Parole salmastre, di Frida la Loka (IT-ESP)
Poesia di Frida la Loka
Le parole spariscono di fronte alla miseria umana... dubito di essa,
faccio fatica pronunciare "umano"
mi vergogno.
Le parole si disperdono stipate
nella fitta nebbia di polvere color cemento mischiata bruttalmente con particelle di fino cremisi...
Laddove; sorrisi, piccoli passi e avorio disegnavano dentini, affrescando innocenti visi, tanti...
Le parole non sono più tali, urla silenziose lamenti caustici,
sguardi persi nel nulla, solo quello s'è salvato.
Fiato rubato ad un'ammasso di anime,
semplici atomi per qualcuno
convinto d'essere diverso, eppure sempre la stessa materia è.
Le parole... parole che divengono amare blasfemie inecesarie ipocrite
Tanto pianto, parole salmastre...

Palabras salobres, de Frida la Loka
Las palabras desaparecen de frente a la miseria humana... dudo de ella,
me cuesta pronunciar "humano",
me avergüenzo.
Las palabras se desparraman apiñadas
en la densa niebla de polvo color cemento mezclado brutalmente con partículas de delicado carmesí...
Donde un tiempo; sonrisas, pequeños pasos y marfil diseñaban dientecitos
delineando inocentes rostros, tantos...
Las palabras, no son más tales,
lamentos silenciosos, lamentos cáusticos, miradas perdidas en la nada,
sólo eso se ha salvado.
Aliento robado a un montículo de almas,
simples átomos para alguien
convencido de ser diferente,
sin embargo siempre
la misma materia es.
Las palabras resultan amargas
blasfemias innecesarias hipócritas
demasiado llanto, palabras salobres...
Tua
7 novembre, 2023
Dal blog personale di http://fridalaloka.com
Lucia Triolo: il posto degli dei
Ore disabitate
dal tempo,
spazi disabitati
persino dalle ombre
il vestito
sospeso nel vuoto,
a ciondolare piano
su se stesso.
Avrei dovuto indossarlo.
Ma lui mi attendeva nuda
-gli ero stata cara-.
e io di nudo ormai
non avevo più nulla.
m’imbacuccai in nomi cuciti in fretta
m’ intrufolai nella memoria
-servizio igienico poco pulito-
e misi ai piedi
i miei dei falsi e bugiardi.
Con loro sarei andata veloce.

Curiosità: “Cinque cose su Dante Alighieri che, forse, non sai” di Caterina Alagna

Dante Alighieri, sommo poeta e padre della lingua italiana, è noto soprattutto per la sua opera più celebre, capolavoro della letteratura mondiale, ovvero, La Divina Commedia, il poema che racconta il suo viaggio attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso e che, interpretato in chiave allegorica, ci offre uno spaccato della vita politica e culturale dell’epoca medievale. Il motivo per cui il Poeta decide di scrivere un’opera così complessa e articolata ce lo racconta lui stesso in una lettera rivolta a Cangrande della Scala, mecenate veronese che aveva ospitato Dante per anni nella sua città, in cui scrive che lo scopo della Commedia è “allontanare gli uomini dallo stato di miseria in questa vita e condurli alla felicità“. L’opera vuole essere, quindi, una guida morale, un messaggio di speranza per gli uomini che possono aspirare a superare il loro stato di peccatori e ottenere il perdono di Dio, godendo, in questo modo, della felicità.
Ma sei sicuro di conoscere veramente a pieno il Sommo Poeta? Ecco 5 curiosità che forse non sai:
- Il suo nome: il nome Dante non era il suo vero nome. Questo era più che altro un soprannome o un accorciativo. Il suo vero nome, infatti, era Durante di Alighiero degli Alighieri.
- Non fu solo un poeta: era profondamente calato nella vita sociale e politica fiorentina. Prima di essere condannato all’esilio, va detto che aveva rivestito diversi incarichi pubblici e fu anche un cavaliere. Molti non sanno, infatti, che Dante ha combattuto in molte battaglie, la più famosa, quella di Campaldino che vedeva schierate la città di Firenze contro quella di Arezzo. Inoltre, fu un medico e si unì alla corporazione degli speziali, ovvero dei farmacisti, anche se l’obiettivo di tale scelta era legato a un tentativo di carriera politica.
- Fu condannato a morte: Dante ha vissuto in una fase delicata della vita politica fiorentina, quella che vedeva contrapposte due fazioni, i Guelfi Bianchi, che aspiravano a una gestione separata dei poteri fra papa e imperatore, e i Guelfi Neri che, invece, erano convinti assertori del potere solo papale. Quando a prevalere furono i Neri, Dante fu condannato all’esilio per barratria, ovvero per corruzione politica. La sua condanna conteneva una clausola secondo la quale se avesse fatto ritorno a Firenze, sarebbe stato bruciato sul rogo. Ma Dante, come sappiamo, non fece più ritorno a Firenze. Morì a Ravenna nel 1321 di malaria, anche se le cause della sua morte non sono del tutto certe. La condanna a morte è rimasta ben salda sulla testa di Dante fino al 2008, anno in cui l’amministrazione comunale di Firenze attraverso una mozione lo ha riabilitato.
- Suo padre non godeva di buona fama: gli Alighieri erano una famiglia non particolarmente agiata dal punto di vista economico.Pare che si occupassero di piccoli commerci. Ma quel che è singolare è che su suo padre Alighiero gravano dei sospetti. Sembra, infatti che non godesse di una buona reputazione. In uno scambio di sonetti tra Dante e l’amico Forese Donati, emerge che il padre fosse coinvolto, addirittura, in attività di usura.
- Morì senza pubblicare l’ultima cantica della Commedia: al momento della sua morte è vero che Dante aveva completato di scrivere l’intera opera ma non era riuscito a pubblicare l’ultima cantica. Fu il figlio Jacopo a occuparsi della pubblicazione e a preoccuparsi di diffondere e promuovere l’opera.
Venere e Marte (piccola, innocua provocazione)…
Secondo gli antichi la guerra di Troia fu causata dal rapimento di Elena. Poi basti pensare come fece Pascal ai guai che provocò il naso di Cleopatra. La storia non lo dice ma si può giustamente supporre che la psiche di alcuni dittatori e condottieri fu determinata da delle delusioni sentimentali oppure si può pensare che molti guerrafondai diventarono tali per conquistare nuove terre, nuovi onori, nuove ricchezze e con esse belle donne. Venere può portare a Marte.
Ma Venere stessa subisce il fascino di Marte: le donne amavano Mussolini, così come hanno amato e amano boss mafiosi sanguinari. Si vede anche tra adolescenti: le ragazze amano il più forte tra i maschi, anche se è il più prepotente e violento. Da amare un uomo forte che dia senso di protezione ad amare un uomo violento il passo è breve. Marte e Venere sono due elementi della natura umana strettamente connessi e che si richiamano tra loro. Questi aspetti sono più forti della ragionevolezza, della cultura e del senso di giustizia. Oh certo i principi della civiltà! Oh certo la correttezza delle relazioni umane! Oh certo le donne sono contro la guerra! Non vi fate ingannare! Marte e Venere, Venere e Marte: è qualcosa di atavico, di ancestrale, addirittura di archetipico: è più forte della donna e dell’uomo. Alla call to action di Venere Marte non si tira mai indietro e viceversa. È una primordiale fascinazione reciproca, che resta sottotraccia ma è un movente decisivo nella storia. Gli opposti si attraggono. Gli estremi si toccano. È la cosiddetta armonia dei contrari.
In guerra Venere viene controllata in modo totale. Per le crociate i soldati cristiani obbligavano le loro donne a mettersi la cintura di castità, mentre loro erano liberi di stuprare altre donne. In guerra Venere viene addirittura umiliata, distrutta. In guerra il corpo delle donne nemiche viene torturato, percosso, stuprato. Dal senso del possesso, dalla conquista alla barbarie il passo è breve. I miliziani di Hamas hanno anche decapitato ragazze ventenni. Si pensi al ratto delle Sabine. Ma con i secoli siamo andati oltre. Distruggere Venere significa distruggere il simbolo della bellezza.
Ma Venere può annichilire Marte? Nella commedia di Aristofane Lisistrata suggerisce alle donne ateniesi di fare sciopero del sesso fino a quando non fosse sopraggiunta la pace. Facile a dirsi e difficile a farsi, forse impraticabile. E per l’appunto resta una commedia. La realtà è ben diversa.
Dov’è? – di Frida la Loka (IT – ESP)
Nota: questa poesia è datata 6 settembre, 2022, ho aggiornato il post aggiungendo la versione in spagnolo e modificando dati sul argomento “amuleto del cuore, Antico Regno”
Poesia di Frida la loka
Vorrei che l'anima
tornasse al suo corpo,
non so di preciso il momento
nel quale è stata rapita,
folgorata, affranta
al contempo da non so cosa,
oppure si sa ...
(ma non si vuole accettare),
spegnendo quell'che resta
solo materia ibrida, ammuffita ...
Il vento arido
l'ha portato con sé;
trascinando e lasciando
solo scie d'acqua salata
nel suo percorso,
successione infinita di pelle spenta.
È ora; il tempo è questo,
non seguo nient'altro
la verità per cruda che sia,
le ferite nel corpo e anima
ormai sono calli rinsechiti,
segni indelebili; differenti valli non più fertili;
il nulla cresce,
non c'è modo di seminare,
è destinato a soccombere.

Poesía, Donde está?
Quisiera que el alma
regresara a su cuerpo,
no sé precisamente el momento
en el qual fue raptada,
fulminada, desconsolada
al mismo tiempo de no sé qué
o tal vez se sabe...
(pero no se quiere aceptar)
haciendo morir aquello que queda
solo materia híbrida, enmohecida...
El viento árido
lo ha llevado con él;
arrastrando y dejando
tan solo un sendero de agua salada
en su recorrido,
sucesión infinita de piel muerta.
Es la hora; el tiempo es éste
no persigo nada más
la verdad por dura que sea
las heridas en el cuerpo y alma
ahora son callos secos
marcas indelebles; distintos valles, no más fértiles. Crece la nada,
no hay modo de sembrar,
está destinado a expirar.

Fonte: Tutankhamun, T.G.H. James
Amuleto del cuore, Antico Regno, Egitto
Il cuore rapresenta la vita e la sede dell’anima. Cita il Libro dei Morti:
“Questo cuore che mi appartiene piange dinnanzi a Osiride, supplica per me [...], o mio cuore non levarti contro di me, non accusarmi nel tribunale, non volgerti contro di me al cospetto degli addetti alla Bilancia [...], se tu ti rivolgi bene saremo salvi[...], non calunniare il mio nome alla corte che assegna la posizione alla gente, sarà bene per noi il giudizio, sarà lieto il cuore di chi giudica [...], non dire menzogna contro di me davanti al Dio dell’Occidente [...]." (1)
Gli Egizi ritenevano fosse il cuore, l’ib, l’organo più importante del corpo umano. Al momento del giudizio di Osiride, il peso del cuore del defunto veniva confrontato con quello della piuma di Maat, per giudicare la sua vita; se il cuore aveva lo stesso peso della piuma, significava che era leggero e dunque privo di colpe: il defunto poteva allora accedere all’Aldilà. Per gli Egizi il cuore era la sede del pensiero e delle emozioni, l’artefice di tutti i sentimenti e di tutte le azioni, oltre a essere sede della memoria, e perciò responsabile del carattere di ciascun individuo. (2)
Questo amuleto era fatto in pietra vitrea bianca, corniola o lapislazzuli e durante la mummificazione veniva posto tra le bende che avvolgevano il defunto per assicurare al morto che il suo cuore potesse rispondere in modo sincero nel momento del giudizio di Osiride.
Nell'Antico Egitto, “ib”, era il luogo in cui gli Egizi credevano fosse racchiuso il carattere della persona, dimoravano le emozioni dalle quale scaturivano i sentimenti, l’intelletto che generava le azioni e, soprattutto, conteneva la memoria. Di conseguenza, il cuore serbava anche la morale dell’individuo, che doveva rimanere quanto più “giusta” possibile in previsione del momento della sua pesatura al cospetto degli dèi.
Tra gli organi interni, il cuore era dunque quello che vantava il privilegio di rimanere (quasi sempre) dentro il corpo del defunto durante il processo di mummificazione. In aggiunta, tra le bende venivano anche posti amuleti con la sua forma e, nella fase finale del processo, molti incantesimi venivano pronunciati per proteggerlo e renderlo forte per il momento del giudizio.(3)
Fonti: (1)Libro dei morti, antico testo funerario egizio, utilizzato stabilmente dall'inizio del Nuovo Regno (1550 a.C. circa) fino alla metà del I secolo a.C.
(2), Maria Carmela Betro’ Geroglifici, 580 Segni per capire l’Antico Egitto. (3) Museo egizio TO.
Tua.
6 settembre, 2022.
Dal blog personale: http://fridalaloka.com
Lucia Triolo: quella pazza
Quella pazza -chiedeva lei- sono io?
sono io?
hanno segato la mia lingua,
sciami di silenzi
escono dalla mia bocca,
ho forse ancora qualcosa
da salvare, qualcosa,
lì, tra i panni sporchi che mai
ho voluto lavare?
Mi vogliono ancora indossare
per questo mi guardano,
ho amato i miei panni sporchi
e ora ho paura -diceva-
e ho la lingua segata
leggendomi
tu
non farmi male

Lucia Triolo: specchio
“Gli specchi il
segreto, l’anima e il rimedio.
Non v’è rimedio agli specchi”
A. Rosselli, da “Appunti sparsi e persi”
—
io ti costruisco pensieri che
tu abiti
dentro te
dentro me
apri la mia morte
tra storie d’anime e infiammati
perdoni
studiane il
riflesso
come in uno specchio
in un linguaggio di luce
tra sentieri e inganni
innamorati
se batte
inderogabile e geloso è il cuore
apri la mia morte
la luce
la sua assenza
rifai tutto:
in composizione
verticale

Lucia Triolo: fu così
Fu così:
venni al mondo
malata di parole.
Abitai la casa
del dopo,
le sue finestre aprivo
ogni giorno
sul futuro
Ora mi assedia l’anima
un bisbiglio di morte
e vano è ogni rimedio.
Una colata lavica
è il mio sangue che ribolle
nell’incendiario sguardo del tempo.
Lì è racchiuso qualcosa
che devo ancora capire,
anche se è questo
che non mi fa morire

lucia triolo: bagliore
chi conobbe la strada
degli occhi?
giungesti sul filo
di un bagliore
mi insegnasti i baci
poi si cancellò la tua bocca:
era entrata nella mia
così si sciolse
l’enigma apparve
in movimento
,accadde ovunque
non seppe mai dove
ditegli
che giacqui sul silenzio
e sul rumore

troppo vicino
qualcosa accade lontano
non lo vedo
qualcosa mi accade
non vedo nemmeno quello
ma vomito
non so allontanarmi
da me
qui ogni dettaglio è troppo
troppo vicino

Poesia: “Sciacqui d’amore” di Caterina Alagna

Sciacqui d’amore
lavano il buio dalla mia vita,
dalla mia anima intorpidita
che a lungo ha vegliato
all’ombra di un alito diafano
a osservare le orme desolate
del mio canto solitario.
Sciacqui d’amore
inondano, ora, i meandri dell’anima
e la passione già s’incarna
in una voce di musa sovrana,
in un canto gemmato di perla
assetato di carezze e desideri carnali.
Su d’un talamo
imbevuto di balsamo e miele
un germoglio di sussurri amorosi
ingravida il cielo di sospiri
e canti erotici
lucia triolo: passi
dato un calcio a ogni piedistallo
cammini senza meta,
senza desiderio;
devi pur volere qualcosa
finire da qualche
parte
il cuore non sempre cammina
con i tuoi passi,
loro vanno avanti e lui
indietreggia
loro indietreggiano
e lui va avanti,
mi chiedo:
cosa si aspetta da me?
