lucia triolo: una Domenica di poesia

Iya Kiva

vedo la mia casa solo nei servizi sui bombardamenti
gialla come la banda di speranza che campeggia nella bandiera ucraina 


la guardo negli occhi
ma lei mi gira le spalle
nascondendosi
dietro ai sottili pannelli della memoria 
e non vuole più vivere 


sghignazza 
della guerra 
della morte 
di me 


ma
se è ancora viva
allora sono ancora viva anch’io 
anche se viva non mi sento 


non so se voglio vivere in una casa 
che me, non mi chiama casa
bensì bizzarro rifugio per le parole 


e ora le parole mi cadono dalle tasche 
come chiavi di un alloggio temporaneo 
dopo ogni tentativo di accendere la luce


e il vento della rovina urla tra le vertebre dell’amore 
per tutta la steppa occupata dal sorriso del nulla 


07.03.2023 

da “La guerra è sempre seduta su tutte le sedie

festa della mamma…una poesia,Gabriella Paci

Come tu sapevi essere

Riaffiorano le tue parole, madre,

grani di saggezza antica da seminare

nei solchi di campi di speranza nuova

da bagnare con lacrime furtive

mentre brucia  la gramigna dei dolori.

Tu, pino di scogliera, stavi affacciata

sull’orizzonte di sole e mare ma

 la tua scorza a dure scaglie

raccontava alla spuma dell’onda

le incisioni del vivere e soffrire.

Vorrei  essere come tu sapevi:

grano pronto a fiorire nel solco

pino d’estate dal sofferto tronco,

roccia impavida di scogliera brulla:

tutto quello che sa essere altro

nella resilienza al destino

 senza cedere alla lusinga del pianto.

Una poesia della poetessa Fiorella Giovannelli nell’angolo poetico, pubblicazione di Elisa Mascia -Italia

Foto cortesia di Fiorella Giovannelli – Italia

“Io ti vedo, anche quando non mi guardi”

Non devi guardarmi per farmi sapere dove sei.So dove sei, anche se i tuoi occhi non mi trovano.
So come respiri,
come cammini,
come pensi che io non senta ogni passo,ogni respiro che prende forma nell’aria.

Quando ti nascondi dietro il silenzio,
non è che non ti sento.È che in quel silenzio,ti sento più forte.

Non c’è bisogno di dire parole che non hai voglia di dire Non serve che mi guardi per farmi sapere che ci sei.

So quando hai paura,
e so quando il coraggio si nasconde.
E ti vedo —
anche quando tu pensi di non esserci.

Fiorella Giovannelli

Leggi anche altri articoli dell’autrice Elisa Mascia -Italia, grazie

https://alessandria.today/?s=Elisa+Mascia


Un ringraziamento speciale ai lettori di Alessandria today.
Dal 2018, Alessandria today è un punto di riferimento con oltre 141.000 articoli su Cultura, Interviste, Poesie, Cronaca e molto altro. Grazie a voi, il nostro impegno continua a crescere e a raccontare storie che arricchiscono la nostra comunità. Visitateci su https://alessandria.today/ e italianewsmedia.com per essere parte della nostra avventura. Grazie di cuore per il vostro supporto!

In una danza che emana luce all’ Universo, la poesia “La signora del derviscio” del poeta prof. Kareem Abdullah-Iraq, pubblicazione di Elisa Mascia-Italia

Foto cortesia del prof Kareem Abdullah -Iraq

Signora del Derviscio

Attorno alle tue luci verdi, danzo ebbro nel cielo,

porgendo una mano bianca che trattiene i fili d’amore, l’altra li abbraccia,

li pianta come sorgenti che sbocciano nella tua terra generosa.


M’illumino nel momento della rivelazione, un fiore di narciso che spezza le catene del tempo, in cerca del mio amore che dimora nelle profondità del mio cuore, la mia unica guida nel mio peregrinare.


Ogni volta che chiudo gli occhi, ti vedo con l’occhio della mia intuizione, o fiume di perle le cui sorgenti sono il cielo, che scorre dolcemente, inondando il mondo di luminosità.
Non permettere che i dubbi diventino eserciti a occupare il tuo cuore, altrimenti periranno i fiori della certezza.


Non mi rivedi in te? Non vedi insieme a me come si dissipano le montagne della disperazione?
Non vedi che il linguaggio dell’amore penetra la sordità nel disegno delle porte dell’oscurità? Non vedi come Dio ti ha creata e ti ha prescelta come compagna dell’anima?
Non vedi come ti ho scelto come mia compagna?

Vieni, amiamoci e rivestiamoci di benedizioni che riempiono l’universo di melodie.

Kareem Abdullah -Iraq

سَيِّدةُ الدرويش
حول أنواركِ الخضراء، أرقصُ ثَمِلاً في السماء، أمدّ يدًا بيضاء تُمسكُ خيوطَ المحبّة، تحتضنها أُخرى، تغرسها ينابيعَ تتفجّرُ في أرضكِ السخيّة. أتوهّجُ لحظةَ التجلّي، زهرةَ نرجسٍ تفكّ قيودَ الزمن، تبحثُ عن معشوقٍ يسكنُ شغافَ القلب، دليلي الوحيد في طوافي. كلّما أغمضتُ عينيّ، رأيتكِ بعينِ بصيرتي، يا نهرًا من الجُمان، منابعهُ السماء، يتدفّقُ سلسبيلاً، يغمرُ الدنيا بالضياء. لا تجعلي للشكِّ جيوشًا تحتلُّ قلبكِ، لئلّا تموت أزهارُ اليقين. ألا ترينَ فيكِ نفسي؟ ألا ترينَ معي كيف تتبدّدُ جبالُ اليأس؟ ألا ترينَ لغةَ العشق تخترقُ صممَ أبوابِ العتمة؟ ألا ترينَ كيف خَلَقكِ اللهُ واصطفاكِ نديمةً للروح؟ ألا ترينَ كيف أصطنعكِ رفيقةَ دربي؟! تعالي نعشق أنفسنا، وننهمر كراماتٍ تورقُ أنغامًا تملأُ الكون.

Leggi anche altri articoli dell’autrice Elisa Mascia, grazie

https://alessandria.today/?s=Elisa+Mascia


Un ringraziamento speciale ai lettori di Alessandria today.
Dal 2018, Alessandria today è un punto di riferimento con oltre 141.000 articoli su Cultura, Interviste, Poesie, Cronaca e molto altro. Grazie a voi, il nostro impegno continua a crescere e a raccontare storie che arricchiscono la nostra comunità. Visitateci su https://alessandria.today/ e italianewsmedia.com per essere parte della nostra avventura. Grazie di cuore per il vostro supporto!

Lucia Triolo: Una Domenica di Poesia

IL POETA é PADRE E INSIEME MADRE DI FIGLI NON NATI

Il poeta è padre e insieme madre di figli non nati .
La sua amante e la sognante inventata 
parola. Con lei ha rapporti sessuali come con sua 
moglie, fatta di carne e ossa, non solo a casa, nel letto, 
ma anche nel bosco lussureggiante, su uno scoglio 
al mare e nel mare, nella landa, illuminata 
dal sole, in qualche buio corridoio… Nella fredda 
chiesa deserta e al cinema, pieno di corpi sudati …
Per la sua immacolata concezione i loro peccati 
è punito con una perenne gravidanza. In lui cresce 

il vuoto che vuole trascendere l’infinito 
vuoto che lo circonda… il poeta è padre e
insieme madre di figli non nati… Ed è contento 
delle proprie doglie

In Rosa Mystica

lucia triolo: vorrei

vorrei…       
 vorrei avere
occhi 
di cristallo trasparenti e fulminanti 
mani 
che tolgono la polvere anche ai sogni
orecchie 
che avvertono i punti morti nel cammino
odori 
col profumo di maree che lanciano speranze sulla riva

tu che mi accarezzi 

e invece…
… solo malintesi:
una formica ci passeggia sopra

il mondo, 
quel vecchio usuraio, come sempre, 
continua 
a prestare e a esigere interessi non dovuti

la formica ci passeggia sopra.

Lucia Triolo: Una Domenica di Poesia

Barbara Korun

Odore Umano

Ormai da giorni rimugino sul mio resoconto
del lavoro svolto con i profughi
non ce la faccio proprio a metterlo sulla carta
quell’odore
odore di gente di creature umane
quell’odore dolciastro
un misto di urina di vomito di sangue mestruale
di sangue di feci di sudore di gente spaventata

ormai da giorni rumino questo resoconto
nei sogni è il resoconto a ruminare me
mi perseguita
insomma come dire

«Per loro tutto può andar bene!»
il sudicio pavimento di cemento
i vestiti fradici
le interminabili attese in fila
esattamente in una fila
2000 persone in un’unica fila
una dietro l’altra per ore e ore
per 2 pezzi di pane pesce in scatola
una mela e mezzo litro di latte
per l’acqua per mezzo litro d’acqua

ormai da giorni rumino questo rapporto
già da giorni mi tormento come comporlo
insomma come raccontare
che la gente mi faceva segno
sono affamato sono affamata siamo affamati
dimagriti stanchi sporchi rassegnati

come raccontare
che li sorvegliavamo come i peggiori
e i più pericolosi nemici
avvertendo la gente del luogo di non lasciar
passare i loro animali dove erano passati loro
potrebbero contrarre malattie terribili
la tubercolosi, il colera, la scabbia, i pidocchi

«Neanche per sogno! Non sperate davvero che io vada
a pulire le tende finché c’è anche uno solo di quella marmaglia infernale!»
sbraitava una signora anziana mandata dai servizi sociali
«Non voglio avere a che fare con loro,
che tornino là da dove sono venuti!» strillava a notte fonda
durante una delle notti più serene nel campo
svegliandosi di soprassalto dal placido
sonno dei giusti

come raccontare
come descrivere la scena iniziale
quando son giunta per la prima volta alla fabbrica Beti
la mattina presto prima dell’alba

nei campi vicini silenzio nebbia
in lontananza invece fasci di luce dei fari
elicotteri suono insistente di sirene veicoli della
polizia esercito con i loro furgoni e camionette
armati fino ai denti agenti specializzati con
passamontagna nero sul viso e il casco in testa
muniti di giubbotti antiproiettile mitragliatrici
rivoltelle sfollagente scudi e volti mascherati
perfino i membri del servizio umanitario
con guanti e maschere da naso e bocca

eppure dappertutto quell’odore
quell’odore intenso e dolciastro
odore umano

che non scorderò mai

lucia triolo: una domenica di poesia

Roberto Bolano

Godzilla in Messico

Ascolta bene, figlio mio: le bombe cadevano
su Città del Messico
ma nessuno se ne rendeva conto.
L’aria portò il veleno
per le strade e dentro le finestre aperte.
Tu avevi appena mangiato e guardavi alla tele
i cartoni animati.
Io leggevo nella stanza accanto
quando capii che stavamo per morire.

Nonostante le vertigini e la nausea, mi trascinai
nella sala da pranzo e ti trovai sul pavimento.

Ci abbracciamo. Mi hai chiesto cosa stava succedendo
e io non dissi che eravamo nel programma della morte,
ma che stavamo per iniziare un viaggio,
un altro, insieme, e che non dovevi avere paura.

Quando se ne andò, la morte nemmeno
ci chiuse gli occhi.
Che cosa siamo?, mi domandasti una settimana o un

anno dopo,
formiche, api, cifre sbagliate
nella grande zuppa marcia del caso?
Siamo esseri umani, figlio mio, quasi uccelli,
eroi pubblici e segreti.

in “I Cani Romantici”

lucia triolo: una domenica di poesia

D. H. Lawrence

“La Fenice”

Siete pronti a venir cancellati
raschiati via, soppressi
ridotti a nulla?

Siete pronti ad essere ridotti
a nulla, ad essere immersi
nell’oblio?

Se no, non cambierete mai davvero.

La fenice rinnova la sua giovinezza
soltanto quando è arsa, arsa viva
arsa fino ad essere calda, fioccosa
cenere. Allora il piccolo agitarsi
di un nuovo piccolo nato
nel nido con fili di lanugine come cenere
fluttuante
mostra che lei sta rinnovando
la sua giovinezza come fa l’aquila,
alato immortale

Lucia Triolo: Una domenica di poesia

Bertold Brecht

A chi esita 

Dici:
per noi va male.  Il buio
cresce.  Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi
più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze.  Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno.  Le nostre
parole d’ordine sono confuse.  Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto?  Su chi
contiamo ancora?  Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente?  Resteremo indietro, senza
comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi.  Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.

Lucia Triolo: Una Domenica di poesia: sagoma di uno stupro

Cinzia Marulli

L’orco e la bambola

Un pomeriggio di sole, la compagnetta di scuola, a casa
sua tutto era più grande, perfino lo stupore. I soldini nella
borsetta quasi finta. Un vestitino chiaro e leggero lasciava
scoperte le gambette. Un corpo immaturo, i seni solo
accennati, il pube glabro, l’imene intatto. Per le scale di
corsa a comprare la merenda, il pane caldo, la cioccolata,
la bottiglietta di aranciata, l’orco nascosto, la tenda tira-
ta, le mani grandi, il vestitino strappato, il sangue sulle
gambette, la vergogna immonda, il tremore del respiro,
l’animale impazzito. L’imene deflagrato. 

Il dopo

Sentire quelle mani
sempre
scavare la pelle 

il dolore nell’anima 

camminare soli
guardare oltre 

sperare nel vuoto
desiderare
non sentire più
quel fragore 
che insanguina 

dimmi tu – dimmi
ci sarà un giorno
il bianco velo della resurrezione? 

————

Quello che è stato è stato
il male è indietro 

la vita ha vinto sulla vita
dall’interno la luce
ha dipinto di sole
la cicatrice 

nessuno ha potuto offuscare
l’amore
quell’amore che cresce
nel mio grembo 
e che ha il volto meraviglioso
del bene. 

—————

Ancora mi chiedo
cosa farò da grande
mentre conto le rughe
che sorridono sul mio viso 

mi ostino a non tingere
i capelli come se quel bianco
fosse il velo della prima comunione 

cerco un abbraccio
lo cerco nello sguardo
di chi non ho ancora incontrato 

poi mi specchio negli occhi di mio figlio
e ritrovo l’amore di mio padre
forse sono loro la ragione
il senso della vita 

e questa parola
che a volte mi esce insanguinata. 

Tasti tratti da: Autobiografia del silenzio
ed. La vita Felice, 2022.

Lucia Triolo: una solitudine elegante

Con la leggerezza di una freccia,
ho sfiorato la tua immagine
disegnando un arco
nella solitudine.

Non era una solitudine
qualunque.
C’ero nata dentro,
era la verità.

aveva attraversato la pelle
sciogliendosi nella carne
dondolandosi nel sangue.
aveva accarezzato i sorrisi
gli sguardi prolungati
i desideri le domande.

Aveva intercettato anche i timori.
con la trama ariosa
della curiosità.

ora
sospesa e timida
si rivolgeva a te.
era una solitudine elegante

lucia triolo: una domenica di poesia

Fernando Pessoa

Il poeta è un fingitore

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore

L’anima voleva essere pietra (Shoah ),Gabriella Paci

In quei giorni d’attesa del niente

dove c’era timore del tempo che

divorava   la vita nella carne ora

solo pelle attaccata al respiro,

l’anima voleva  essere pietra per non

sentire l’agonia delle ore nel vibrare

del cuore devastato dal dolore per chi

era ormai solo cenere al vento dispersa.

L’anima voleva  essere pietra per non

vedersi morire ogni volta in uno sguardo

specchiato nel fango che non era più

quello di un uomo vero nell’inferno

di terra dove si scriveva l’orrore

con l’inchiostro del sangue a scolorare

della neve caduta  il biancore …

e nell’aria vibrava della morte il dolore

Ecco , l’anima voleva essere pietra,

lapide con i numeri ignoti del trionfo

del male …per essere memoria

perenne di un genocidio d’innocenti

Analisi critica di una poesia che ci parla di futuro: “Sul muro grafito “ di Eugenio Montale,Gabriella Paci

Montale è poeta del “male di vivere “ che spesso ci attanaglia e la cui cura è costituita forse davvero dalla “divina indifferenza” come lo stesso poeta ebbe a suggerire nella sua celebre lirica “Spesso il male di vivere..”

Nella lirica che segue abbiamo trovato molti degli elementi che caratterizzano la sua produzione poetica,una delle più significative del 900.

Sul muro grafito


Sul muro grafito
che adombra i sedili rari
l’arco del cielo appare
finito.
Chi si ricorda più del fuoco ch’arse
impetuoso
nelle vene del mondo; in un riposo
freddo le forme, opache, sono sparse.

Rivedrò domani le banchine
se la muraglia e l’usata strada
nel futuro che s’apre le mattine
sono ancorate come barche in rada.


 In questa breve lirica contenuta nella raccolta “Ossi di seppia”torna,come correlativo oggettivo, già noto ad  esempio  nella famosa poesia  “Meriggiare pallido e assorto ”il muro , chiamato qui “muraglia” ad accentuarne la funzione di ostacolo, di chiusura nemica, quasi un dispregiativo del sostantivo muro.

Ci suggerisce dunque il senso del contrasto, della guerra,della minaccia.E’ un muro che si presenta inciso,graffiato,scarificato:forse intenzionalmente o forse solo per spregio .In qualunque modo crea la suggestione di un muro “umanizzato” a simbolo del tentativo di superare quel muro, renderlo assoggettato a sé o cercare di dimostrare la propria capacità di trasformarlo :esso può dunque diventare correlativo anche dell’animo umano ,delle sue ferite e incisioni lasciate dal tempo e dagli eventi. Quel muro è il tentativo puerile di superare certe situazioni di angoscia e limitatezza che Montale ha ben delineato nella sua poetica.

Al riparo del muro ,qualche rara panca e al di sopra di esso, l’arco del cielo che appare limitato, come lo è tutto al di sotto come una chiusura ancora anche all’idea dell’eterno e dell’infinito che il cielo dovrebbe rappresentare.

La negatività di questi primi versi si accentua nel grido, esclamazione /domanda di quando era animato lui e il mondo intorno dalla passione, dalla voglia di vita che si è spenta oramai e la prospettiva prossima, il futuro,  è solo quella della quiete spenta ed incolore delle cose e del suo sentire senza più vitalità ed ecco perché l’arco del cielo pare finito. Esso stesso era simbolo di speranza,di futuro, di orizzonte lontano :”era” ma non lo è più.

Il futuro(domani) sarà la ripresa stanca delle abitudini : e come le banchine  del porto dove  si caricano e scaricano merci e sostano i passeggeri egli sarà lì seduto, “ancorato” come le barche in rada: fatte per viaggiare ma  ora obbligate all’immobilità :anche Montale ,ostacolato dal muro è destinato a sostare, restando seduto, ad osservare la vita senza viverla davvero.

Il muro dunque come già  nella lirica “Limen” o limite potrebbe anche significare soglia e dunque,passaggio ma in Montale la ricerca di una via di fuga o di scavalcamento o aggiramento del muro è fallimentare a meno che uno sbaglio di natura come dirà nella lirica “i limoni” ci permetterà di trovare una “maglia rotta” ma sarà solo un’epifania perché come poi dirà in “Non chiederci parola” ,l’ombra sul muro ci riporta al senso negativo ,fors’anche di morte, del

muro che ci limita

Alta, levata al cielo,Gabriella Paci

Nello spoglio dei giorni si accartocciano

momenti di luce e d’ombra nell’incontenibile 

corsa del tempo che oblia le soste, segnate

solo dal calendario. Stupore è l’accorgersi

della fine d’un anno e del prepararsi al saluto

come ad un addio d’amore o forse d’odio

nel brindisi che vuol essere augurale

con l’effervescenza leggera del calice levato alto

  nel grido d’auguri ad allontanare fantasmi

in un’allegria segnata più sulla bocca che sul cuore.

Eppure ogni anno cediamo alla lusinga della

speranza,unica dea a partorire il sogno per

un domani che ci regali momenti di agognata

serenità dopo un vagare nella palude della

incertezza e del  mancato approdo di quiete.

Nel grido “buon anno ” sarà racchiusa allora

la speranza di ognuno alta, levata al cielo.

.

Un Natale … di luce e di ombra.Gabriella Paci

Ha un volto nuovo la città a Natale.

Indossa l’abito luccicante delle feste

con le ghirlande a fiorire emozioni

canta canzoni di gioia e amore

nello sfavillare dei sogni appesi

agli alberi come frutti del desiderio

a pensare di brindare alla felicità

nel dimenticare di essersi arresi

al dolore della realtà della guerra

e della capanna di chi non ha ….

Anche Betlemme non ha la natività

quest’anno e nella mangiatoia solo

inutili parole senza soluzione di pace.

Questa poesia vuole celebrare il Natale nella sua veste festosa che veste di luci e di suoni le città e le rende un paesaggio fiabesco: si vive l’emozione della festa per eccellenza, capace di regalarci la presenza dei parenti e degli amici lontani o di realizzare il possesso di un oggetto o un viaggio a lungo sognati .Ci si dimentica, nella società del consumismo e del benessere, di chi vivrà questa festività nel bisogno o anche  della stessa guerra, che pare lontana eppure è così vicina a noi e che riguarda anche gli stessi luoghi della natività, dove, simbolicamente, Gesù non potrà rinnovare la sua presenza  perché

non c’è pace che possa accoglierlo.

Poesia semplice ,divisa in due parti ;nella prima l’allegria e il colore che caratterizzano l’attesa di questa festa e nella seconda l’amarezza e la delusione per una celebrazione solo consumistica ed egoisticamente vissuta ,senza volgere il pensiero ai bisognosi o ai tanti che vivono l’esperienza della guerra, che ha coinvolto gli stessi luoghi sacri con una disumanizzazione degli stessi protagonisti del conflitto ,che non accennano a volersi rappacificare. Anche Gesù pare sdegnarsi e rinunciare a voler essere posto nel presepe come simbolo di pace nel mondo quale la sua n ascita sta a significare

Ci sei,Gabriella Paci

2 Novembre ;per chi non c’è più ma è restato per sempre dentro di noi

Sei nell’ombra che scende sul far della sera

e avvolge le colline con un manto di nostalgia

in un’ora che indugia al sole che infiamma

come un  abbraccio  colmo di malinconia.

Sei nel grido della capinera che pare

un mandala senza ritorno alla presenza

anche se sei con me nel bisbiglio

delle prime stelle che s’affacciano tremule

là, sulle soglie del cielo dove tutto

pare perdersi nello sconfinato

orizzonte senza soluzione di

limite, ci sei perché sei in me.

Ovunque e comunque ritorni.

2 ottobre;festa dei nonni ,Gabriella Paci

Nonna Rosina

Ricordo le tue mani nodose

rami di quercia contorta

dalla furia del tempo che però

aveva rispetto della tua fragilità

altera di donna d’altra epoca,

stretta nei tuoi vestiti austeri

con i raccolti capelli canuti sulla nuca

già a  quarant’anni o poco più.

Ricordo il tuo profumo di talco

e le tue tasche colme di mentine

colorate da donare una a una

come fa chi conosce la guerra

 con la fame che non perdona

e di rosari per contare i grani

in litanie affondate tra le labbra

nella dispersione dei suoni come

un lamento da fare piano,nella

levità dei gesti che ti era padrona.

Avevi l’odore buono delle cose antiche

tu, statuina di porcellana dal nome

d’un fiore che mai vidi scomposta

se non nel sonno dove -forse –

era il sogno forse d’una rosa recisa

a spaventarti il tenero cuore.

Autunno,Gabriella Paci

  

Avanza  l’autunno con passi di vento

        trasporta le spore dell’estate morente

disperse tra raggi di fatuo calore.

      Camuffa il grigio con cieli infuocati

pampini rossi e gialli sgargianti,    

           arriccia le ali a foglie farfalle

nel loro volteggio in cerca di terra,

           riempie i cieli di stormi di fuga

che segnano note nel canto d’addio,

         apre il palco alla notte che scende

impaziente e odorosa di pioggia.

             Stormiscono fronde  che sanno di freddo

         nel tempo di fuga d’una stagione di

mille chimere appese ai cancelli d’un

     cielo dischiuso ai ricordi  del  tempo di

scuola e d’amore sognato tra i banchi.