abito ora nell’osso
del silenzio
un tempo senza padri
né padroni
tempo innocente e ingordo
senza data,
il posto in prima fila
è rimasto vuoto:
scarnificata presenza
di ogni assenza.

abito ora nell’osso
del silenzio
un tempo senza padri
né padroni
tempo innocente e ingordo
senza data,
il posto in prima fila
è rimasto vuoto:
scarnificata presenza
di ogni assenza.

Paul Celan
PARLA ANCHE TU
Parla anche tu,
parla per ultimo,
di’ ciò che hai da dire.
Parla –
ma non separare il no dal sì.
Dai anche senso a ciò che dici:
dagli l’ombra.
Dagli ombra che basti,
dagliene tanta
quanta sai sparsa intorno a te
fra mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.
Guardati in giro:
lo vedi, che il vivo è dappertutto –
Prossimo alla morte, ma vivo!
Dice il vero, chi dice ombra.
Ma ora si stringe il luogo dove stai:
e adesso dove andrai, rivelatore d’ombre, dove?
Sali. Innalzati a tentoni.
Più sottile diventi, più irriconoscibile, più fine!
Più fine: un filo,
lungo il quale vuole scendere la stella:
per nuotare nel basso, giù in basso
dove vede se stessa luccicare: nella risacca
di erranti parole.
Da “La Rosa di Nessuno”

55 anni fa’, nella notte tra il 19 e il 20 Aprile 1970, Paul Celan andava incontro alla Senna. Al suo genio e a Lui il mio commosso omaggio
Mi travesto e mi attraverso.
Lì in fondo c’è una nicchia
che invecchia
una figura d’ombra
vi cammina dentro.
Mi ricordo di Dio
al giallo del semaforo.

Roberto Bolano
Godzilla in Messico
Ascolta bene, figlio mio: le bombe cadevano
su Città del Messico
ma nessuno se ne rendeva conto.
L’aria portò il veleno
per le strade e dentro le finestre aperte.
Tu avevi appena mangiato e guardavi alla tele
i cartoni animati.
Io leggevo nella stanza accanto
quando capii che stavamo per morire.
Nonostante le vertigini e la nausea, mi trascinai
nella sala da pranzo e ti trovai sul pavimento.
Ci abbracciamo. Mi hai chiesto cosa stava succedendo
e io non dissi che eravamo nel programma della morte,
ma che stavamo per iniziare un viaggio,
un altro, insieme, e che non dovevi avere paura.
Quando se ne andò, la morte nemmeno
ci chiuse gli occhi.
Che cosa siamo?, mi domandasti una settimana o un
anno dopo,
formiche, api, cifre sbagliate
nella grande zuppa marcia del caso?
Siamo esseri umani, figlio mio, quasi uccelli,
eroi pubblici e segreti.
in “I Cani Romantici”

D. H. Lawrence
“La Fenice”
Siete pronti a venir cancellati
raschiati via, soppressi
ridotti a nulla?
Siete pronti ad essere ridotti
a nulla, ad essere immersi
nell’oblio?
Se no, non cambierete mai davvero.
La fenice rinnova la sua giovinezza
soltanto quando è arsa, arsa viva
arsa fino ad essere calda, fioccosa
cenere. Allora il piccolo agitarsi
di un nuovo piccolo nato
nel nido con fili di lanugine come cenere
fluttuante
mostra che lei sta rinnovando
la sua giovinezza come fa l’aquila,
alato immortale

non so se mi cerchi il sole
che non scalda
non so se mi abbia mai
abitato la scure che taglia
la gomena della mia nave
ancorata in porto straniero
non l’ho mai chiesto a nessuno
sarebbe stato un errore

Bertold Brecht
Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?
O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

Violenta danza
e travolgente
è la falcata della parola
Mentre scrivi
conosci la morte
Scrivi adesso
con impeto e ferocia
Ti si è sganciata l’anima.

Cinzia Marulli
L’orco e la bambola
Un pomeriggio di sole, la compagnetta di scuola, a casa
sua tutto era più grande, perfino lo stupore. I soldini nella
borsetta quasi finta. Un vestitino chiaro e leggero lasciava
scoperte le gambette. Un corpo immaturo, i seni solo
accennati, il pube glabro, l’imene intatto. Per le scale di
corsa a comprare la merenda, il pane caldo, la cioccolata,
la bottiglietta di aranciata, l’orco nascosto, la tenda tira-
ta, le mani grandi, il vestitino strappato, il sangue sulle
gambette, la vergogna immonda, il tremore del respiro,
l’animale impazzito. L’imene deflagrato.
Il dopo
Sentire quelle mani
sempre
scavare la pelle
il dolore nell’anima
camminare soli
guardare oltre
sperare nel vuoto
desiderare
non sentire più
quel fragore
che insanguina
dimmi tu – dimmi
ci sarà un giorno
il bianco velo della resurrezione?
————
Quello che è stato è stato
il male è indietro
la vita ha vinto sulla vita
dall’interno la luce
ha dipinto di sole
la cicatrice
nessuno ha potuto offuscare
l’amore
quell’amore che cresce
nel mio grembo
e che ha il volto meraviglioso
del bene.
—————
Ancora mi chiedo
cosa farò da grande
mentre conto le rughe
che sorridono sul mio viso
mi ostino a non tingere
i capelli come se quel bianco
fosse il velo della prima comunione
cerco un abbraccio
lo cerco nello sguardo
di chi non ho ancora incontrato
poi mi specchio negli occhi di mio figlio
e ritrovo l’amore di mio padre
forse sono loro la ragione
il senso della vita
e questa parola
che a volte mi esce insanguinata.
Tasti tratti da: Autobiografia del silenzio
ed. La vita Felice, 2022.

chi non ha uno
spaventapasseri
nel proprio giardino?
io l’ ho spogliato
ora è nudo
il cappello per terra
pieno di aromi
e luce
mi mandava lettere
col pettirosso senza
firmarle
io sapevo
che era lui
scriveva:
gira al largo
non farti ghermire
da mani
con dita affusolate e spine
come le mie,
lasciano monconi
d’anima
mentiva
mi ha lasciata
con i suoi
abiti addosso.
la sua bacchetta magica
per il mio
moncone d’anima

dove cercare l’io
che ha paura di sé,
dove trovarlo?
alla domanda risponde
una disperazione
-quando finirai di chiedere?
per la mia disperazione
non c’è domanda
Solo l’inconciliabile

non si appartiene veramente
che
alla paura di incontrare
se stessi
non ha speranza
l’ombra della rosa
non ha profumo
pettinare sogni
e’ solo un lampo con radici
nel sangue
l’ombra della rosa
incenerisce

Mario Luzi
La notte lava la mente.
Poco dopo si è qui come sai bene,
file d’anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.
da “Onore del vero”

Con la leggerezza di una freccia,
ho sfiorato la tua immagine
disegnando un arco
nella solitudine.
Non era una solitudine
qualunque.
C’ero nata dentro,
era la verità.
aveva attraversato la pelle
sciogliendosi nella carne
dondolandosi nel sangue.
aveva accarezzato i sorrisi
gli sguardi prolungati
i desideri le domande.
Aveva intercettato anche i timori.
con la trama ariosa
della curiosità.
ora
sospesa e timida
si rivolgeva a te.
era una solitudine elegante

guardare dal buco della
serratura
l’attimo di scena cui
la parola
dà vita
(ascolti quel suono prima che
la mente lo pronunci)
poi veloce
nascondere la mano che deruba
l’anima mentre fugge
a voce vuota
mettere la
scoperta-che–siamo-stati
a disposizione di ciascuno
di noi

Fernando Pessoa
Il poeta è un fingitore
Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore

LELLA DE MARCHI
Le stanze di Emily
Without room I
Potrebbe accadere che l’io vado a finire
in un luogo accessibile solo se da remoto.
che diventi un dato.
non un dato di fatto preesistente.
un dato impalpabile.
senza alcun senso preesistente.
potrebbe accadere che l’io
si costruisca sul niente.
che si connette a un estraneo.
che si nutra di vuoto.
che provi una paura
che non ha mai provato.
e che si sorprenda ugualmente.

sciolto il viso nell’acido
del vero
indosso una maschera
perché tu mi veda
radura di sfide e sgranati segnali,
ha piedi la maschera
e sbagli
e nei pressi l’amore

Mia madre è pregna porta un pizzico di
stazione ferroviaria dentro l’ombelico praticamente da mezz’anno
con un e ancora un e persino ancora
un caspiterina che stragrande valigia
Raccogliendo cosette accanto a nulla alla fine s’è annoiata.
da “Essere o non essere Ion“

Tu che non sai tenere nulla tra le mani
con la scusa che
dentro ci pulsa un cuore
hai trovato un pensiero scombinato
e ti chiedi:
<<quale “lontano” me ne ha parlato?>>
e non sai di chi

Ewa Lipska
Il refuso
Cara signora Schubert, come sa, su di noi circolano
storie mai accadute. Tempo fa mi si è avvicinata
una donna dicendo: “ Sono una Data, sebbene
non ci sia in me alcun luogo e alcun tempo. Attorno
a me non gira alcun avvenimento epocale,
e il calendario di chiffon che a volte mi butto sulle
spalle è un edificio abbandonato. Mi infastidisce la luce rappresa
nel vaso e questa vostra umanità, insopportabile
refuso del cosmo”. Mi sta chiedendo quando ciò non
è avvenuto? Non sono in grado di dirglielo
L’occhio incrinato del tempo.

lo spazio stropicciato
nel suo foglio era bianco
più del previsto;
come un giorno senza tempo,
andava affrontato
ho appiccato il fuoco alla
mia infanzia
al mio sorriso da
fantasma
ai margini di vecchi sentimenti
ora a te chiedo
una preghiera:
una lingua che non so

Emily Dickinson
:
“Fossero integri i nostri sensi/ Ma/anche se/ forse/è bene che non siano/del tutto a posto/Così intimi alla pazzia/ così soggetti ad essa/esso/ che/ Avessimo gli occhi/ nella testa-/ e meno male- com’è prudente/che siamo ciechi-/altrimenti non potremmo fissare la Terra-il mondo/così totalmente/impassibili
segni, frasi tracciati a matita contrassegno A 202 in
“Buste di poesia”

“mi serve tempo
per uscire dal mio tempo,
non so che altro dire”
non mentiva l’oblio:
agghindate d’assenza
le sue parole
l’io recita nei suoi ricordi
frattura in silenzio
la sua voce
intorpidisce il profumo delle rose

Eugenio Montale
Non chiederci
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
da Ossi di Seppia

ciò che mi riguarda
(ormai da me è lontano
ogni gioco con la statua
della Divina Accoglienza)
ho raccolto in quel
ditale secco
che lo specchio
ha buttato senza immagine
oltre ogni amore
prendersi sul serio
è scoprirsi a mordere acqua
una cosa stupida.

annodato di silenzio
e di rumore
l’ umano è animale
ferito
ansimante
mi rotola in tasca
mi morde la coda

Dylan Thomas
“Non essendo che uomini”
(Poesie inedite)
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.
Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l’agile ascesa,
cacciare la testa al disopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.
Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l’uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.
Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo e la conclusione.
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.

un’altra natura
in me
a passi affrettati
guarda sul ponte
le mie opposte rive
avvicinarsi
da un punto qualunque del mondo
mia madre me la indica
“non è un dettaglio” dice

tra paesaggi in lontananza
venne a me a velocità
guanti di pezza
rotta
arava a baci la bocca della mia
tristezza
raccoglieva tra i pianeti
difficili oblii
inventava parole liquefatte
percorse in me
se stesso
faccio
la mia toletta in
un sogno
fu lui a rendermi
gravida
tra paesaggi in lontananza
dicendo cose che non si possono dire
