vorrei… vorrei avere occhi di cristallo trasparenti e fulminanti mani che tolgono la polvere anche ai sogni orecchie che avvertono i punti morti nel cammino odori col profumo di maree che lanciano speranze sulla riva
tu che mi accarezzi
e invece… … solo malintesi: una formica ci passeggia sopra
il mondo, quel vecchio usuraio, come sempre, continua a prestare e a esigere interessi non dovuti
Ormai da giorni rimugino sul mio resoconto del lavoro svolto con i profughi non ce la faccio proprio a metterlo sulla carta quell’odore odore di gente di creature umane quell’odore dolciastro un misto di urina di vomito di sangue mestruale di sangue di feci di sudore di gente spaventata
ormai da giorni rumino questo resoconto nei sogni è il resoconto a ruminare me mi perseguita insomma come dire
«Per loro tutto può andar bene!» il sudicio pavimento di cemento i vestiti fradici le interminabili attese in fila esattamente in una fila 2000 persone in un’unica fila una dietro l’altra per ore e ore per 2 pezzi di pane pesce in scatola una mela e mezzo litro di latte per l’acqua per mezzo litro d’acqua
ormai da giorni rumino questo rapporto già da giorni mi tormento come comporlo insomma come raccontare che la gente mi faceva segno sono affamato sono affamata siamo affamati dimagriti stanchi sporchi rassegnati
come raccontare che li sorvegliavamo come i peggiori e i più pericolosi nemici avvertendo la gente del luogo di non lasciar passare i loro animali dove erano passati loro potrebbero contrarre malattie terribili la tubercolosi, il colera, la scabbia, i pidocchi
«Neanche per sogno! Non sperate davvero che io vada a pulire le tende finché c’è anche uno solo di quella marmaglia infernale!» sbraitava una signora anziana mandata dai servizi sociali «Non voglio avere a che fare con loro, che tornino là da dove sono venuti!» strillava a notte fonda durante una delle notti più serene nel campo svegliandosi di soprassalto dal placido sonno dei giusti
come raccontare come descrivere la scena iniziale quando son giunta per la prima volta alla fabbrica Beti la mattina presto prima dell’alba
nei campi vicini silenzio nebbia in lontananza invece fasci di luce dei fari elicotteri suono insistente di sirene veicoli della polizia esercito con i loro furgoni e camionette armati fino ai denti agenti specializzati con passamontagna nero sul viso e il casco in testa muniti di giubbotti antiproiettile mitragliatrici rivoltelle sfollagente scudi e volti mascherati perfino i membri del servizio umanitario con guanti e maschere da naso e bocca
eppure dappertutto quell’odore quell’odore intenso e dolciastro odore umano
Parla anche tu, parla per ultimo, di’ ciò che hai da dire.
Parla – ma non separare il no dal sì. Dai anche senso a ciò che dici: dagli l’ombra.
Dagli ombra che basti, dagliene tanta quanta sai sparsa intorno a te fra mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.
Guardati in giro:
lo vedi, che il vivo è dappertutto – Prossimo alla morte, ma vivo! Dice il vero, chi dice ombra.
Ma ora si stringe il luogo dove stai: e adesso dove andrai, rivelatore d’ombre, dove? Sali. Innalzati a tentoni. Più sottile diventi, più irriconoscibile, più fine! Più fine: un filo, lungo il quale vuole scendere la stella: per nuotare nel basso, giù in basso dove vede se stessa luccicare: nella risacca di erranti parole.
Da “La Rosa di Nessuno”
55 anni fa’, nella notte tra il 19 e il 20 Aprile 1970, Paul Celan andava incontro alla Senna. Al suo genio e a Lui il mio commosso omaggio
Ascolta bene, figlio mio: le bombe cadevano su Città del Messico ma nessuno se ne rendeva conto. L’aria portò il veleno per le strade e dentro le finestre aperte. Tu avevi appena mangiato e guardavi alla tele i cartoni animati. Io leggevo nella stanza accanto quando capii che stavamo per morire. Nonostante le vertigini e la nausea, mi trascinai nella sala da pranzo e ti trovai sul pavimento. Ci abbracciamo. Mi hai chiesto cosa stava succedendo e io non dissi che eravamo nel programma della morte, ma che stavamo per iniziare un viaggio, un altro, insieme, e che non dovevi avere paura. Quando se ne andò, la morte nemmeno ci chiuse gli occhi. Che cosa siamo?, mi domandasti una settimana o un anno dopo, formiche, api, cifre sbagliate nella grande zuppa marcia del caso? Siamo esseri umani, figlio mio, quasi uccelli, eroi pubblici e segreti.
Siete pronti a venir cancellati raschiati via, soppressi ridotti a nulla?
Siete pronti ad essere ridotti a nulla, ad essere immersi nell’oblio?
Se no, non cambierete mai davvero.
La fenice rinnova la sua giovinezza soltanto quando è arsa, arsa viva arsa fino ad essere calda, fioccosa cenere. Allora il piccolo agitarsi di un nuovo piccolo nato nel nido con fili di lanugine come cenere fluttuante mostra che lei sta rinnovando la sua giovinezza come fa l’aquila, alato immortale
Dici: per noi va male. Il buio cresce. Le forze scemano. Dopo che si è lavorato tanti anni noi siamo ora in una condizione più difficile di quando si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi più potente che mai. Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso una apparenza invincibile. E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo. Siamo sempre di meno. Le nostre parole d’ordine sono confuse. Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto? Qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente? Resteremo indietro, senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi?
O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua.
Un pomeriggio di sole, la compagnetta di scuola, a casa sua tutto era più grande, perfino lo stupore. I soldini nella borsetta quasi finta. Un vestitino chiaro e leggero lasciava scoperte le gambette. Un corpo immaturo, i seni solo accennati, il pube glabro, l’imene intatto. Per le scale di corsa a comprare la merenda, il pane caldo, la cioccolata, la bottiglietta di aranciata, l’orco nascosto, la tenda tira- ta, le mani grandi, il vestitino strappato, il sangue sulle gambette, la vergogna immonda, il tremore del respiro, l’animale impazzito. L’imene deflagrato.
Il dopo
Sentire quelle mani sempre scavare la pelle
il dolore nell’anima
camminare soli guardare oltre
sperare nel vuoto desiderare non sentire più quel fragore che insanguina
dimmi tu – dimmi ci sarà un giorno il bianco velo della resurrezione?
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Quello che è stato è stato il male è indietro
la vita ha vinto sulla vita dall’interno la luce ha dipinto di sole la cicatrice
nessuno ha potuto offuscare l’amore quell’amore che cresce nel mio grembo e che ha il volto meraviglioso del bene.
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Ancora mi chiedo cosa farò da grande mentre conto le rughe che sorridono sul mio viso
mi ostino a non tingere i capelli come se quel bianco fosse il velo della prima comunione
cerco un abbraccio lo cerco nello sguardo di chi non ho ancora incontrato
poi mi specchio negli occhi di mio figlio e ritrovo l’amore di mio padre forse sono loro la ragione il senso della vita
e questa parola che a volte mi esce insanguinata.
Tasti tratti da: Autobiografia del silenzio ed. La vita Felice, 2022.
Con la leggerezza di una freccia, ho sfiorato la tua immagine disegnando un arco nella solitudine.
Non era una solitudine qualunque. C’ero nata dentro, era la verità.
aveva attraversato la pelle sciogliendosi nella carne dondolandosi nel sangue. aveva accarezzato i sorrisi gli sguardi prolungati i desideri le domande.
Aveva intercettato anche i timori. con la trama ariosa della curiosità.
ora sospesa e timida si rivolgeva a te. era una solitudine elegante
Potrebbe accadere che l’io vado a finire in un luogo accessibile solo se da remoto. che diventi un dato. non un dato di fatto preesistente. un dato impalpabile. senza alcun senso preesistente. potrebbe accadere che l’io si costruisca sul niente. che si connette a un estraneo. che si nutra di vuoto. che provi una paura che non ha mai provato. e che si sorprenda ugualmente.
Mia madre è pregna porta un pizzico di stazione ferroviaria dentro l’ombelico praticamente da mezz’anno con un e ancora un e persino ancora un caspiterina che stragrande valigia Raccogliendo cosette accanto a nulla alla fine s’è annoiata.
Tu che non sai tenere nulla tra le mani con la scusa che dentro ci pulsa un cuore hai trovato un pensiero scombinato e ti chiedi: <<quale “lontano” me ne ha parlato?>>
Cara signora Schubert, come sa, su di noi circolano storie mai accadute. Tempo fa mi si è avvicinata una donna dicendo: “ Sono una Data, sebbene non ci sia in me alcun luogo e alcun tempo. Attorno a me non gira alcun avvenimento epocale, e il calendario di chiffon che a volte mi butto sulle spalle è un edificio abbandonato. Mi infastidisce la luce rappresa nel vaso e questa vostra umanità, insopportabile refuso del cosmo”. Mi sta chiedendo quando ciò non è avvenuto? Non sono in grado di dirglielo
: “Fossero integri i nostri sensi/ Ma/anche se/ forse/è bene che non siano/del tutto a posto/Così intimi alla pazzia/ così soggetti ad essa/esso/ che/ Avessimo gli occhi/ nella testa-/ e meno male- com’è prudente/che siamo ciechi-/altrimenti non potremmo fissare la Terra-il mondo/così totalmente/impassibili
segni, frasi tracciati a matita contrassegno A 202 in “Buste di poesia”
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico, e l’ombra sua non cura che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
ciò che mi riguarda (ormai da me è lontano ogni gioco con la statua della Divina Accoglienza) ho raccolto in quel ditale secco che lo specchio ha buttato senza immagine oltre ogni amore
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi spauriti, pronunciando sillabe sommesse per timore di svegliare le cornacchie, per timore di entrare senza rumore in un mondo di ali e di stridi.
Se fossimo bambini potremmo arrampicarci, catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto, e, dopo l’agile ascesa, cacciare la testa al disopra dei rami per ammirare stupiti le immancabili stelle.
Dalla confusione, come al solito, e dallo stupore che l’uomo conosce, dal caos verrebbe la beatitudine.
Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo, bambini che osservano con stupore le stelle, è lo scopo e la conclusione.
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.