«Viviamo circondati da miracoli e non ce ne rendiamo conto» Ernesto Cardenal Martínez (1925 – 2020) è stato un poeta, presbitero e teologo nicaraguense.
Dietro il monastero, lungo la strada, c’è un cimitero di cose usurate, dove giacciono ferro arrugginito, pezzi di ceramica, tubi rotti, fili attorcigliati, pacchetti di sigarette vuoti, segatura e zinco, plastica invecchiata, pneumatici rotti, in attesa, come noi, della resurrezione.
Siete pronti a venir cancellati raschiati via, soppressi ridotti a nulla?
Siete pronti ad essere ridotti a nulla, ad essere immersi nell’oblio?
Se no, non cambierete mai davvero.
La fenice rinnova la sua giovinezza soltanto quando è arsa, arsa viva arsa fino ad essere calda, fioccosa cenere. Allora il piccolo agitarsi di un nuovo piccolo nato nel nido con fili di lanugine come cenere fluttuante mostra che lei sta rinnovando la sua giovinezza come fa l’aquila, alato immortale
Lêdo Ivo è nato a Maceió, Alagoas, nel 1924, è morto nel 2012. Ha avuto la sua prima formazione letteraria a Recife e dal 1943 vive a Rio de Janeiro. Il suo esordio letterario è del 1944, con As imaginações (Le immaginazioni), libro di poesie al quale seguirono altre ventidue raccolte. Oltre alla poesia, Lêdo Ivo si dedica anche alla prosa. Il suo primo romanzo, As alianças (Le alleanze), del 1947, conquista un importante premio nazionale. Pubblica altri quattro romanzi, una raccolta di racconti, Use a passagem subterrânea (Utilizzare il sottopassaggio), e due testi per l’infanzia, O menino da noite (Il bambino della notte) e O canário azul (Il canarino azzurro). Tra i saggi figurano Ladrão de flor (Ladro di fiori), O universo poético de Raul Pompéia (L’universo poetico di Raul Pompéia), Poesia observada (Poesia osservata), Teoria e celebração (Teoria e celebrazione), A ética da aventura (L’etica dell’avventura) e A república de desilusão (La repubblica della delusione). Come memorialista, ha pubblicato Confissões de um poeta (Confessioni di un poeta) e O aluno relapso (L’alunno svogliato). Lêdo Ivo ha ricevuto numerosi e importanti premi. Nel 1990 è stato eletto Intellettuale dell’anno in Brasile. Le sue opere di poesia e prosa sono state tradotte e pubblicate in vari paesi, fra i quali Inghilterra, Danimarca, Stati Uniti, Messico, Perù, Spagna, Olanda e Venezuela. Di Lêdo Ivo è stata pubblicata in Italia l’antologia Illuminazioni, a cura di Vera Lúcia de Oliveira (Multimedia Edizioni, Salerno, 2001)
Ciò che rimane di me quando cala la notte è una goccia di sudore su cui contemplo l’intera vita trascorsa in un solo giorno. Astro o segnale stradale, il mio sogno ha aspettato che passassi e si è spento. Lavoravo, ma in cambio mi davano solo una pagnotta di poliestere; e invecchio tra segni rosicchiati dal vento e parole senza suono e senza senso, elica di nave in bacino di carenaggio. Cala la notte e io affermo: non ho vinto nessun dio, né denaro, né un nuovo amore. Sudore? Rugiada? Mi dissolvo nell’oscurità.
Vicente Huidobro (Cile, 1893 ‑ 1948). Padre del creazionismo e uno degli autori più rilevanti della poesia ispanoamericana del secolo XX.
Fece due passi avanti Fece due passi indietro Il primo passo disse buongiorno signore Il secondo passo disse buongiorno signora E gli altri chiesero come sta la famiglia Oggi è una bella giornata come una colomba nel cielo
Indossava una camicia in fiamme Aveva gli occhi come un dormiente in mare Aveva nascosto un sogno in un armadio buio Aveva trovato un uomo morto in mezzo alla sua testa
Quando arrivò lasciò una parte più bella lontana Quando lasciò qualcosa formato all’orizzonte ad aspettarla
I suoi occhi erano feriti e sanguinanti sulla collina I suoi seni erano aperti e cantava l’oscurità della sua età Era bella come un cielo sotto una colomba
Aveva una bocca d’acciaio e una bandiera mortale disegnata tra le labbra. Rideva come il mare che sente i carboni ardenti nel ventre. Come il mare quando la luna si guarda annegare. Come il mare che ha morso tutte le spiagge. Il mare che trabocca e cade nel vuoto nei periodi di abbondanza. Quando le stelle si cullano sulle nostre teste. Prima che il vento del nord apra gli occhi. Era bella nei suoi orizzonti di ossa. Con la sua camicia in fiamme e il suo aspetto di albero stanco. Come il cielo quando cavalca le colombe.
Daniel Andersson, detto Dan (1888 – 1920), è stato uno scrittore e poeta svedese. Inoltre adattò alcune delle sue poesie in musica. Andersson sposò l’insegnante di scuola elementare Olga Turesson nel 1918. A volte utilizzava come pseudonimo Black Jim. Andersson è annoverato tra gli autori proletari svedesi, benché le sue opere non si limitino a questo genere.
Aspetto accanto al fuoco mentre le ore scorrono,
mentre le stelle vagano e le notti passano.
Aspetto una donna da contrade lontane –
la mia amata, amatissima dagli occhi azzurri.
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Mi immaginavo un innevato fiore vagante
e sognavo una beffarda risata tremante,
credevo di veder arrivare la donna più amata
attraverso il bosco e le brughiere, una notte pesante di neve.
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Felice volevo portare sulle mani la mia donna sognata
laggiù, oltre le sterpi, dove sta la mia capanna,
e levare un grido di gioia alla mia amata:
Benvenuta sei tu, attesa per anni in solitudine!
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Aspetto accanto alla carbonaia mentre le ore scorrono/avanzano,
«Non è la poesia a dover essere libera, ma il poeta». Robert Desnos (1900 – 1945) è stato un poeta e scrittore francese. Fu uno dei membri più attivi del gruppo surrealista. Secondo André Breton, egli «parla surrealista a volontà». Robert Desnos stesso dichiarava di aver fatto «atto di surrealismo assoluto».
Ti ho sognata talmente che ormai perdi realtà. Ancora posso raggiungere quel corpo vivo e poi baciare sulla bocca la nascita della voce che mi è cara? Ti ho sognata talmente che le braccia abituate stringendo la tua ombra a incrociarsi sul mio petto non si piegherebbero al profilo del tuo corpo, forse. Talmente, che davanti all’apparenza reale di quello che mi infesta e mi governa da lunghi giorni e anni diverrei probabilmente un’ombra, care bilance d’ogni sentimento. Ti ho sognata talmente che è probabilmente tardi per svegliarmi. Dormo in piedi, il corpo esposto a tutte le apparenze della vita e dell’amore e tu, la sola che conti oggi per me, è più difficile toccarti fronte e labbra che toccare le prime labbra e fronti capitate a tiro. Ti ho sognata talmente, e camminato, parlato, dormito con il tuo fantasma che forse non mi resta più, eppure, che essere fantasma fra i fantasmi e ombra cento volte più dell’ombra che avanza e allegra avanzerà sulla tua meridiana della vita.
[Da À la mystérieuse, 1926 – Traduzione di Ornella Tajani]
Dici: per noi va male. Il buio cresce. Le forze scemano. Dopo che si è lavorato tanti anni noi siamo ora in una condizione più difficile di quando si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi più potente che mai. Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso una apparenza invincibile. E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo. Siamo sempre di meno. Le nostre parole d’ordine sono confuse. Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto? Qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente? Resteremo indietro, senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi?
O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua.
Henryka Łazowertówna, (1909 – 1942) nota anche con lo pseudonimo di Henryka o H. Łaz., è stata una poetessa e scrittrice polacca, morta a 33 anni nel campo di concentramento di Treblinka e considerata una delle eminenti autrici polacche di origine ebraica.
Non somiglia a quelle
[che eravamo soliti scimmiottare e deridere;
non porta cappellini piatti e passati di moda,
[e nemmeno scarpe deformate…
La sera, quando il plumbeo buio
[nei cuori umani versa la malinconia,
non cerca nelle lettere ingiallite
[le tracce di emozioni ormai offuscate.
Le lettere vecchie lei le brucia,
[perché voler ricordare quelle di un tempo?
E poi la vita, benché sia sempre diversa,
[è sempre lo stesso poco attraente…
Come le nere righe di caratteri
[sulla perfetta macchina Underwood,
il suo destino batte i giorni in modo uniforme
[con la mano piena di abilità indifferente.
A teatro, quando parole d’amore
[piovono dalla scena come mazzetti di fiori,
quando il protagonista bacia l’amante
[e mezza sala dagli applausi scoppierà,
lei perfino d’invidiare non sarà capace,
[niente nel suo cuore grida: “Purtroppo!”,
nessun rammarico sotto la palpebra brucia,
[non una lacrima dal ciglio penderà.
Un solo diverso amore conosce,
[anonimo, come tristezze sopite,
una sola amarezza sanguinante e aspra,
[come frutti non ancora maturati:
ogni domenica, al sole di mezzogiorno
[deve sorbirla nel giardino pubblico,
tra le madri chinate sulle carrozzine,
[tra i bambini felici e arrossati…
Stranamente fanno male quelle voci-campanelle,
[quindi ben presto lascia il giardino,
(con l’ombra nera il sole incrocia nei sentieri,
[le batte il viso con una dorata bacchetta…)
Poi a casa a lungo senza motivo
[cerca qualcosa in un baule vuoto,
là dove giace un ricordo dimenticato – una bambola
Lola Ridge (1873 – 1941) fu una poetessa e anarchica irlandese-americana. Modernista, fu influente redattrice di riviste femministe, marxiste e di avanguardia. Le sue opere trattano del capitalismo, del conflitto generazionale, delle masse urbane e dell’immigrazione.
In un piccolo caffè ungherese uomini e donne bevono vino dorato in lunghi calici. Attraverso la foschia lattiginosa del fumo, il violinista, minuto e biondo, si appoggia al suo violino come sul seno di una donna. I capelli rossi si accendono in fiamme sulla manica nera del suo cappotto, dove la mano bianca e sottile trema e si tuffa, come una scheggia di luce lunare, quando il vento frantuma l’acqua.
Ivo Andrić (1892 – 1975) è stato uno scrittore e diplomatico bosniaco. Nel 1961 vinse il Premio Nobel per la letteratura.
Quando l’autunno spegnerà i rumori E i colori nella luce premortale Lenta inizierà la fine, Quando al sole sarà tolto il potere Io mi metterò in cammino.
So che l’estate ardente Non tornerà Che è morta la gioia e la sete appagata E che la terra straniera nessuno rese felice, ma so che per lo sguardo triste i luoghi nuovi sono il migliore ristoro e che ogni dolore si rinnova in una più grande e guarisce.
Un pomeriggio di sole, la compagnetta di scuola, a casa sua tutto era più grande, perfino lo stupore. I soldini nella borsetta quasi finta. Un vestitino chiaro e leggero lasciava scoperte le gambette. Un corpo immaturo, i seni solo accennati, il pube glabro, l’imene intatto. Per le scale di corsa a comprare la merenda, il pane caldo, la cioccolata, la bottiglietta di aranciata, l’orco nascosto, la tenda tira- ta, le mani grandi, il vestitino strappato, il sangue sulle gambette, la vergogna immonda, il tremore del respiro, l’animale impazzito. L’imene deflagrato.
Il dopo
Sentire quelle mani sempre scavare la pelle
il dolore nell’anima
camminare soli guardare oltre
sperare nel vuoto desiderare non sentire più quel fragore che insanguina
dimmi tu – dimmi ci sarà un giorno il bianco velo della resurrezione?
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Quello che è stato è stato il male è indietro
la vita ha vinto sulla vita dall’interno la luce ha dipinto di sole la cicatrice
nessuno ha potuto offuscare l’amore quell’amore che cresce nel mio grembo e che ha il volto meraviglioso del bene.
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Ancora mi chiedo cosa farò da grande mentre conto le rughe che sorridono sul mio viso
mi ostino a non tingere i capelli come se quel bianco fosse il velo della prima comunione
cerco un abbraccio lo cerco nello sguardo di chi non ho ancora incontrato
poi mi specchio negli occhi di mio figlio e ritrovo l’amore di mio padre forse sono loro la ragione il senso della vita
e questa parola che a volte mi esce insanguinata.
Tasti tratti da: Autobiografia del silenzio ed. La vita Felice, 2022.
André Robert Breton (1896 – 1966) è stato un poeta, saggista e critico d’arte francese. Noto come poeta e teorico del surrealismo, che favorì con la stesura dei manifesti e curando riviste, mostre e incontri, fu allievo del filosofo André Cresson.
La farfalla filosofica atterra sulla stella rosa e forma una finestra sull’inferno
L’uomo mascherato è sempre in piedi davanti alla donna nuda I cui capelli scivolano come la luce del mattino di una lanterna che hanno dimenticato di spegnere
Il mobile saggio prepara il pezzo che gioca a prestigio con le sue rosette, i suoi raggi di sole circolari, le sue molature di vetro.
Dentro cui un cielo si fa azzurro con precisione In memoria dello scrigno inimitabile Ora la nuvola di un giardino passano sopra la testa dell’uomo che si è appena seduto
Divide a metà la donna dal busto magico e dagli occhi di Parma. È l’ora in cui l’orso boreale con un gesto di grande intelligenza Si stende e fa il bilancio di una giornata Dall’altra parte la pioggia si alza sui viali di una grande città
Pioggia nella nebbia con strisce di sole sui fiori rossi Pioggia e il diavolo dei vecchi tempi Gambe sotto la nuvola fruttata circondano la serra
Si percepisce solo il polso di una mano bianchissima, rappresentata da due piccole ali. Il dondolo dell’assenza oscilla tra le quattro pareti, spaccando le teste.
Da dove fuggono stormi di re e iniziano subito la guerra tra loro Fino all’eclissi orientale Turchese sul fondo delle coppe
Scopri il letto equilatero di lenzuola del colore di quei fiori chiamati palle di neve I deliziosi comodini le tende strappate A portata di mano un piccolo libro con queste parole stampate sopra
Non c’è domani Il cui autore porta uno strano nome Nella buia segnaletica terrestre
Cristina Peri Rossi (Uruguay, 1941). Scrittrice, traduttrice e attivista politica uruguaiana esiliata in Spagna dal 1972, residente a Barcellona, dove ha sviluppato gran parte della sua carriera letteraria, nel 2021 le è stato conferito il Premio Miguel de Cervantes
In amore, come nella boxe, è solo questione di distanza Se ti avvicini troppo mi infiammo mi impaurisco mi confondo dico sciocchezze comincio a tremare ma se sei lontano soffro intristisco non dormo e scrivo poesie.
Vittore Fiore (1920 – 1999) è stato un giornalista e scrittore italiano, tra i maggiori protagonisti della cultura e della politica meridionalista italiana.
Elinor Wylie (1885 – 1928), è stata una poetessa e scrittrice americana popolare negli anni ’20 e ’30. “Era famosa durante la sua vita quasi tanto per la sua bellezza e personalità eterea quanto per la sua poesia melodiosa e sensuale”.
Che nessuna pietosa illusione Offuschi la mia mente di visioni Di aquila e di antilope: La mia natura è un’altra.
Da umana, sono nata sola; Da donna, sono dannata al tormento; Vivo cavando da una pietra La poca linfa che mi sostenta.
Ad uno ad uno sfilano gli anni Con maschere austere o irriverenti; Ma nessuno ha meritato il mio timore, E nessuno è scampato al mio sorriso.
Dammi la mano e danzeremo; dammi la mano e mi amerai. Come un sol fiore noi saremo, come un fiore, e niente più…
Lo stesso verso canteremo, lo stesso passo ballerai. Come una spiga ondeggeremo, come una spiga, e niente più.
Ti chiami Rosa e io Esperanza; ma il tuo nome scorderai, perché saremo noi una danza sulla collina, e niente più…
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Canto che amavi
Io canto ciò che tu amavi, vita mia, nel caso ti avvicini e ascolti, vita mia, nel caso ti ricordi del mondo che hai vissuto, nel rosso del tramonto io canto te, ombra mia.
Io non voglio restare più muta, vita mia. Come senza il mio grido fedele puoi trovarmi? Quale segnale, quale mi svela, vita mia?
Sono la stessa che fu già tua, vita mia. Né infiacchita né smemorata né spersa. Raggiungimi sul fare del buio, vita mia; vieni qui a ricordare un canto, vita mia; se tu questa canzone riconosci a memoria e se il mio nome infine ancora ti ricordi.
Ti aspetto senza limiti né tempo. Tu non temere notte, nebbia o pioggia. Vieni per strade conosciute o ignote. Chiamami dove sei, anima mia, e avanza dritto fino a me, compagno.
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La donna forte
Ricordo il tuo viso, fissato nei miei giorni, donna con gonna azzurra e con fronte abbronzata; quando nella mia infanzia, in terra mia d’ambrosia, ti vidi aprire un solco nero in un ardente aprile.
Nella fonda taverna, l’impura coppa alzava, chi un figlio appiccicò al tuo petto di giglio; sotto questo ricordo, che t’era bruciatura, cadeva dalla mano, serena, la semente.
Io ti vidi in gennaio segare il grano al figlio, e in te, senza capire, trovai quegli occhi fissi, ugualmente ingranditi da meraviglia e da pianto.
Poesie tratte da Sillabe di fuoco (Bompiani, 2020)
Francesco Carlo Mario Loi, detto Franco )1930 – 2021) è stato un poeta, scrittore e saggista italiano.
Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente, forse memoria siamo, un soffio d’aria, ombra degli uomini che passano, i nostri parenti, forse il ricordo d’una qualche vita perduta, un tuono che da lontano ci richiama, la forma che sarà di altra progenie… Ma come facciamo pietà, quanto dolore, e quanta vita se la porta il vento! Andiamo senza sapere, cantando gli inni, e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.
Lucie Delarue-Mardrus (1874 – 1945) era una giornalista, poetessa, scrittrice, scultrice, storica e designer francese. Scrittrice prolifica, ha editato in vita oltre settanta opere.
Ombra; cuscini; la finestra dove degrada
il giardino; un riposo incapace di sforzi.
Così sembra dormire la donna «bambina malata»
che soffre alle feconde profondità del suo corpo.
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Così penso… Un giorno, un uomo potrebbe nascere
da questo corpo mensile, e vivere oltre
la mia vita, e a lungo ricominciare il mio essere
che già sento tante volte secolare;
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penso che avrebbe senza dubbio il mio viso,
i miei occhi spaventati, neri e silenziosi,
e che forse, errante e solo con questi occhi, nessuno
prenderebbe la sua mano portandolo per strada.
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Avendo ascoltato troppo l’urlo umano,
approvo nel mio cuore l’opera liberatrice
di non aggiungermi a me stessa, un domani,
per orgoglio e per orrore d’essere una genitrice…
— E tra i miei cuscini pieni d’ombra, m’inebrio
della mia sterilità che sanguina lentamente.
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REFUS
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De l’ombre; des coussins; la vitre où se dégrade
le jardin; un repos incapable d’efforts.
Ainsi semble dormir la femme «enfant malade»
qui souffre aux profondeurs fécondes de son corps.
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Ainsi je songe… Un jour, un homme pourrait naître
de ce corps mensuel, et vivre par delà
ma vie, et longuement recommencer mon être
que je sens tant de fois séculaire déjà;
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je songe qu’il aurait mon visage sans doute,
mes yeux épouvantés, noirs et silencieux,
et que peut-être, errant et seul avec ces yeux,
nul ne prendrait sa main pour marcher sur la route.
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Ayant trop écouté le hurlement humain,
j’approuve dans mon coeur l’oeuvre libératrice
de ne pas m’ajouter moi-même un lendemain
pour l’orgueil et l’horreur d’être une génitrice…
— Et parmi mes coussins pleins d’ombre, je m’enivre
Con la leggerezza di una freccia, ho sfiorato la tua immagine disegnando un arco nella solitudine.
Non era una solitudine qualunque. C’ero nata dentro, era la verità.
aveva attraversato la pelle sciogliendosi nella carne dondolandosi nel sangue. aveva accarezzato i sorrisi gli sguardi prolungati i desideri le domande.
Aveva intercettato anche i timori. con la trama ariosa della curiosità.
ora sospesa e timida si rivolgeva a te. era una solitudine elegante