Giuncheto lieve biondo come un campo di spighe presso il lago celeste
e le case di un’isola lontana color di vela pronte a salpare –
Desiderio di cose leggere nel cuore che pesa come pietra dentro una barca –
Ma giungerà una sera a queste rive l’anima liberata: senza piegare i giunchi senza muovere l’acqua o l’aria salperà – con le case dell’isola lontana, per un’alta scogliera di stelle – * Benedizione
Tempia contro tempia si trasfondono le nostre febbri. Fuori, tremoli lunghi di stelle e l’edera, con le sue palme protese, a trattenere un luccicore mite. Nella mia casa che riscalda, tu mi parli delle grandi cose che nessun altro sa. Lontano, una gran voce d’acqua scroscia a parole incomprese e forse a te benedice, dolce sorella, nel nome del mio amore e della tua tristezza, a te, ala bianca della mia esistenza. * Prati
Forse non è nemmeno vero quel che a volte ti senti urlare in cuore: che questa vita è, dentro il tuo essere, un nulla e che ciò che chiamavi la luce è un abbaglio, l’abbaglio supremo dei tuoi occhi malati – e che ciò che fingevi la meta è un sogno, il sogno infame della tua debolezza.
Forse la vita è davvero quale la scopri nei giorni giovani: un soffio eterno che cerca di cielo in cielo chissà che altezza.
Ma noi siamo come l’erba dei prati che sente sopra sé passare il vento e tutta canta nel vento e sempre vive nel vento, eppure non sa così crescere da fermare quel volo supremo né balzare su dalla terra per annegarsi in lui. * Tramonto
Fili neri di pioppi – fili neri di nubi sul cielo rosso – e questa prima erba libera dalla neve chiara che fa pensare alla primavera e guardare se ad una svolta nascano le primule – Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri – la nebbia addormenta i fossati – un lento pallore devasta i colori del cielo – Scende la notte – nessun fiore è nato – è inverno – anima – è inverno. * Notturno
Curva tu suoni ed il tuo canto è un albero d’argento nel silenzio oscuro –
Limpido nasce dal tuo labbro – il profilo delle vette – nel buio –
Muoiono le tue note come gocce assorbite dalla terra –
Le nebbie sopra gli abissi percorse dal vento sollevano il suono spento nel cielo – * Nebbia
Se c’incontrassimo questa sera pel viale oppresso di nebbia si asciugherebbero le pozzanghere intorno al nostro scoglio caldo di terra: e la mia guancia sopra le tue vesti sarebbe dolce salvezza della vita. Ma fronti lisce di fanciulle a me rimproverano gli anni: un albero solo ho compagno nella tenebra piovosa e lumi lenti di carri mi fanno temere, temere e chiamare la morte. * Bellezza
Ti do me stessa, le mie notti insonni, i lunghi sorsi di cielo e stelle – bevuti sulle montagne, la brezza dei mari percorsi verso albe remote.
Ti do me stessa, il sole vergine dei miei mattini su favolose rive tra superstiti colonne e ulivi e spighe.
Ti do me stessa, i meriggi sul ciglio delle cascate, i tramonti ai piedi delle statue, sulle colline, fra tronchi di cipressi animati di nidi –
E tu accogli la mia meraviglia di creatura, il mio tremito di stelo vivo nel cerchio degli orizzonti, piegato al vento limpido – della bellezza: e tu lascia ch’io guardi questi occhi che Dio ti ha dati, così densi di cielo – profondi come secoli di luce inabissati al di là delle vette – * Convegno
Nell’aria della stanza non te guardo ma già il ricordo del tuo viso come mi nascerà nel vuoto ed i tuoi occhi come si fermarono ora – in lontani istanti – sul mio volto. * Voli
Pioggia pesante di uccelli su l’albero nudo: così leggermente vibrando di foglie vive si veste.
Ma scatta in un frullo lo stormo, l’azzurro Febbraio con la sera sta sui rami.
È gracile il mio corpo, spoglio ai voli dell’ombra. * Radici
Gronda di neve disciolta la casa. Trasale l’anima al tonfo delle gocce fitte.
Così sfacendosi dolorano le cose.
Ma lontano, oltre i veli del sole e gli insicuri riflessi, oltre il trascolorare delle ore, vive un esiguo mondo d’erba e di terra.
Radici profonde nel grembo di un monte a Primavera votate si celano.
E conosco io sola il nome d’ogni fiore che fiorirà, la luce ed il pezzo di zolla in cui prima riappaia la tenera esistenza delle foglie.
Radici profonde nel grembo di un monte conservano un sepolto segreto di origini – e quello per cui mi riapro stelo di pallide certezze.
*
Antonia Pozzi (Milano, 1912-1938) cresce in un ambiente familiare raffinato e ricco di stimoli nel quale da generazioni si coltiva l’amore per le arti e per le lettere (uno dei suoi antenati è Tommaso Grossi). In questo clima favorevole, le sue doti maturano precocemente: Antonia, infatti, è appena adolescente quando scrive i suoi primi versi. Dopo il liceo si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Statale di Milano, dove stringe amicizia con alcuni degli intellettuali più in vista del tempo. I suoi molteplici interessi spaziano dalla poesia alla fotografia, dalla storia patria alle lingue straniere. Anima fragile, sensibilissima e tormentata, è consumata da un male interiore che la porta a togliersi la vita a soli ventisei anni. Le sue opere, tutte pubblicate postume, comprendono lettere, prose, diari, poesie e fotografie, oltre alla tesi di laurea su Gustave Flaubert. L’apprezzamento del grande pubblico va soprattutto alle sue raccolte poetiche. “Parole”, una delle più celebri, è uscita per la prima volta nel 1939 ed ha avuto diverse edizioni. Partita dal crepuscolarismo, la sua poesia si lascia poi permeare dall’ermetismo e dall’espressionismo tedesco, che l’aiutano a dar voce alla sua inquietudine senza scampo.
Donatella Pezzino
Fonti:
wikipedia
Antonia Pozzi, Parole. Tutte le poesie, ed. Ancora, 2015)
Antonia Pozzi, A cuore scalzo. Poesie scelte, a cura di G. Bernabò e O. Dino, Milano, Ed. Ancora, 2019.
Il 7 luglio del 1866, il nuovo Stato italiano decretava la soppressione di tutte le corporazioni religiose, con l’esproprio dei relativi beni. Nella popolazione monastica di ogni città, il provvedimento suscitò reazioni diverse: se per alcuni poteva significare la liberazione dopo secoli di monacazioni forzate, per altri rappresentò la perdita di un importante punto di riferimento. Ad esserne avvantaggiati erano i religiosi e le religiose senza vocazione che avevano “le spalle coperte” e una famiglia alla quale tornare; chi invece, per amore o per forza, fosse rimasto in convento avrebbe dovuto inevitabilmente subire i disagi dell’esproprio. Le conseguenze, per persone abituate a vivere al riparo dalla società e in condizioni di agiatezza, furono indigenza, umiliazioni e marginalismo. In alcune comunità, però, la situazione diede lo stimolo ad una maggiore vitalità spirituale: fra esse, vi fu sicuramente il monastero catanese di San Benedetto il quale, grazie all’eccezionale energia e all’autentico spirito vocazionale delle monache rimaste, diede prova di una formidabile voglia di continuare ad esistere al di là di qualsiasi disagio sociale ed economico.
Fondato nel 1334 dalla vedova Alemanna Lumello, il monastero fu sottoposto fin dall’inizio alla regola benedettina. Da sempre tra gli istituti conventuali più ricchi e prestigiosi, accoglieva solo le fanciulle provenienti da casate illustri, o comunque da famiglie facoltose che potevano permettersi una dote cospicua. Dopo il terremoto del 1693 che rase al suolo la città, San Benedetto fu uno dei sei monasteri per i quali fu decretata la ricostruzione. Riedificato sullo stesso sito del precedente fabbricato, l’istituto ebbe un convento e una chiesa a dir poco spettacolari, per i quali non furono risparmiate risorse.
Rispetto alle altre monache di Catania, quelle di San Benedetto furono le prime ad iniziare i lavori (1702). L’intento era creare qualcosa di magnifico, che avrebbe primeggiato su tutte le altre comunità religiose. Il cenobio, quindi, volle innanzitutto rinascere su una porzione più ampia di spazio urbano, acquisendo allo scopo alcuni terreni adiacenti. Costruì poi – in una sola notte, secondo la leggenda – il caratteristico arco su via Crociferi per congiungere i diversi corpi di fabbrica.
La maestosa chiesa, affacciata su via Crociferi, richiese quasi un secolo di lavori: iniziata nel triennio dell’abbadessato Asmundo (1704 -1707) fu infatti terminata nel 1798. Per questo, al suo interno è possibile notare una sovrapposizione di stili differenti, dal barocco al neoclassico. Eretta sui progetti di Paolo e Antonino Battaglia, ebbe la volta completamente affrescata da Giovanni Tuccari; stucchi, dorature, marmi policromi, dipinti, reliquie e giogali la resero ancor più preziosa. Di grande eleganza il vestibolo, con la celebre “scala degli angeli” che fu realizzata interamente in marmo.
La ricchezza del monastero veniva da secoli di doti, lasciti e donazioni: San Benedetto, infatti, possedeva beni mobili e immobili in grande quantità. Le rendite, sia in denaro che in natura, ne rendevano la sopravvivenza quasi del tutto autosufficiente. Al suo interno, l’istituto poteva inoltre contare su un patrimonio di eccezionale valore in libri, opere d’arte e oggetti vari: si comprende bene, quindi, il danno che l’esproprio del 1866 dovette arrecare, non solo a questo, ma a tutti i monasteri che vantavano una simile floridezza.
Questa massiccia operazione non solo privò gli Ordini monastici di uno status sociale riconosciuto, ma diede il via ad un’opera di riconversione che trasformò i loro edifici in uffici governativi, caserme, scuole e ospedali. I religiosi e le religiose erano liberi di restare o tornare nel secolo. A chi restava, lo Stato riconosceva l’usufrutto di una piccolissima parte del convento; una esigua pensione, assegnata solo a chi avesse professato prima del 1864, avrebbe dovuto garantirne la sopravvivenza. Ciò significò per le monache – molte delle quali erano vecchie e inferme – una vita di stenti, resa ancor più scomoda dalle condizioni di trascuratezza dei fabbricati.
Mentre gli altri monasteri di Catania venivano occupati, San Benedetto si conservava miracolosamente intatto: le monache avevano fatto in modo che gli ispettori statali lo considerassero inadatto ad essere adibito a locale pubblico, conducendoli “per scale e scalette” ed evitando scaltramente di farli accedere ad alcune parti. Questa particolarità rese il monastero un vero e proprio rifugio per le religiose anche provenienti da altri istituti: vi trovarono ricovero, ad esempio, le benedettine della SS. Ma Trinità, cacciate dal loro convento poco dopo la soppressione per aver intralciato i lavori del Comune.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, le conseguenze delle leggi eversive avevano completamente trasformato il volto di San Benedetto da convento di lusso a piccola comunità che sopportava con vero spirito evangelico tutti i disagi di una condizione di indigenza: vitto frugale e talvolta insufficiente, infermità, finestre e balconi con vetri a pezzi, arredi modesti, abiti vecchi e accomodati. Per questo, volendo realizzare un suo particolare progetto eucaristico, il vescovo Francica Nava non ebbe esitazioni, e riconobbe in San Benedetto la comunità ideale per far rinascere la vita claustrale a Catania. Nel clima della riforma liturgica voluta da Pio X, e soprattutto nel fervore pastorale acceso dal Congresso Eucaristico del 1905, Francica Nava cominciò a concepire il desiderio di una comunità religiosa in cui il SS.Mo Sacramento fosse adorato in perpetuo. Ricomprate le fabbriche di San Benedetto per 30.000 lire, il vescovo riformò la comunità secondo il modello delle Benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento, congregazione femminile fondata dalla suora francese Mectilde de Bar nel XVII secolo e dedita all’adorazione eucaristica ininterrotta per riparare ed espiare i peccati del mondo.
Direttamente dalla sede di Ronco di Ghiffa (VB), furono inviate a San Benedetto di Catania due monache, Suor Scolastica Sala e suor Matilde Malinverno. Il loro compito non fu per niente facile, perchè si scontrò spesso con situazioni ormai cristallizzate: l’abitudine ad avere un confessore personale, quella di mandare in famiglia la biancheria sporca invece di farla lavare in convento, la possibilità di detenere oggetti e cibi propri (il necessaire per la colazione, ad esempio, come tazze, zucchero e cioccolata, che il convento non passava e che le monache più fortunate potevano procurarsi autonomamente). Oltre che degli aspetti pratici, le due monache di Ronco si occuparono della necessaria formazione (lezioni di canto gregoriano, conferenze sullo spirito di povertà, ecc.).
Nonostante le difficoltà iniziali, le benedettine catanesi recepirono con gioia le nuove direttive: le giovani postulanti furono in tal senso le più entusiaste. Il 10 agosto 1911 venne firmato ufficialmente il decreto che aggregava San Benedetto di Catania all’Istituto dell’Adorazione Perpetua; poco tempo dopo, la riapertura del noviziato portò a nuove vestizioni. Ancora una volta, questo monastero intraprendeva un nuovo percorso di rinascita, frutto dell’eccezionale resilienza che lo aveva distinto nei secoli e che permane ancor oggi.
L’ultima foto, che illustra la fermata di S.Agata davanti al monastero per il tradizionale omaggio cantato delle monache, è da http://rosarioplatania.it
Fonti:
Donatella Pezzino, Le murate vive. I monasteri femminili di clausura a Catania dopo il terremoto del 1693, Acireale, Bonanno, 2004.
Come pietre vive… Le benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento a Catania, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 2010.
Gaetano Zito, Le benedettine dell’Adorazione Perpetua in Italia (1880-1960) in Il monachesimo in Italia tra Vaticano I e Vaticano II, atti del III Convegno di studi storici sull’Italia benedettina, a cura di B.Trolese, Badia di Santa Maria del Monte, Cesena, 1995.
Emanuela Sansoni, La legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula, Milano, Codex Edizioni, 2009.
Maria Luisa Gangemi, San Benedetto di Catania. Il monastero e la città nel Medioevo, Messina, Sikania, 1994
Vorrei col vol dell’aquila Levar lo spirto anelo A spaziar pe’ lucidi Campi del vasto cielo; Libera al par dell’aria, Un solo istante almen, Vorrei slanciarmi a vivere Dell’infinito in sen!
Se in una stella scegliere Dovessi mai dimora, Non sceglierei la splendida Foriera dell’aurora; Ma in grembo a un astro, incognito Al mortal guardo ancor, Vorrei romita accogliermi, Vivervi ascosa ognor.
*
Romanza
E’ ver, doglioso e mesto è il canto Che a me sul labbro sospinge il cor; Una inesausta vena di pianto De’ più begli anni m’attrista il fior.
Par, se mi chiedi da che deriva Quello che m’ange crudo martir, Dirò che ho pena segreta e viva, Ma perché peno, io non so dir.
Perché sospira chiedi a l’auretta, E perché mormora chiedi al ruscel, Chiedi a che geme la colombetta Mentre ha d’appresso il suo fedel.
Ch’è in lor natura, risponderanno, Spirare, gemere e mormorar; Così i miei versi altro non hanno Senso gradito, che il lamentar.
*
Il mattino
Allor che il lume della bionda aurora La tranquilla rischiara aria serena, Di un verde colle sull’altura amena Sola co’ miei pensier traggo talora.
E come veggio tutta emerger fuora Da rosea nebbia l’incantevol scena, Cui fa specchio la pura onda tirrena Lieve increspata dalla placid’ora;
In un mar di dolcezza indefinita S’immerge la commossa anima, e oblia Tutte le cure della stanca vita.
E a te, cara e gentil Napoli mia, Cui fu tanta beltà da Dio largita, Un saluto di amor per me s’invia.
*
La quarta rosa
Tre rose io m’ebbi, tre pudiche rose Conforto e premio alla difficil via, E dissi al fato: or più dilette cose Dai non puoi né più sacre all’alma mia.
Ma qual pregio, o gentil tra le vezzose Che l’odorata aura di maggio aprìa, Qual altro pregio il cielo in te ripose Poi che il vate d’Arnaldo a me t’invia!
Oh no! non urna preziosa tanto Che di te degna sia, possiedo, o fiore, Ch’io bacio e spargo di devoto pianto. Ma qui starai, qui, sull’ardente core; E tu v’addoppia, se t’è dato, il santo Foco dell’arte e il cittadino amore.
*
A Milano Nel giugno 1859
E fia pur ver che l’aborrito estrano, Percosso il sen da subita paura, Volse le spalle alle tue sacre mura Novellamente, o mia gentil Milano?
E fia pur vero che al leal Sovrano Che il gran riscatto in suo valor matura, Spoglia d’ogni rival discorde cura, Recasti il fren delle tue sorti in mano?
Benedetta sii tu, che generosa Prima ripudii le gare meschine Che diviser la patria dolorosa!
Benedetta sii tu, che dài primiera Il grande esempio alle Città latine Di quel che Italia, in lor mirando, spera!
*
Da “Ciò che amo”
Amo l’albe serene e i tramonti, E le notti dall’umido velo, Amo i monti coperti di gelo, E le valli olezzanti di fior.
Amo i boschi dall’ombra conserta, Caro asil di quiete profonda; Amo il mare, o flagelli la sponda, O sia specchio all’azzurro del ciel.
Amo il rio, che qual striscia d’argento Lambe, appena scorrendo, la ripa; Amo il fiume, che gonfio traripa, Come popol che il freno spezzò.
Amo i fiori, gli augelli, le stelle, E gli amici, e i parenti, e un cortese Angiol mesto, che forma sol prese dai fantasmi dell’ansio pensier.
*
Da “L’iride”
Per ogni cosa vaga e gentile Ha un suono il verso che diemmi il Ciel: Io canto l’aura del nuovo aprile, E i fior’ dischiusi in su lo stel.
Canto del mare l’onda tranquilla, Ed il sospiro d’un vergin cor; Canto la sacra devota squilla, E la preghiera del viator.
E fino allora che più su l’alma Del duolo il pondo sento aggravar, Canto: succedere dovrà la calma De la tempesta al furiar.
E a te, leggiadro arco celeste, che l’etra abbelli co’ tuoi color’, ora a te volgo le rime meste Ne l’improviso de l’estro ardor:
A te, che simile a un invocato Riso, che al pianto succeder suol, Fra rotte nubi nel ciel turbato Nunzio apparisci che torna il sol.
Di spirti eterei stuolo infinito Lungo la tua curva talor Mostrasi al mio sguardo, rapito Ne’ la vaghezza de’ tuoi color’.
*
Da “Raffaello e Bellini”
A te men fausto, Cigno Sicano, Ne l’ore estreme parve il destin; Fra stranie genti, in suolo estrano fornisti il breve mortal cammin.
Plaudiva il mondo del Pesarese Al novatore vasto pensier, Ed ei, co’ suoni, de l’alte imprese Rendea lo strepito, l’urlo guerrier.
Ma, tu, trascorsi quei splendidi anni, Spento de i Marzii ludi il fragor, Sorgesti interpetre di dolci affanni, De le nascose pene del cor.
E Amina, e Norma, e la Straniera Per te sì care note snodar, Che la più bella e splendid’Era De la melodica arte segnar.
Oh! catanese cigno divino, Certo ne l’ora del tuo morir, Presso il tuo letto l’Angel d’Urbino Vedesti in rosea nube venir;
Aperti i labbri a un riso pio, Vieni, ti disse, vieni o fratel; Vieni e armonizza l’Osanna a Dio, Le tue melodi insegna al Ciel.
*
Romanza
Quando i silenzii e l’ombra De l’alta notte bruna Sorge la bianca luna Pietosa ad allegrar, D’ogni creata cosa Ne la solenne calma Mesto conforto l’alma Ritrova al suo penar.
Una gentil la stringe Necessità di pianto Rapita ne l’incanto D’indefinito amor. E, il ciel mirando, parle Che da ogni vaga stella Un’anima sorella Risponda al suo dolor.
*
Ad una giovinetta – sonetto
Quando sul dolce tuo pensoso aspetto talor s’affisa la pupilla mia, Un senso arcano di fraterno affetto M’infonde al cor la tua melanconia.
Degli anni in sul mattin limpido e schietto, Quando tutto il creato è un’armonia, E in fantastiche forme l’intelletto Un incognito ben sogna e desia;
Tu amor sol chiedi, ed ogni tua parola Svela qual s’ha necessità di amore L’alma tua pellegrina al mondo e sola.
O giovinetta. Bada!… A te che tanto Pensi altamente ed hai sì ingenuo il core, Forse l’amor non frutterà che pianto!
*
Giovanna Milli, detta Giannina, nacque a Teramo il 24 maggio 1825.
Dopo una primissima educazione ricevuta in famiglia, approfondì i suoi studi con maestri eminenti, fra cui il letterato Stefano de Martinis e il musicista Camillo Bruschelli. La sua vena poetica emerse in giovane età e con la rara abilità dell’improvvisazione: molto apprezzate e richieste furono le sue famose “serate”, che si svolsero in teatri e salotti di diverse città d’Italia e nelle quali ella declamava versi estemporanei animati da un acceso afflato patriottico.
Fu in rapporti di stima e di amicizia con diversi grandi del tempo, fra cui Manzoni, Aleardi, Settembrini e De Sanctis; una delle sue amiche più care fu la contessa Clara Maffei, che la accolse sovente nel suo rinomato salotto. Visse per molto tempo a Roma, dove ricoprì importanti incarichi ministeriali inerenti la pubblica istruzione; sposata con un provveditore agli studi, si spostò successivamente in varie città italiane per seguire il marito. Morì a Firenze l’ 8 ottobre del 1888.
La Milli ci ha lasciato una mole poderosa di componimenti poetici, pubblicati in varie raccolte e antologie. Poche le poesie di argomento intimo, tutte soffuse da un senso di rimpianto vago e indefinito che ben poco ci svela del suo vissuto interiore e della sua personale sensibilità.
Però, come fanciul che piange i fiori Che il verno inaridì, piango ancor io Le gioie dei vissuti anni migliori.
La maggior parte della produzione di questa autrice è composta da versi patriottici, poesie dedicate a personaggi illustri della storia, dell’arte e della cultura italiana – volte soprattutto a dimostrare la grandezza dell’ingegno italico e quindi da includere nel novero della scrittura patriottica – e da testi encomiastici scritti per ringraziare, celebrare, esternare stima o affetto verso una città o una persona in particolare.
Probabilmente, proprio questo carattere d’occasione, con poche concessioni allo sfogo intimistico, ha contribuito a svalutare l’importanza della sua poesia, relegandola fra le opere che non valga la pena ricordare in quanto troppo “di maniera” e quindi prive di valore intrinseco. A ciò si è aggiunta la dipendenza spesso pedissequa dai termini, dai temi e dai moduli tipici della poesia romantico-risorgimentale, cosa che non le ha permesso di brillare di luce propria, né di elaborare un tratto fortemente distintivo in grado di fare la differenza e di resistere al mutare dei tempi.
Ma se si va oltre questa visione di superficie, ci si accorge che Giannina non solo possedeva una cultura vasta e raffinata, ma che il suo universo emotivo era quanto mai ricco e pregnante. In tutti i suoi versi, da quelli patriottici a quelli più “colti” e impersonali, i sentimenti si avvertono vivi e vibranti: restano, però, volutamente in sordina, nascondendosi dietro a più elevati intenti espressivi, nella convinzione che il poeta abbia prima di tutto una missione da compiere verso il Cielo, la patria e l’umanità intera.
Non dimentichiamo che Giannina era una poetessa estemporanea, dote, questa, nella quale non si eccelle veramente quando la tecnica non è supportata da un sentire delicato e profondo. Vista in questa ottica, la poesia di Giannina Milli riacquista la sua giusta dimensione, restituendoci una delle più talentuose esponenti della poesia femminile italiana del periodo romantico.
– Wikipedia – Poesie di Giannina Milli Volume Primo, Firenze, Le Monnier, 1862. – Poesie di Giannina Milli Volume Secondo, Firenze, Le Monnier, 1863. – Nuovi Canti di Giannina Milli, Napoli, Stamperia del Vaglio, 1855.