Lucian Blaga (1895 – 1961) fu un poeta, filosofo e drammaturgo rumeno. Nei suoi versi ha perfezionato una lirica di ampia apertura metafisica, inserendo nelle tradizioni rumene le esperienze poetiche contemporanee e in primo luogo l’Espressionismo tedesco.
Quando il serpente porse ad Eva la mela,
le parlò con una voce che tintinnava,
tra le foglie come una campanella d’argento.
Ma accadde che più tardi una voce ancora più bassa
Reiner Kunze (Oelsnitz, 16 agosto 1933) è uno scrittore, traduttore e letterato tedesco, dissidente dell’ex DDR.
Dato che abiti sul retro del palazzo,
la strada a mezzanotte
non dà luce
sulle scale che portano da te
Faccio qualche passo sulle pietre.
tasto con il piede il legno
del primo gradino,
tocco, sfioro la ringhiera con il gomito,
salgo, al petto avverto una barriera
Le scale portano più in alto ad angolo,
Allungo le dita come antenne,
salgo, palpo il muro fresco e umido,
svolto un angolo ancora
salgo
finché non ci sono più gradini
Mi è rimasto un solo divertimento: le dita in bocca e fischiare allegro. Si è diffusa la cattiva nomea che sono un tipo volgare e un attaccabrighe.
Ah, che stupida perdita! Nella vita ci sono tante stupide perdite. Mi vergogno perché credevo in Dio, provo amarezza perché non credo più.
Dorate, lontane lontananze! Tutto brucia la vita quotidiana! E io mi comportavo da maiale e davo scandalo perché bruciasse più forte.
Il dono del poeta è accarezzare e tagliare. Un marchio fatale è dentro di lui. Una rosa bianca con un rospo nero avrei voluto sulla terra far sposare.
Eppure non si sono avverati, non si sono realizzati questi propositi dei giorni dorati. Ma siccome i diavoli hanno fatto il nido significa che gli angeli vivevano nell’animo mio.
E allora per queste allegre torpidezze, partendo insieme verso un altro paese, voglio all’ultimo minuto chiedere a quelli che saranno con me
per tutti i miei terribili peccati, per la sfiducia nella bontà divina che mi mettano vestito di una camicia russa a morire sotto le icone.
Jack Spicer (1925 – 1965) è stato un poeta americano.
Il problema del paragonare un poeta a una radio è che le radio
non sviluppano tessuto cicatriziale. Le valvole si bruciano, o con un
transistor, quali sono la gran parte delle anime, la batteria o il diagramma
brucia sostituibili o meno ma non come quel
pugile stordito al bar. Il poeta
Riceve troppi messaggi. Il d(i)ritto all’orecchio che lo ha messo al tappeto
nel New Jersey. Il d(i)ritto alla parola che ha messo alla prova per sei round con
un campione.
Poi vendono birra o si dedicano a commissioni sportive o, se la
cicatrice è troppo spessa, manifestano in un bar dove i
campioni invisibili potrebbero non averlo colpito. Troppi di
loro.
Il poeta è una radio. Il poeta è un bugiardo. Il poeta è
una radio che colpisce d’incontro.
E quei messaggi (che Dio non li maledica) non sanno nemmeno
Juan Gelman (1930 – 2014) è stato un poeta, scrittore e giornalista argentino. Tra i maggiori poeti contemporanei di lingua spagnola, vincitore nel 2007 del Premio Cervantes, fu una delle voci poetiche più amate dell’America Latina, oltreché una figura di riferimento per intere generazioni nella resistenza alle dittature.
Seduto sul bordo di una sedia rotta,
stordito, malato, quasi vivo,
scrivo versi che ho pianto in precedenza
per la città in cui sono nato.
Dobbiamo prenderli,
anche i miei dolci figli sono nati qui
e, in mezzo a tante punizioni, ti addolciscono meravigliosamente.
Devi imparare a resistere.
Né partire né restare,
resistere,
anche se è certo
che ci saranno ancora più dolore e oblio.
Indimenticabile Papa Francesco quanto manca! Casa, Terra, Lavoro raccoglie il pensiero sociale di Papa Francesco in forma diretta, incisiva e radicalmente umana. Questo volume, facilemente reperibile sullo store del Manifesto, è costruito attorno ai suoi storici discorsi ai movimenti popolari, è un report dell’umanesimo cristiano declinato nel linguaggio dei poveri, dei diseredati, dei dimenticati. Casa, terra e lavoro non sono beni accessori, ma diritti fondamentali, elementi strutturali della dignità umana. Francesco si rivolge non solo ai credenti, ma a chiunque lotti per la giustizia sociale, proponendo un’alleanza tra popolo e coscienza, tra solidarietà e resistenza. Il Papa smaschera le ingiustizie di un sistema che mette il profitto prima della persona, condanna lo sfruttamento, la distruzione ambientale e la cultura dello scarto, e richiama con forza a un’economia inclusiva e sostenibile. Ma non si ferma alla denuncia: incoraggia la costruzione dal basso, la partecipazione, l’organizzazione comunitaria. Il tono è appassionato, profetico, ma sempre accessibile. Casa, Terra, Lavoro non è solo un testo religioso: è una bussola per il futuro, un inno al coraggio civile. In un mondo sfilacciato, Papa Francesco ci ricorda che la giustizia comincia dal riconoscere l’altro come fratello.
Conceição Lima (1961) è una poetessa originaria delle isole di Sao Tomé e Principe
I pantaloni allegri da clown non erano suoi.
La maglietta non era sua.
Il marrone e il nero
Sul piede destro e sinistro
Erano di qualcun altro.
Lunga, buona pelle.
La cintura non era abbinata, ma sembrava bella.
La sottigliezza stessa delle piccole ossa
non gli apparteneva, galleggiava.
Tossì molto e barcollò.
Si trascinava dietro due occhi
astuti, beffardi e birbanti.
Ed era depositario di una risatina ironica,
il suo scudo.
Coi suoi passi portava con sé un arsenale
di storie vive e antiche
e aveva il potere di far ridere la gente.
Conosceva i nomi di tutti i luoghi, ma
il suo villaggio non era in nessuno di essi.
Morì emarginato nell’ex colonia.
È sepolto sull’isola.
Non notò la nuova bandiera.
Alfredo Fressia (1948 – 2022) è stato un poeta uruguaiano.
Si guarda allo specchio della vetrina
tutto è riflesso tranne lui.
Il suo corpo si riflette, vede
i suoi occhi, con le occhiaie, vede
i suoi vestiti, sistemati con cura,
vede che ha finalmente imparato
che il mondo appartiene agli altri,
con cura agli altri, con le occhiaie,
e questa strada e la Patria
e le regole di quest’uomo malato,
questo figlio sospettoso di nessuno,
quest’uomo anonimo per strada e nelle vite
degli altri che non si guardano
allo specchio in cui lui si vede
interamente assente.
La vita è un sogno. Sogna il re il suo stesso regno, e vivendo in questo inganno, regna, dispone e governa; ed il plauso che è fugace riceve, lo scrive al vento e la morte-sorge ingrata! – in cenere lo trasforma. E chi vorrà più regnare sapendo che si risveglia già nel sonno della morte? sogna il ricco, la ricchezza, che tanti affanni gli reca; sogna il povero la propria tribolazione e miseria; sogna chi accresce i suoi beni, sogna chi cerca e s’appena; sogna chi opprime ed offende; e nel mondo, in conclusione, tutti sognano ciò che sono, ma nessuno lo comprende.
Certe sere vorrei salire sui campanili della pianura, veder le grandi nuvole rosa lente sull’orizzonte come montagne intessute di raggi.
Vorrei capire dal cenno dei pioppi dove passa il fiume e quale aria trascina; saper dire dove nascerà il sole domani e quale via percorrerà, segnata sul riso già imbiondito, sui grani.
Vorrei toccare con le mie dita l’orlo delle campane, quando cade il giorno e si leva la brezza: sentir passare nel bronzo il battito di grandi voli lontani.
ANTONIA POZZI
Le tre strofe della poesia si fondano sull’ottativo ‘vorrei’; 19 versi piani; ho contato 2 novenari; 2 decasillabi; 5 settenari; 3 ternari; 5 endecasillabi; 1 doppio settenario; 1 ottonario. Antonia descrive un paese di montagna, immerso nella natura, vorrebbe salire sui campanili, per vedere le nuvole rosa all’orizzonte, i pioppi lungo le sponde del fiume, il sorgere del sole che illumina il grano imbiondito. Vorrebbe toccare l’orlo delle campane, e quando verrà il vento, sentire i loro rintocchi come se fossero voli lontani.
“Chanson d’automne ” (“Canzone d’autunno”) è una poesia di Paul Verlaine (1844–1896), uno dei più conosciuti in lingua francese . È incluso nella prima raccolta di Verlaine, Poèmes saturniens , pubblicata nel 1866 (vedi 1866 in poesia ). La poesia fa parte della sezione “Paysages tristes” (“Paesaggi tristi”) della raccolta. Nella seconda guerra mondiale i versi del poema furono usati per inviare messaggi dallo Special Operations Executive (SOE) alla Resistenza francese sui tempi dell’imminente invasione della Normandia . Il poema molto musicale dà l’effetto monotono di un violino. All’età di 22 anni, Verlaine usa il simbolismo dell’autunno nella poesia per descrivere una triste visione dell’invecchiamento. In preparazione per l’operazione Overlord , Radio Londres della BBC aveva segnalato alla Resistenza francese con i versi di apertura del poema di Verlaine del 1866 “Chanson d’Automne” che dovevano indicare l’inizio delle operazioni del D-Day sotto il comando delle Operazioni speciali Esecutivo.
NAPOLI
Canzone d’autunno
I lunghi singhiozzi Dei violini Dell’autunno Feriscono il mio cuore Di un languore Monotono.
Tutto soffocante E livido, quando Suona l’ora, Mi ricordo Dei giorni vecchi E piango
Ed io me ne vado Per il vento malvagio Che mi porta Di qua, di là, Simile alla Foglia morta.
Chanson d’automne Les sanglots longs Des violons De l’automne Blessent mon coeur D’une langueur Monotone.
Tout suffocant Et blême, quand Sonne l’heure, Je me souviens Des jours anciens Et je pleure
Et je m’en vais Au vent mauvais Qui m’emporte Deçà, delà, Pareil à la Feuille morte.
Paul Verlaine
Ed io me ne vado di qua e di là,simile ad una foglia morta. Versi e metafore struggenti. Una poesia particolare,con una storia singolare, di tempi tristi dove l’autunno è sinonimo di morte, di perdita. Temi ricorrenti per i poeti decadenti, con la loro visione noir della vita.
Sono appassionata della zona dell’alto Lazio.. la Tuscia incastrata tra Lazio, Umbria e Toscana e principalmente la Tuscia un po’ nascosta.. misteriosa.. e incredibilmente sorprendente. Una Tuscia dove andare mai da soli ma sempre in compagnia anche se non è dolce 😀 per lasciarsi andare.. per lasciarsi sorprendere e avvolgere dalle meraviglie che ci circondano. Questa terra è ricca di luoghi straordinariamente misteriosi.. da scoprire e da godere.. Io che ho una grande fantasia già immagino davanti a me il piacere che mi possono procurare questi luoghi insoliti.. unici.. e rari.. dove anche un bacio sa di un altro sapore.. Amici provate e poi mi direte..😀🍀 Luoghi che ci sorprendono x la loro unicità come la Casa Pendente di Bomarzo nel Parco dei Mostri. Volete provare una strana sensazione di smarrimento? La troverete qui.. in questa casa che è semplicemente storta. Infatti questa casa fu costruita su un masso inclinato e quindi la pavimentazione non è perpendicolare ai muri. E qui viene il bello..il senso di disorientamento porta a tenervi stretti all’altra persona.. e poi .. e poi…che bello!! Se trovo un accompagnatore di mio gradimento ci vado subito anch’io..😀😀😀 Un altro luogo.. provare x credere!! .. che vi procurerà tanta meraviglia .. stupore..e quel senso di vuoto nello stomaco a guardarlo.. è il Sasso Naticarello che si trova nella Faggeta del monte Cimino nel comune di Soriano del Cimino a circa 1000 metri di altitudine ed è un enorme masso che pesa all’incirca 250 tonnellate. È molto caratteristico tanto che venne descritto anche anticamente dallo scrittore latino Plinio il Vecchio e ha la particolarità che basta un semplice bastone e un punto d’appoggio per farlo tremare. Per questa sua caratteristica è conosciuto nel viterbese dialettale come Sasso naticarello o tremante o menicante o trezzicante. Qui potrete ottenere tutte le promesse che volete dalla vostra dolce metà..😀🍀 Credo che questi due posti siamo abbastanza emozionanti..ed ecco che si ci può finalmente riposare soggiornando in una delle meravigliose stanze della Casina degli Specchi con cena a Soriano in uno dei tanti ristorantini raggiungibili a 5 minuti a piedi che propongono prodotti tipici come gli gnocchi col ferro.. la zuppa di ceci e castagne.. i funghi porcini.. e l’ottima carne del posto. Qui si può trascorrere una bellissima giornata.. stupenda..non solo affascinante.. romantica.. ma a contatto con la natura ancora in questi posti incontaminata. Vi parlerò ancora di questa bellissima zona e di Viterbo che pur non essendo la mia città mi è entrata nel cuore.
Vita perché mi sfuggi dalle mani?perché ogni secondo qualcuno ti lascia?Lo sonon possiamo uscire da questa filaTu non lo permettiMa ci dai la possibilità di aspettaredi cogliertidi respirare la tua ariadi godere delle tue meravigliedi ascoltare la tua voce nell’aria che respiriamo di sentire i tuoi dolci sussurri:Goditi i momenti…prendi tempo per te…fai sentire la tua … Continua a leggere
José Manuel Caballero Bonald (1926-2021) è stato un poeta e scrittore spagnolo dii famiglia cubana. Studiò Astronomia e poi Lettere e Filosofia. Militante antifranchista, appartenne al gruppo poetico dei ’50. Nel 2012 vinse il Premio Cervantes.
Il miele non scade mai! Questo affascinante alimento naturale ha delle proprietà straordinarie che gli permettono di rimanere commestibile per secoli, come dimostrano le scoperte di miele nelle tombe degli antichi egizi, risalenti a migliaia di anni fa. Ecco un approfondimento sui motivi scientifici che lo rendono così durevole:
Basso Contenuto di Acqua:
Il miele ha un contenuto di umidità inferiore al 18%, che è troppo basso per permettere la sopravvivenza della maggior parte dei microrganismi. Senza acqua, i batteri e le muffe non possono proliferare, rendendo il miele un ambiente ostile per questi agenti di deterioramento.
Alto Contenuto di Zucchero:
Con un contenuto di zucchero superiore al 70%, il miele è estremamente igroscopico, ovvero ha la capacità di attirare e trattenere l’umidità dall’ambiente circostante. Questo contribuisce ulteriormente a impedire la crescita microbica.
Acidità Naturale:
Il miele ha un pH acido, che varia tra 3.2 e 4.5. Questo livello di acidità è sufficiente per inibire la crescita di molti batteri e muffe, creando un’altra barriera naturale contro la degradazione.
Enzimi delle Api:
Durante la produzione del miele, le api aggiungono un enzima chiamato glucosio ossidasi. Questo enzima, una volta che il miele è stato depositato nei favi, converte il glucosio in acido gluconico e perossido di idrogeno. Quest’ultimo agisce come un potente agente antibatterico, proteggendo il miele da eventuali contaminazioni.
Proprietà Antiossidanti:
Il miele contiene numerosi composti antiossidanti come flavonoidi e acidi fenolici. Questi composti non solo contribuiscono ai benefici per la salute del miele, ma aiutano anche a prevenire l’ossidazione e la degradazione del miele stesso.
Sigillatura Naturale:
Le api sigillano i favi di miele con cera d’api, che protegge ulteriormente il miele dall’esposizione all’aria e all’umidità. Questo sigillo naturale contribuisce a mantenere il miele fresco per lunghi periodi.
Queste straordinarie caratteristiche rendono il miele non solo un delizioso dolcificante, ma anche uno degli alimenti naturali più durevoli al mondo. Quindi, la prossima volta che gusti un cucchiaino di miele, ricorda che stai assaporando un pezzo di storia eterna, custodito dalla natura e dalle api. 🌿🍯✨
Did you know that honey never expires?
Did you know that?
Honey never expires! This fascinating natural food has extraordinary properties that allow it to remain edible for centuries, as demonstrated by the discoveries of honey in the tombs of the ancient Egyptians, dating back thousands of years. Here’s an in-depth look at the scientific reasons that make it so durable:
Low Water Content:
Honey has a moisture content of less than 18%, which is too low for most microorganisms to survive. Without water, bacteria and mold cannot thrive, making honey a hostile environment for these spoilage agents.
High Sugar Content:
With a sugar content of over 70%, honey is extremely hygroscopic, meaning it has the ability to attract and retain moisture from its surroundings. This further helps prevent microbial growth.
Natural Acidity:
Honey has an acidic pH, which varies between 3.2 and 4.5. This level of acidity is enough to inhibit the growth of many bacteria and molds, creating another natural barrier against degradation.
Bee Enzymes:
During honey production, bees add an enzyme called glucose oxidase. This enzyme, once the honey has been deposited in the honeycombs, converts the glucose into gluconic acid and hydrogen peroxide. The latter acts as a powerful antibacterial agent, protecting the honey from possible contamination.
Antioxidant Properties:
Honey contains numerous antioxidant compounds such as flavonoids and phenolic acids. These compounds not only contribute to the health benefits of honey, but also help prevent the oxidation and degradation of the honey itself.
Natural Sealing:
Bees seal honeycombs with beeswax, which further protects the honey from exposure to air and moisture. This natural seal helps keep honey fresh for long periods.
These extraordinary characteristics make honey not only a delicious sweetener, but also one of the most durable natural foods in the world. So, the next time you taste a teaspoon of honey, remember that you are tasting a piece of eternal history, guarded by nature and bees. 🌿🍯✨
È rimasta laggiù, calda, la vita, l’aria colore dei miei occhi, il tempo che bruciavano in fondo ad ogni vento mani vive, cercandomi…
Rimasta è la carezza che non trovo più se non tra due sonni, l’infinita mia sapienza in frantumi. E tu, parola che tramutavi il sangue in lacrime.
Nemmeno porto un viso con me, già trapassato in altro viso come spera nel vino e consumato negli accesi silenzi…
Torno sola tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo roseo sugli orci colmi d’acqua e luna del lungo inverno. Torno a te che geli
nella mia lieve tunica di fuoco. *
Amore, oggi il tuo nome
Amore, oggi il tuo nome al mio labbro è sfuggito come al piede l’ultimo gradino… ora è sparsa l’acqua della vita e tutta la lunga scala è da ricominciare. T’ho barattato, amore, con parole. Buio miele che odori dentro diafani vasi sotto mille e seicento anni di lava- ti riconoscerò dall’immortale silenzio. *
A volte dico: tentiamo d’esser gioiosi
A volte dico: tentiamo d’esser gioiosi, e mi appare discrezione la mia, tanto scavata è ormai la deserta misura cui fu promesso il grano. A volte dico: tentiamo d’essere gravi, non sia mai detto che zampilli per me sangue di vitello grasso: ed ancora mi appare discrezione la mia. Ma senza fallo a chi così ricolma d’ipotesi il deserto, d’immagini l’oscura notte, anima mia, a costui sarà detto: avesti la tua mercede. Ora non resta che vegliare sola Ora non resta che vegliare sola col salmista, coi vecchi di Colono; il mento in mano alla tavola nuda vegliare sola: come da bambina col califfo e il visir per le vie di Bassora. Non resta che protendere la mano tutta quanta la notte; e divezzare l’attesa dalla sua consolazione, seno antico che non ha più latte. Vivere finalmente quelle vie -dedalo di falò, spezie, sospiri da manti di smeraldo ventilato- col mendicante livido, acquattato tra gli orli di una ferita. *
Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto
Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto, lungo le notti piovose che io m’accendo nel buio delle pupille, tu, senza più fanciulla che disperda le voci…
Strade che l’innocenza vuole ignorare e brucia di offrire, chiusa e nuda senza palpebre o labbra!
Poiché dove tu passi è Samarcanda, e sciolgono i silenzi tappeti di respiri, consumano i grani dell’ansia –
attento: fra pietra e pietra corre un filo di sangue, là dove giunge il tuo piede. *
Oltre il tempo, oltre un angolo
Troppe cose hanno accolto le tue palpebre l’attenzione t’ha consumato le ciglia. Troppe vie t’hanno ripetuta, stretta, inseguita.
La città da secoli ti divora ma per te travede, sogno e sfacelo di luci e piogge, lacrime senili sulla ragazza che passa febbrile, indomabile, oltre il tempo, oltre un angolo.
Ritorna! Gridano i vecchi di Santa Maria del Pianto, la ronda della piscina di Siloè con i cani, gl’ibridi, gli spettri che non si sanno e tu sai radicati con te nel glutine blu dell’asfalto e credono al tuo fiore che avvampa, bianco–
poiché tutti viviamo di stelle spente. *
Elegia di Portland Road
Cosa proibita, scura la primavera.
Per anni camminai lungo primavere più scure del mio sangue. Ora tornano sul Tamigi sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli le piccole madri nei loro covi d’acacia l’ora eterna sulle eterne metropoli che già si staccano, tremano come navi pronte all’addio…
Cosa proibita scura la primavera.
Io vado sotto le nubi, tra ciliegi così leggeri che già sono quasi assenti. Che cosa non è quasi assente tranne me, da così poco morta, fiamma libera?
(E al centro del roveto riavvampano i vivi nel riso, nello splendore, come tu li ricordi come tu ancora li implori). *
Devota come un ramo
Devota come un ramo curvato da molte nevi allegra come falò per colline d’oblio,
su acutissime lamine in bianca maglia d’ortiche, ti insegnerò, mia anima, questo passo d’addio… *
Il Maestro d’arco a B.B.
Tu, Assente che bisogna amare … termine che ci sfuggi e che ci insegui come ombra d’uccello sul sentiero: io non ti voglio più cercare. Vibrerò senza quasi mirare la mia freccia, se la corda del cuore non sia tesa: il maestro d’arco zen così m’insegna che da tremila anni Ti vede. *
Moriremo lontani
Moriremo lontani. Sarà molto se poserò la guancia nel tuo palmo a Capodanno; se nel mio la traccia contemplerai di un’altra migrazione.
Dell’anima ben poco sappiamo. Berrà forse dai bacini delle concave notti senza passi, poserà sotto aeree piantagioni germinate dai sassi…
O signore e fratello! ma di noi sopra una sola teca di cristallo popoli studiosi scriveranno forse, tra mille inverni:
«nessun vincolo univa questi morti nella necropoli deserta». *
Passo d’addio
Si ripiegano i bianchi abiti estivi e tu discendi sulla meridiana, dolce Ottobre, e sui nidi. Trema l’ultimo canto nelle altane dove il sole era l’ombra ed ombra il sole, tra gli affanni sopiti. E mentre indugia tiepida la rosa l’amara bocca già stilla il sapore dei sorridenti addii. *
Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini) nasce a Bologna nel 1923. Figlia di un musicista, viene segnata per tutta la sua vita da una malformazione cardiaca che rende la sua salute sempre malferma e le impedisce di seguire un regolare corso di studi. Trasferitasi a Firenze con la famiglia, Cristina frequenta gli ambienti letterari della città, dove conosce intellettuali del calibro di Mario Luzi, Gabriella Bemporad, Margherita Pieracci Harwell (che sarà poi la curatrice di molte sue opere postume), Gianfranco Draghi (che la introdurrà al pensiero di Simone Weil) e Leone Traverso. Trascorre una vita molto ritirata, e nella stesura dei suoi scritti si mantiene sempre indifferente agli apprezzamenti, ai riconoscimenti e alle esigenze del mercato letterario. All’attività di poetessa e scrittrice affianca presto quella di traduttrice dall’inglese: fra gli autori da lei tradotti ci sono Katherine Mansfield, Virginia Woolf, John Donne, William Carlos Williams e Simone Weil. Negli ultimi anni della sua vita vive un’esistenza ancor più appartata e si dedica all’approfondimento delle tematiche del sacro e della spiritualità: diviene una cattolica fervente e rigorosamente ortodossa, tanto da opporsi alle riforme del Concilio Vaticano II. Il suo stile poetico, ancor oggi particolarissimo, è tutto proteso a far coincidere la parola con il suo significato più profondo, rifuggendo da tutto ciò che appare scontato o superfluo. Tra le sue opere ricordiamo le raccolte poetiche Diario bizantino e altre poesie (1977) e La tigre assenza (postuma, 1991), oltre ad una ricca produzione di prefazioni, traduzioni, saggi e lettere. Muore a Roma nel 1977.
Il poeta dice di amare il vino ed il cibo semplice. Il suo pasto preferito prevedeva gli spaghetti burro e formaggio e una bistecca alla fiorentina accompagnata dalla salsina “Allegria”. Ungaretti, nato nel pittoresco brulicare di Alessandria d’Egitto, profumata d’aglio e di particolarissimi aromi vegetali, passato poi alle raffinatezze della cucina francese, alla popolaresca sapidità di quelle regionali italiane, ed ai piccanti sapori di quella brasiliana, sa evocare colori e gusti, con una magica evidenza, sa liricizzare il ricordo di ogni vivanda, anche la più semplice. Ungaretti è di gusti semplici: predilige gli spaghetti al burro e formaggio, lo stoccafisso alla livornese e la bistecca alla fiorentina. Poco vino, ma buono. Non ha preferenze. Il vino è come la poesia, riassume paesaggi morali ed è anche il frutto delle sostanze che compongono il terreno di cui si nutrono i vitigni, qualcosa del cielo e della terra, del lavoro umano e del sole. Mosto che si fa vino, la poesia della natura in una alchimia ineffabile. Nel 1963, Marin San Sile incontrò il grande poeta regalando ai lettori un magnifico articolo. contenente anche le ricette preferite dell’Ermetico Sommo Poeta.
Spaghetti alla Ungaretti Dose per 4 persone
Spaghetti piuttosto fini – 400 gr Parmigiano grattugiato – 40 gr Burro – 80 gr Un pizzico di cumino Un pizzico di noce moscata Un cucchiaio di pan grattato finissimo Sale
Lessare gli spaghetti in acqua bollente e salata. Far dorare il burro. Mescolare il pan grattato con il cumino, la noce moscata e il formaggio. Scolare gli spaghetti, versarli in una terrina ed unire il formaggio con altri ingredienti. Rimescolare, aggiungere il burro e mescolare ancora. Servire subito gli spaghetti ben caldi.
Salsina Allegria Per bistecca alla fiorentina
Olio di Lucca – 10 ml Gherigli di noce tritatissimi – 20 gr Rapatura di un limone Succo di mezzo limone Mollica di pane raffermo Aceto Foglioline di erbe aromatiche (raccolte personalmente durante una passeggiata) cioè: Mentuccia Nepitella Bacche di Ginepro o Barbe di finocchietto selvatico Un pizzico di pepe
Ammorbidire la mollica di pane nell’aceto cotto, ed aggiungervi le foglioline delle erbe aromatiche battute finemente. Mescolare a questo composto tutti gli altri ingredienti e conservare al fresco in una terrina di coccio.
*Anche l’ermetico Ungaretti amava stare ai fornelli…che dire provate le sue ricette e buon appetito
Tra tutte le protagoniste delle tragedie greche, Antigone è forse quella che più simboleggia un non finire del conflitto tra autorità e diritto, tra leggi divine (senso ampio del termine), e leggi umane. Antigone, rappresenta la storia dall’antica Grecia fino ai giorni nostri, rimanendo sempre il simbolo di una lotta personale contro la tirannia di un potere ingiusto.
La voglia di baciarti in qualsiasi situazione, in qualsiasi posto, in mezzo a qualsiasi folla, a metà di qualsiasi discorso, davanti a qualsiasi persona, a qualsiasi ora. È estenuante. Sfiancante. Mi divora. Ti prego, fa che non mi passi mai !!!
In realtà, si tratta di una composizione contemporanea, spesso condivisa sui blog e social come testo anonimo.
La confusione nasce dal fatto che Antigone è simbolo di amore assoluto e ribellione, e quindi molti versi intensi vengono associati a lei anche se non fanno parte dell’opera originale.
La storia, racconta il tentativo di Antigone di seppellire suo fratello Polinice, che ha combattuto con l’altro suo fratello, provocandosi reciprocamente la morte, contro la volontà di Creonte, re di Tebe
Il figlio più giovane di Edipo, Eteocle, esilia il fratello maggiore Polinice. Quest’ultimo attacca Tebe, ma né l’uno ne l’altro l’hanno vinta perché muoiono entrambi in battaglia. Eteocle riceve le onoranze funebri, che invece vengono rifiutate a Polinice, che lo zio Creonte considera un traditore della città. Saputo ciò Antigone – sorella di Eteocle – nonostante il consiglio dell’altra sorella, più giovane, Ismene, insiste affinché il corpo del fratello venga sepolto. Si reca quindi inizialmente da lui per rendergli omaggio da sola, e viene arrestata e condotta presso Creonte che giudica colpevoli entrambe le sorelle e decidedi imprigionarle rimproverando ad Antigone di aver disobbedito ai suoi ordini.
Ma Emone, figlio di Creonte, supplica il padre di lasciar libera Antigone, della quale è promesso sposo. Il re lo deride e ignora le sue suppliche.
Gli anziani ricordano allora al re che solo una delle sorelle ha infranto le leggi: Creonte dunque cambia idea e decide di condannare a morte la sola Antigone.
Mentre viene portata fuori da Tebe in una grotta ad attendervi la morte, l’indovino Tiresia avverte Creonte che gli dei sono molto irritati per la sua mancanza di rispetto verso i morti, e che tutto ciò porterà suo figlio alla morte.
Creonte, preoccupato, si affretta a far liberare Antigone, sepolta viva, e a far seppellire Polinice.
Emone stringe il corpo della fidanzata morta, si getta sul padre per ucciderlo, ma manca il bersaglio. Rivolge allora l’arma contro se stesso, uccidendosi. Creonte ritorna quindi al palazzo per apprendere che la moglie Euridice s’è tolta la vita dopo esser stata colpita dalla notizia della morte del figlio: resta così solo, chiuso nel suo dolore.
L’opera appartiene al ciclo di drammi tebani ispirati alla drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti. Altre due tragedie di Sofocle, l’Edipo re e l’Edipo a Colono, descrivono gli eventi precedenti, benché siano state scritte anni dopo.
Sébastien Norblin, Antigone donnant la sépulture à Polynice – Public Domain via Wikimedia Commons
Antigone ed Emone, rispettivamente figli di Edipo e Creonte, erano profondamente innamorati e legati da una promessa matrimoniale. Creonte, zio di Antigone oltre che spasimante respinto, era riuscito a mettere le mani sul trono di Tebe dopo che i legittimi eredi, Eteocle e Polinice, fratelli di Antigone, si erano affrontati in un duello mortale per entrambi. Spinto dalla propria natura empia e malvagia, il Tiranno aveva ordinato di non dare sepoltura ai corpi dei due caduti. Contravvenendo a quell’ordine, però, Antigone innalzò una pira e vi adagiò sopra il corpo di Polinice, cui la principessa era legata da profondo affetto. Dall’alto di una terrazza, Creonte vide il bagliore delle fiamme del rogo e si precipitò sul posto, sorprendendo Antigone. In preda alla collera per essere stato disubbidito e cogliendo in quella, l’occasione per potersi vendicare del rifiuto di Antigone, Creonte ordinò al figlio, il principe Emone, di seppellire viva la ragazza nella tomba di Polidice. Emone finse di ubbidire. In realtà sposò l’amata e la mise in salvo affidandola ad un gruppo di pastori, tra i monti. Antigone ebbe un figlio che, come tutti nella sua famiglia, portava impresso sul corpo il segno del serpente. Quando, molti anni dopo, ormai cresciuto, il ragazzo si presentò ad una gara con l’arco, Creonte lo riconobbe dal segno, lo catturò e lo fece mettere a morte. Invano Emone tentò di salvare il figlio; alla fine uccise se stesso e l’infelice Antigone.
L’espressione poeta maledetto (in francese poète maudit) qualifica in generale un poeta (ma anche un musicista, o artista in genere) di talento che, incompreso, rigetta i valori della società, conduce uno stile di vita provocatorio, pericoloso, asociale o autodistruttivo (in particolare consumando alcol e droghe), redige testi di una difficile lettura e, in generale, muore ancor prima che al suo genio venga riconosciuto il suo giusto valore. Fu Paul Verlaine ad attribuire a se stesso l’appellativo di maledetto, e sebbene, in origine, designasse gli amici di Verlaine,esso avvolge in un alone indefinibile autori di epoche diverse come Cecco Angiolieri, François Villon,così come artisti attivi in campi diversi da quello unicamente poetico, ad esempio il pittore Vincent van Gogh e il cantante Jim Morrison. Figura tragica spinta agli estremi, sprofondata non di rado nella demenza, l’immagine del poète maudit costituisce il vertice insuperabile del pensiero romantico e decadente. Esso domina una concezione della poesia caratteristica della seconda metà del XIX secolo. In Italia, sull’onda del mito romantico del reprobo, definito anche Maledettismo, viene a svilupparsi la Scapigliatura. Nell’ambito del Decadentismo, vi è una specifica linea di sviluppo che va sotto il nome di Simbolismo. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, il Simbolismo diventa un orientamento letterario sempre più consapevole e deciso, fino a costituire il fondamento stesso di questo linguaggio. Uno stato d’animo diffuso, un senso di disfacimento, l’idea di un crollo, di un imminente cataclisma epocale, un voluttuoso compiacimento autodistruttivo. Ogni forma visibile è un simbolo di qualcosa di più profondo che sta al di là di essa e si collega con infinite altre dimensioni.
NAPOLI
Il termine “decadente”, usato per la prima volta in Francia nel 1880, è un’espressione originariamente associata al gruppo di poeti considerati gli “eredi” di Charles Baudelaire, i quali sentono l’ebbrezza della rovina e la coscienza del tramonto: Stephane Mallarmé, Paul Verlaine e Arthur Rimbaud. La poesia pura diventa un’arte pura, alle immagini nitide e distinte si sostituisce l’impreciso, il vago, l’indefinito, che, solo, è capace di evocare sensi ulteriori e misteriosi. I poeti maledetti è il titolo che Paul Verlaine diede alla sua opera uscita nella sua prima edizione nel 1884 e comprendente alcune tra le migliori opere di Tristan Corbière, Arthur Rimbaud e Stéphane Mallarmé.A Verlaine va riconosciuto senz’altro il grande merito grazie a quest’opera di aver reso celebri autori, che altrimenti sarebbero senz’altro rimaste figure sconosciute.Verlaine stesso spiega che per “poeti maledetti”, intende “poeti assoluti”, “assoluti per l’immaginazione, assoluti nell’espressione”. Con questo aggettivo si denota la tendenza di molti intellettuali a profanare i valori e le convenzioni della società borghese e a scegliere deliberatamente, come gesto di supremo rifiuto, il male e l’abiezione. L’artista diventa colui che sceglie la via dell’autoannientamento per discostarsi dai valori di una società che non lo comprende, si compiace dunque di una vita misera caratterizzata dal vizio della carne, le sregolatezze e dall’abuso di alcool e droghe. Ragione e scienza non sono in grado di fornire la chiave della conoscenza del reale poiché la sua essenza è al di là delle cose, immersa nel mistero e nell’ignoto. Unico tramite cui abbandonarsi e lasciarsi trasportare verso l’ineffabile è l’inconscio. Strumenti privilegiati per cogliere l’essenza segreta della realtà diventano gli stati di alterazione: la follia, il delirio, l’incubo o l’allucinazione. Anche artificialmente provocati attraverso l’uso di alcool, assenzio e oppio, questi stati – che sfuggono al controllo della ragione – aprono a dimensioni e prospettive nuove che permettono di cogliere, sebbene confusamente, il mistero insito nel visibile. Malattia e morte sono, ancora, due altri temi decadenti: la morte come rovesciamento dell’opposta pulsione vitale verso il fascino dell’abisso; la malattia come momento di crisi profonda di un certo momento storico e, insieme, come condizione privilegiata che segna un distacco sprezzante verso «la massa».
Uno dei più grandi esponenti del decadentismo francese e sicuramente Charles Baudelaire .La prima edizione de I fiori del male – la raccolta che ancora oggi è considerata un capolavoro – viene pubblicata nel 1857, e lo scandalo è talmente grande che il poeta deve sottoporsi a un processo per immoralità. La seconda edizione compare con alcune aggiunte nel 1861, e una terza, postuma, esce nel 1868, con al suo interno anche le poesie che l’autore aveva inizialmente escluso dalla raccolta. Nella raccolta sono presenti quattro poesie intitolate Spleen, termine inglese che indica una forma malinconica e dolorosa di noia, di cui è vittima il poeta. Questo sentimento può prendere forme diverse, legate a differenti luoghi chiusi, quali tombe e prigioni.
In questo componimento, il quarto, la terra, che si trasforma in una caverna, diventa la cella del poeta, che non riesce in nessun modo ad evadere, le immagini sono brutali, angoscianti, concepite come durante un’allucinazione. Un lessico per lo più realista subisce una radicale trasfigurazione, di modo da trasmettere una generale sensazione di oppressione e soffocamento.
«Quando la terra si muta in umida spelonca»
Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio sullo spirito che geme in preda a una lunga noia e abbracciando il cerchio di tutto l’orizzonte ci versa una luce nera più triste delle notti;
quando la terra si muta in umida spelonca dove la Speranza, come un pipistrello va battendo i muri con la sua timida ala e picchia la testa su fradici soffitti;
quando la pioggia distendendo immense strisce imita le sbarre d’una vasta prigione e un muto popolo di ragni infami in fondo ai nostri cervelli tende le sue reti,
campane a un tratto scattano con furia e lanciano verso il cielo un urlo orrendo come spiriti erranti e senza patria che si mettano a gemere ostinati.
E lunghi carri funebri, senza tamburi né musica, sfilano lenti dentro la mia anima; la Speranza, vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica, pianta sul mio cranio chino il suo nero vessillo.
*Il Decadentismo, una corrente di pensiero che non portata a livelli estremi è comprensibile anche per i nostri tempi così difficili che rispecchiano un po’ quell’atmosfera di delusione e oscurantismo. Tanti sentono una sorte di fallimento in tutto ciò che promette speranza e ottimismo. Come i “poeti maledetti” spesso ci rifugiamo anche noi nei nostri paradisi artificiali che non sempre sono alcol e droga ma altrettanto nocivi.
Pablo de Rokha (1894–1968) è stato un poeta cileno tra i più radicali e innovativi del XX secolo, noto per la sua scrittura visionaria, politica e anticlericale. Figura emblematica dell’avanguardia latinoamericana, vinse il Premio Nazionale di Letteratura cileno nel 1965.
Cammino sui cadaveri degli amanti
e sulle vecchie tombe piene del passato,
ricoperte dagli orribili capelli
della grande tomba universale inghiottita.
Accumulo il mio io esorbitante
e la mia illusione di un Dio sanguinario,
perché sono uno spettacolo clamoroso
e un uomo santo già esorbitante.
Il mio amore ti morde come un cane dorato,
ma ti mostra con le sue anche dorate.
Winett, come un fiore di estraneità.
Perché senza di te non avrei scoperto,
come una brocca d’acqua nel deserto,
l’antica miniera della mia poesia.
Roberto Bolaño Ávalos (1953 – 2003) è stato uno scrittore, poeta e saggista cileno.
Detective persi nella città buia.
Ho sentito i loro gemiti.
Ne ho sentiti i passi al Teatro della Gioventù.
Una voce che avanza come una freccia.
All’ombra dei caffè e dei parchi
frequentati nell’adolescenza.
I detective che osservano
le loro mani aperte,
il destino macchiato dello stesso sangue.
E non riesci nemmeno a ricordare
dov’era la ferita,
i volti che un tempo hai amato,
la donna che ti ha salvato la vita.
Forough Farrokhzad (Teheran, 5 gennaio 1934 – Teheran, 13 febbraio 1967), poetessa iraniana, sfidando le autorità religiose e i letterati conservatori, Farrokhzad espresse con fermezza la propria posizione sulla situazione femminile nella società iraniana degli anni cinquanta-sessanta, contribuendo in modo decisivo al rinnovamento della letteratura persiana del ‘900. Il ruolo della donna nel matrimonio convenzionale, le libertà prevaricanti del ruolo di madre e donna libera, il rapporto conflittuale dell’essere donna e non poter godere del proprio corpo liberamente, le diedero la forza di combattere ma le impedirono una vita normale. Cineasta, del 1963 è il suo unico documentario Khaneh siah ast (The House is Black), che mostra la situazione dei lebbrosi iraniani e vinse premi in tutto il mondo. Morì nel 1967 in un incidente stradale, di ritorno da una visita alla madre.
Nella mia notte, così breve, ahimè
Il vento ha un rendez-vous con le foglie.
La mia notte così breve è colma d’angoscia devastante.
Ascolta! Senti il respiro delle tenebre?
Mi sento estranea a questa felicità.
Sono abituata alla disperazione.
Ascolta! Senti il respiro delle tenebre?
Là, nella notte, accade qualcosa.
La luna è rossa e angosciata.
E aggrappate a questo tetto
Che rischia di crollare da un momento all’altro,
Le nuvole, come una folla di piangenti,
Aspettano che la pioggia partorisca,
Un attimo, e più niente.
Dietro questa finestra,
È la notte che trema
Ed è la terra che smette di girare.
Dietro questa finestra, uno sconosciuto è preoccupato
Per me e per te.
Tu, tutta verdeggiante,
Poni le tue mani — questi ardenti ricordi —
Sulle mie mani amorevoli
E affida le tue labbra, colme del calore della vita,
Alle carezze delle mie labbra amorevoli.
Il vento ci porterà!
Il vento ci porterà!
*
Traduzione dal francese estratta dal film omonimo di Abbas Kiarostami
Sono partito per incontrare l’Uomo – o un dio? per incontrare Dio e un uomo. Ma questo non posso discuterlo con te elegante anziano signore al caffè dove bevo il mio te al latte verso sera. Perché arrivo da un paese dove si ascolta la rigida tempesta dell’inverno e il deserto dietro la tempia. E parlo una lingua in cui dio significa uomo e uomo dio E in questa lingua è scritta la poesia da questa dipende il suo destino
Omar Lara (1941–2021) è stato un poeta, traduttore e giornalista cileno, originario di Nueva Imperial. Figura centrale del gruppo poetico Trilce, fondato negli anni ’60, è noto per una poesia intensa e intimista, spesso segnata dall’esilio vissuto dopo il colpo di Stato del 1973. Rifugiatosi prima in Perù e poi in Romania, ha tradotto in spagnolo numerosi autori rumeni, contribuendo a un fertile dialogo culturale. Rientrato in Cile negli anni ’90, ha continuato a scrivere e a dirigere la rivista letteraria Trilce, lasciando un segno duraturo nella poesia latinoamericana.
Il tempo non è passato molto tempo, semplicemente non c’era.
Al momento giusto, nel tempo del tempo.
Ha dimenticato il suo gocciolamento, il suo attrito, la sua testardaggine.
Il tempo in cui era con il suo artiglio e il suo osso
Ciò che mi perseguita è la pietra che si scrosta,
la mitezza rabbiosa di una notte senza tregua.
Come se non esistesse, come se fosse stato
inventato da qualcuno che non conosce storie.
Eravamo come ospiti impazienti
Una sedia sul bordo dell’irrealtà
Qualcuno che si interrogava sotto una luce di paura
e non riuscivo nemmeno a dire il mio nome
Dovrei essere quell’essere, quell’ombra,
quella squallida nebbia, quell’oblio, quella linea
Quella domanda cieca, quel grido di limiti,
quella mano che tuttavia cerca quella mano
Abelardo Castillo (1935 -2017) poeta, scrittore e giornalista argentino, amava definirsi un uomo che scrive
Quella donna seminuda sta aspettando
un uomo che potrebbe venire a trovarla stasera.
Vedo i suoi capelli e tra i suoi capelli una spilla
d’argento elisabettiano. L’uomo tarda.
La donna è inglese ma ha
occhi e lunghi capelli spagnoli.
È bella, è sensuale ed è sola.
Se lui non viene, stanotte non dormirà.
C’è un gatto, forse… Non so nient’altro
di questa donna oscura e della sua impura
insonnia di donna che aspetta un uomo.
So solo che è a Londra, che sul suo cuscino
i capelli bruciano come un fuoco oscuro
e che Shakespeare non pronunciò mai il suo nome.
È agosto e non
leggo un libro da sei mesi,
a parte qualcosa intitolato La ritirata da Mosca
di Caulaincourt.
Tuttavia, sono felice
quando guido con mio fratello
bevendo una pinta di Old Crow.
Non stiamo andando da nessuna parte,
stiamo solo guidando.
Se chiudessi gli occhi per un minuto
non saprei dove mi trovo
mi sdraierei felice e dormirei per sempre
sul ciglio della strada.
Ma mio fratello mi dà una leggera spinta.
Tra un attimo succederà qualcosa.
Elise Cowen (1933–1962) è stata una poetessa americana legata alla Beat Generation. Nata a New York, visse intensamente la scena culturale degli anni ’50, tra ribellione, spiritualità e disagio esistenziale. I suoi versi, spesso oscuri e viscerali, trattano temi come l’identità femminile, la sessualità e la malattia mentale. Morì tragicamente a soli 28 anni. Solo dopo la sua morte parte delle sue poesie furono riscoperte e pubblicate, rendendola una figura di culto.
Norman MacCaig (1910 – 1996) è stato uno dei maggiori poeti scozzesi contemporanei. In poesia ha pubblicato: Summer farm; Far Cry; The Inward Eye; Riding Lights; The Sinai Sort.; A Common Grace; A Round of Applause; Measures; Surroundings; Rings on a Tree; Visiting Hour; A Man in My Position; The White Bird; The World’s Room; Tree of Strings; Old Maps and New; The Equal Skies; A World of Difference; Voice Over; An Ordinary Day; Brooklyn Cop; Aunt Julia.
Gli alberi sono una gabbia per loro: l’acqua trattiene il fiato
per tenerli in equilibrio, senza sbavare su quei menischi delicati.
I bambini li guardano giocare nei loro campi da gioco celesti;
gli uomini li usano per condurre le navi alle baie, lungo gli oceani.
Sembrano fissati nel loro luccichio, ma non smettono mai
di inventare nuove distanze e smisurate esplosioni,
migrando nelle tribù matematiche attraverso
le steppe dello spazio, a loro oltraggioso piacere.
Difficile pensare che la terra sia unica –
questo povero triste latore di guerre e disastri,
che gira intorno al sole in Rolls-Royce col suo carico di gangster,
scortato unicamente dalla luna priva d’amore.
Tempo verrà in cui, con esultanza, saluterai te stesso arrivato alla tua porta, nel tuo proprio specchio, e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia. Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io. Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato per un altro che ti sa a memoria. Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate, sbuccia via dallo specchio la tua immagine. Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.