Pier Carlo Lava: Un percorso tra commercio, marketing e passione per la comunicazione
Dal settore commerciale e marketing al mondo della consulenza e del blogging
La mia carriera lavorativa si è sviluppata nel settore commerciale e marketing, un ambiente dinamico e stimolante, capace di offrire sfide quotidiane e opportunità di crescita continua. Questo mondo mi ha affascinato sin dall’inizio, non solo per la sua natura in continua evoluzione, ma anche per il forte impatto che ha avuto sulla mia crescita professionale e personale.
Lavorare in questo settore significa non conoscere la routine: ogni giorno è una nuova sfida, ogni momento richiede adattabilità, intuizione e competenza. Il commercio e il marketing si fondano su un mix di organizzazione, metodo, psicologia, dialettica, creatività e improvvisazione, tutti elementi che distinguono i professionisti più abili sia nelle vendite che nelle strategie di comunicazione e branding.
Spesso, guardando indietro, ci si chiede se si rifarebbero le stesse scelte. Molti, potendo tornare indietro, sceglierebbero strade diverse. Personalmente, non cambierei quasi nulla del mio percorso: rifarei la stessa scelta con la consapevolezza che, per natura delle cose, ogni esperienza vissuta sarebbe comunque unica e irripetibile.
Se c’è una cosa che forse modificherei, è il tempo dedicato alla famiglia. Con il senno di poi, avrei voluto concedere più spazio agli affetti, bilanciando meglio le esigenze professionali con quelle personali. Il lavoro mi ha dato molto, ma è altrettanto importante riconoscere il valore del tempo condiviso con chi ci è più caro.
Oggi, con l’esperienza maturata, continuo a coltivare la mia passione per la comunicazione e l’informazione attraverso il mio ruolo di blogger e consulente, contribuendo con analisi, riflessioni e contenuti su Alessandria Today e altri progetti editoriali. Perché, in fondo, il sapere e l’esperienza acquistano valore solo quando vengono condivisi.
Finalmente caldo si fa sentire, fiori splodono, cielo minaccia, il blu del mare urla, come fosse ultima volta.
Bambini carichi al pensiero di scuola finita. Parchi giochi fremono, le mamme un pò meno.
Grigliate cui, pranzetto là, apericena dove capita evviva!
Sembrerebbe essere tornati alla vita di sempre, infatti… di sempre.
Ritornando dalla Argentina, mi sentivo con la carica giusta, affaticata, però carica. Dopo due settimane, il tempo di fare l’inventario delle piante che hanno muttato pelle, perché non sopravvisero alla mia assenza, quindi razzia e piazza pulita, restò praticamente il vuoto… bilancio vegetale, rosso.
E lì, mi soffermo, al – tornare alla vita di sempre -. Ma questa volta non la prendo come cosa normale. Perché? Poi, ho capito che per me tornare ad una vita -normale- e uguale alla parola -rutina- , a me tanto antipatica, mi manda letteralmente in bestia. Secondo bilancio, rosso.
Come se fosse poco in questa -normalità- va condita con appuntamento dallo specialista, appuntamento dal fisio e altre erbe, che sinceramente desidererei di cuore, non esistesse questa -normalità- Terzo bilancio rosso.
Infine quando la tua parola perde peso, perde valore, sostanza, soprattutto considerazione, perdi il rispetto altrui, al punto di sentirti diminuita o credere addirittura che effettivamente, ha ragione! Mi sento persona scarsa e diminuita. Subentra una crisi esistenziale che neanche lo psicologo più erudito in materia riuscirebbe a capire dove iniziare. Quarto bilancio rosso.
E quinto e ultimo bilancio rosso, pure la parola Paradosso del titolo è troppo piccola per definire come mi sento in questo periodo, scrivo poco, leggo un pò di più, faccio la sigaretta quando mi metto a pensare e penso molto spesso in questi giorni e mi consolo con il mio compagno rosso, che non mi fa sentire diminuita, anzi! Giurerei che più d’una volta mi parla e mi tira su.
Stanca di sognare… Ho trovato questo angolo di solitudine in mezzo a terre e oceani, tutti e due, traballanti, in mezzo a tutto ciò, ci siamo noi, esseri umani, nel bene oppure nel male. Darò sfogo a miei pensieri, quelli che, non talvolta ma bensì quasi sempre, non gli materializzo per non ferire o creare disagio o addirittura offesa. «I have a dream» come disse nel suo discorso tenuto da Martin Luther King Jr. il 28 agosto 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington. È quando abbia la necessità o felicità o qualsiasi altro tipo di sentimento, sarò qui
Ultimo giro di chiavi, ecco ,finalmente a casa dopo una giornata lavorativa.La donna è accaldata e stressata,appoggia la borsa si libera dai vestiti si sdraia sul letto…
Una mattina di estate,fa caldo ma al lago c’è sempre vento…Il terrazzo di casa sua mostra un bellissimo panorama e al mattino fa colazione lì,succo di frutta cornetto fresco,Respira profondamente, che beatitudine pensa.Immersa nel turbinio di emozioni,suona il campanello di casa…Appoggia il suo foulard sulla sedia del terrazzo e si presta ad aprire la porta.Sorride all’uomo dal golfino blu a girocollo,Lo invita ad entrare,il suo sguardo è nel vuoto,cerca di prendergli la mano per rassicurarlo,ma non riesce,come se fosse un fantasma….Parla di sentimenti forti , di mani legate non ascolta cosa dice la donna….
Una zampa le tocca il viso,la sveglia , è la sua splendida gatta nera,vuole la pappa,nel frattempo torna la figlia continua a parlare della sua giornata lavorativa è entusiasta,una sbirciata sui social,sorride…..
Ho scelto di sospendere il mio sogno, quello ricorrente, perchè il sole e il cielo azzurro mi chiamano all’appello, ho scelto di spengere per un poco un triste sentimento e un lungo e angosciante aspettare e correre, almeno con la mente se non fisicamente, su prati verdi e mari dalle onde bianche, ho scelto di lasciare su di un filo sospeso questa vita fatta di corsa e affaticamento, sperando anche che magari da quel filo cada nell’infinito, per la sicurezza di stare con i piedi in terra e godere, godere delle piccole ma sincere cose, sorridere del fiore che son riuscita a far sbocciare, a quel libro che dopo tanto riesco finalmente a terminare, di quell’avventura che scalda il cuore e che si chiama amore, che poi non fraintendete, amore è quell’avventura di fare una lunga camminata mattiniera sul bagnasciuga magari soffermandosi a cogliere una bella conchiglia che il mare benevolo vi ha offerto e posato, amore è quell’avventura di cogliere dalla richiesta innocente di un bambino se quella conchiglia gliela regali e dopo sentirsi appagati come un fiume in piena.
Ho scelto di levarmi di dosso in questi giorni caldi e afosi, quella polvere grigia e pesante dei passati anni che mi hanno tenuta in sospeso, in sospeso tra incertezze di salute e scelte, anche lottate e pure sofferte, sospeso che si chiama terrore e paura di vedersi il tempo che travolge ogni cosa e in ogni dove, sospeso tra un amore perso, l’amica che ti veniva sempre a salutare, quel te bevuto insieme, e poi chiacchiere e sogni come miele quello che a lei piaceva tanto al posto dello zucchero.
Ho scelto di sospendere un momento, un giorno, un mese e forse anche un altro, di pensare e insieme incorrere nel pensare male e sempre poi finire a quello che non si vuole nominare, ma a questa età si avvicina più di sempre e pare che stia dietro vicino a bussare, ho scelto di vivere questo momento forse anche troppo egoisticamente, ma a un certo punto, quando hai dato e sofferto, hai riempito ogni precipizio e fermata ogni valanga, arriva la voglia di fermarsi e guardarsi allo specchio, e non per scoprirsi vecchia o brutta, decrepita e piena di rughe, ma scoprire che il tuo corpo e la tua stessa anima ti chiede un poco di vita personale, di avere un momento in cui devi riprendere il discorso lasciato chissà quanto tempo fa ma donartelo perchè ti è dovuto e offerto amorevolmente e tacitamente da chi ti ha conosciuta e amata per quello che sei sempre stata.
Ho scelto di uscire e vivere del sole del mattino, sorridere a ogni volto che incontro e che pure e sicuramente non conosco, stringere la mano ad un semplice passante solo perchè il suo sguardo mi apre il cuore, parlare con il primo che incontro e parlare di tutto e di niente, parlare per conoscere il mondo corrente che poi non è quello che ci fanno credere sia diventato, in ogni mattino che ho scelto di uscire a incontrarlo ho ritrovato, meravigliosamente e meravigliandomi, quel buono sentimento e voglia tanta di amare incondizionatamente e liberamente.
Ho scelto il silenzio del social e del virtuale in questo momento e non è un addio ma soltanto un saluto tra buone persone che hanno bisogno di un poco di silenzio nel cuore e nella mente con il forte e deciso proposito di ritornare, perchè l’addio lo porta solo la morte e non l’arrivederci che sarà certamente più vivo e sereno e sarà pieno di cose da dirsi e raccontarsi di nuovo.
Ho scelto in questo mio momento particolare, di vecchia che il tempo vorrebbe fermare, di camminare e camminare insieme alla gente e alle cose che fuori mi aspettano da sempre, e ritornare a parlarvi e a cullarvi con le mie parole e cantilene, e condividervi quello che il mondo ancora mi ha permesso di fare.
Ho scelto di salutarvi così con il sole sul viso e il sale sul corpo mentre sono seduta sul bordo del mare ad asciugarmi, e pensando già da adesso a quando vi ritroverò, qui, insieme, di nuovo a volare.
Siamo giunti al quarto appuntamento del Maggio Musicale in S. Maria e S. Siro in Sale. Sabato 18 giugno, ore 21,15 sarà ospite una formazione inusuale, chitarra classica-violino, formata da due valenti musiciste italo svizzere Virginia Arancio e Cordelia Hagmann, che promettono di regalarci intense emozioni. Eseguiranno musiche di Schubert, Villa Lobos, Ramirez e Piazzolla. Ringraziamo la Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona e la Fondazione Cassa di Risparmio si Alessandria che , con il loro contributo hanno reso possibile questa stagione in S. Maria e S. Siro in Sale
A seguire una breve presentazioni delle artiste.
Virginia Arancio, alessandrina, per la precisione di Carbonara Scrivia , di nascita e formazione (diploma al Conservatorio di Alessandria sotto la guida di Guido Margaria) si trasferisce in Svizzera per specializzarsi in interpretazione della musica Contemporanea. Dal 2008 è docente di chitarra classica presso Conservatoire du Musique de la Broye (Svizzera francese) e dal 2011 è docente di chitarra classica presso la scuola di musica Konservatoriun Bern e Konservatorium Winterthur. Ha lavorato con diversi ensemble di musica contemporanea e di musica da camera in varie formazioni
Cordelia Hagmann, svizzera, anche lei insegna presso il Konservatorium Bern, è musicista versatile che si esibisce sia in formazioni classiche che jazzistiche. Ha eseguito concerti negli Stati Uniti, in Europa e in Israele, come la Carnegie Hall, il Barbican Center e la Wigmore Hall di Londra, la Salle Pleyel e l’Olympia di Parigi, la Konzerthaus di Vienna, la Konserthus di Stoccolma, Heidelberger Frühling. Ha vinto in questi anni premi e ottenuto diversi riconoscimenti.
Le nostre azioni di persone equilibrate che si rivolgono verso il prossimo, non si fermano semplicemente all’adempimento di correttezze comportamentale verso gli altri, almeno penso non solo in quella direzione, anche se con tali azioni possiamo dire di essere persone buone ed equilibrate. Ma dobbiamo anche rivolgerci verso noi stessi, verso un equilibrio bilanciato fra noi e la natura. L’uomo, anche se è un animale socievole e preferibilmente vive in gruppo, non lo è mai completamente in modo esclusivo. Ognuno di noi ha pensieri, sentimenti, istinti che a volte toccano le note più alte dell’animo umano e altre volte, al contrario, rasentano la barbarie e la stupidità. Per poter affermare che viviamo una vita degna di essere vissuta, è indispensabile che i nostri pensieri e le nostre azioni, siano rivolte verso un fine programmato da noi, perché solo così possiamo dire, di essere felici, anche se siamo soli. Bisogna impedire che il dovere sociale abbia il sopravvento sul dovere individuale. Attenzione con questo non voglio dire che bisogna coltivare il sentimento dell’egoismo, al contrario, io sono convinto che quanto più un essere umano è spiritualmente e interiormente felice, tanto più sarà predisposto all’altruismo e alla solidarietà. Solo un uomo mentalmente tranquillo, anche economicamente, perché no, è in grado di rispondere alle esigenze del prossimo.
non so come sono giunta fino a questo punto, seduta su una tribuna di Buti ad aspettare i cavalli del Palio, senza aver dormito, con la testa pesante e gonfia di raffreddore.
Ancora un’ora e mezzo qui da sola (e cinque ore dopo avrei scoperto di essermi sbagliata), fra le panchine vuote. Per fortuna che c’è il sole che scalda il cappotto.
È questo il momento giusto per sentire il bisogno di te, chiunque tu sia. So che sei qualcosa.
La necessità di inventarti è ancestrale per tutti gli uomini, ma non parlo di Dio, tu sei un uomo in carne e ossa, ti ho assemblato io in ogni pezzo, con le parti di altri uomini o donne, proprio come il santo Nicolao che resuscitò le bambine morte reincollando le loro carni trovate sparse nella botte.
Proprio adesso sto rubando alcuni lembi dalla gente di questo luogo e ti creo, mio caro destinatario.
Già assaporo il momento in cui individuerò il tuo simulacro in una folla qualunque, o in un treno, quando ti porgerò questa lettera con viso impassibile che si scioglierà all’istante, dopo averti dato le spalle.
Ho deciso che hai gli occhiali spessi, proprio come questo signore calabrese che mi sembra tanto gentile nella sua miopia.
Gli occhiali ti induriscono i lineamenti, infatti è come se…
Eccomi di nuovo, cinque giorni dopo. Il palio è lontano, ha vinto San Rocco, ma Pievania era più divertente. In realtà a me i cavalli manco mi piacciono, io amo gli asini, la loro grazia è infinitamente superiore.
Adesso sono chiusa in una stanza bianca illuminata da grossi quadrati di neon.
L’intonaco per metà grigio e le tende azzurre mi ricordano una glaciale quotidianità che appartiene alla mia infanzia. Forse sono in una scuola.
Ero rimasta ai tuoi occhiali spessi. Credo di notare i tuoi occhi solo adesso, mentre riposizioni la montatura chissà dove, chissà quando.
Mi viene da dire, non so da quale parte remota del mio cervello: che ci fai in questo mondo? Tu dovresti essere altrove.
Infatti credo di conoscerti da tempo, mi sembra di averti visto da qualche parte, in un posto strano, un sogno?
Ecco! Mi sono ricordata, era davvero un sogno, la notte del 3 Luglio 2017.
Lo avevo segnato da qualche parte in un quadernino malconcio, voglio raccontartelo brevemente.
Userò il tempo presente come s’addice alla narrazione dei sogni. Inizia così: mi trovo in un paese sconosciuto, davanti all’alimentari c’è una coda molto lunga e pure un certo fermento di festa che trema nell’aria. Sull’insegna, incorniciata da led gialli e rossi, vi è stampata la foto di un ragazzo disteso a letto, morto. È il figlio dei proprietari del negozio, si era sentito male all’improvviso ed era morto quella mattina stessa.
All’interno dell’alimentari il padre taglia spesse fette di prosciutto e prepara panini senza fermarsi, con un ghigno di sgomento e forzata leggerezza.
Non capisco bene il perché di tutta quella gente felice, probabilmente i panini sono gratis per l’occasionale tragedia.
Salgo le scale e raggiungo il morto “esposto” sul letto. Guardo il suo viso grigio, i capelli un po’ incrostati sulla fronte e la pelle sgualcita. Non provo niente, non mi interessa poi così tanto.
Torno nella piazza affollata e scorgo alcuni ragazzini tristi che si ciondolano fra le panchine, sono i suoi amici. Mi avvicino e chiedo informazioni, mi raccontano di lui.
Comincio a passare del tempo con loro, giorni interi, ascolto le loro storie e mi affeziono un po’ al fantasma di quel ragazzo morto che non avevo mai conosciuto. Non ricordo bene cosa mi raccontassero, ma erano prevalentemente avventure forsennate ed esplorazioni boschive.
Passano alcuni mesi, forse abbiamo tutti diciassette anni.
Nel bosco c’è una scarpata di una trentina di metri e un giorno insegno loro a saltare senza morire, non so dov’è che ho imparato questa tecnica, ma so metterla in pratica molto bene: basta sentire la leggerezza all’interno del corpo e la forza di gravità può attenuarsi tanto da rallentare la caduta.
Quel giorno, giunti illesi sul fondo del dirupo, troviamo una costruzione strana, abbandonata, più o meno grande quanto una roulotte, ma molto antica e piena di ingranaggi metallici. Le finestre sono fessure rettangolari con vetro rosso. All’interno troviamo il foglio delle istruzioni: è una nave capace di viaggiare, forse nello spazio? Ci chiediamo.
Il foglio istruzioni è in verità una console di comando, basta scrivere e barrare alcune caselle per partire. Con trepidazione affondiamo una penna su quella carta e la navicella comincia a tremare; abbiamo la sensazione che si stia muovendo ad una velocità inimmaginabile, anche se in nessuna direzione.
In fondo al foglio c’è lo spazio per inserire una data. È una macchina del tempo allora. Io vorrei scrivere 1991, non so bene perché, forse solo per provare una data qualsiasi.
Ma all’improvviso balena a tutti un’idea incredibile. Uno dei ragazzi mi strappa il foglio di mano e scrive: 15 Maggio 2017.
Esattamente due giorni prima la fatidica morte del loro amico.
Dunque siamo catapultati a quel giorno, usciamo dalla navicella e raggiungiamo il paese di corsa.
Il ragazzo è seduto sul letto, vivo.
Tutti lo abbracciano increduli, lui è stupito e non capisce il motivo di tanta euforia. Anche io mi avvicino a lui e lo osservo vivo per la prima volta, lui mi guarda, non mi ha mai vista prima ma sgrana gli occhi.
Passano due giorni, ci raccontiamo storie, non oso rivelare lui il suo destino.
Il giorno 17 Maggio il ragazzo comincia a sentirsi male, i genitori non sanno come curarlo ed io cerco di far capire loro che ha bisogno di fiori di Cistus Laurifolius, noccioli di avocado, polvere di ossa di gabbiano, bozzoli di bachi da seta e burro di mirtillo. Ne sono sicura, ma non so spiegarmi il motivo. Ho come l’intuizione che quel ragazzo sia come un uccellino ferito, molto delicato, e che dunque abbia bisogno di un cibo speciale per sopravvivere.
Cerco disperatamente di procurarmi gli ingredienti necessari alla sua cura, lui nel frattempo continua a peggiorare.
Finalmente li trovo, impasto tutto in una tisana e lo costringo a bere il bicchiere. Mi sveglio.
Non ho mai saputo se lo avessi salvato. Quel dubbio poi si è attenuato negli anni. Eppure tu sei qui, sei lui, io credo, quel ragazzo sdraiato, sei cresciuto. Non ti ricordi più di quando stavi per morire e mi hai conosciuta per due giorni soltanto?
Forse nel delirio della malattia hai dimenticato il mio viso, di quanti lunghi minuti passassi china sul tuo, cercando di farti bere la mia medicina, di quando tu l’hai ingoiata tutta ed io d’un tratto sono svanita.
Adesso sono qui, incastrata fra queste righe, tu mi leggi e non mi vedi, io ti scrivo e non ti vedo, ma so che ci sei come ci sono io, e che un giorno, come me, dovrai pur smettere. Sparire all’improvviso.
Questa lettera altro non è che una macchina del tempo, abbandonata in un bosco inaccessibile. Qui possiamo rifugiarci per esistere più a lungo, cambiare le date dei giorni, viaggiare a velocità inimmaginabili pur restando saldi al mondo.
Sospesi, questo siamo: qui dentro. Le parole sono confortevoli piramidi di senso e di ragione, ma noi possiamo sgusciare oltre fra le fessure, aldilà, fino a diluirci in ciò che non c’è.
Quando ti sentirai debole, insulso, o malato, torna a queste pagine, vaga indietro con me, nel sogno, dove ci siamo salvati senza conoscerci affatto.
Il terzo giorno Santa Brigida era inghiottita da una nube finissima. Se fossi uscita forse avrei perso con me tutta la testa, soprattutto i capelli che ho fatto bianchi per confondere la fronte con la nebbia, e per lasciare le sopracciglia fuggire con gli angoli delle rondini stordite, e per concedere agli occhi neri, che in fondo sono solo buchi, di rimanere fra le trame e il frascame, a parlare di cose bagnate.
Il bosco piove, il corpo mio è una casa umida che respira in modo viscido, l’eco di una frana segretamente drammatica che la montagna tenta di nascondere. Santa Brigida, escrescenza di briciole antropiche sul suo ventre, sono io, forse scivolo nel dissesto, sospirando fra le crepe dei muri che si fanno più larghe.
Mi sono persa nel bosco, i cedri sono nudi e flettono il vento di modo che possa risuonare certe acute flessioni lignee. Cerco animali perduti, ma credo di essere la sola.
Il tappeto sbiadito crepita nei passi svelti di un daino che somiglia a se stesso, somiglia a me, mi ricordo che la crosta del mondo respira attraverso questo scambio d’identità decomposte.
Ovunque è l’ocra di un autunno atavico, cerco nel significante visivo un significato che mi riveli l’importanza del mio eremitare. Non lo trovo, non trovo niente che non sia il niente del sentire, l’esistere che è da sé, non per esistere, come l’acqua che scende giù dalle fauci delle rocce senza che le rocce abbiano mai avuto sete.
Eterno, un boato indistinguibile passa a setaccio la mente.
L’inutile presenza di un corpo, il mio, e delle fluide cose che lo attraversano; ma peculiare, l’assenza massiccia di desideri che contraddistingue il suo mistero. Ciò che non ha: non lo brama, ciò che ha: viene sospinto lontano; attorno a sé ogni presenza si appiattisce sul confine della potenzialità. Solo nel distante l’attrazione riconosce l’increspatura del sentire.
Tutto è remoto alla mia pelle.
Io stessa sono remota al mio corpo, lo ascolto nella corsa di una bestia che non vedo. Fuggo, perché solo sfuggendo intuisco di esistere.
Incapriccio i pensieri dentro una finestra. Forse rielaboro il valore dello spazio. La cornice che mi separa dal mio riflesso opaco sulle colline è l’asse di simmetria umana.Oltre la quadratura degli infissi è la dimensione sensibile, quella che muove il presente, a tendere i fenomeni: un’imprevedibile litomuscolo. Quando accade di vivere là in mezzo l’urto sensibile dell’attività altrui – atmosfericosmigeologicorganica – rimbalza piacevole sul fondo del mio timpano. Ma adesso l’atto che non mi appartiene, l’altrui flessione sulla mia membrana, è così concretamente distante. Assente, cerco un nome che possa definirlo: è xenostalgia. Ascolto lo smembrarsi del corpo che tace, che non muove perché non mosso. Non sono più corpo dentro questa scatola.
D’un tratto ho due trampoli sottili, surrealisti, che mi permettono di saltare venti metri per ogni passo. Mi fiondo subito verso una direzione qualsiasi ma vengo scoperta, cominciano a inseguirmi. La corsa mi è favorevole e presto raggiungo il limite della città; alcuni congegni sul suolo proiettano immagini sopra un muro di fumo, falsi paesaggi cittadini, sconfinati, solo illusioni ambientali. Scavalco con cura i proiettori luminosi, preziosi infusori di conforto, e la verità prende forma: colline ondulate, levigatissime, di legno. In realtà è una verità senza forma. Cielo assente, nessuna vegetazione, niente che non sia ebano limpido dalla temperatura incerta. Balzo sulle mie gambe lunghissime per metri e metri ma non vi è fine a questo mare solido. Tutto è piallato, le venature marroni del suolo mi ricordano banchi di anguille immobili.
I miei sequestratori sono lontani, li sento, non so di quali volti siano provvisti tanto non possono raggiungermi…raggiungermi dove? Lo sguardo si assottiglia sul rigido moto ondoso dell’orizzonte.
Continuo a involarmi fra la creste immote e l’euforia si spegne, il suolo pare più solido di quanto non sia mai stato, l’idea che non vi si possa scavare nemmeno un’urna in cui dormire mi avvizzisce tutti gli arti. Ogni estensione del corpo si fa spoglia di vita. Tale è il dolore che d’un tratto è mattino.
Esiste un posto, all’interno di un bosco molto fitto, è un’oasi incredibile, c’è sabbia, terra rossa, il cielo infinito come in mare aperto. È un luogo sospeso fra gli occhi dipinti sui tronchi dei faggi. Al centro di questa pozza satura di stupore, in una vasca di fango caldo, vive un corpo. Un corpo umano, molle e sporco. Giuturna Malakos ruota lentamente sopra i suoi piedi di melma. Così lenta la sua esistenza, il suo gravitare, che il solo battito del ciglio è una persiana interminabile che si chiude sopra il cosmo. Bianchissima apparirebbe la sua pelle senza il velo argento che le fa da involucro, crisalide, tela di ragno che i suoi seni produce. È una cosa morta, lei, e più viva del mondo stesso. Giuturna cosa molle, sospesa nel reale, il reale marcio, che è viscido, è rifiuto, è fanghiglia, è odore di fiume, è umido, è intenso, è incantevole. È molle, è umano. È malato, come Giuturna. Guarda come sbiadisce la patina d’aria intorno alla sua danza rotonda, ti attacca la pelle al suo sudore con aliti di limo evaporato; e guarda che colori! Le nuvole si sono squagliate sopra l’ultimo bagliore – fatuo? – del sole, già morto. Già morte le nuvole. Tutta la montagna è già morta, tutto il solco del fiume è già morto, e ovunque il frascame, e la condensa dell’anima. È proprio incantevole – e guasto – questo cadavere del mondo, come il piccolo pesce che tiene lei in mezzo al palmo, tenero e morbido, lievemente freddo, o fragile come il geco nato da una perla segreta, nascosta dietro al suo ventre, proprio nella palpebra sacra del suo ombelico; è nato mentre dormiva ancora, senza dir nulla, che delicatezza, miele nella gola la sua soffice ruvidezza, e la piccola vipera maculata? Quella che ha sfiorato col dito, con la pelle elastica e il filo di lingua che taglia l’aria, ipnotica vipera mia, e pur il moscondoro docile che se ne sta aggrappato alla sua scapola, così lucida la corazza, la peluria paglierina, gli arabeschi affilati sulle punte delle zampe; che meraviglia di soffi quelle antenne che tremano sul suo collo. Estasi di pellegrino. Terra nera nel cuore sgualcito di spore, euforia intima in fondo al nocciolo, è una cosa molle, tutto è molle dentro, sopra Giuturna, intorno a Giuturna, col suo corpo bianco che ruota, e il frascame umido che si erge a colonna, dalle sue labbra, verso il cosmo.
Ed apparteneva a quella inquietante genia dei reietti … Dei paria, degli alternativi pericolosi, degli inguaribili tossici: ma lui “faceva poesia”. E le sue poesie erano belle, profonde, ricche di sensibilità, nonostante la voglia di provocare, di stupire, persino d’insultare. E Charles Bukowski giocò anche “con quel suo fare poesia”. “Scrivo poesie per portarmi a letto le donne.” Affermò infatti … Ed era vero … Ma soltanto in parte. Alle donne piacciono le poesie e si mostrano inclini a chi le scrive – lo stesso non avviene al contrario -, ma il nostro Charles le scriveva perchè gli sgorgavano dal cuore; quel suo cuore malato perché non riceveva mai l’amore che avrebbe desiderato … MAI MAI MAI abbastanza amore. Per questo beveva, per questo si drogava, per questo si disperdeva in mille corpi femminili. L’amore che non si riceve, soprattutto nell’infanzia, diviene una ferita insanabile, un marchio di fuoco indelebile.
Charles Bukowski era infatti nato ad Ardernash, in una Germania devastata dalla prima guerra mondiale e prossima al tracollo economico, e si era trovato a vivere i suoi primi anni in un ambiente degradato dalle perenni difficoltà economiche e, dopo il trasferimento dei genitori negli Stati Uniti, dal non sentire mai alcun luogo come patria: bubboni che esplodono in quotidiano scontento, rabbia, violenza. E quel Charles bambino che Bukowski era stato aveva respirato da subito quella violenza: un padre, perdente nella vita, che lo fustigava con una cintura di cuoio, un giorno sì e l’altro pure, anche quando non aveva commesso alcuna colpa, ed una madre assente, forse ormai inesorabilmente rassegnata.
Ed ora soltanto brevi cenni della sua autobiografia, perché mi sembra che l’ essenziale sia stato già detto, e poi farò parlare la sua voce, attraverso la citazione di alcune sue frasi o nel citare alcune ( ne scrisse a migliaia) delle sue bellissime poesie, dove ad un crudo realismo si contrappone spesso la delicatezza di una acuta sensibilità.
Henry Charles Bukowski nacque ad Andermach ( Germania) il 16 agosto del 1920. Il padre, Henry Bukowsky statunitense, ma di origini miste polacco/ tedesche, negli anni giovanili, era arruolato come sergente della Third United States, ma una volta emigrato negli Stati Uniti, rimase spesso disoccupato, fatto che acuì la sua tendenza alla violenza. Della madre – Katharina Fett, tedesca – Charles ci racconta assai poco, un chiaro segno della scarsa influenza che ebbe su di lui, nonché della lacunosa affettività di cui doveva essere dotata. I genitori si conobbero durante la prima guerra mondiale e si sposarono in tempi piuttosto brevi. Nel 1923 lasciarono la Germania devastata e raggiunsero gli Stati Uniti, sperando in un miglioramento delle loro condizioni, soggiornando dapprima a Baltimora nel Maryland e successivamente, nel 1930, a Los Angeles. Qui il piccolo Charles, oltre alle angherie paterne ed al silenzio materno, dovette anche subire la discriminazione dei suoi coetanei che ne contestavano l’accento linguistico ” pesante”, nonché il suo abbigliamento che non si affiancava ai canoni usuali e tacciato pertanto ” da femminuccia”. “La mia infanzia come in un film dell’orrore” la definì lo stesso Bukowsky. Quasi prevedibile, in una mente viva, ma particolare e scontrosa come la sua, il ricorso all’alcol … Un ” coupe de foudre” che avvenne a soli 14 anni e che si trasformerà in un amore dipendente per tutta la vita. “Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare. Se succede qualcosa di bello, si beve per festeggiare. E se non succede niente, si beve per fare succedere qualcosa”. Afferma lui stesso. Nel 1969, grazie all’offerta dell’Uditore della Black Sparrow, poté finalmente abbandonare l’odiato lavoro da postino e, per uno stipendio contenuto di circa 100 dollari al mese, si dedicò completamente alla scrittura. ” Avevo solo due alternative: restare all’ufficio postale e impazzire … O andarmene a giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.” Affermò, giustificando la sua scelta.
Anche i suoi rapporti con le donne furono molto burrascosi … E quando dico “donne” non mi riferisco ai tanti “corpi” posseduti, ma a quelle che nella vita dell’artista hanno avuto un ruolo, se non fondamentale, almeno determinante. Tra queste ultime possiamo sicuramente annoverare: la poetessa Barbara Frye, che sposò nel 1957, per poi divorziare nel ’59. Jane Baker, costituì il suo primo grande amore ed, in occasione della sua morte, le dedicò parecchie poesie, da dove si evince lo sconforto ed il dolore per quella morte prematura. Un’altra donna importante fu Frances Smith, che gli diede l’unica figlia, Marina Louise. Seguirono Liza Williams, poetessa e scultrice e Tannie o Tanyn. Una delle ultime e forse, infine, la più importante, fu Linda Lee Brigale, proprietaria di un ristorante, che, tra separazioni e ravvicinamenti, finì per sposare nel 1985. All’inizio del 1988 si ammalò di tubercolosi, ma seguito’ ugualmente ed ininterrottamente nella sua intensa attività letteraria. Morì a Los Angeles il 9 marzo del 1991 per una leucemia fulminante.
Innumerevole e svariata la sua produzione letteraria: sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia le poesie composte. Tra le opere più rappresentative, voglio citare: DONNE; PANINO AL PROSCIUTTO; POST OFFICE; L’AMORE È UN REGALO CHE VIENE DALL’INFERNO e lo scandalosissimo.” STORIE DI ORDINARIA FOLLIA”, da cui fu tratto anche un famoso film, che vide come protagonisti Ben Gazzara ed Ornella Muti. Altri film riecheggiarono in seguito la figura di Bukowski, quali, ad esempio, “Banfly Moscone da bar ( Michey Rourke protagonista); Crazy love o Factotum ( Matt Dillon protagonista). Ma è con alcuni suoi meravigliosi detti e con le sue poesie che intendo farvi salutare quest’uomo che mai conobbe l’equilibrio, ed ancor meno la felicità.
” Dentro ad un abbraccio puoi fare di tutto: sorridere o piangere, rinascere o morire. Oppure fermarti a tremarci dentro, come fosse l’ultimo.”
“Voglio mettere le mani sul viso e baciarti le rughe: gli anni dove non c’ero.”
“Tutto si riduce all’ultima persona a cui pensi la notte.”
“Parlatene Parlatene sempre di tutto, perchè i silenzi sono pietre e le pietre diventano muri ed i muri dividono.”.
” Scrivere poesie non è difficile: difficile è viverle.”
Cinico? Brutale? Depravato? Se Bukowski fosse stato realmente così, non avrebbe mai potuto scrivere queste parole, che scaturivano comunque dalla sua anima … E ad un uomo così si può perdonare molto.
Il mese di giugno è iniziato con la Festa della Repubblica ed è proseguito con il Referendum del 12, il cui esito era purtroppo abbastanza scontato: poca affluenza con il 20%, dato mai così basso, sintomo evidente di poco interesse.
Lo strumento referendario da diverso tempo risente di vari problemi che ne rendono vana l’applicazione e l’efficacia. La formulazione dei quesiti alquanto manichei, che non rendono di facile comprensione l’oggetto stesso del Referendum, allontana il cittadino dall’ottemperare al suo diritto di voto. Ad esempio, quanto sarebbe più facile se invece del papello scritto in burocratese si fosse scritto: volete che un condannato in via definitiva sia escluso automaticamente dalla elezione degli organi di Stato? Volete che chi è accusato di aver commesso un reato violento, di mafia o terroristico, chiunque sia di reiterare il reato, venga trattenuto nella custodia cautelare?
Forse sarebbe stato più facile.
Vorrei sottolineare che ci sono paesi come la Svizzera che hanno fatto dello strumento referendario una consuetudine legislativa, con una affluenza alle urne della stragrande maggioranza dei cittadini proprio grazie alla semplicità dei quesiti proposti e alla nettezza della attuazione dei risultati conseguiti, attuando una efficace cittadinanza attiva e democrazia partecipata.
Un’altra criticità da evidenziare è la pertinenza dell’argomento referendario. Ci sono stati in questo periodo programmi televisivi che hanno più volte affrontato e spiegato i quesiti proposti, ma francamente la voce di popolo che si sentiva in giro era una corale richiesta di cosa si dovesse votare. Sinceramente, tranne la custodia cautelare e l’incandidabilità, gli altri argomenti erano prettamente tecnici e di conseguenza anche noi cittadini siamo in difficoltà nel giudicare e nell’orientarci per esprimere un qualsivoglia parere.
Ad esempio, sulla possibilità di far entrare come membri giudicanti dell’operato di giudici e magistrati, anche docenti universitari, quindi personale esterno all’ordine, è un tema che da profana mi porterebbe a sire sì perché un parere esterno potrebbe essere super partes, ma anche no perché solo chi è interno all’ordine conosce l’effettiva portata dei problemi che ci sono. Mi sovviene, al tal proposito, il paragone con la professione docente: solo chi è in classe sa effettivamente quali siano i problemi e le attività che vengono messe in atto. A tal proposito, il comitato di Valutazione ha come membri dei docenti oltre al dirigente. Quindi come si può valutare una professionalità dall’esterno?
Altresì potrei esprimermi in ambo i modi riguardo alla separazione delle carriere: siperché in questo modo un giudice conoscerebbe anche le modalità operative dell’inquirente, arricchendo la sua esperienza e di conseguenza potrebbe essere più preparato, no perché nell’anomalia tutta italiana in cui i processi hanno una durata decennale, esiste la concreta possibilità di ritrovarsi come giudice assegnato un ex pubblico ministero che aveva coordinato le indagini.
Infine, in merito alle elezioni dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, è giusto avere dei membri di tutte le aree politiche, per una sorta di imparzialità? Ma tale imparzialità non è già contemplata nel dettato costituzionale che rende indipendenti i tre poteri esecutivo, legislativo e giudiziario? Pertanto, risulta necessario avere sfere di influenza in una espressione della democrazia che è già indipendente per legge.
Forse nel nostro beneamato Paese ci sono delle anomalie che effettivamente rendono altresì anomala l’applicazione della Costituzione e la legiferazione stessa. Ad esempio, a mio parere, i processi non devono durare dieci anni e tantomeno non occorre alcuna indicazione partitica per eleggere membri responsabili di uno degli organi più importanti del nostro Stato quale è il CSM, ma è più che sufficiente garantire che siano elette persone capaci, imparziali rispetto alla politica e di specchiata moralità, cosa che da noi viene tanto sottovalutata mentre negli altri Paesi ci si dimette per scandali anche di poco conto.
Probabilmente non siamo pronti o peggio abbiamo perso la capacità e l’interesse alla responsabilità di cittadinanza, in virtù anche del fatto che in passato si sono fatti Referendum, come quello sull’acqua pubblica, e poi sono stati disattesi gli esiti con manovre machiavelliche. Inoltre, va anche detto che comunque la classe politica degli ultimi anni non riscuote grande fiducia. Si è transitatiti dalla prima Repubblica alla seconda, trasmigrando le stesse criticità clientelari che si sono intarsiate perfettamente tra euro e globalizzazione, con il risultato di considerare la politica non uno strumento per la salvaguardia della cittadinanza ma l’incarnazione del nemico del cittadino, anche sull’onda di strumentalizzazioni che comunque dirigono l’opinione pubblica non sempre per l’interesse della Res Publica.
Forse l’esercizio della democrazia non è quello che gli italiani attribuiscono allo strumento referendario e soprattutto del diritto al voto. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che tale diritto è una conquista che si deve difendere ed è l’unico modo con cui si possono fare le rivoluzioni efficaci che non abbiano rigurgiti violenti ed effetti duraturi.
E … forse… rivoluzioni positive, apportatrici di cambiamenti che rendano il nostro Tempo migliore rispetto al passato, che deve ancora liberarsi da mire autoritaristiche ed egoismo dilagante, generatore di guerre e distruzione dei diritti umani, forse… questo mondo sarebbe diverso. Chi lo sa, magari migliore. Mariantonietta Valzano
Ci riempiamo con la parola amore, ma l’amore non è debole, è forte, incapace di mentire.Senza amore ci appartiene solo la solitudine, l’incapacità di amare ci chiude in una fortezza, difficilmente riusciamo a fuggire.Eppure è semplice, basta lasciarsi andare, basta amare perché il mondo si apra come una corolla, non c’è certezza, c’è solo amore nell’abbandono e non farsi troppe domande. Chi ha la forza, la potenza di farlo? L’amore è senza tempo, bisogna immergerci per restare eterni, tutto ciò che è amore profuma di eternità. La solitudine non appartiene all’amore, e amare è un rischio , come è un rischio amare chi non lo sa fare, anche imparare ad amare. Iris G. DM
Dive e donne. Un thè alla moda con Emanuela Martini
Venerdì 17 giugno alle ore 18,30 la mostra “Un set alla Moda” allestita a Palazzo Cuttica ospiterà un altro personaggio noto ed esperto del mondo del cinema.
Emanuela Martini critica cinematografica e direttrice della rivista di cultura filmica “Cineforum” sarà protagonista di un incontro con il pubblico per parlare delle grandi dive del cinema italiano ed internazionale.
Partendo dai ritratti e dai costumi delle dive presenti nel percorso della mostra, da Sophia Loren a Silvana Mangano, da Antonella Lualdi a Senta Berger e Claudine Auger, solo per citarne alcune, la critica Emanuela Martini rievocherà la figura e le carriere non solo di alcune fra le attrici italiane più rappresentative del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche di quelle internazionali e specialmente di alcune stars hollywoodiane.
Un affascinante viaggio al femminile nella storia del cinema e delle variazioni del costume supportato anche da un numero speciale della rivista “Cineforum” proprio dedicato alle grandi donne del cinema, attraverso il quale si potrà fare la conoscenza di lady fatali, ragazze della porta accanto, eroine rivoluzionarie e persino ironiche ed irriverenti Bad Girls.
L’incontro con Emanuela Martini sarà condotto da Barbara Rossi, critica cinematografica e Presidente de “La Voce della Luna”.
L’iniziativa di venerdì è infatti organizzata dall’Azienda CulturAle Costruire Insieme, dall’Associazione di cultura cinematografica e umanistica “La Voce della Luna” con la partecipazione della Federazione Italiana Cineforum.
Si ricorda che la mostra “Un set alla moda. Un secolo di cinema italiano tra fotografie e costumi” aperta a Palazzo Cuttica fino al 30 giugno, è curata da Domenico De Gaetano direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino, l’esposizione è stata fortemente voluta dalla Città di Alessandria e organizzata dall’Azienda CulturAle Costruire Insieme, promossa dalla Regione Piemonte, con il coordinamento scientifico del Museo Nazionale del Cinema di Torino e della Cineteca Nazionale di Roma, la partecipazione di Film Commission Torino Piemonte e della Fondazione Artea e la collaborazione della Fondazione Filatoio Rosso di Caraglio.
E’ visitabile dal giovedì alla domenica dalle ore 15 alle ore 19.
Sono state selezionate le otto compagnie che parteciperanno a Scintille, il concorso rivolto a compagnie teatrali professionali under 35 finalizzato alla produzione di uno spettacolo da promuovere sul territorio nazionale. Il premio, giunto alla dodicesima edizione, è promosso e realizzato dal Teatro Menotti in collaborazione con Festival AstiTeatro e la Fondazione Piemonte dal Vivo. Si svolgerà il 17 e 18 giugno ad Asti, nei cortili dei Palazzi storici (Archivio Storico, Palazzo Alfieri, Michelerio e Palazzo Ottolenghi), all’interno di AstiTeatro 44, e il 18 e 19 giugno a Milano al Teatro Menotti.
Ritorna Luoghi in Comune Uno spettacolo teatrale per raccontare Alessandria con occhi nuovi
Raccontare la città di Alessandria con occhi nuovi attraverso lo strumento del teatro. È questo l’obiettivo della nuova edizione di Luoghi in Comune, nell’ambito del progetto Fermento.
Dopo aver vissuto le emozioni di un laboratorio teatrale nei mesi di aprile e maggio, guidati dalla compagnia teatrale Gli Illegali – BlogAL, alcuni giovani residenti in provincia di Alessandria con esperienza di migrazione, sono pronti per raccontarsi.
Le loro storie, le loro vite, le loro esperienze si connettono con i luoghi, i monumenti, le realtà culturali e sociali di uno dei quartieri storici della città, Borgo Rovereto, e grazie a questa connessione viene realizzato un itinerario di riscoperta della storia di ciascuno di noi, della storia della nostra città, vista con gli occhi della multiculturalità e dell’integrazione.
Lo spettacolo, nella forma di teatro di strada itinerante, verrà riproposto sabato 18 giugno 2022 con ritrovo alle ore 15 in Piazzetta Monserrato ad Alessandria.
I partecipanti percorreranno a piedi un itinerario che toccherà diverse tappe in città e li condurrà dopo circa un’ora e mezza al Centro Giovani Pittaluga con la visita alla mostra Name Climate Change allestita proprio in quei giorni. La mostra, nata dall’omonimo progetto, raccoglie venti volti e altrettante storie di persone che nella propria vita hanno subìto o stanno contrastando il cambiamento climatico attraverso l’arte, la ricerca, il proprio lavoro. Un progetto ideato da Cambalache che – in collaborazione con l’Associazione Cultura e Sviluppo – ha coinvolto un gruppo di giovani sul territorio alessandrino per l’approfondimento dei temi e la narrazione delle storie attraverso le tecniche di foto reportage e video.
La partecipazione al tour e la visita alla mostra sono gratuite.
Luoghi in Comune è una delle azioni culturali messe in campo da “Fermento – Percorsi partecipati di inclusione di cittadini stranieri in Provincia di Alessandria”, progetto realizzato nell’ambito del bando Territori Inclusivi della Fondazione Compagnia di San Paolo. Condotto da un nucleo di 9 partner altamente qualificati, con Cambalache come capofila, e una rete di oltre 50 realtà, enti e soggetti sul territorio provinciale, Fermento prevede un set variegato di azioni che dal capoluogo di Provincia si estende ai Comuni più periferici, valorizzando i servizi già esistenti e mettendoli in rete tra loro, ma anche proponendo azioni culturali e un dialogo costante tra le realtà del territorio per approfondire il tema delle migrazioni. Il tutto con la prospettiva di dar vita a una vera e propria Comunità che si riconosca in valori e obiettivi condivisi e si scambi pratiche e saperi, costruendo nuovi percorsi partecipati e condivisi a beneficio di tutti i soggetti più fragili e della crescita sostenibile del territorio.
Gli Illegali – BlogAL
La compagnia teatrale Gli Illegali – BlogAL, promuove eventi del territorio e si occupa di organizzazione di spettacoli e rassegne teatrali. Negli ultimi tre anni ha organizzato il progetto Borgo del Teatro, con l’obiettivo di realizzare e sedimentare un polo culturale permanente all’interno del Chiostro di Santa Maria di Castello. Premiato dalla Fondazione SociAL, il progetto ha visto la nascita di spettacoli e rassegne teatrali, l’organizzazione di due edizioni del festival multietnico Alessandrini, e la realizzazione di SpiazzALessandria, visite teatrali guidate della città, eventi incentrati principalmente nel quartiere di Borgo Rovereto.
Nel corso del 2020 la compagnia ha condotto la prima edizione di Luoghi in Comune, progetto realizzato dall’Associazione Cambalache, in collaborazione con il Nodo Antidiscriminazioni della Provincia di Alessandria, e finanziato attraverso l’avviso pubblico per la promozione di azioni positive finalizzate al contrasto delle discriminazioni etnico-razziali da realizzare in occasione della XVI Settimana di azione contro il razzismo organizzato dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR).
Collezione Bistolfi: da sabato 18 al via le visite alla donazione
E dal 23 giugno quattro appuntamenti di approfondimento con il conservatore del Museo Civico Alessandra Montanera
Casale Monferrato: La presentazione ufficiale della nuova Collezione Bistolfi di sabato prossimo, 18 giugno, sarà anche l’occasione per dare il via alle visite, durante i fine settimana, alle interessanti opere giunte a Casale Monferrato.
Il prezioso materiale, generosamente donato da Vanda Martelli nel gennaio 2021 in memoria del marito Andrea Bistolfi, nei mesi scorsi è stato, grazie al prezioso contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e della Fondazione CRT, trasportato a Casale Monferrato, sottoposto a una generale campagna di interventi conservativi e inserito all’interno di arredi museali appositamente acquistati.
Ad accogliere la Collezione è ora la Sala delle Lunette, allestita in modalità di “deposito visitabile” e che sarà aperta al pubblico già al termine della giornata inaugurale. Giornata che avrà inizio alle ore 10,30 con il saluto del sindaco Federico Riboldi e dell’assessore Gigliola Fracchia, per proseguire con gli interventi di approfondimento sulla Collezione di Aurora Scotti e Sandra Berresford, coordinati da Alessandra Montanera, e la presentazione della nuova mappa digitale delle opere di Bistolfi in Italia e nel mondo da parte di Gabriele De Giovanni.
Al termine, quindi, dal Salone Vitoli si scenderà, a piccoli gruppi di 20 persone, nella Sala delle Lunette per la visita alla Collezione: il pubblico potrà osservare le sculture collocate all’interno di vetrine e potrà avere un assaggio dell’arte grafica e pittorica dell’artista casalese grazie alla selezione di alcuni disegni, di un taccuino e di alcuni esempi di tavolette dipinte.
Chi non parteciperà all’evento inaugurale ma volesse visitare la Collezione, potrà attendere il proprio turno direttamente nel chiostro di Santa Croce, sapendo che le visite accompagnate dal personale del Museo sono organizzate ogni 30 minuti.
Anche il giorno successivo, domenica 19 giugno, sarà comunque possibile accedere alla nuova Collezione dalle 10,30 alle 13,00 e dalle 15,00 alle 18,30 con ingressi contingentati ogni 30 minuti.
Nei fine settimana successivi a quello inaugurale il Museo proporrà il sabato e la domenica quattro momenti giornalieri di visita alla collezione con i seguenti orari fissi: alle 11,00, alle 12,00, alle 16,00 e alle 17,00. La prenotazione, anche in questo caso, non sarà richiesta.
Durante i mesi di giugno e luglio, inoltre, il conservatore del Museo, Alessandra Montanera, terrà quattro momenti di approfondimento sulla Collezione. Le date in calendario sono: 23 e 30 giugno, 7 e 14 luglio. L’appuntamento per queste speciali occasioni è fissato alle ore 17,00 e non è necessaria la prenotazione.
Si ricorda, infine, che l’accesso al Salone Vitoli in occasione della presentazione di sabato 18 giugno sarà a numero chiuso; quindi per poter partecipare è richiesta conferma all’indirizzo e-mail museo@comune.casale-monferrato.al.it o al numero 0142444249. La conferenza sarà comunque anche trasmessa in diretta online sulla pagina Facebook della Città di Casale Monferrato www.facebook.com/CittaDiCasaleMonferrato.
DIECI ANNI DI FIERA DEL DISCO DA COLLEZIONE E DELLA MUSICA
Domenica 19 giugno 2022, dalle ore 10 alle ore 18, con ingresso gratuito, si terrà – presso Palazzo Cuttica in via Parma 1 ad Alessandria – la fiera del disco da collezione e della musica “Vinile Alessandria”.
La manifestazione, che con questa edizione arriva al decimo anno di attività (2012-2022), è organizzata da ‘Visioni_47’ con la partecipazione del Comune di Alessandria – Assessorato alle Manifestazioni ed Eventi – e con la collaborazione del Conservatorio “A.Vivaldi” di Alessandria.
Palazzo Cuttica, per tutta la giornata, sarà il centro di iniziative culturali con musica, cinema e arte per iniziare un progetto comune tra “Vinile”, il museo civico – con la mostra “Un set alla moda” – e il conservatorio “A.Vivaldi”.
Durante la giornata sarà possibile diventare parte attiva di una ‘Community’ di appassionati, con cui condividere l’interesse per la musica e per la cultura. Cultori, curiosi, collezionisti e tutti coloro che amano la buona musica potranno trascorrere una giornata insieme per riscoprire il fascino del disco in vinile.
“Vinile Alessandria” è una delle manifestazioni più attese ed importanti dedicate al disco da collezione e vuole diventare un momento stabile nella vita culturale della Città, creando nel tempo una sinergia con altri soggetti della cultura locale.
“Un appuntamento, quello con ‘Vinile Alessandria’, che ha riscosso successo vista l’alta partecipazione di pubblico riscontrata nelle ultime edizioni 2020-2021, a conferma del boom del vinile e dell’alta fedeltà – commenta l’Assessore alle Manifestazioni ed Eventi, Cherima Fteita –. L’avere espositori qualificatissimi che portano in Alessandria i loro pezzi più pregiati e rari ha contribuito a far aumentare l’affluenza degli appassionati e dei collezionisti a questa giornata dedicata alla Fiera del Disco e della Musica, grazie anche all’attenta organizzazione dei promotori dell’evento”.
“Il Conservatorio ‘Vivaldi’ di Alessandria è lieto di collaborare con ‘Visioni 47’ e Città di Alessandria per la realizzazione della manifestazione ‘Vinile Alessandria’ del 2022 –afferma il Direttore del Conservatorio ‘A. Vivaldi’ di Alessandria, Giovanni Gioanola -. Consideriamo un nostro dovere contribuire a far crescere la curiosità e le occasioni di conoscenza in campo musicale, e questa manifestazione rientra a pieno titolo in questo campo. Un cordiale saluto a tutti i partecipanti”.
Il programma sarà il seguente:
“VINILE ALESSANDRIA” – incontri e presentazioni (cortile di Palazzo Cuttica): ore 10 – Apertura stand ore 15 – Vinile Alessandria Dj set
ore 15:30 – Vinile Alessandria Dj set
ore 16 – THE MELLOWTONE Alice Isnardi: Canto e Vlad Tanase: Chitarra (Conservatorio ‘A.Vivaldi’)
ore 16:30 – Vinile Alessandria Dj set ore 17 – THE MELLOWTONE Alice Isnardi: Canto e Vlad Tanase: Chitarra (Conservatorio ‘A.Vivaldi’)
Quanto paga per uno stipendio di 1500 euro netto una azienda nel 2022. Calcolo ed esempi
Anche nel caso di un retribuzione di 1.500 euro ovvero per il calcolo dello stipendio reale occorre togliere dalla retribuzione lorda annua la quota Inps e la quota Irpef.
Stipendio di 1500 euro netto, quanto paga un’azienda?
Rispetto a uno stipendio netto di circa 1.500 euro, un’azienda finisce per pagare quasi il doppio conteggiando anche le tasse e i contributi.
Non è affatto così semplice e immediato il passaggio dallo stipendio lordo a quello netto di un lavoratore. Sono infatti numerose le variabili da prendere in considerazione che incidono sul risultato finale. Di norma la retribuzione va corrisposta entro la fine del mese di paga, sebbene i contratti possono prevedere anche scadenze diverse.
Come vedremo in questo articolo, la principale variabile che incide nel costo finale di un lavoratore, anche nel caso del pagamento di uno stipendio di 1.500 euro netti al mese, sono le tasse e in particolare l’Irpef. Caratteristica di fondo del nostro sistema fiscale è la progressività delle imposte. In buona sostanza, maggiore è il reddito e più elevate sono le tasse, sulla base degli 5 scaglioni di reddito. Ma vediamo meglio: