabola discendente con cui arrivano al voto, è un risultato in parte atteso”. Invece Salvini perde in un tipo di elezione, le amministrative locali, dove storicamente “gli si riconosce un vantaggio competitivo” in virtù di una “capacità degli amministratori e di un radicamento territoriale” che per Valle è più un mito che altro: “Se guardiamo al numero di sindaci, amministratori e di partite aperte sul territorio”, anche nelle province del sud del Piemonte dove si è votato domenica, “Pd-Lega è tanto a poco”.
La posizione di Valle è che è giusto scegliere caso per caso se allearsi o meno coi 5 Stelle. Che vuol dire a Cuneo e prima a Torino no, ad Asti e Alessandria sì: “Credo che sul locale vada meglio così, i programmi e le proposte cambiano da territorio a territorio. Inoltre le forze politiche camminano sulle gambe delle persone”, e “le dinamiche legate ai programmi e alla qualità delle persone sulle elezioni locali tende a essere molto importante”.
Nuovi elementi per un possibile grande centro emergono in Piemonte: oltre al risultato di Azione, c’è la fuoriuscita di Torino Bellissima dal centrodestra fresca di poche settimane: “Mi sembra che lo spazio politico ci sia. E’ tutto in divenire, vedo a destra una radicalizzazione e una competizione tra Lega e Fratelli d’Italia in vista delle politiche che può aprirgli ulteriore spazio”.
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