Racconti: Il punto nero al centro del foglio bianco, di Cinzia Perrone – Autrice

Cinzia Perrone – Autrice

Ieri alle 22:00  · 

Il punto nero al centro del foglio bianco

Un giorno, un professore entrò nella sua classe e chiese ai suoi allievi di prepararsi per un test a sorpresa. Tutti seduti nei propri banchi aspettavano con ansia affinché l’esperimento avesse inizio.

Come faceva di solito, l’insegnante consegnò a ognuno di essi un foglio di carta poggiandolo con il testo rivolto verso il basso. Una volta completata la distribuzione, invitò gli studenti a girare il foglio.

Rimasero tutti stupiti nel vedere che non c’erano domande, soltanto un punto nero nella parte centrale del foglio bianco. Notando l’espressione di meraviglia nei loro occhi, il professore spiegò: “Desidero che voi descriviate ciò che vedete”. Pur se confusi, gli alunni cominciarono la prova “misteriosa”.

Terminato il tempo stabilito, il professore ritirò tutti i fogli e iniziò a leggere ciascuno degli scritti ad alta voce davanti agli studenti.

Tutti quanti, senza alcuna eccezione, in un modo o nell’altro, avevano definito il punto nero cercando di spiegarne la forma o la sua posizione centrale nel foglio. Dopo che tutti i compiti furono letti e in aula era sceso il silenzio, il professore cominciò a spiegare:

“Non ho alcuna intenzione di assegnare un voto per questo. Ho voluto soltanto darvi qualcosa su cui pensare. Come potete notare, nessuno di voi si è espresso sulla parte bianca del foglio, nonostante sia la più estesa. Tutti vi siete concentrati sul piccolo punto nero; la stessa cosa accade nella nostra vita. Noi ci ostiniamo a focalizzare solo il punto nero, che rappresenta un problema che ci infastidisce. Nonostante le macchie scure siano molto più piccole rispetto a tutto ciò che la vita ci dona, sono quelle che inquinano le nostre menti. Rivolgete il vostro sguardo lontano dai punti neri della vostra esistenza. Gioite delle benedizioni che in ogni momento la vita vi dona.”

Lo scopo della lettura, di Cinzia Perrone – Autrice

Lo scopo della lettura

Tanto tempo fa, c’era un insegnante che aveva tanti studenti.

Un giorno, uno dei suoi studenti gli chiede

Ho letto moltissimi libri, ma ho dimenticato tutto quanto. Qual è lo scopo della lettura?

Sentendo quella domanda, l’insegnante rimase zitto.

Da lì a pochi giorni, l’insegnante dette allo studente un setaccio logoro ed in bruttissime condizioni.

L’insegnante gli chiese di recarsi nel fiume vicino per portargli l’acqua.

Allo studente non piacque affatto questa richiesta, ma non poté rifiutare.

Si recò sulle sponde del fiume, riempì il setaccio di acqua ed iniziò il suo viaggio di ritorno.

Qualche passo dopo aver iniziato a camminare, tutta l’acqua che prima c’era nel setaccio è andata via attraverso i buchi.

Tornò sulle sponde del fiume a riempire di nuovo il setaccio.

Fece questa cosa tutto il giorno, ma non riuscì a portare a termine il compito.

Ritornò dall’insegnante e disse con l’espressione tipica di chi dice di aver fallito: “Non sono capace di portarle l’acqua con questo setaccio. Sono proprio una delusione!”

Il suo insegnante gli sorrise.

“no, non hai fallito”.

Gli indica il setaccio.

“è diventato come nuovo. Quando tentavi di portarmi l’acqua, si è pulito”.

Gli spiegò il reale motivo dietro a tutto ciò.

Disse: “Mi hai chiesto il reale scopo della lettura se non ricordi cosa hai letto; Ora, considera questo esempio.

Setaccio = intelletto

Acqua = scibile umano

Fiume = libro

Se non ricordi tutto quello che hai letto, è perfettamente normale!

Nonostante ciò, la tua mente sarà diventata più lucida.

La lettura ha un impatto notevole nella nostra mente, nel nostro cervello.

Ti aiuta ad essere una migliore versione di te stesso. Avviene nel tuo subconscio.

Galileo mostra il cannocchiale al Doge di Venezia, di Cinzia Perrone – Autrice

Galileo mostra il cannocchiale al Doge di Venezia

Il genio pisano che rivoluzionò l’astronomia è considerato il padre della scienza moderna per aver introdotto il metodo scientifico.

Galileo Galilei non fu l’inventore del cannocchiale, ma fu colui che trasformò quello che veniva considerato quasi un giocattolo in uno strumento di grande perfezione, adatto all’indagine scientifica del cosmo. In un certo senso lo ha reinventato nell’agosto del 1609, dato che non ebbe mai fra le mani uno di quei piccoli strumenti provenienti dalle Fiandre e ne aveva solo sentito parlare come di oggetti che permettevano di vedere vicine le cose lontane.

La paternità del cannocchiale fu oggetto di grandi discussioni all’epoca, tanto che nel 1665 fu addirittura pubblicato un libro “De vero telescopii inventore”, per far luce sul problema, senza tuttavia arrivare ad una conclusione condivisa. L’intuizione che mediante una combinazione di lenti si potesse realizzare uno strumento per l’osservazione astronomica si può far risalire addirittura a Leonardo da Vinci, un secolo prima, che nel suo “Codice Atlantico” parla di “Far occhiali per vedere la luna più grande”.

Il 21 agosto 1609, Galileo mostra la prima realizzazione del suo strumento a senatori e notabili veneziani dal campanile di San Marco, a Venezia e, con lettera datata 24 agosto, presenta il cannocchiale al Doge, ottenendo un grande successo. Ritornato a Padova, dove risiedeva, lo perfeziona ulteriormente portandolo a 20 e addirittura a 30 ingrandimenti, quando i cannocchiali di costruzione olandese raggiungevano appena i 4.

Il successo veneziano sarebbe stato cosa effimera se Galileo non avesse subito compreso che il cannocchiale non era tanto da utilizzare guardando a terra quanto rivolgendolo verso il cielo. La Luna, Giove e la Via Lattea sono i primi oggetti celesti verso i quali Galileo punta il cannocchiale scoprendo in essi caratteristiche che mai uomo prima di lui aveva visto.

A Padova, dove fu professore all’Università, Galileo usava la torre del castello che ancora oggi, i padovani chiamano “la specola”.

Racconti: Il denaro non puzza, di Cinzia Perrone – Autrice

Il denaro non puzza

L’imperatore Tito venne definito da Svetonio “delizia del genere umano” per la sua indole generosa e la dedizione nei confronti di cittadini in difficoltà. Ad esempio, nel 79 d.c., dopo la terribile eruzione del Vesuvio, contribuì con i suoi fondi privati ad aiutare le popolazioni campane sofferenti. Carattere completamente diverso da quello del padre,Vespasiano, il fondatore della dinastia Flavia, descritto da Tacito come avaro e certamente molto più accorto nella gestione del patrimonio pubblico e privato. Vespasiano, salito al potere nel ’69 dopo quattro anni di ininterrotte lotte, si trovò costretto a riesumare vecchie tasse per rimpinguare le disastrate finanze dell’impero e mantenne lo stato romano in pace per nove anni, anche per evitare spese insostenibili.

Insomma, padre e figlio erano separati da due caratteri completamente diversi ed un celebre episodio rese ancora più evidente questa divergenza. Oltre alla reintroduzione di vecchie tasse, Vespasiano ne creò anche delle nuove, tra cui la famosa centesima venalium, imposta versata dai possessori di orinatoi: l’orina, infatti, assicurava una discreta rendita dato il suo utilizzo per la concia della pelli, ecco perché l’imperatore ritenne giusto incamerare un guadagno dai privati che si procuravano una tale materia prima senza spendere praticamente nulla. Tito non prese bene questo incasso così poco nobile e non mancò di farlo notare al padre, ma Vespasiano, avvicinando al naso la prima moneta ricavata da tale imposta, la odorò ed infine disse “non olet” ( “non puzza”) espressione poi tramandata nella nota formula “pecunia non olet” (“il denaro non puzza”).

La frase è diventata il motto di coloro che intascano soldi in maniera più o meno pulita, ma non per questo ci stanno troppo a pensare su, soddisfatti dalla loro ricchezza indipendentemente da come se la sono procurata.

In effetti il giovane Tito si adombrò per una questione puramente d’immagine, non c’era nulla di male nella tassa in sé, non veniva estorta in modo ingiusto, non era incassata sfruttando qualcuno, anzi, una tassazione a privati di tal genere dovrebbe essere d’esempio per i governanti d’oggi. Già, pensiamo al presente, quanti soldi “poco profumati” girano nella nostra economia?

Racconti: IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA, di Cinzia Perrone – Autrice

IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA, di Cinzia Perrone – Autrice

Cinzia Perrone – Autrice

IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA

C’era una volta un bambino che faceva tante cose cattive; questo bambino faceva arrabbiare tutti e a tutti arrecava dei gran dolori con misfatti e insulti.

Un giorno però il bambino cominciò a capire il male che stava facendo e ne provò dolore anche egli, così decise di diventare “buono”.

Andò dal nonno e gli disse: “Nonno come posso fare per diventare più buono?”; e il nonno, saggia persona, gli rispose: “Vedi quella staccionata laggiù? Ogni volta che fai un’azione cattiva andrai presso quella staccionata e con un martello ci metterai un chiodo.”

Il bambino all’inizio fu un po’ sorpreso da questo consiglio, poi però fece come gli disse il nonno.

Nonostante le buone intenzioni del bambino, i chiodi nella staccionata furono molti! Ma cominciava a diminuire la frequenza con cui il bambino inchiodava, fino ad arrivare al giorno in cui il bambino non ne mise neppure uno!

Allora il bambino andò dal nonno e disse: “Nonno finalmente non faccio più cattive azioni, ma ancora non mi sento buono!”, e il nonno disse: “Bene, ora vai alla staccionata e con questo cacciavite comincia a togliere tutti i chiodi che hai messo”; il bambino fece come gli disse il nonno.

Ci volle un po’ di tempo ma i chiodi furono tutti rimossi, il bambino tornò dal nonno e il nonno gli disse: “cosa noti?”, e il bambino:

“beh, ora al posto dei chiodi ci sono tanti buchi!” e il nonno: “Ecco, quello è il male che hai causato, a volte non basta non fare cattive azioni per sentirci buoni, dovremmo cominciare a togliere i “chiodi” dalla nostra staccionata e vedere quanto profondi sono i “buchi lasciati”, a volte capita che il tempo otturi quei buchi, altre volte quei buchi sono talmente profondi che nemmeno il tempo riesce a chiudere, altre volte ancora lasciamo lì quei chiodi senza volerli rimuovere”.

La coscienza è come la staccionata in cui quel bambino poneva dei chiodi; a volte non vogliamo vederla ma è lì che aspetta che tu tolga quei chiodi e che ripari il male fatto; ma è molto più facile martellare un chiodo che toglierlo.

Racconti: IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA, di Cinzia Perrone – Autrice

IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA, di Cinzia Perrone – Autrice

Cinzia Perrone – Autrice

IL BAMBINO CATTIVO E LA STACCIONATA

C’era una volta un bambino che faceva tante cose cattive; questo bambino faceva arrabbiare tutti e a tutti arrecava dei gran dolori con misfatti e insulti.

Un giorno però il bambino cominciò a capire il male che stava facendo e ne provò dolore anche egli, così decise di diventare “buono”.

Andò dal nonno e gli disse: “Nonno come posso fare per diventare più buono?”; e il nonno, saggia persona, gli rispose: “Vedi quella staccionata laggiù? Ogni volta che fai un’azione cattiva andrai presso quella staccionata e con un martello ci metterai un chiodo.”

Il bambino all’inizio fu un po’ sorpreso da questo consiglio, poi però fece come gli disse il nonno.

Nonostante le buone intenzioni del bambino, i chiodi nella staccionata furono molti! Ma cominciava a diminuire la frequenza con cui il bambino inchiodava, fino ad arrivare al giorno in cui il bambino non ne mise neppure uno!

Allora il bambino andò dal nonno e disse: “Nonno finalmente non faccio più cattive azioni, ma ancora non mi sento buono!”, e il nonno disse: “Bene, ora vai alla staccionata e con questo cacciavite comincia a togliere tutti i chiodi che hai messo”; il bambino fece come gli disse il nonno.

Ci volle un po’ di tempo ma i chiodi furono tutti rimossi, il bambino tornò dal nonno e il nonno gli disse: “cosa noti?”, e il bambino:

“beh, ora al posto dei chiodi ci sono tanti buchi!” e il nonno: “Ecco, quello è il male che hai causato, a volte non basta non fare cattive azioni per sentirci buoni, dovremmo cominciare a togliere i “chiodi” dalla nostra staccionata e vedere quanto profondi sono i “buchi lasciati”, a volte capita che il tempo otturi quei buchi, altre volte quei buchi sono talmente profondi che nemmeno il tempo riesce a chiudere, altre volte ancora lasciamo lì quei chiodi senza volerli rimuovere”.

La coscienza è come la staccionata in cui quel bambino poneva dei chiodi; a volte non vogliamo vederla ma è lì che aspetta che tu tolga quei chiodi e che ripari il male fatto; ma è molto più facile martellare un chiodo che toglierlo.