Potrebbe accadere che l’io vado a finire in un luogo accessibile solo se da remoto. che diventi un dato. non un dato di fatto preesistente. un dato impalpabile. senza alcun senso preesistente. potrebbe accadere che l’io si costruisca sul niente. che si connette a un estraneo. che si nutra di vuoto. che provi una paura che non ha mai provato. e che si sorprenda ugualmente.
Mia madre è pregna porta un pizzico di stazione ferroviaria dentro l’ombelico praticamente da mezz’anno con un e ancora un e persino ancora un caspiterina che stragrande valigia Raccogliendo cosette accanto a nulla alla fine s’è annoiata.
Tu che non sai tenere nulla tra le mani con la scusa che dentro ci pulsa un cuore hai trovato un pensiero scombinato e ti chiedi: <<quale “lontano” me ne ha parlato?>>
Cara signora Schubert, come sa, su di noi circolano storie mai accadute. Tempo fa mi si è avvicinata una donna dicendo: “ Sono una Data, sebbene non ci sia in me alcun luogo e alcun tempo. Attorno a me non gira alcun avvenimento epocale, e il calendario di chiffon che a volte mi butto sulle spalle è un edificio abbandonato. Mi infastidisce la luce rappresa nel vaso e questa vostra umanità, insopportabile refuso del cosmo”. Mi sta chiedendo quando ciò non è avvenuto? Non sono in grado di dirglielo
: “Fossero integri i nostri sensi/ Ma/anche se/ forse/è bene che non siano/del tutto a posto/Così intimi alla pazzia/ così soggetti ad essa/esso/ che/ Avessimo gli occhi/ nella testa-/ e meno male- com’è prudente/che siamo ciechi-/altrimenti non potremmo fissare la Terra-il mondo/così totalmente/impassibili
segni, frasi tracciati a matita contrassegno A 202 in “Buste di poesia”
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico, e l’ombra sua non cura che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
ciò che mi riguarda (ormai da me è lontano ogni gioco con la statua della Divina Accoglienza) ho raccolto in quel ditale secco che lo specchio ha buttato senza immagine oltre ogni amore
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi spauriti, pronunciando sillabe sommesse per timore di svegliare le cornacchie, per timore di entrare senza rumore in un mondo di ali e di stridi.
Se fossimo bambini potremmo arrampicarci, catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto, e, dopo l’agile ascesa, cacciare la testa al disopra dei rami per ammirare stupiti le immancabili stelle.
Dalla confusione, come al solito, e dallo stupore che l’uomo conosce, dal caos verrebbe la beatitudine.
Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo, bambini che osservano con stupore le stelle, è lo scopo e la conclusione.
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.
Chi è questo che mi appare allo specchio non una donna né una persona di nebbia, ma così crudelmente me stessa, che il posto nell’almanacco finora è vuoto?
Chi è questo che dal mio bicchiere bevendo non un ubriacone è, anche se raccolto dalla polizia dal fango è preso come compagno di gilda?
Chi è questo che con la mia penna scrive le mie poesie e nel mio letto prende mia moglie? chi è questo che è appena uscito?
***
deve essere qualcuno che non conosco, ma che si è impossessato di me, della mia vita. della mia morte; di questo foglio
Rafael Wojaczek, da “Il poeta andava fucilato”. Poesie Scelte 1964-1971,
quando tra questi momenti c’erano gli inizi da imbacuccare e le attese lucide dei passi su cui si riversava l’errore in punta di bacio saliva il desiderio si rotolava tra le mani attraversava il guado tutte le stagioni volevano vederlo
vado alla ricerca di me stessa senza trovarmi mai chi mi ha nascosto?
guardo il mio bacio seduto all’angolo dove ferma il tram aspetta i tuoi calzoni scendere alla fermata.
Ora che ogni illusione è uno sberleffo: storie in maschera appoggiate a tele di ragno raccontate al sarcasmo alcune tracce del nostro presente scempio:
Signora Cazzafuoco gentile signora venga si accomodi in questo trivio di aureole posso offrirLe La prego un the allaSolitudine un suicidio collettivo con biscottini di Sterminio?
ora che sono nella psiche-covo dall’altra parte del senso?
-disperazione-
campanelli d’allarme continuate a suonare prima l’uno poi l’altro poi tutti insieme
confusa penso alla mia ignoranza: falce ansimante sospesa sul cuore feroce come fuoco sui miei istanti indecisi E questo “non so” non è un vuoto ma un pieno di nulla
giù in fondo dorme incomprensibile il mondo un angelo vaga dai morti verso i vivi e sempre sempre porta loro qualcosa comunica trabocchi
Chi puo’ guardare due volte le scarpe di una creatura qualunque senza mettersi a piangere? Dio, col suo sguardo infinitamente abbattuto che non si stacca mai dalle scarpe degli uomini.