quante coperte
ho addosso!
una dislocazione continua
della pelle
a contatto con ciascuna
lasciarsi sofisticare da
calori diversi
fondotinta delle parole

quante coperte
ho addosso!
una dislocazione continua
della pelle
a contatto con ciascuna
lasciarsi sofisticare da
calori diversi
fondotinta delle parole

Morsi omicidi in un
dovechissà
che ci appartiene
Abbiamo inscatolato
le promesse
questo è un secolo accessorio
anche di esso
dovremo dar conto
da qui

ho una benda sugli occhi
quando la neve palpita
come Dio
siamo di fango: la mia statua ed io
(impastate dai giorni degli altri)
lei cammina su di me
e mi capisce dentro
mentre attendiamo
(impastate in pantofole e vestaglia)
mi apre come un varco
e mi rapisce dentro
passa attraverso
(impastata d’amore)
la vedo allontanarsi
come avesse fretta o paura
quando la neve palpita
nessuno strappi
la benda che voglio
tenere sugli occhi
nessuno strappi Dio

Mi guardo lì
testarda
seduta sul mio s-vantaggio.
Incalza la passione!
Non è ancora venuto fuori l’altro di me,
forse l’ ieri l’altro
perché sono un tempo
testardo, segreto
e viaggio, seduta sul mio s-vantaggio
ostaggio di un treno in corsa
parlo con tutti i passaggi a livello chiusi,
con le vie senza uscita
e sbatto avanti e indietro,
e sono un arabesco in metamorfosi.
Speranza
-comunque la vivessi,
una malattia senza narcotico:
non andrò verso di lei-
sai tutto ciò che non so.
La semplicità del caos in me
zampilla come un pene
in un’acquasantiera

persa ogni immagine
da tempo,
non resta che un punto d’ego
incorniciato
un ago in silver plated
su un muro
Il tempo della fede è un posteggio
che non si nega a nessuno
poi resti tu
una metafora
-e non sei sicuro di cosa-
che fa bottino di te
con la voce di Carmelo Bene

E questi giorni di Agosto
fieri, eterni
aggrappati alla distanza
tra ieri e domani
dentro il bicchiere del the freddo
così questi che
non riesco ad affondare
né a far galleggiare
come traverse di una vita
(mia, degli altri, che importa?)
percorsa solo a tratti.
Cedo tutto purché resti la voce
a chiamare implorare gemere
Tu dici:
ci vestiamo
perché ci si possa acchiappare,
contati le dita
uno è irraggiungibile
poi
attraversati controcorrente

C’è stato un tempo,
una brusca emozione nella vita allo specchio
vissuta.
come su un trapezio volante
balzavo da una cima all’altra dei desideri:
due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso,
l’infingardaggine negli uni,
la sfrontatezza negli altri
e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi,
strizzarsi, distendersi, allargarsi,
aggiustarmi il cappello sul volto,
sorridere alle unghie dipinte,
offrire una rosa alla ruga dei
miei compleanni,
lì, sotto l’occhio sinistro.
C’è stato un tempo che lo specchio
interrogava:
“tu, dei miei desideri che sai,
sei ancora una memoria elegante
e slanciata?”
E’ passata una vita
in un attimo,
uno sguardo
profondo ma anche di sfuggita
dentro noi
nella contrazione dei giorni, delle ore,
dei minuti
un attimo insomma che, come una bella,
si guarda allo specchio.
e lì sa tutto di sé.
“Sapessi cosa riflettono gli attimi
-diceva lo specchio-:
una vita? Ah, come è poco una vita!”
C’è stato un tempo,
un singhiozzo del tempo
e c’è ancora, quel tempo
ieri, domani
o forse non più.

cosa ne sai di
una disperazione che
procede
ammobiliando il volto
con oggetti rotti?

Volli te
come si vuole
il mal di testa
per un ospite molesto.
Volli te
come si vuole
il veleno per i topi.
Volli te
come si vuole
la buccia di banana
per lo scippatore
o uno sgambetto d’autore.
Volli te
come in graduatoria
si vuol che si ritiri
chi ci sta davanti.
E poi volli te
come si vuole,
dopo la battaglia,
la bandiera garrire
sulla punta
della lancia
Ma tu,
tu volevi solo
essere baciato.
E io
non avrei fatto male
ad una mosca

Ho indossato l’abito
di un altro
mi stava a pennello?
forse no forse si.
fu Venerdì
per mostrarmi a qualcuno
perché
mi si vedesse,
a weekend finito non l’ho
restituito:
era macchiato.
ho indossato disinvolto
le macchie di un altro.
qualcuno ha detto che erano
grandi!
per me erano come il bene comune
sempre così misteriose;
quasi mai sai da dove vengono.
Altri vorrebbero
indossare il mio
non sanno che non ne ho
sono nudo
come quel re…
non ho
nemmeno il conforto delle macchie.
Certo che indosso abiti che
non mi appartengono:
come dire ad altri
che sono uno specchio?

Ho estratto dalla borsa i versi
lastricati sulla mia voglia
e li ho obliterati per sottrarli
alla logica dei fatti
-dove sei?-
Varranno ancora per i prossimi
90 minuti
poi non ci sarà più nulla
dentro il tegame della veglia
se non faccio a pezzi
questa pura lussuria.
Non era vero che potevamo
addentare la luna
solo col tuo desiderio e la mia miseria
-è la’ che mi attendevi?-
Non funzionano
da schiaccianoci, o forse
la luna non è noce
per noi.

quel momento che mi parla dentro
non ascolta l’ora
continua a fornicare con la
mia salma:
sa che ho vissuto!
é in collera con me perché
sono in disaccordo
con i suoi tanti dondolii
di fughe.
“Presente” mi lascia gridare sola
al mio funerale
si promette a piccoli diamanti
di sole

scompare ciò che finisce?
scandalo o benedizione
immagini inventate
ricoprono le vere
proteggono speranze ormai
dimenticate
parentele proibite
E tu, sasso nella scarpa,
indimenticata frenesia d’amore
dove giace solleticante follia
che nome indossi
la notte?

Sono un luogo
in cui tutti nascono
tutti passano
nessuno resta?
-certo una non-misura-
O solo un
“non luogo a procedere”?
si è destata in me
la metamorfosi
che attendevo?
non so
Non so cosa stia facendo
adesso
il mio cadavere
Forse è
con la mia gamba destra
o con la sinistra
forse è col mio
“persino qui”?
Non lo so
non scalcio più
ma
non mi fermo
non è fermandosi che si arriva
taci taci
non si ingigantisce la verità!
