Conservo la paura dei verdetti, mettono a tacere con un sorriso biscazziere. Tutto ancora è da giocare, bandite le mezze misure la mia partita è mia, ha oggi in palio il solito panetto di margarina
la cipria e il piumino domani una goccia di eternità contro me stessa
cose che si dicono, frontiere, fuori dal mio corpo
“La fauna si muove, mentre la flora si spiega davanti all’occhio/…/ Non errano in ricerca di un luogo per morire/…/ Essi non sono…Non sono… Per loro l’inferno è d’altro genere“ Francis Ponge, Fauna e Flora, da “Il partito preso delle cose”
Da bambina leggevi alle bambole: “c’era una volta” e vedevi i fagiani passare, il loro colore finire nel capanno sulla mano
Un antidoto cercavi all’imperfetta tenerezza di quella volta che polvere di gioia guardò di striscio nel capanno e volse gli occhi a un fiore
“piazza pulita di inferno e paradiso” diceva la tenerezza timida a un fagiano.
Da grande a ogni stazione i guanti si rompevano alle unghie Esse sono… sono…
O forse, compiuto il cammino, scaduto il tempo, tornerò, là–non ho potuto amare qui–di amare ho paura (Osip Mandel’ stam: Detesto la luce da “PIETRA”)
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L’area del quadrato è colma di stupri, dalla nascita ho perso il conto dei miei pori stupore violentato brandisce deliqui
Osip il dissolto vuole ancora venire a trovarmi, per parlare.
Sono io a volerlo
Viene da lontano lo sanno le piaghe dei suoi piedi intrecciate ai capelli ai sensi avvelenati, lo sa la sua fame, gli erutti d’aria vuoti, gas di scarico tra singhiozzi muti nella spazzatura.
Sono io a venire
Stracci addosso pesanti dei suoi giorni, dei suoi luoghi Occhi nel ventre, nel petto, nel dorso in un’ anima ormai come liofilizzata occhi, occhi. Lacerata occhiuta paura!
Sono io completamente cieca
là-non ho potuto amare rabbrividisce
là dove, là dove? incalzo, forse là dove amore non perdona non-amore?
qui-di amare ho paura mi sbatte in faccia.
Qui dove, qui dove? Aggredisco, “dove” paura di amare? Siamo già al danno ultimo!
Non voglio imparare l’inferno: imparare ad amare quando più non si può! Non è per questo che, come l’amore, l’inferno è eterno, ed è senza perdono?
“Il suicidio é in noi fa parte della nostra pelle”, S. Toma, Canzoniere della morte, p.17
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I miei passi sulla tua schiena
veniamo da un luogo che non è il nostro un poco luogo che ci fa guaire (o ci zittisce) a lui petroso innalziamo altari per farci strada tra menzogne e viltà organizzate
.
forse ho una storia come la sua che non ho vissuta. La mia storia è altra, la sua mi è sorella: un’altra mia storia per la sua solitudine interna
..
forse abbiamo tante storie, non è vero (sciocco pensarlo) che ne abbiamo una sola forse anche io ho un suicidio che non conosco, che non confesso, con cui mi confesso vivo una vita intrisa dei suicidi altrui da cui non riesco a staccarmi
…
quando utilizzo il passaporto per pareggiare le gambe del tavolo mi chiedo; che sto facendo? non ho già oltrepassato il confine, il poco luogo?
chi di loro si riporta qui quando ci sto io e perchè? chi, cosa dà senso al mio annaspare se non l’intollerabile suicidio di un altro (come) me?
C’ è stato un tempo, una brusca emozione nella vita allo specchio che ho sempre vissuta. Come su un trapezio volante balzavo da una cima all’altra dei desideri: due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso, l’infingardaggine negli uni, la sfrontatezza negli altri
e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi, strizzarsi, distendersi, allargarsi, sorridere alle mie mani con le unghie dipinte, aggiustarmi il cappello sul volto, offrire una rosa alla ruga dei compleanni, lì, sotto l’occhio sinistro.
C’è stato un tempo che lo specchio m’interrogava: “tu dei miei desideri che sai, sei ancora una memoria elegante e slanciata?”
E’ passata insieme una vita come fosse un attimo, uno sguardo profondo e insieme di sfuggita dentro noi nella contrazione dei giorni, delle ore, dei minuti
in un attimo insomma che, come una bella, si guarda allo specchio ed è invece una vita. E lì sa tutto di sé
.”Sapessi cosa riflettono gli attimi -diceva lo specchio- Una vita? Come è poco una vita!”
C’è stato un tempo, un singhiozzo del tempoe c’è ancora, quel tempo ieri, domani o forse non c’è più.
Cerco l’altro gruppo quello cui appartenni fino allo spegnersi della fantasmagoria dei corpi. Si dileguò, ma dove? Nessuno lì era stato sconfitto e io avevo lo scontrino col mio nome.
L’edicola espone i giornali del mattino, i grossi titoli in neretto: FURTO SENSAZIONALE Uomo senz’ombra ruba i contorni delle cose. Si nascondeva in un cono d’ombra. Preso. Fucilata la sua non-ombra. Centro al primo colpo.
Ho fatto collezione di gruppi anemici, non mi interessavano i loro re ma il loro disinteresse per me. Ho sempre ridacchiato si prestavano l’un l’altro i lineamenti e bisbigliavano di cose fungibili
Adesso basta. Ho spaventato tutti i bisbigli sono fuggiti. Voglio dormire nuda e con un volto.
Nota: questa poesia è datata 6 settembre, 2022, ho aggiornato il post aggiungendo la versione in spagnolo e modificando dati sul argomento “amuleto del cuore, Antico Regno”
Poesia di Frida la loka
Vorrei che l'anima tornasse al suo corpo, non so di preciso il momento nel quale è stata rapita, folgorata, affranta al contempo da non so cosa, oppure si sa ... (ma non si vuole accettare), spegnendo quell'che resta solo materia ibrida, ammuffita ... Il vento arido l'ha portato con sé; trascinando e lasciando solo scie d'acqua salata nel suo percorso, successione infinita di pelle spenta. È ora; il tempo è questo, non seguo nient'altro la verità per cruda che sia, le ferite nel corpo e anima ormai sono calli rinsechiti, segni indelebili; differenti valli non più fertili; il nulla cresce, non c'è modo di seminare, è destinato a soccombere.
Foto: Pexels
Poesía, Donde está?
Quisiera que el alma regresara a su cuerpo, no sé precisamente el momento en el qual fue raptada, fulminada, desconsolada al mismo tiempo de no sé qué o tal vez se sabe... (pero no se quiere aceptar) haciendo morir aquello que queda solo materia híbrida, enmohecida... El viento árido lo ha llevado con él; arrastrando y dejando tan solo un sendero de agua salada en su recorrido, sucesión infinita de piel muerta. Es la hora; el tiempo es éste no persigo nada más la verdad por dura que sea las heridas en el cuerpo y alma ahora son callos secos marcas indelebles; distintos valles, no más fértiles. Crece la nada, no hay modo de sembrar, está destinado a expirar.
Il Cairo, museo egizio. Fonte: Tutankhamun, T.G.H. James
Amuleto del cuore, Antico Regno, Egitto
Il cuore rapresenta la vita e la sede dell’anima. Cita il Libro dei Morti:
“Questo cuore che mi appartiene piange dinnanzi a Osiride, supplica per me [...], o mio cuore non levarti contro di me, non accusarmi nel tribunale, non volgerti contro di me al cospetto degli addetti alla Bilancia [...], se tu ti rivolgi bene saremo salvi[...], non calunniare il mio nome alla corte che assegna la posizione alla gente, sarà bene per noi il giudizio, sarà lieto il cuore di chi giudica [...], non dire menzogna contro di me davanti al Dio dell’Occidente [...]." (1)
Gli Egizi ritenevano fosse il cuore, l’ib, l’organo più importante del corpo umano. Al momento del giudizio di Osiride, il peso del cuore del defunto veniva confrontato con quello della piuma di Maat, per giudicare la sua vita; se il cuore aveva lo stesso peso della piuma, significava che era leggero e dunque privo di colpe: il defunto poteva allora accedere all’Aldilà. Per gli Egizi il cuore era la sede del pensiero e delle emozioni, l’artefice di tutti i sentimenti e di tutte le azioni, oltre a essere sede della memoria, e perciò responsabile del carattere di ciascun individuo. (2)
Questo amuleto era fatto in pietra vitrea bianca, corniola o lapislazzuli e durante la mummificazione veniva posto tra le bende che avvolgevano il defunto per assicurare al morto che il suo cuore potesse rispondere in modo sincero nel momento del giudizio di Osiride.
Nell'Antico Egitto, “ib”, era il luogo in cui gli Egizi credevano fosse racchiuso il carattere della persona, dimoravano le emozioni dalle quale scaturivano i sentimenti, l’intelletto che generava le azioni e, soprattutto, conteneva la memoria. Di conseguenza, il cuore serbava anche la morale dell’individuo, che doveva rimanere quanto più “giusta” possibile in previsione del momento della sua pesatura al cospetto degli dèi.
Tra gli organi interni, il cuore era dunque quello che vantava il privilegio di rimanere (quasi sempre) dentro il corpo del defunto durante il processo di mummificazione. In aggiunta, tra le bende venivano anche posti amuleti con la sua forma e, nella fase finale del processo, molti incantesimi venivano pronunciati per proteggerlo e renderlo forte per il momento del giudizio.(3)
Fonti: (1)Libro dei morti, antico testo funerario egizio, utilizzato stabilmente dall'inizio del Nuovo Regno (1550 a.C. circa) fino alla metà del I secolo a.C. (2), Maria Carmela Betro’ Geroglifici, 580 Segni per capire l’Antico Egitto. (3) Museo egizio TO.
Quella pazza -chiedeva lei- sono io? sono io? hanno segato la mia lingua, sciami di silenzi escono dalla mia bocca, ho forse ancora qualcosa da salvare, qualcosa, lì, tra i panni sporchi che mai ho voluto lavare? Mi vogliono ancora indossare per questo mi guardano, ho amato i miei panni sporchi e ora ho paura -diceva- e ho la lingua segata
Ora tanti si improvvisano esperti del conflitto israelianoplaestinese o araboisraeliano. Dalla propria comfort zone ovattata sputano sentenze, condanne, anatemi. Un tempo gli stessi avevano fatto corsi accelerati di virologia e infettologia, poi di putinologia. Ora dicono la loro, alcuni pure ironizzano o fanno i sarcastici. È chiaro che ognuno ha il diritto-dovere di farsi un’idea, ma invece di esprimere opinioni avventate e fuori luogo di una questione molto complessa dovrebbe ripassarsi la storia e rimanere in silenzio, che non è segno di cerchiobottismo o di compromissione morale o di indifferenza o di paura o di menefreghismo: è solo rispetto per i morti innocenti di entrambe le parti e dei loro familiari, perché, mentre qui si divertono nelle dispute ideologiche, in Medioriente si muore e la vita vale poco o nulla. Tifare emotivamente e infantilmente per una parte o per l’altra significa a mio avviso essere beceri e anche peggio. La solidarietà a chi è coinvolto è un conto, il tifo da stadio è ignobile e stupido. Se tifare in questo modo significa non tirarsi indietro e prendere parte, allora io preferisco il silenzio. Un conto è sentirsi chiamati in causa, ma la partecipazione non deve diventare odio né polemica sterile. E il silenzio, oltre a essere sana e consapevole ammissione di ignoranza, è anche rispetto per i tanti israeliani e palestinesi che non istigano all’odio ma vorrebbero vivere in pace in Medioriente o altrove nel mondo. Lasciate fare informazione ai giornalisti. Lasciate esprimere opinioni a esperti di geopolitica o di politica estera o agli storici. Tutto il resto è un ignobile teatrino che specula sui morti innocenti, su migliaia di morti innocenti. Quindi un bel tacere non fu mai scritto e non è pura questione di opportunismo, ma è soprattutto questione di buon senso e di un minimo di umanità!
nelle sere d’estate quei luoghi intorno a me passeggiano tra le parole come tra boschi incantati di mitiche stagioni infantili
“Chi cercate” chiedo in nome delle favole di cui, sventatamente, li ho nutriti. “non sapete che mai nella tempesta ci si affida a un nocchiero inconcludente?”
Infrante certezze vivono nei mie volti mentre mi tuffo in piscina
Il vincitore del premio Nobel per la letteratura 2023 è il sessentaquattrenne Jon Fosse di Standebarm, piccola città della Norvegia ma residente a Grotten, a Oslo, grazie alla residenza onoraria vicino alla stessa reggia, che il re gli ha attribuito per meriti letterari.
Questo scrittore, forse non tanto conosciuto da molti in Italia, è in realtà uno dei drammaturghi più rappresentati al mondo per le sue celebri opere teatrali e adesso anche di prosa dopo la pubblicazione, in lingua norvegese ma tradotta in 40 lingue,di “Nynorsk”.
Cenni di vita.
A sua detta, il trauma avuto per un grave incidente a sette anni, avrà un grande impatto sulla sua vita. Cresce in un clima misto tra anarchia e comunismo e diventa una specie di hippie che suona il violino e ama la campagna, ma poi si iscrive all’università di Bergen, dove studia letteratura comparata e inizia a scrivere in nynorsk lo stile delle regioni rurali e legge Heidegger e Derrida
Circa 40 anni fa esordisce come romanziere con “Raudt, Sart” ovvero “Rosso,Nero “ed continua la sua attività di scrittore poliedrico e assai prolifico con opere di saggistica, narrativa breve, narrativa per l’infanzia, poesia.
Ci spiega l’enciclopedia “Treccani” che già nel suo primo dramma del 1992-3 “Qualcosa sta per arrivare” si delinea il suo stile asciutto e la sua scrittura dura ,che coglie le contraddizioni linguistiche e relazionali sia di coppia che di generazione e familiari ingenere, un po’ sulla scia del nostro Pirandello o meglio il dissacrante Dario Fo, che però Fosse rinnega.
Jon Fosse deve la sua fama in specie ai drammi quali “E la notte canta”2002 o “Io sono il vento”2012 ma forse i lavori più noti in Italia .grazie alla traduzioni fatte sono “Mattino e sera “del 2019 e “L’altro nome: settologia” del 2021
Prima del Premio Nobel per la Letteratura, Fosse dal 2007 è Cavaliere dell’Ordine nazionale al merito della Repubblica francese.
In Italia i suoi libri sono stati pubblicati da La nave di Teseo e in misura minore da Fandango. Da martedì 10 ottobre nelle librerie usciranno in unico libro per La Nave di Teseo i volumi dal terzo al quinto del romanzo-mondo Settologia, con il titolo “Io è un altro”.
La motivazione del riconoscimento e la fede
L’Accademia dei Nobel ha motivato il premio di Fosse con il fatto che i suoi testi teatrali e la prosa sono innovativi perché danno spazio all’indicibile .Come ha detto lo stesso Fosse:”Ciò che non puoi dire, devi scriverlo”
Nella sua produzione si trova una atmosfera cupa misteriosa, come una indagine mistica ma esterna a credo religioso e istituzioni religiose, anche se dal 2012 da ateo si è convertito al cattolicesimo, minoranza religiosa sul territorio
Alla richiesta della sua opinione sugli autori premi Nobel ha risposto, senza peli sulla lingua:
“Quello a Pirandello era giusto, quello a Dario Fo no. Il Nobel dovrebbe andare a uno scrittore e Dario Fo non lo era. Lo stesso vale per Bob Dylan. Dargli il Nobel è stato sbagliato. Se c’era un americano a cui andava dato era John Ashbery. Ma è morto poco dopo il premio a Dylan».