APPRODI (impoesia)

APPRODI

Approdare? A guardare bene

non esiste nessun approdo.

Abbiamo davvero poche certezze

(si contano sulle dita d’una mano);

sono il nostro terreno che giorno

dopo giorno si sfalda 

sotto i piedi. Basta poco,

magari un niente per

smontare le nostre meccaniche

razionali.  Importante

è mangiare pane e companatico,

avere salute, essere autosufficienti, 

avere da campare (chissà per quanto

ancora poi?), dimenticare i torti subiti,

gli amori non corrisposti,

il disagio, il dolore provato

o che pensavamo di provare

da giovani.

Le auto sfrecciano sulla

circonvallazione, un opuscolo 

pubblicitario è in balia del vento

caldo, un anziano porta a spasso

il suo cane; arriva in lontananza

dalle case il vociare delle famiglie, 

un uomo brizzolato lava la sua macchina

in giardino, dei ragazzi nello spiazzo

sono a torso nudo sotto

il sole battente e forse

tutti abbiamo margini 

di miglioramento,  perfino

le nostre esistenze potrebbero

avere margini di miglioramento. 

È domenica. La calura ci attanaglia.

I meteorologi dicono che gli anticicloni

subsahariani hanno preso il posto

dell’anticiclone delle Azzorre.

Forse noi sopravviveremo ancora,

ma dall’Antropocene all’abisso 

il passo è breve

e nessuno è disposto a fare

piccole rinunce per salvare

le prossime generazioni,

mentre nei circoli letterari

si discute animatamente

se sia meglio in poesia

l’intimismo o l’impersonalità. 

Viene sera e confidiamo di impatrichirci

ancora con la vita, ora che

qualcuno ci chiede informazioni 

e mentre noi ci apprestiamo 

a darle se ne va e chiede

ad altri passanti, ritenuti più svegli,

e rimaniamo interdetti sul da farsi

e poi affrettiamo il passo

e ritorniamo a casa;

deve essere così morire:

essere fraintesi totalmente 

come degli idioti

o lasciati soli inaspettatamente 

nel disinteresse generale

in un pomeriggio estivo qualsiasi

in una strada  periferica polverosa.

Sulla vita e altre amenità (impoesia)…

Impoesia (2013)

SULLA VITA E ALTRE AMENITÀ

Di ogni vita conosciamo molto bene

le radici. Più difficile è giudicarne i frutti.

La vita è lunga. La vita è breve.

La casistica e i punti di vista

sono illimitati, forse infiniti.

Tutti hanno ragione e nessuno.

Chiunque può filosofeggiare sulla vita.

C’è chi ricerca l’intensità,

chi vuole ricchezza di esperienza,

chi vive con leggerezza

e chi in profondità.

Cosa ci rende simili nella diversità?

Cosa ci rende diversi nell’uguaglianza?

Quanta vita abbiamo davvero vissuto?

E tutto l’amore che avremmo voluto

e non c’è stato dato?

E se fossero solo domande illegittime? La fortuna

è quella di vivere qui e ora

senza essere sommersi dagli orrori del mondo.

Altrove e neanche troppo lontano le guerre…

Ringraziamo Dio per questo che è molto.

Siamo qui a pensare che un altro anno

è passato, lasciando poche tracce.

È già sera. Affrettiamo il passo.

Qualcuno è atteso dalla moglie, dai figli.

Ognuno prende la sua strada

(a quest’ora le strade sono vuote,

tutt’intorno regna la quiete).

Dite al nemico che taceremo,

che al massimo bisbiglieremo,

che non sconfineremo dal nostro orticello,

dal piccolo mondo chiuso.

Prenderemo quello che ci viene.

Ci accontenteremo sempre

e non chiederemo di più.

In fondo siamo esseri innocui.

Non abbiate paura di noi.

Ridete pure di noi.

Resterà la genesi di pensieri in fuga

e quando ci congederemo

pochi affetti al capezzale,

poche cose, dei libri sottolineati

e qualche parola, qualche idea scritta

sparsa nelle nostre stanze.

Versicoli pensati in un bar, una sera come le altre…

“Non sarà una poesia

Ma la scriverò

E resterà una cosa mia

E anche se vale poco

Non la getterò nel fuoco.

Non si bruciano i pensieri”

(Leano Morelli da “Non bisogna esser poeti”)



I molteplici stati dell’essere

che l’ontologia moderna ha assottigliato 

e tagliuzzato in parti infinitesimali,

mentre l’avere e l’apparire

sono i nuovi dei (ma ricordiamoci

di sentirsi fortunati perché qui e ora

non c’è la guerra né si muore di fame). 

Ognuno ha non ciò che si merita

ma quel che gli tocca; così si passa

da una deriva darwinista a una deriva

innocua tautologica.

L’importante è avere un luogo

in cui raccogliersi, dato che

questo mondo è merda

e il tuo grido spesso finisce inascoltato. 

“Il lavoro è duro e la paga è buona.

Ma qui ci vogliono uomini veri.

Di uno come te non so che farmene”.

Così mi dice e se ne va. 

Nel profondo dell’anima,

ammesso e non concesso

che esista,

c’è ancora una tua traccia, ragazza 

che ora sei donna, 

anche se per tanto l’ho occultata

(parlare d’amore in poesia è quasi reato,

nelle canzoni è un luogo comune abusato). 

Non ti racconto le impressioni

quando guardo le costellazioni.

Quello in cui credevo tanti anni fa

oggi l’ho dimenticato e non conta più. 

Ma nel profondo del mio profondo

non c’è niente di profondo:

c’è molto materiale spurio, come per tutti, 

perché così siamo fatti da sempre. 

Non dirmi che sono superficiale o profondo,

dato che sono cose inutili,

anche se nessuno sa ciò che passa e ciò che resta. 

Passo in rassegna tutti i miei amori, veri, non corrisposti e trasognati. 

Ma altrove fanno sul serio. Imperversa la guerra. C’è tanto orrore.

Altrove si muore.

E io imperterrito continuo la mia cantilena

(sempre meglio che fare battute guerrafondaie sul proprio profilo Facebook). 

Non pensare alla perversione nel sesso, ma alla grande perversione della guerra. 

Tutto quel sangue versato, tutte quelle bombe sui civili, tutti quei cadaveri accatastati, ammassati. 

Ammettetelo che ogni tanto vi scordate della guerra, delle guerre, delle vittime.

Carissima, se io sono ripetitivo è perché la vita di ognuno è ripetitiva

e infinite variazioni minime sul solito tema oggi non mi interessano. 

Si può ridere di tutti i versi, anche dei migliori, 

e i peggiori versi, recitati con enfasi, possono sembrare buoni.

Ho un ricordo vago e sfocato 

delle tue labbra, dei tuoi capelli, della tua voce.

Moriremo distanti senza sapere più nulla l’uno dell’altra

e probabilmente non ci vedremo

mai più per l’eternità. 

Sono un uomo solo,

che non si affaccia più sull’abisso

perché nel profondo dell’anima

soffro di vertigini e altre amenità. 

Il passato conta 

perché ognuno deve tenere stretta la sua storia.

Il passato non conta

perché ciò che è stato è stato.

Chi sono e chi sono stato,

chi non sono e chi non sono stato

in fin dei conti non è importante,

se la barista indaffarata non mi dà il buongiorno

e continua a guardare svagata con nonchalanche in tutt’altra direzione. 

È così bello e necessario parlare a qualcuno, 

ascoltare qualcuno,

anche solo due frasi stupide.

Si nascondono frammenti di amore

anche nelle pieghe di parole banali,

dette senza amore. 

A volte penso a tutti i demoni

partoriti dalla mente di ognuno,

alle angosce covate per una vita

nell’animo. Io so di dover morire

e che forse non rinascerò.

La mia speranza è che siano più 

gli amori appena nati di quelli morti

e di quelli non nati. La mia speranza

è di rinascere diverso da ora in un tempo lontano e in un altro mondo.

Anche fare sesso con una donna

sarebbe vuoto e finzione

per dimenticare la morte

e l’inferno che mi aspetta,

prendere tempo e fiato

dalla noia che mi attanaglia.

Ogni parola, ogni gesto, ogni emozione

è finzione. Cosa resta di vero,

se anche l’amore in me oggi è una falsa partenza,

una stupida parvenza 

o un rimandare all’infinito? 

(scrivere poesie o presunte tali

non è una competizione, qualora non ve ne foste

ancora accorti). 

Dopo cinque anni di astinenza sessuale

la mia mente per un istante aveva accarezzato l’idea di farla finita

mesi fa

ma poi ho smesso con l’idea di farla finita

perché è un passo falso,

perché sono curioso di vedere quanto tempo

mi è stato dato e non voglio  sprecarlo,

perché non voglio anticipare l’inferno che mi aspetta

(molti scelgono il suicidio a scoppio ritardato, col veleno a rilascio prolungato). 

Ma tu prendimi in giro amica canticchiando “Uomini soli” dei Pooh:

ognuno prima o poi giunge sulla soglia della sua solitudine

e considero essere lasciati soli anche non arrivare coi soldi

alla terza settimana del mese; ci sono tanti tipi di solitudine.  

Ora per i maligni parlare del disagio, del torpore esistenziale è una posa, una falsa  scusa, una giustificazione inadeguata per tutti i nostri errori e limiti. 

Diciamo come stanno le cose: non c’è niente di gratuito nell’offrirsi in pasto ai lettori. Tutto è affermazione, è vanità di vanità,  etc etc. Ad libitum. 

Quando bevo delle birre poso per qualche ora me stesso in un angolo smorto

(i più bravi in poesia fanno finta di non parlare di sé, pur parlando sempre di sé

perché tutto è falso, il vero è anch’esso la metà esatta del falso).  

La ragazza trentenne mi dice quasi piangendo:

“Piuttosto che darla ai selezionatori del personale per avere un lavoro come fanno in tante vado a fare la puttana, che c’è molta più dignità! Molte di queste ragazze che fanno compromessi sessuali dove l’hanno persa la dignità? Il reddito di cittadinanza è anche un’alternativa a non accettare i compromessi.” 

Poi mi metto a pensare ad altro. Non so se dice il vero o il falso e non so neanche se è giusto chiederselo a conti fatti. 

Quello che pensavo tanti anni fa

l’ho dimenticato.

Eravamo ragazzi. Pensavamo che 

il senso che davamo alle cose fosse importante 

e invece eravamo come tanti, come chiunque e i nostri pensieri

non contavano niente.

Di me non interessa niente a nessuno

ed è bene così essere dimenticati per sempre, quando moriremo, 

noi uomini inascoltati senza donne né figli. 

Io non sono speciale. Non ti perdi niente. Dimenticami, se non l’hai già fatto.

Tu mi dici che chi è speciale ha successo.

Io ti rispondo che è l’esatto contrario,

che chi ha successo sembra avere qualcosa di speciale, sembra essere speciale, 

me nessuno è speciale né  ha qualcosa di speciale nel profondo,

che è come dire che tutti abbiamo qualcosa di speciale, usando un eufemismo.

Ragazza, se siamo arrivati fin qui nel buio e nel freddo di questa stanza

è perché ognuno di noi ha perso la sua partita.

Adesso amiamoci.  

Non c’è stato nulla di memorabile tra noi. 

Io sono solo un buffo uomo che ogni tanto si porta un poco in giro

e non conosce nessuno nel quartiere. 

Non voglio crearti imbarazzo.

Non voglio rinfacciarti quel che eri.

Perché dovremmo incontrarci

se è passato troppo tempo, se non sapremo più riconoscerci?

Ti lascio con le tue certezze e le tue sicurezze, vere o presunte:

l’importante è che ti facciano sopravvivere e vivere. 

Siamo cambiati troppo o siamo sempre gli stessi?

Tutti gli innamorati si dicono sempre “non cambiare mai”. 

In altri posti del mondo è più facile innamorarsi e amare,

ma io per cause di forza maggiore, pigrizia, abitudine, stanchezza ormai resto qui

in questo retrogrado e vecchio Paese cattolico. 

Tu sei l’unico amore non ricambiato

che rivivrei ed è per puro masochismo se ritorno a pensarti.

Tu sei una donna che ho rifiutato

e che non saluto per non illuderti; 

non è sadismo, né narcisismo. 

Passa in fretta il tempo.

Tra poco ci ritroveremo vecchi.

Non so come ingannare il tempo.

Qui tutti hanno un amore o così dicono.

Dicono anche che le ragazze al mondo d’oggi

sono così facili. Non per me che non ho storie

da raccontare. E tu smettila di dire che se non hai un amore

devi inventartelo, devi raccontare fandonie perché è così da che

mondo è mondo. Forse sono solo perché 

non ho il fisico, forse perché non ho una posizione.

Le ragazze si divertono ogni sera, non perdono un’occasione 

e io muoio un poco ogni giorno, 

di un morire lento e quasi inconsapevole. 

Se tu non mi hai amato

è perché avevi mille ragioni o mille emozioni per non farlo

o mille ragioni o mille emozioni  per amare altri. Io cammino nella nebbia.

Molti più importanti di me hanno già detto che l’amore

non conosce uguaglianza né giustizia, 

ma forse non c’è niente di giusto né sbagliato nell’amore,

che dovremmo tutti più pensare come fortuna che come conquista

perché in amore nessuno conquista nessuno

e tutti sono prede dell’amore,

ma per i più giovani questi saranno i vaniloqui di un uomo solo e maturo. 

Cosa vuoi che sia l’amore? Un gioco di sguardi, due parole messe lì 

e si finisce a letto…così dicono i maschi alfa, quelli per cui è tutto così facile

come bere un bicchiere d’acqua. 

Attraverso la città.  Hanno già chiuso il bar.

Sono solo io, coi miei pensieri e con  la mia solitudine,

che non è un’opportunità né una sconfitta,

che non è una trappola né una gioia,

che non è una condanna né una forma di libertà,

è solo il mio modo di essere a questa età,

è solo il mio modo di sentire e vivere questa ansietà

(perdonatemi queste parole.

 Altrove imperversa la guerra.

 Non facciamo un dramma di queste mie sciocchezze.

 Non pensare alla perversione nel sesso ma alla grande perversione della guerra. 

 Altrove si muore). 

La mia speranza è che siano più 

gli amori appena nati di quelli morti

e di quelli non nati. La mia speranza

è di rinascere diverso da oggi  in un tempo lontano e in un altro mondo.

Ho assassinato la poesia (prosa breve)…

Perchè sole ci illumini e ci riscaldi? Perchè notte ci oscuri e ci addorment? Ho assassinato la poesia in una notte senza luna e senza stelle e sono stato condannato all’innocenza perché nessuno si è accorto di niente……e come mai avrebbe potuto? No. Scrivere ormai è inutile. Non serve a niente svenarsi le vene e scrivere con il proprio sangue. Uomini fate esattamente come prima: fate come se non esistesse l’altra faccia della luna, anche se esiste per vostra sfortuna. Ho assassinato la poesia, perchè inutile e ingombrante, falsa ed illusoria. Ho assassinato la poesia perchè non aveva prezzo, ma solo valore intrinseco. Ho assassinato la poesia perchè non aveva più nessuna funzione sociale. Ho assassinato la poesia perchè non guariva, né cercava di curare, ma al massimo di consolare. Ho assassinato la poesia perchè non arricchiva i poveri né impoveriva i ricchi. Ho assassinato la poesia perchè non diceva niente di più sul mondo. Ho assassinato la poesia perchè il mondo era in frantumi e l’io in frammenti. Ho assassinato la poesia perchè non indicava nessuna strada maestra. Ho assassinato la poesia perchè non cambia niente, né gli individui, né i gruppi, né tantomeno il corso degli eventi. Ho assassinato la poesia popolare perchè era utopica creazione collettiva. Ho assassinato la poesia dei poeti perchè era solipsismo in una torre eburnea. Ho assassinato la poesia perchè significava trascendere la morte, ma a me non me ne fregava niente di trascendere. Prima quando la poesia era viva o almeno vegetava in letargo……prima insomma…..i profumi annusavano i colori, i suoni assaporavano carezze, i colori accarezzavano i profumi in un oceano disarmante di sinestesie. Le lacrime allora sorridevano, i sorrisi piangevano. I morti mi vivevano. I vivi mi morivano. Ubriacavo il vino, saziavo la sete dell’acqua, i cibi avevano fame di me. Allora ero un ignorante, che conosceva l’ottusità della scienza; allora ero un saggio, che non conosceva l’intelligenza dell’ignoranza. Stavo a leggere le facce dei passanti e contavo nelle loro rughe gli anni. Poi ho assassinato la poesia, come un pittore monco uccise i suoi quadri perchè lo guardavano in modo troppo indiscreto. Adesso l’amore mi odia, l’odio mi ama. Io odio l’amore e amo l’odio. Tutto questo da quando ho assassinato la poesia.