Sempre ti manca quello che hai: vivere. di Gian Mario Villalta

Sempre ti manca quello che hai: vivere.
Qualcosa di più necessario, seguiti a chiedere,
qualcosa che ti convinca, ti vincoli a.
«Perché continuo a scrivere?»
Forse perché puoi finire
lo fai, come uno cammina di sera
prima di cena, o un altro vanga l’aiuola,
o mette a posto il garage, perché tu potresti
– come lui – non varcare più l’ombra
dei lampioni, l’altro smettere di sperare
che germini il seme o più non sapere se le sue cose
sono ancora lì – potresti così tu non essere
più tu che lo chiedi, ti avventuri, tu
che diventi tu che lo scrivi.

*

Gian Mario Villalta (1959) è un poeta e scrittore italiano di origini friulane.

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Sempre ti manca quello che hai: vivere. di Gian Mario Villalta

lucia triolo: una domenica di poesia

Ewa Lipska

Il refuso

Cara signora Schubert, come sa, su di noi circolano 
storie mai accadute. Tempo fa mi si è avvicinata 
una donna dicendo: “ Sono una Data, sebbene 
non ci sia in me alcun luogo e alcun tempo. Attorno 
a me non gira alcun avvenimento epocale, 
e il calendario di chiffon che a volte mi butto sulle 
spalle è un edificio abbandonato. Mi infastidisce la luce rappresa 
nel vaso e questa vostra umanità, insopportabile 
refuso del cosmo”. Mi sta chiedendo quando ciò non 
è avvenuto? Non sono in grado di dirglielo

L’occhio incrinato del tempo.

lucia triolo: il grembiule

Angelina aveva sempre 
un grembiule a scacchi bianchi e rossi, 
annodato sui fianchi 
“per non sporcarsi” 
diceva. 
Una difesa, piana, liscia:
una pianura

Non ho mai capito bene:  
sporcarsi da cosa?
cosa temeva lei 
che lavava l’intimo sulla tinozza 
di pietra: 
mani, limone e sole

di certo il grembiule l’aveva anche
quel giorno
di pallore
appeso con lei alla trave

la sua pianura di difesa
il suo mistero

lucia Triolo: una Domenica di poesia

Emily Dickinson

:
“Fossero integri i nostri sensi/ Ma/anche se/ forse/è bene che non siano/del tutto a posto/Così intimi alla pazzia/ così soggetti ad essa/esso/ che/ Avessimo gli occhi/ nella testa-/ e meno male- com’è prudente/che siamo ciechi-/altrimenti non potremmo fissare la Terra-il mondo/così totalmente/impassibili

segni, frasi tracciati a matita contrassegno A 202 in
“Buste di poesia”

Il film “Diamanti “ di Ferzan Özpetek convince quasi del tutto: elementi di spicco la  conoscenza dell’animo e l’ apprezzamento della forza femminile.Gabriella Paci

Ha suscitato critiche positive e qualche altra (ma in sordina) negative il quindicesimo film del regista turco Ferzan “Diamanti” .Già il titolo è “fuorviante” perché non ci sono le note pietre preziose ma “Donne” ad essere appellate con questo nome. Sono donne degli anni 70 che costituiscono un gruppo o meglio “una comunità” alle dipendenze delle titolari, della sartoria Canova, Alberta e Gabriella. Altro espediente di curiosità è il vedere ,a inizio film, il regista che dialoga con le attrici scelte per le varie parti ,spiegando loro le sue motivazioni per la realizzazione della storia. Un espediente che già Pirandello con il suo Metateatro “o prima di lui Shakespeare o Goldoni aveva sperimentato per smascherare l’artificio che si nasconde dietro una rappresentazione.

trama elementi convincenti e difetti

La storia narrata  tratta appunto di due sorelle  proprietarie della sartoria Canova di Roma caratterizzate  dal diverso temperamento; Alberta (alias Luisa Ranieri), forte e determinata che rivela per un momento la sua fragilità quando rivede dopo molti anni il suo grande amore ,dal quale è stata abbandonata senza una valida motivazione e che le ha lasciato una profonda ferita e Gabriella (alias Jasmine Trinca) che appare indecisa, più incline a dare spazio alle dipendenti e depressa , tanto da essere diventata una alcolizzata : una tristezza che scopriremo nasconde il dolore mai superato della morte della figlioletta.

A dare uno scossone al lavoro della sartoria sarà l’arrivo di Bianca Vega ,premiata costumista che chiede la realizzazione di un costume per la protagonista di un film che subito appare essere un lavoro di ingegno, di sensibilità femminile, di interpretazione.  Bianca non è mai soddisfatta perché (lo scopriremo poi) non è in fondo soddisfatta e sicura di se  stessa.

Ad intrecciarsi a volte con le due titolari sono le storie, mai  svincolate dalla comunità sartoriale, di alcune dipendenti ,alle prese con la violenza maschile, con l’abbandono, le difficoltà economiche, la voglia di relazioni amorose, la ribellione…in modo da fornire una rapida panoramica dell’universo femminile che tuttavia, a prescindere dalle delusioni e dalle difficoltà ,non appare mai perdente, in quanto ognuna saprà mettere in campo ,magari con l’aiuto delle altre, strategie volte al superamento degli ostacoli.

Una trama ,quella di Diamanti, che può ricordare fiction televisive come “Il paradiso delle signore “o “il bello delle donne” ma che sembra qui aver trovato una chiave vincente forse anche grazie ad interpretazioni degne di plauso come quella di Luisa Ranieri ,di Jasmine Trinca ma anche di Mara Venier ( artista decaduta che fa la cuoca nell’atelier) o di Kasia Smutniak (boriosa attrice di cinema ) in contrasto con un’altra cliente attrice di teatro, la convincente Carla Signoris( Alida Borghese) di Vanessa Scalera(Bianca Vega) e di tutte le altre , che hanno saputo ben calibrare e rendere credibili i loro personaggi .

L’espediente iniziale di Ferzan Özpetek di introdurci in qualità di spettatori e farci incontrar e  le attrici ritorna in mezzo al film e,a nostro parere, rompe la continuità della storia ,riportandoci alla consapevolezza della “finzione/realtà della proiezione cinematografica, anche se Elena Ricci,che si era autoesonerata dalla partecipazione al cast ,per impegni improrogabili, ci ricorda nella sua apparizione in  finale che “ La magia del Cinema non sta in quello che si vede, ma in quello che si sente”.

Proprio per questo ,a nostro avviso, la presenza del regista doveva essere nascosta piuttosto che palesata ,come quella delle attrici interpreti ma come detto , Pirandello ha fatto scuola ed è stato grande anche per la rottura degli schemi.

La conoscenza dell’animo femminile e il suo prendere le parti delle donne sono stati senza dubbio cavalli vincenti, unitamente alla magistrale Luisa Ranieri

Spettacolare poi la realizzazione finale ,a sorpresa della stessa stilista ,dell’abito rosso ,foderato di crinolina nera; un capolavoro della sartoria italiana.

La critica ufficiale del resto ha tributato al film riconoscimenti come;

L’anima voleva essere pietra (Shoah ),Gabriella Paci

In quei giorni d’attesa del niente

dove c’era timore del tempo che

divorava   la vita nella carne ora

solo pelle attaccata al respiro,

l’anima voleva  essere pietra per non

sentire l’agonia delle ore nel vibrare

del cuore devastato dal dolore per chi

era ormai solo cenere al vento dispersa.

L’anima voleva  essere pietra per non

vedersi morire ogni volta in uno sguardo

specchiato nel fango che non era più

quello di un uomo vero nell’inferno

di terra dove si scriveva l’orrore

con l’inchiostro del sangue a scolorare

della neve caduta  il biancore …

e nell’aria vibrava della morte il dolore

Ecco , l’anima voleva essere pietra,

lapide con i numeri ignoti del trionfo

del male …per essere memoria

perenne di un genocidio d’innocenti

Lucia Triolo: una Domenica di poesia

Eugenio Montale

Non chiederci

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

da Ossi di Seppia