a farsi guardare il suo occhio rapido e triste lancia reti che compiono gli anni ogni giorno un singhiozzo sporge il capo dalla tana scaglia un pugno contando i dadi che stringe poi subito rientra
e quella crisi adolescenziale solo un’emicrania della speranza
“…la voce smette di somigliare alle parole” P.S.Dolci, Alfa Lyrae, I, da “I processi di ingrandimento delle immagini. Per un’antologia di poeti scomparsi”
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la voce mi tiene a bada per impedirmi di mordermi dura o sfilacciata che sia
mutua la parola con il gioco dei fili di voce? non so:
ho scritto al Van Gohg di Artaud, seduto in piazza su una vecchia panchina mi ha risposto di cambiare matita, questioni di grafia? era in bilico sulla panca scassata della società
ho raccontato Celan uomo di terra e sogni può capitargli di tutto Inbegorg teme per lui ogni corrente: pare dimentichi ovunque il fasciacollo
ho invitato un’ insonne Anne Sexton allo studio di Freud perché lo psicanalizzasse sdraiata sul lettino ma appena l’ha vista lui voleva altro da lei
una notizia: leggere poesie ad alta voce efficace rimedio contro il mal di gola
E poi ci sarà un giorno come ci fu un momento in cui avrà senso che sia rimasta qui Chi ha inventato questo ventre che mi si svuota dentro? Parlavo una lingua sconosciuta per non far finire mai il momento bello
Ma tu non sei il mio eroe
non erano per me quelle prodezze che facevano sentire nuda la carne non erano carezze. Dov’è ora il mio eroe? Quanto è lunga la via che non c’è!
Hai fatto visita ai sogni degli amici hai frugato la linea di ogni mano Vieni a vederla, ora affrettati Basta un attimo a percorrerla, un palmo ad acciuffarla.
Questi avanzi di stupore nei miei panieri notturni pieni d’acqua basteranno a saziare la fame dell’ eroe.
Pende dal viso uno sguardo che lascia il corpo e corre lungo il mare
Come nella favola, tingerò i capelli del colore del tempo e indosserò il vestito che un ragno ha intessuto.
Prenderò la borsa del mendicante sotto casa. È sdrucita, bucata e vuota adatta proprio alla mia rabbia boia: ogni tanto parlano insieme.
Indosserò una calza strappata a chi, con l’arma in mano, nasconde il proprio viso agli occhi di chi ha ucciso.
Quella della befana non mi sta affatto bene, c’è carbone o ricchezza, ma ben poca franchezza.
Restano le scarpe, salvezza di chi fugge dallo schifo. Devono aver le ali della bricconeria, che ogni giorno, dalle sei del mattino, è sempre a casa mia.
Cari signori, é pronta adesso dell’ io l’ acconciatura per il fatidico Nobel della fregatura.
aveva la luce di un vestito colluso con le sue tarme senza coraggio la promessa più vicina, decine di vendemmie prima era stata a inizio autunno: uno sguardo, il mosto e … via ora non aveva più un addio nemmeno dietro casa
tra la naftalina il cane dispettoso trasportava guaiti al suo bastone senza altro da fare che guardarne la punta tramestare resti di desideri e di pensiero
forsennata luce interna scortica a vivo quel che la luce esterna addita al nascondiglio
Non si è mai uomini a tempo pieno, ognuno lo è in misura maggiore o minore, per così dire occasionalmente, per quella parte di umanità che riesce ad agguantare e di cui riesce a farsi carico. Talvolta lo è-ed è la volta più bella- involontariamente. Quando questo accade, è la meraviglia del creato che si rende visibile.
tra le mura scorre il desiderio sulla coda della lucertola
Si racconta di una dolcezza su gambe da trampoliere. Prese in ostaggio un desiderio inestinguibile e parlava tutte le lingue come gli alberi nel bosco parlano il vento
Soverchiante epifania chi mai avrebbe potuto sopportarla?
Per questo il tempo è stato diviso in anni gli anni in mesi i mesi in giorni e poi io e te