Lucia Triolo: preghiera

“Se esisti per davvero-fatti avanti”
Nina Cassian, Preghiera

……..

Se esisti per davvero non ti fare avanti
è tardi ormai

senza di te ho girato
nei bar dai tavolini vuoti
nelle stanze a pensione ho frantumato assenze

senza di te ho pensato
il mio lungo racconto
mostravo in giro il corpo
giovane e bello
per far pubblicità al cervello

Tutti i miei sguardi erano
più di un forse
se senza di te ho schivato urti
scavato tenacia nel verde delle foglie
e ho raso il pelo ai morti.

Ora lascia che muoia ostinata
non risuscitarmi
voglio vendicarmi
del vuoto che c’ è in te
farti capire e mordere l’assenza:

se esisti per davvero
sarai tu a
piangere per me

Lucia Triolo; Il paese degli “io”

il paese degli “io”
è un fertile terreno
a tutti offerto
in scatola di montaggio

     vi sorgono
     cattedrali
     su una zampa sola.

Lì proliferano statue
di Egoismi e Dei
e ogni giorno
qualcosa 
cambia loro
la testa 

     oggi
     quella di Atena
    -persona informata 
     sui fatti-
     ha il volto
     dell’urlo di Munch

e così accade il “me stesso”
balocco bislacco e incompleto
come un fatto
a pezzi
smarriti, trovati ora qui
ora lì

Lucia Triolo: c’era una volta

“La fauna si muove, mentre la flora si spiega davanti all’occhio/…/
Non errano in ricerca di un luogo per morire/…/
Essi non sono…Non sono…
Per loro l’inferno è d’altro genere
Francis Ponge, Fauna e Flora, da “Il partito preso delle cose”


Da bambina leggevi alle bambole:
“c’era una volta” e
vedevi i fagiani passare,
il loro colore finire nel capanno
sulla mano

Un antidoto cercavi 
all’imperfetta tenerezza
di quella 
volta che polvere di gioia 
guardò di striscio nel capanno
e
volse gli occhi a un fiore

“piazza pulita di inferno e paradiso”
diceva la tenerezza timida a un fagiano.

Da grande
a ogni stazione
i guanti
si rompevano
alle unghie
Esse sono… sono…

il purgatorio in treno
ti prendeva la mano

Lucia Triolo: a Osip Mandel’stam

O forse, compiuto il cammino, 
scaduto il tempo, tornerò, 
là–non ho potuto amare 
qui–di amare ho paura 
(Osip Mandel’ stam: Detesto la luce da “PIETRA”)

——

L’area del quadrato è colma di stupri,
dalla nascita ho perso il conto dei miei pori
stupore violentato brandisce deliqui

Osip il dissolto
vuole ancora venire a trovarmi,
per parlare.

Sono io a volerlo

Viene da lontano
lo sanno le piaghe dei suoi piedi
intrecciate ai capelli
ai sensi avvelenati,
lo sa la sua fame,
gli erutti d’aria vuoti,
gas di scarico tra singhiozzi muti nella spazzatura.

Sono io a venire

Stracci addosso pesanti dei suoi giorni,
dei suoi luoghi
Occhi nel ventre, nel petto, nel dorso
in un’ anima ormai come liofilizzata
occhi, occhi.
Lacerata occhiuta paura!

Sono io completamente cieca

là-non ho potuto amare 
rabbrividisce 

là dove, là dove? incalzo, forse
là dove amore non perdona non-amore?

qui-di amare ho paura 
mi sbatte in faccia.

Qui dove, qui dove? Aggredisco, 
“dove” paura di amare?
Siamo già al danno ultimo!

Non voglio imparare l’inferno:
imparare ad amare quando più non si può!
Non è per questo che,
come l’amore,
l’inferno è eterno,
ed è senza perdono? 

Lucia Triolo; dolore infame

“E’ un innato modo di fare
questo mio non accettare 
di esistere” S. Toma, “Canzoniere della morte”

voi avete truffato il mio dolore
lo avete reso infame

avete reso infame un dolore
e siete 
immobili e non avete sentito le sue 
parole agitarsi nelle viscere
il suo balbettio in un
flusso di coscienza

era un dolore antico e nuovo  
un ignoto infinito
gorgoglio 
ve ne siete presi gioco 

era un dolore in polvere
era il dolore di esserci
in una polvere di “perché”
e voi lo avete reso infame

“perché” 
non lo conoscete

Leggi anche la recensione della poesia su:

Lucia Triolo: Poco luogo

“Il suicidio é in noi
fa parte della nostra pelle”, S. Toma, Canzoniere della morte, p.17

———–

I miei passi
sulla tua schiena

veniamo da un luogo che 
non è il nostro 
un poco luogo che ci fa guaire 
(o ci zittisce) 
a lui petroso innalziamo altari per 
farci strada
tra menzogne e viltà organizzate

.

forse ho una 
storia come 
la sua che non ho vissuta. 
La mia storia è altra,
la sua mi è sorella: 
un’altra mia storia 
per la sua solitudine interna

..

forse abbiamo tante storie, 
non è vero
(sciocco pensarlo) 
che ne abbiamo una sola
forse anche io ho un suicidio
che non conosco, che non confesso,
con cui mi confesso
vivo una vita intrisa dei suicidi
altrui
da cui non riesco a staccarmi

quando utilizzo il passaporto
per pareggiare le gambe del tavolo
mi chiedo; che sto facendo? 
non ho già oltrepassato il confine,
il poco luogo?

chi di loro si riporta qui 
quando ci sto io
e perchè?
chi, cosa dà senso
al mio annaspare
se non l’intollerabile suicidio di un altro
(come) me? 

Io che non so pagare
per te,
per me!

Lucia Triolo: la casa sul ring

“Perché un incubo
sta disegnando un cerchio
intorno a noi?”
A. Carson, La caduta di Roma: Guida di viaggio LXVIII

Nessuna piazza ormai ci prende
più
tra le braccia 

scolorata
vago nella comunità 
di coloro che 
non hanno comunità 
Una comunità di assenti
mi respira in bocca

Per incontrarci
enumero con gli occhi 
una dopo l’altra le case sul ring 
dove chi abita
fallisce la presenza
1,2,3…

le vedo sfilare
con i punteggi 
alle finestre

ad ogni ripresa
cambia il punteggio 
fino al KO di ciascuna

ad ogni ripresa me la faccio
addosso

la casa sul ring
non la puoi lasciare!
Ti dà quello che non ti arriva
con le parole 

un incubo
disegna un cerchio
intorno a noi

Lucia Triolo: tempo allo specchio

C’ è stato un tempo,
una brusca emozione nella vita allo specchio
che ho sempre vissuta.
Come su un trapezio volante
balzavo da una cima all’altra dei desideri:
due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso, 
l’infingardaggine negli uni, la sfrontatezza negli altri

e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi, 
strizzarsi, distendersi, allargarsi, 
sorridere alle mie mani con le unghie dipinte, 
aggiustarmi il cappello sul volto, 
offrire una rosa alla ruga dei compleanni, lì, 
sotto l’occhio sinistro.

C’è stato un tempo 
che lo specchio m’interrogava: 
“tu dei miei desideri che sai,
sei ancora una memoria elegante e slanciata?”

E’ passata insieme una vita come fosse 
un attimo,
uno sguardo profondo e insieme di sfuggita 
dentro noi
nella contrazione dei giorni, delle ore, dei minuti

in un attimo insomma che,
come una bella, si guarda allo specchio 
ed è invece una vita.  
E lì sa tutto di sé

.”Sapessi cosa riflettono gli attimi -diceva lo specchio-
Una vita? 
Come è poco una vita!”

C’è stato un tempo, 
un singhiozzo del tempoe
c’è ancora, quel tempo
ieri, domani o forse non c’è più.

Lucia Triolo: contorni

Cerco l’altro gruppo
quello cui appartenni 
fino allo spegnersi della fantasmagoria dei corpi.
Si dileguò, ma dove?
Nessuno lì era stato sconfitto e io
avevo lo scontrino col mio nome.

L’edicola espone i giornali del mattino,
i grossi titoli in neretto: 
FURTO SENSAZIONALE
Uomo senz’ombra 
ruba i contorni delle cose.
Si nascondeva in un cono d’ombra.
Preso.
Fucilata la sua non-ombra.
Centro al primo colpo.

Ho fatto collezione di gruppi
anemici, non mi interessavano i loro re
ma il loro disinteresse per me.
Ho sempre ridacchiato
si prestavano l’un l’altro i lineamenti
e bisbigliavano di cose fungibili

Adesso basta.
Ho spaventato tutti i bisbigli
sono fuggiti.
Voglio dormire
nuda e con un volto.


Non importa di chi sia. I suoi contorni li ho io.

Parole salmastre, di Frida la Loka (IT-ESP)

Poesia di Frida la Loka

Le parole spariscono di fronte alla miseria umana... dubito di essa,
faccio fatica pronunciare "umano"
mi vergogno.

Le parole si disperdono stipate
nella fitta nebbia di polvere color cemento mischiata bruttalmente con particelle di fino cremisi...

Laddove; sorrisi, piccoli passi e avorio disegnavano dentini, affrescando innocenti visi, tanti...

Le parole non sono più tali, urla silenziose lamenti caustici,
sguardi persi nel nulla, solo quello s'è salvato.

Fiato rubato ad un'ammasso di anime,
semplici atomi per qualcuno
convinto d'essere diverso, eppure sempre la stessa materia è.

Le parole... parole che divengono amare blasfemie inecesarie ipocrite
Tanto pianto, parole salmastre...
Immagine: Pexels, (Beyzaa Yurtkuran). Foto portata: Pexels (Disha Sheta)

Palabras salobres, de Frida la Loka

Las palabras desaparecen de frente a la miseria humana... dudo de ella,
me cuesta pronunciar "humano",
me avergüenzo.

Las palabras se desparraman apiñadas
en la densa niebla de polvo color cemento mezclado brutalmente con partículas de delicado carmesí...

Donde un tiempo; sonrisas, pequeños pasos y marfil diseñaban dientecitos
delineando inocentes rostros, tantos...

Las palabras, no son más tales,
lamentos silenciosos, lamentos cáusticos, miradas perdidas en la nada,
sólo eso se ha salvado.

Aliento robado a un montículo de almas,
simples átomos para alguien
convencido de ser diferente,
sin embargo siempre
la misma materia es.

Las palabras resultan amargas
blasfemias innecesarias hipócritas
demasiado llanto, palabras salobres...

Tua

7 novembre, 2023

Dal blog personale di http://fridalaloka.com

Lucia Triolo: il posto degli dei

Ore disabitate
dal tempo,
spazi disabitati
persino dalle ombre
il vestito
sospeso nel vuoto,
a ciondolare piano
su se stesso.

Avrei dovuto indossarlo.
Ma lui mi attendeva nuda
-gli ero stata cara-.
e io di nudo ormai
non avevo più nulla.

m’imbacuccai in nomi cuciti in fretta
m’ intrufolai nella memoria
-servizio igienico poco pulito-
e misi ai piedi
i miei dei falsi e bugiardi.

Con loro sarei andata veloce.

Dov’è? – di Frida la Loka (IT – ESP)

Nota: questa poesia è datata 6 settembre, 2022, ho aggiornato il post aggiungendo la versione in spagnolo e modificando dati sul argomento “amuleto del cuore, Antico Regno”

Poesia di Frida la loka

Vorrei che l'anima
tornasse al suo corpo,
non so di preciso il momento
nel quale è stata rapita,
folgorata, affranta
al contempo da non so cosa,
oppure si sa ...
(ma non si vuole accettare),
spegnendo quell'che resta
solo materia ibrida, ammuffita ...
Il vento arido
l'ha portato con sé;
trascinando e lasciando
solo scie d'acqua salata
nel suo percorso,
successione infinita di pelle spenta.
È ora; il tempo è questo,
non seguo nient'altro
la verità per cruda che sia,
le ferite nel corpo e anima
ormai sono calli rinsechiti,
segni indelebili; differenti valli non più fertili;
il nulla cresce,
non c'è modo di seminare,
è destinato a soccombere.
Foto: Pexels

Poesía, Donde está?

Quisiera que el alma
regresara a su cuerpo,
no sé precisamente el momento
en el qual fue raptada,
fulminada, desconsolada
al mismo tiempo de no sé qué
o tal vez se sabe...
(pero no se quiere aceptar)
haciendo morir aquello que queda
solo materia híbrida, enmohecida...
El viento árido
lo ha llevado con él;
arrastrando y dejando
tan solo un sendero de agua salada
en su recorrido,
sucesión infinita de piel muerta.
Es la hora; el tiempo es éste
no persigo nada más
la verdad por dura que sea
las heridas en el cuerpo y alma
ahora son callos secos
marcas indelebles; distintos valles, no más fértiles. Crece la nada,
no hay modo de sembrar,
está destinado a expirar.
Il Cairo, museo egizio.
Fonte: Tutankhamun, T.G.H. James

Amuleto del cuore, Antico Regno, Egitto

Il cuore rapresenta la vita e la sede dell’anima. Cita il Libro dei Morti:

“Questo cuore che mi appartiene piange dinnanzi a Osiride, supplica per me [...], o mio cuore non levarti contro di me, non accusarmi nel tribunale, non volgerti contro di me al cospetto degli addetti alla Bilancia [...], se tu ti rivolgi bene saremo salvi[...], non calunniare il mio nome alla corte che assegna la posizione alla gente, sarà bene per noi il giudizio, sarà lieto il cuore di chi giudica [...], non dire menzogna contro di me davanti al Dio dell’Occidente [...]." (1)

Gli Egizi ritenevano fosse il cuore, l’ib, l’organo più importante del corpo umano. Al momento del giudizio di Osiride, il peso del cuore del defunto veniva confrontato con quello della piuma di Maat, per giudicare la sua vita; se il cuore aveva lo stesso peso della piuma, significava che era leggero e dunque privo di colpe: il defunto poteva allora accedere all’Aldilà. Per gli Egizi il cuore era la sede del pensiero e delle emozioni, l’artefice di tutti i sentimenti e di tutte le azioni, oltre a essere sede della memoria, e perciò responsabile del carattere di ciascun individuo. (2)

Questo amuleto era fatto in pietra vitrea bianca, corniola o lapislazzuli e durante la mummificazione veniva posto tra le bende che avvolgevano il defunto per assicurare al morto che il suo cuore potesse rispondere in modo sincero nel momento del giudizio di Osiride.

Nell'Antico Egitto, “ib”, era il luogo in cui gli Egizi credevano fosse racchiuso il carattere della persona, dimoravano le emozioni dalle quale scaturivano i sentimenti, l’intelletto che generava le azioni e, soprattutto, conteneva la memoria. Di conseguenza, il cuore serbava anche la morale dell’individuo, che doveva rimanere quanto più “giusta” possibile in previsione del momento della sua pesatura al cospetto degli dèi.

Tra gli organi interni, il cuore era dunque quello che vantava il privilegio di rimanere (quasi sempre) dentro il corpo del defunto durante il processo di mummificazione. In aggiunta, tra le bende venivano anche posti amuleti con la sua forma e, nella fase finale del processo, molti incantesimi venivano pronunciati per proteggerlo e renderlo forte per il momento del giudizio.(3)

Fonti: (1)Libro dei morti, antico testo funerario egizio, utilizzato stabilmente dall'inizio del Nuovo Regno (1550 a.C. circa) fino alla metà del I secolo a.C.
(2), Maria Carmela Betro’ Geroglifici, 580 Segni per capire l’Antico Egitto. (3) Museo egizio TO.

Tua.
6 settembre,  2022.

Dal blog personale: http://fridalaloka.com

Lucia Triolo: quella pazza

Quella pazza -chiedeva lei- sono io? 
sono io?
hanno segato la mia lingua,
sciami di silenzi
escono dalla mia bocca,
ho forse ancora qualcosa 
da salvare, qualcosa,
lì, tra i panni sporchi che mai 
ho voluto lavare?
Mi vogliono ancora indossare
per questo mi guardano,
ho amato i miei panni sporchi
e ora ho paura -diceva-
e ho la lingua segata

leggendomi 
tu
non farmi male

Lucia Triolo: specchio

“Gli specchi il
segreto, l’anima e il rimedio.
Non v’è rimedio agli specchi”
A. Rosselli, da “Appunti sparsi e persi”

io ti costruisco pensieri che 
tu abiti 
dentro te
dentro me

apri la mia morte
tra storie d’anime e infiammati 
perdoni

studiane il 
riflesso 
come in uno specchio 
in un linguaggio di luce
tra sentieri e inganni 
innamorati

se batte 
inderogabile e geloso è il cuore

apri la mia morte
la luce
la sua assenza
rifai tutto:
in composizione 
verticale

Lucia Triolo: fu così

Fu così:
venni al mondo
malata di parole.

Abitai la casa
del dopo,
le sue finestre aprivo
ogni giorno
sul futuro

Ora mi assedia l’anima
un bisbiglio di morte
e vano è ogni rimedio.

Una colata lavica
è il mio sangue che ribolle
nell’incendiario sguardo del tempo.

Lì è racchiuso qualcosa
che devo ancora capire,
anche se è questo
che non mi fa morire

Una piccola nota sul conflitto in Medioriente…

Ora tanti si improvvisano esperti del conflitto israelianoplaestinese o araboisraeliano. Dalla propria comfort zone ovattata sputano sentenze, condanne, anatemi. Un tempo gli stessi avevano fatto corsi accelerati di virologia e infettologia, poi di putinologia. Ora dicono la loro, alcuni pure ironizzano o fanno i sarcastici. È chiaro che ognuno ha il diritto-dovere di farsi un’idea, ma invece di esprimere opinioni avventate e fuori luogo di una questione molto complessa dovrebbe ripassarsi la storia e rimanere in silenzio, che non è segno di cerchiobottismo o di compromissione morale o di indifferenza o di paura o di menefreghismo: è solo rispetto per i morti innocenti di entrambe le parti e dei loro familiari, perché, mentre qui si divertono nelle dispute ideologiche, in Medioriente si muore e la vita vale poco o nulla. Tifare emotivamente e infantilmente per una parte o per l’altra significa a mio avviso essere beceri e anche peggio. La solidarietà a chi è coinvolto è un conto, il tifo da stadio è ignobile e stupido. Se tifare in questo modo significa non tirarsi indietro e prendere parte, allora io preferisco il silenzio. Un conto è sentirsi chiamati in causa, ma la partecipazione non deve diventare odio né polemica sterile. E il silenzio, oltre a essere sana e consapevole ammissione di ignoranza, è anche rispetto per i tanti israeliani e palestinesi che non istigano all’odio ma vorrebbero vivere in pace in Medioriente o altrove nel mondo. Lasciate fare informazione ai giornalisti. Lasciate esprimere opinioni a esperti di geopolitica o di politica estera o agli storici. Tutto il resto è un ignobile teatrino che specula sui morti innocenti, su migliaia di morti innocenti. Quindi un bel tacere non fu mai scritto e non è pura questione di opportunismo, ma è soprattutto questione di buon senso e di un minimo di umanità!

Lucia Triolo: disagio

mi passo la mano sul volto, 
un gesto come tanti

c’è un racconto nell’aria, 
come un’atmosfera che si affretta
a un’ esperienza 
la mano sul volto la sente
ma non l’accarezza, 
la respinge

lo vogliamo chiamare disagio? 
d’accordo 
non aggiungiamo “esistenziale”

rimanderebbe a una qualche
esistenza

Lucia Triolo: in piscina

nelle sere d’estate
quei luoghi
intorno a me
passeggiano tra le parole
come tra boschi incantati
di mitiche stagioni infantili

“Chi cercate”
chiedo in nome delle favole
di cui, sventatamente,
li ho nutriti.
“non sapete che mai nella tempesta
ci si affida a un nocchiero
inconcludente?”

Infrante certezze vivono
nei mie volti
mentre mi tuffo in piscina

Il Nobel 2023 per la letteratura va a un drammaturgo norvegese: Jon Fosse .Gabriella Paci

Il vincitore del premio Nobel per la letteratura 2023 è il sessentaquattrenne Jon Fosse di Standebarm, piccola città della Norvegia ma residente a Grotten, a Oslo, grazie alla residenza onoraria vicino alla stessa reggia,  che il re gli ha attribuito per meriti letterari.

Questo scrittore, forse non tanto conosciuto da molti in Italia, è in realtà uno dei drammaturghi  più rappresentati al mondo per le sue celebri opere teatrali e adesso anche di prosa dopo la pubblicazione, in lingua norvegese ma tradotta in 40 lingue,di “Nynorsk”.

Cenni di vita.

A sua detta, il trauma avuto per un grave incidente a sette anni, avrà un grande impatto sulla sua vita. Cresce in un clima misto tra anarchia e comunismo e diventa una specie di hippie che suona il violino e ama la campagna, ma poi si iscrive all’università di Bergen, dove studia letteratura comparata e inizia a scrivere in nynorsk lo stile delle regioni rurali e legge Heidegger e Derrida

Circa 40 anni fa esordisce come romanziere  con “Raudt, Sart” ovvero “Rosso,Nero “ed continua la sua attività di scrittore poliedrico e assai prolifico con opere di saggistica, narrativa breve, narrativa per l’infanzia, poesia.

Ci spiega l’enciclopedia “Treccani” che già nel suo primo dramma del 1992-3 “Qualcosa sta per arrivare” si delinea il suo stile asciutto e la sua scrittura dura ,che coglie le contraddizioni linguistiche e relazionali sia di coppia che di generazione e familiari ingenere, un po’ sulla scia del nostro Pirandello o meglio il dissacrante Dario Fo, che però Fosse rinnega.

 Jon Fosse deve la sua fama in specie ai drammi quali “E la notte canta”2002  o  “Io sono il vento”2012 ma forse i lavori più noti in Italia .grazie alla traduzioni fatte sono “Mattino e sera “del 2019 e “L’altro nome: settologia” del 2021

Prima del Premio Nobel per la Letteratura, Fosse dal 2007 è Cavaliere dell’Ordine nazionale al merito della Repubblica francese.

In Italia i suoi libri sono stati pubblicati da La nave di Teseo e in misura minore da Fandango. Da martedì 10 ottobre nelle librerie usciranno in unico libro per La Nave di Teseo i volumi dal terzo al quinto del romanzo-mondo Settologia, con il titolo “Io è un altro”.

La motivazione del riconoscimento e la fede

L’Accademia dei Nobel ha motivato il premio di Fosse con il fatto che  i suoi testi teatrali e la prosa sono innovativi perché danno spazio all’indicibile .Come ha detto lo stesso Fosse:”Ciò che non puoi dire, devi scriverlo

Nella sua produzione si trova una atmosfera cupa misteriosa, come una indagine mistica ma esterna a credo religioso e istituzioni religiose, anche se dal 2012 da ateo si è convertito al cattolicesimo, minoranza religiosa sul territorio

Alla richiesta della sua opinione sugli autori premi Nobel ha risposto, senza peli sulla lingua:

Quello a Pirandello era giusto, quello a Dario Fo no. Il Nobel dovrebbe andare a uno scrittore e Dario Fo non lo era. Lo stesso vale per Bob Dylan. Dargli il Nobel è stato sbagliato. Se c’era un americano a cui andava dato era John Ashbery. Ma è morto poco dopo il premio a Dylan».

Jon Fosse