Avorio, di Frida La Loka

Avorio

Date: 4 luglio 2022 Author: Frida la LoKa

Sabbia avorio soffice; sdraiato, inerte; quasi morto giace; l’acqua tiepida del mare, lambisce le sue membra in un danzare ondeggiante, perenne.

Le mani delicate, precise scompaiono nel dorato profondo.
Da la su, la stella arsa nei suoi respiri agitati.

Stesso; con gli ochi che bruccianno d’un ardore amoroso esposto all’astro Re.
Che lui tutto lo vece ed è confesore impavido di tutte le preghiere.

Una mano acarezza con tenera avidità le sue spalle. Si lascia andare, rapito delle sensazioni, follia…

Tua.
3 luglio, 2022.

BISTAGNO (AL) sabato 9 luglio 2022 Spettacolo L’ANGELO E MONTEVERDE – ore 21.30 – ReteTeatri

BISTAGNO (AL) sabato 9 luglio 2022 Spettacolo L’ANGELO E MONTEVERDE – ore 21.30 – ReteTeatri

BISTAGNO (AL) sabato 9 luglio 2022, nell’ambito del Convegno “PRIMA GIORNATA MONTEVERDIANA” organizzato da: Gipsoteca Giulio Monteverde di Bistagno, Matrice  – Fondazione di partecipazione, Comune di Bistagno (AL), in collaborazione con Soprintendenza Archeologica Belle Arti della Liguria, ReteTeatri – CasaGrassi e Quizzy Teatro
RETETEATRI presenta il nuovo spettacolo

L’ANGELO E MONTEVERDE

Testo e regia: Paolo La Farina
con Paolo La Farina, Monica Massone
Musica dal vivo: Mo. Benedetto Spingardi

BISTAGNO (AL) 9 luglio 2022 – ORE 21,30 GIPSOTECA GIULIO MONTEVERDE – C.so Carlo Testa, 3

Sinossi:
Oppresso dal dolore di tutti i suoi committenti per la realizzazione di monumenti funebri, Giulio Monteverde chiede aiuto ad un angelo che sta scolpendo, chiedendogli di farsi carico di tutte quelle sofferenze umane e di restituirgli la serenità.
L’angelo, destinato a una tomba del cimitero di Staglieno di Genova, si anima e sembra catturare nei suoi occhi tutte le umane disperazioni. Le evoca e le sublima nei pensieri della persona che sta vegliando, dandogli voce, raccontando la storia di un marinaio naufrago su un’isola che in sogno costruisce la sua patria come avrebbe voluto che fosse, ma il sogno si fa più reale del ricordo e alla fine diventa realtà.
Monteverde però, convinto di essere stato privato dall’angelo dell’empatia e dell’umano dolore che lo opprimeva, si accorge che le sue opere, sia pur perfette, sembrano prive di quella emozione che fino ad allora era riuscito a dar loro, portandolo a momenti di abissale sconforto, temendo di essere diventato una sorta di automa che riproduce in maniera quasi meccanicistica duplicazioni e opere “fredde”.
L’angelo gli fa capire di non aver mai sottratto quella empatia dalla mente dell’artista, perché non è che un sogno, una sua proiezione, ma un sogno può diventare tanto reale da sostituire la realtà.
La sua capacità di artista non è cambiata, deve solo ricercarla dentro di sé.
Tra momenti di crisi e di entusiasmo raggiunge la consapevolezza delle sue potenzialità di artista che riesce a toccare gli animi.
Alla fine, tutto ciò che era nato dal silenzio della veglia funebre ritorna silenzio.

Produzione: www.rete-teatri.it
Ingresso: € 13.00

Prenotazioni: gestione@rete-teatri.it – Patrizia Velardi 3489117837 – Monica Massone 3484024894

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LA FESTA DEL JAZZ CONTINUA A LUGLIO NEL MONFERRATO

LA FESTA DEL JAZZ CONTINUA A LUGLIO NEL MONFERRATO

Dopo i concerti nella natura e sul palco del Castello di Casale il Monfrà Jazz Fest riparte a luglio con i “Concerti Cartolina” in una “rassegna nella rassegna” dal titolo di “MonJF on the Road”, il cui lato enogastronomico è importante almeno tanto quello musicale. Una versione nuova e inedita del Festival, con tante date e location per tutto il periodo estivo, resa possibile anche dagli sponsor: Fondazione CRT, Rolandi Auto, Mazzetti d’Altavilla, Krumiri Rossi Portinaro, Pasticceria Ninin (Main Sponsor), Euroedil2 (sponsor).

Doctor Jazz feat Diego Borotti e Monica Fabbrini ai Due Buoi di Olivola 

Il primo appuntamento con una cena + concerto è in programma venerdì 8 luglio a Olivola, dalle 19, al Ristorante I Due Buoi di Villa Guazzo Candiani e ha per titolo Doctor Jazz feat Diego Borotti e Monica Fabbrini.

Il nome del concerto è ispirato alla professione del leader Giorgio Diaferia. La sua dedizione alla musica jazz lo ha portato a dividere la professione di medico parallelamente a quella di musicista. Con questa formula Diaferia ha ospitato nel suo trio jazzisti rinomati italiani e stranieri. La calda voce jazz e soul di Monica Fabbrini che cantando in tre lingue è una sorta di esperanto della musica, raccoglie fascinazioni di esperienze, viaggi, incontri in un unico sound, talvolta possente e pieno di drive, talvolta sognante e aperto. L’arrangiamento jazz di ogni melodia possibile è rafforzato da un organico di grande valore, che infonde nel progetto parte del sound maturato nelle infinite esperienze musicali di ciascuno dei componenti. Tra questi troviamo Diego Borotti, sax tenore che ha collaborato con molti jazzmen di fama internazionale tra cui Franco D’Andrea e Dado Moroni, Barney Kessel e John Patitucci, Steve Grossman ed Enrico Rava, Flavio Boltro e Francois Jeanneau, in innumerevoli club e festival di più di 20 paesi europei e non, per oltre 2000 concerti. Inoltre è il direttore artistico da alcuni anni di uno dei festival jazz più importanti d’Italia, il Torino Jazz Festival.  Completano la formazione Fabio Gorlier piano e Giorgio Allara contrabbasso.

Il concerto è anche un’occasione imperdibile per conoscere meglio il territorio di Olivola, con la sua Big Bench dorata e la possibilità di visitare l’infernot di Villa Guazzo, uno dei più grandi del Monferrato, nonché simbolo del patrimonio Unesco monferrino.

Cena e concerto: € 48 Prenotazioni: 366 254 9251 oppure gourmet@iduebuoi.it

Cappellino Pelli a Hic et Nunc di Vignale 

Il giorno seguente sabato 9 luglio in cartellone c’è un nuovo Concerto degustazione: siamo nel territorio di Vignale, di fronte a uno spettacolare tramonto sulle colline, nella cantina di Hic et Nunc

Si comincia alle 19.00 con la visita guidata delle cantine e poi dalle 20.15 il concerto con una dinner box e i vini dell’azienda. Nel mentre il duo di Tiziana Cappellino, voce e pianoforte e Gabriele Pelli, tromba, ci regala un omaggio ai grandi e indimenticabili compositori che hanno fatto la storia del jazz: Duke Ellington, George Gershwin, Benny Goodman e Tom Jobim e non mancherà inoltre lo spazio per composizioni originali.

Tiziana Cappellino, laureata con il massimo dei voti in composizione e arrangiamento Jazz e pianoforte Jazz presso il Conservatorio “G. Verdi” di Torino, vanta innumerevoli collaborazioni internazionali ed è stata Finalista al Gran Prix De Montauban 2013 e alla Coppa del Jazz di Valenza 2013. E’ spesso ospite in programmi radiofonici RAI. Gabriele Pelli sceglie come strumento la tromba a soli dieci anni, credendo ingenuamente al padre che gli suggerisce la tromba in quanto sarebbe stata facile da suonare avendo solo tre tasti. Presto si ricrede e, senza alcun pentimento, inizia gli studi presso la scuola civica musicale di Mortara, per poi entrare dopo pochi anni a far parte della big band degli allievi diretta dal Maestro Gabriele Comeglio che, nel corso del tempo, ospita alcuni dei migliori solisti in circolazione (oltre allo stesso Comeglio, Bob Mintzer, Charlie Mariano, Herb Pomeroy, Phil Woods, Randy Brecker). Continua gli studi dello strumento con il Maestro Emilio Soana presso l’Istituto Superiore di Studi Musicali Franco Vittadini di Pavia.

Concerto più dinner box e degustazioni: € 50. I posti sono limitati. Per partecipare è necessaria la prenotazione. 

Easytips trio alla Villa il Cedro di Ponzano

Domenica 10luglio ci si sposta a Ponzano alla Villa Il Cedro  con l’Easytips trioformato dalle voci diAura Nebiolo e Caterina Accorsi con Enrico Perelli al pianoforte per un’esperienza che non tocca solo l’udito ma tutti i sensi. A partire dalle 17 infatti ci sarà la possibilità di visitare il giardino della Villa, creato nel 1877 da Adele Roggeri Sannazzaro per questa sua casa di campagna. Gli ospiti potranno passeggiare nel giardino all’inglese e godere del panorama che si ha dal belvedere. A suon di musica si potranno gustare i gelati dell’Agrigelateria Panarotto e approfittare della merenda sinoira preparata dalla Pro Loco di Ponzano, per la quale è gradita la prenotazione: cell 366 2815499,  info@prolocoponzanomonferrato.it

Il concerto di Easytips trio parte dall’idea di avvicinare quanti più ascoltatori possibili al multiforme mondo del jazz che ha avuto come protagoniste personalità determinanti per la storia della musica e del costume del Novecento. Caterina e Aura rendono facili e accessibili anche i virtuosismi, interpretando brani della tradizione jazzistica cantandoli a due voci in arrangiamenti originali, definiti “easy” poiché si servono del canto in modo immediato e semplice per restituire il senso della composizione musicale. 

“Con Easytips torniamo al jazz per suggerire quanto sia bello” – spiegano – Il progetto è nato durante una noiosa serata di quarantena. Ci siamo chieste perché il jazz risulti ai più un genere “duro” da ascoltare. Così, con la volontà di far conoscere la musica che amiamo, abbiamo deciso di “spogliare” gli standard jazz più conosciuti e registrarli solo con le nostre due voci, creando arrangiamenti originali». Easytips: nessuna vanità ma la voglia di collaborare«per diffondere il jazz soprattutto tra le nuove generazioni, allargare l’ascolto tra appassionati e neofiti, e farlo con un linguaggio semplice» 

Ingresso fino ad esaurimento posti. Intero: € 2. Ridotto per soci Le Muse e under 25: € 1.  Gratuito: under 12 anniConsumazione libera a pagamento.

Why Factor Trio al Moonfrà di Casale 

Infine la sera di giovedì 28 luglio dalle ore 21 in collaborazione con la birreria Moonfrà di Casale Monferrato ascolteremo qualcosa dal sapore più pop: il Why Factor trio.  Il gruppo è formato da tre musicisti della provincia di Alessandria di area prettamente blues, unitesi per offrire una personale rivisitazione in chiave pop-soul di brani molto famosi della storia della canzone. Un progetto acustico in cui è possibile sentire anche la loro passione per il rock’n roll, il country, fino al pop dei giorni nostri. Un altro componente del gruppo è una… lavagna magnetica, con una rappresentazione artistica di tutti i paesi del mondo. Il pubblico viene così coinvolto in un viaggio musicale che riassume le sonorità artistiche di quelle nazioni che nell’immaginario collettivo ne hanno caratterizzato il sound. Si va da Mama Afrika a Sergio Mendes, da Leonard Cohen a Battisti, dagli AC/DC a Stevie Wonder.  

Nel programma del MonJF anche un concerto in Molise.  Sabato 23 luglio a Ripalimosani (CB) si esibisce il Doctor Jazz feat Borotti (Borotti, Diaferia, Picchioni, Allara). E’ il suggello di una collaborazione che dura da tre anni tra il MonfJF e Borgo in Jazz nel Molise e che ha portato i musicisti della piccola regione italiana a Casale, offrendo di ospitare gli artisti monferrini nei caratteristici borghi dell’entroterra che vengono animati dalla musica.

Poi il Monfrà Jazz Fest non va certo in vacanza: riprende ad agosto per concludersi a settembre.

Il programma completo, con i costi delle serate e le modalità per accedervi su www.monjazzfest.it

Ufficio stampa MonJF

TRA SPERANZA E ANGOSCIA, di Giovanni Tavčar. Recensione di Maria Elena Mignosi Picone

Giovanni Tavčar

TRA SPERANZA E ANGOSCIA

Recensione di 

Maria Elena Mignosi Picone

Nella silloge di poesie Tra speranza e angoscia di Giovanni Tavčar, troviamo le seguenti parole che ci dovrebbero fare riflettere e dalle quali vogliamo prendere l’avvio nell’esaminare questa opera: «Dovremmo essere più spesso / come i bambini /…/ che vivono / dell’attimo fuggente, / della temporanea contentezza, / dell’inconscia felicità» (Come i bambini). Ecco, i bambini non si angustiano del passato né stanno in tensione verso il futuro. Vivono il momento presente, il qui e ora. Non conoscono né angoscia, né speranza. Il loro animo è quieto. È una condizione, quella dell’infanzia, che richiama l’eternità dove non c’è un principio né una fine e si vive solo l’attimo appunto del qui e ora, in una assoluta felicità. Nei versi suddetti traspare dunque l’ardente anelito di Giovanni Tavčar, all’eterno, e, con questo, anche all’infinito, anelito che ricorre spesso in lui pure in altre opere. Sotto questo anelito si cela in fondo il desiderio di trascendere la realtà contingente che, con i dolori, i ricordi, la nostalgia, lo opprimono e lo tengono quasi imprigionato. E allora sente viva l’aspirazione alla libertà. E spera. «…/ Sarebbe ora / che anche per me spuntasse / qualche raggio di sole…» (Sarebbe ora), e confida: «Vivo sempre nella speranza / che il tempo / abbia ancora in serbo carezze / di tenerezza per me /…» (Nube azzurra).

La sua vita è un’altalena tra la terra e il cielo. Una spasmodica tensione per liberarsi dai condizionamenti e poter ritrovare così la sua essenza. È una lotta tra l’essenza e l’esistenza. La vita interiore allora assume un ruolo fondamentale. Il pensiero, gli interrogativi che pullulano, una inquietudine, sana e salutare, investono il suo animo alla ricerca del superamento tra speranza e angoscia, per raggiungere la quiete, quella felicità inconscia dei bambini che tanto lo attira. E in questo suo sforzo un aiuto glielo offrono i libri. «…/ Nei libri / io cerco e talvolta / incontro / un altro me stesso» (Nei libri). I libri lo aiutano nella ricerca della sua essenza.

E qual è la sua essenza?

Totalmente diversa dall’esistenza. Tanto amara, triste, dolente quest’ultima, quanto lieta, gioiosa, vibrante di felicità, incantata di bellezza, invece la sua essenza. Infatti: «…Io amo la vita…» (Sfoltire), «…andare alla scoperta / della più ampia libertà /… vivere tra incantati stupori / e rigogliose contemplazioni /… lasciarmi trasportare dall’inesauribile ricerca / della bellezza» (Aspirazione); «Amo i colori, la musica, / la luce, / i cosmici respiri / che alimentano la mia sete / d’infinito. /…» (Sto aspettando).

Il motivo di questo disagio, di questo mal di vivere, Giovanni Tavčar lo ravvisa, come egli afferma: «… / Nelle nostre fradicie / e marce radici» (Inutile giornata). Un malessere, dunque, antico. Che si acuisce a contatto con gente superficiale, vuota, frivola, e presuntuosa, pronta al giudizio e alla condanna, dalla quale però col tempo ha imparato a stare lontano. Invece preferisce quelle persone, magari rustiche, campagnole, in cui avverte «…/ La rasserenante immagine / dell’uomo» (Immagine rasserenante); infatti lì, tra di loro «Al centro c’era l’uomo» (ivi). E di fronte a persone così raggiunge un senso di felicità: «…/ Camminando / su questo lembo di terra / benedico la beatitudine / che mi riempie i sensi e il cuore» (Beatitudine). È la genuinità, l’autenticità, il senso di umanità che apprezza e ammira, non certo la felicità degli ignoranti che «Meno sanno / e più sorridono…» (Ignoranti) perché «…non riescono / a immaginare / il futuro, / ma neppure a leggere il passato» (ivi). Non è questa felicità che il nostro poeta cerca ma quella dei bambini, che è diversa. È la semplicità, l’innocenza, la purezza. L’autenticità. 

Questa frattura in sé, questo scontro tra essenza ed esistenza, nonostante tutti i suoi sforzi, anche se, sotto alcuni aspetti, ha imparato a difendersi e ad essere se stesso, però non li ha superati e costituiscono per lui uno scoglio. Prova ne è questa opera e il titolo, molto significativo “Tra speranza e angoscia”. Tuttora persiste anche se in certo qual modo signoreggiata.

Però questa insistenza nel disagio non ci deve indurre a pensare che il poeta sia una persona debole. Niente affatto. È forte e tenace. «Se facessimo conto / di tutte le cose che non tornano, / allora dovremmo dichiararci / battuti, vinti, sconfitti. // Ma la nostra coscienza / ci dice / che dobbiamo insistere, / proseguire / nel nostro cammino /…» (Compito). La tenacia, la combattività più volte la manifesta, ad esempio quando consiglia di scegliere il difficile, l’arduo, la salita e non la discesa. «…/ Salire vuol dire invece / fare fatica, / ma nel contempo avere / speranza /…» (Bivio); ecco riaffiora il tema della speranza «… di incontrarti con il / silenzio. // Speranza / di incontrarti con te stesso» (ivi). E con questa l’anelito alla scoperta della propria essenza.

Essenza che riconduce al senso della vita, al mistero che l’avvolge, e ancora alla sacralità della persona. Infatti andare in cerca della propria essenza significa riscoprire la propria vocazione, il compito che ciascuno ha nella vita, un ruolo che è un mistero anche a se stessi; significa anche scoprire la propria unicità che fa di ogni essere umano qualcosa di sacro.

La sacralità risalta soprattutto nel momento estremo della vita: «…/ Non confondetemi / nell’istante fatidico / del passaggio, / quando l’umano / si trasforma in divino /…» (Non confondetemi). È lì che rifulge la bellezza «… vibrazione, …bagliore… emozione… Vertigine… Folgorazione… Emozione / che dilata la realtà / fino ai lontani / confini dell’universo» (Bellezza).

«…/ Sto aspettando con impazienza / che un angelo / mi sfiori leggermente / con la sua grazia dolce / e riposante» (Sto aspettando). In queste parole Giovanni Tavčar avverte, forse chissà a livello inconscio, e sembra preludere al rinnovamento finale quando Colui che è l’Alfa e l’Omega farà nuove tutte le cose.

Maria Elena Mignosi Picone

Giovanni Tavčar, Tra speranza e angoscia, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 84, isbn 978-88-31497-85-5, mianoposta@gmail.com.

IMMAGINI, di Giacomo Quaglia

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   IMMAGINI

    Ciottoli di strada.

    Ora umidi di pioggia,ora arsi  dal sole

    ma sempre luccicanti,consunti da umane fatiche,

    vibrano sotto le ruote incerte del carro,greve di peso,

    che li percorre.

    Non un gemito,non un lamento che si innalzi pietoso.

    Anche tu umile bove  che dividi la vita tra stalla e giogo

    avanzi lento e ansimante.Solo il tuo sguardo,

    solo i tuoi occhi grandi,dolci,tradiscono un bisogno

    di pietà,mentre si riflettono nei miei.

    Figure di case,testimoni di un paese antico,ricco di storia,

    con una torre di guardia,dipinta su tela di nuvole,per la 

    gloria dei potenti.Più bassa la campanaria,a scandire

    tempi e momenti di vita degli umili.Case a specchio

    l’un l’altra,lungo la strada con respiri di luce e di spazi.

    Qua e la una piccola piazza,dei vicoli,tanti cortili.

    Ogni porta,ogni finestra,tutte storie,tutte vite,tanti sogni

    e passioni.Si,vissute.D’incanto finite nell’oblio vorace

    del tempo,che tutto avvolge e nasconde nell’eternità.

            Giacomo  quaglia

Un giorno all’asilo nel bosco alla Caffarella

Un giorno all’asilo nel bosco alla Caffarella

Posted on  by ilaboratoriodidee

da: https://ilaboratoriodidee.wordpress.com

Maestra Giusi racconta.

19 giugno 2022

A lungo desideravo visitarlo, e finalmente nei giorni di giugno il desiderio si è realizzato.

L’asilo è collocato in un bosco urbano nel parco dell’Appia antica di Roma. 

Appena arrivati, fra gli alberi, sentiamo le voci di bimbi che giocano. Ci inoltriamo lungo un sentiero che porta a una piccola distesa pianeggiante, e ci imbattiamo in uno stuolo di “pirati” che sta per salpare su un grande vascello diretto chissà dove.

Siamo un po’ titubanti, perché non vogliamo interrompere il loro gioco, ma, ben presto ci lasciamo coinvolgere dal clima festoso e di avventura.

Anch’io mi presento, nei panni del pirata Brooke proveniente dall’isola di Sicilia. Racconto che, insieme all’amico pirata Jack, siamo venuti proprio per conoscere “gli abitanti dell’asilo nel Bosco Caffarella.

Risolte le curiosità, ci disponiamo in cerchio e, lentamente, estraggo dal mio zaino un libro: ciò che mi stupisce è vedere “i piccoli pirati e le piccole pirate” immediatamente seduti sul vascello, nel silenzio che prepara all’ascolto.

Con Jack ci alterniamo in una narrazione a due, per raccontare l’avventura di un semino, del signor Louis e dell’uccellino che regala alla sua fidanzata un fiore.

Forse, non c’entra proprio con il contesto piratesco, ma tutti seguono con curiosità e apprezzano la storia.

Al termine della lettura, mentre bimbe e bimbi raccontano le loro esperienze con piante e semi, all’improvviso un bimbo chiede “Ma dov’è il signor Louis?”.

Mi ricollego alla mancanza di pazienza nell’attendere la crescita del semino e, là per là, suggerisco: “Non si sa e, purtroppo per la troppa fretta il signor Louis non saprà mai che il seme si è trasformato in un bellissimo fiore.”

Aver pazienza e saper attendere (dal latino ad tendere), con costanza e senza perdere di vista l’impegno, vuol dire aspirare a far bene e apprezzare il valore delle cose.

E’ come quando raccogliamo le fragole mature nell’orto, assaporando il gusto dolce dopo aver dedicato cura e tempo alle piantine. O quando cogliamo le albicocche – suggeriscono bambini e bambine – che possiamo gustare grazie alla generosità dell’albero di albicocco.

Quando la piacevole mattinata giunge al termine, noi, grati dell’accoglienza e di quanto abbiamo condiviso, lasciamo loro “Ancora niente?”[1], una storia di cura e di attesa.

Portiamo con noi la speranza di poter ritornare in un futuro prossimo… e chissà quali altre straordinarie esperienze faremo con i bimbi e le bimbe di Bosco Caffarella!


[1] dell’autore francese Christian Voltz, ed. Kalandraka

Amante mio.. di Rita Frasca Odorizzi

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Amante mio.. di Rita Frasca Odorizzi

Amante mio..

Mi sento

come il vento tra gli alberi,

per ascoltare un suono:

Il canto della mia terra,

fresca di germogli e radici,

come il mio cuore antico,

che percorre sentieri amati,

alati, ormati, arati,

del mio amore per te

amante crudo, corrucciato,

scoglio,

dove si infrangono

tutte le onde del mio mare,

dove ogni volta affogo

di rimpianti e ripercorro 

con le mie mani

i tuoi capelli,

e nella tua chioma argentea,

tutte le ritrose,

che invano ho tentato

con ingenuità,

di raddrizzare, 

sfiorandole 

del mio amore,

per renderti felice di me,

agnello sacro 

al tuo innamorarsi,

con negli occhi le radici

del divino tremore degli astri.

Ritafrascaodorizzi

CALLIOPE, di Imma Paradiso

CALLIOPE, di Imma Paradiso

CALLIOPE 

Bollenti giorni

che si rincorrono tra 

estenuanti mattini

e pomeriggi sonnolenti.

Vaga il pensiero

in cerca di appigli

per nuova linfa

e anela ad acque

più fresche in cui

annegare.

O Musa che

ispirasti poeti

ed artisti forse

anche tu rifuggi

la morsa rovente

del caldo estivo.

E in punta di penna

mi saluti per

rifugiarti sulle

pendici dell’Olimpo.

All’inferno dei mortali

prediligi la confortevole 

dimora  cara agli dei.

Imma Paradiso 

Grazie dell’invito 

Prejudice against black cats is the fruit of the most ignorant of all ignorances

Prejudice against black cats is the fruit of the most ignorant of all ignorances. It is an absurd superstition that goes totally against common sense and the logic that sustains nature, in a rational and balanced way, so it must be fought by all thinking beings whose intelligence does not allow itself to be contaminated by mediocre and evil minds.

Il pregiudizio contro i gatti neri è il frutto della più ignorante di tutte le ignoranze. È una superstizione assurda che va totalmente contro il buon senso e la logica che sostiene la natura, in modo razionale ed equilibrato, quindi deve essere combattuta da tutti gli esseri pensanti la cui intelligenza non si lascia contaminare da menti mediocri e malvagie.

Jean-Paul Malfatti, Italian American fledgling poet and newborn writer

Il pregiudizio contro i gatti neri è il frutto della più ignorante di tutte le ignoranze.

Il pregiudizio contro i gatti neri è il frutto della più ignorante di tutte le ignoranze. Il pregiudizio contro i gatti neri è il frutto della più ignorante di tutte le ignoranze. È una superstizione assurda che va totalmente contro il buon senso e la logica che sostiene la natura, in modo razionale ed equilibrato, quindi deve essere combattuta da tutti gli esseri pensanti la cui intelligenza non si lascia contaminare da menti mediocri e malvagie. Il pregiudizio contro i gatti neri è il frutto della più ignorante di tutte le ignoranze. È una superstizione assurda che va totalmente contro il buon senso e la logica che sostiene la natura, in modo razionale ed equilibrato, quindi deve essere combattuta da tutti gli esseri pensanti la cui intelligenza non si lascia contaminare da menti mediocri e malvagie. Jean-Paul Malfatti, poeta alle prime armi e scrittore neonato italoamericano

TRAFITTO DAL RIMORSO DI COSCIENZA !, di Sergio Garbellini

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TRAFITTO DAL RIMORSO DI COSCIENZA !, di Sergio Garbellini

Il tempo non cancella il passato e al momento opportuno ….

TRAFITTO DAL RIMORSO DI COSCIENZA !

.

Aveva abbandonato il suo paese,

trent’anni prima, in cerca di fortuna …

e la sua donna, incinta al sesto mese,

da lui non ebbe più notizia alcuna !

.

Però nessuno ha mai saputo niente

di quella relazione clandestina,

vissuta in modo alquanto previdente …

… e nacque una bellissima bambina

.

che visse con la mamma sempre accanto,

curata col più dolce degli amori

e crebbe sana, senza alcun rimpianto

di non avere entrambi i genitori.

.

Studiò e diventò una scrittrice

vincendo un grande premio nazionale.

Purtroppo, la sua amata genitrice

spirò per un malanno accidentale

.

e la ragazza si sentì morire …

per lei la mamma era assai importante,

rappresentava un mito da seguire …

… e scrisse un libro molto interessante:

.

“La vita sfortunata di mia madre”.

Il libro ottenne il massimo successo

e venne letto pure da suo padre

che si sentì colpevole all’eccesso !

.

… Un giorno rinunciò alla fidanzata

incinta, ma seguiva la sua vita

e quella della bimba abbandonata

per mezzo di sua nonna Margherita.

.

… Ed ora il suo rimorso di coscienza

lo stava distruggendo. … andò al paese

e, quì, con la più timida prudenza

bussò alla porta della figlia e chiese:

.

“Mi scusi tanto, sono una persona,

costretto, come tanti, ad emigrare,

ma sono nato qui, in questa zona,

ed ora son tornato a villeggiare,

.

ma indegno di bussare alla sua porta,

perch’ella è nota in campo culturale …

e mi dispiace che sua madre è morta …

… volevo la sua firma personale

.

sul libro che ho portato dietro apposta …”.

… Ma lei guardò la foto di sua madre

e senza dar neppure una risposta

firmò nervosa: “Dedico a mio padre …….”.

.

SERGIO GARBELLINI

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La mia anima aveva mai amato come adesso?, di Davide Scuotto

La mia anima aveva mai amato come adesso?, di Davide Scuotto

La mia anima aveva mai amato come adesso?

Amare è anche aver speranza illimitatamente nel senza fine

è aver paura in ogni giorno dell’ infinitamente piccolo.

Avere amato è ora piangere e non sò di che

è rassegnarmi senza più lacrime a una sventura

ma non sò di quale…

Su cuore, sfodera coraggio!!

Guarda con sincerità nel tuo passato.

Le rose nere d’un giardino dimenticato

se curate rimarranno eterne..

Guarisci adesso cuore.

Davide Scuotto 3 luglio 2022

Un uomo e una donna, un dipinto e una poesia di Daniela Patrian

Un uomo e una donna, una creazione di Daniela Patrian
LATO B

Un uomo e una donna
si siedono ai bordi di un campo, di solo erba
si guardano negli occhi in silenzio,
Lui ,con il braccio
circonda la vita di Lei,
lei appoggia il capo sulla spalla di lui,
i loro cuori sono emozionati,
si riconoscono dai battiti,
il prato si riempie di fiori,
senza logica,
nell’aria un profumo d’immenso.
Daniela Patrian
Dipinto: acquarelli,pastelli

Museo della Gambarina: mostra di arte contemporanea dell’artista Gianfranco Gabriele

“Concerti fluxus… dada”

Alessandria: E’ in corso la mostra di arte contemporanea dell’artista Gianfranco Gabriele
–Gianfranco Gabriele dipinge da quando era ragazzo, ispirato dal suo insegnante di elettrotecnica. Esporrà alcune sue opere al Museo Etnografico “C’era una volta” in Piazza della Gambarina 1 nel salone multimediale. La mostra di quadri dadaisti, ispirata ai concerti fluxus in cui la distanza tra attore e spettatore si assottiglia fino al completo annullamento, porta lo spettatore in una dimensione puramente emotiva, irrazionale e talvolta contraddittoria della natura umana e dell’artista che, spinto dall’istintività e dall’estraniazione dovute alla completa immersione nel processo produttivo, si fa guidare dalle combinazioni randomiche di scarti di lavoro, materiali riciclati e pulsioni istantanee volte all’estraniazione totale da una realtà talvolta amara. L’opera d’arte porta quindi ad entrare in rapporto stretto con l’Io e, attraverso l’utilizzo di specchi, democratizza il rapporto artista-spettatore, rendendoli entrambi parte della stessa cosa. L’artista è creatore ma anche distruttore: il fragile equilibrio dell’opera può essere frantumato da una pietra. Il dada è nonsenso, irrazionalità, incoerenza, casualità e stupore. Questo ciò che ci si deve aspettare dall’esposizione, che non mancherà di suscitare reazioni in chi verrà a visitarla. I quadri esposti sono acquistabili e il ricavato sarà devoluto al sostegno del museo.
Ingresso libero con i seguenti orari:
Lun-Sab: mattino 9.00-12.30 – pomeriggio 15.30-19.00
Dom: 15.30-19.00

ASSOCIAZIONE AMICI DEL MUSEO 

ETNOGRAFICO GAMBARINA-ONLUS

Piazza Gambarina n°1-15121 Alessandri

Valeria Bianchi Mian: Generosità e giudizio

Valeria Bianchi Mian

Esistono molte forme di controllo della mente e alcune sono davvero sottili, sono così serpentine e così astute e divoratrici e cerebrali che quasi non si scorgono a occhio nudo. 

“La tua esuberanza mi frena, non mi dai spazio” dice l’amica introversa all’altra, che è più solare e magari un po’ egocentrica. 

“Sei troppo veloce per me” sospira l’amico competitivo che si sta laureando come l’altro, che è in gamba quanto lui ma decisamente più operativo, ché il primo è rimasto indietro. 

E tu allora ti spegni un pochino. Quando sei con “i giudicanti” non parli più di figli, di aria, di poesia, di bellezza, di sensazioni, perché loro potrebbero offendersi. 

Il loro sguardo freddo è pronto a metterti una nota sul diario. 

Pazienti, amiche, conoscenti, io stessa: chi non ha subito le dominazioni psichiche che partono dal regno delle madri nere, dai padri punitivi, e si incarnano nei narcisi mascherati da “guarda, lo dico per il tuo bene, io conosco meglio di te questo o quel discorso”?

Sono poteri occulti che non riconosciamo subito, e che spesso, per comodità, proiettiamo addosso alle figure della nostra vita. Lasciando a loro l’abito, tenendo per noi il ruolo del sacrificio.

Certe volte non ci rendiamo conto di come, per generosità, per affetto, per compiacere altre persone, per non urtarle, magari proprio perché le amiamo, o perché – infanti feriti – temiamo l’abbandono, lasciamo loro spazio e tempo oltre il dovuto, apriamo cuori e braccia, anziché mettere dei paletti. Anziché tenere saldo il senso dell’essere noi stessi/e, per poi, se e quando occorre, mandarle al Diavolo (arcano XV). 

Magari, appunto, essendo noi più esuberanti e l’altr* più timid*, pezzettino dopo pezzettino tagliamo fuori un colore, un canto, affinché l’amica o l’amato possano prendere il potere che meritano. Lasciamo a loro il palco. 

Poi un giorno ci svegliamo e ci accorgiamo che siamo rimasti/e a guardare nell’ombra. Che nessuno riconosce più in noi quel tono, quella nota, quel percorso che ci apparteneva. Suona una sveglia. Ma io dov’ero, scusa? Ci domandiamo.

Siamo ormai avvinghiati/e in un rapporto di reciproco controllo. Noi quasi spettatori di chi ci mette i piedi in testa.

Applaudiamo.

Un momento.

Ehi. Frena.

Non c’è generosità nelle relazioni di questo tipo.

Squillano le trombe del Giudizio (arcano XX).

Solo la libertà ci libera dal gioco e, liberando noi, libera tutto e tutt*.

A due passi dal cielo, di Luciana Benotto

Luoghi, personaggi, fatti e leggende

Cari lettrici e lettori che seguite la mia rubrica, chiedo venia perché è un po’ che non scrivo su alessandriatoday.wordpress e non lo faccio regolarmente, ma il tempo è sempre meno di quello che uno vorrebbe. Ora, comunque, ho pensato di pubblicare in poche puntate, un racconto che scrissi diversi anni fa, prima di finire nelle librerie. Si tratta di una storia che mi venne narrata da un amico che era stato in Nepal, e che venne pubblicata, con mio grande piacere, lo ammetto, sulla rivista Inchiostro. Buona lettura.

A due passi dal cielo

Di Luciana Benotto

Protetto dalla canadese piantata sopra lo strato di terriccio erboso che ricopre il tetto di quest’abitazione, per la prima volta dopo giorni, mi ricordo della mia di casa, mi ricordo degli impegni professionali, mi ricordo di avere una vita costituita, là, verso occidente. E mi chiedo quante persone mi abbiano cercato allo studio associato, o al mio telefonino spento; e pensare che dove mi trovo, altro che telefonino!

Qui si vive in una sorta di incredibile isolamento. Sono i pochi mercanti che scambiano il sale minerale con la lana delle greggi, a portare le notizie.

Sono finito tra gente tagliata fuori dalla storia e dal tempo; ma in fondo, che valore può avere il tempo per loro? Per degli agricoltori e dei pastori che seguono il sorgere e il tramontare del sole e l’andamento delle stagioni? 

Com’è diverso da Milano, dove tutti sono schiavi dell’orologio.

Questo è davvero un altro mondo.

Qui tutto si muove verso ottobre, quando i pastori, al cadere della prima neve, scendono ai pascoli bassi abbandonando gli anziani, che non ce la farebbero a camminare per così tanti chilometri, in questo bianco e gelido regno.

Ci sto bene qua sul tetto, in questo paesino di una sperduta valle nepalese, lontano da tutto e da tutti.

Oggi, arrivando a piedi da Dunai quasi non lo vedevo, mimetizzato com’è con la montagna da queste sue case di pietra grigia decorate da iscrizioni e segni tantrici che, a detta di Kvac, lo sherpa più simpatico, tengono lontani i demoni. 

Se fossi ancora bambino sicuramente l’avrei ribattezzato “il paese che scompare”, e mi sarei inventato qualche storia fantastica, ma in fondo, il solo fatto di essere qui è fantastico, di accontentarsi di mangiare questo strano pane non lievitato che chiamano chappati assieme a delle semplici uova sode e a delle rustiche noci e di bere, quasi l’avessi sempre fatto, questo tè unto e salato.

Anche salire su questo tetto è stato divertente, perché di scale intagliate in un tronco d’albero che sembrano piroghe, non ne avevo mai salite.

Mi infilo nel sacco a pelo e penso che questi ultimi giorni della mia vita li ho trascorsi camminando su piste ciottolose, arrampicandomi su erte sconnesse, attraversando dondolanti ponti di corda e legno gettati sopra corsi d’acqua impetuosi, e che uno di questi torrenti dalle acque gelide l’ho addirittura dovuto guadare legato in cordata come un alpinista, per non essere travolto dalla corrente. 

Di tutto ciò ne sanno qualcosa i miei piedi gonfi, i miei tendini indolenziti, i miei muscoli doloranti, che mi ricordano che son fatto di carne ed ossa, che sono vivo. Anche l’odore  me lo ricorda, d’altronde, mi sono lavato in qualche modo, ho liberato i miei intestini dietro a rocce e cespugli, riuscendo a vincere a fatica l’imbarazzo.

Continua…

Confido, che in attesa dell’uscita del terzo volume della trilogia che ho dedicato alla pittrice Sofonisba Anguissola, vogliate portare con voi nella valigia delle vacanze la storia di questa donna che nel Cinquecento riuscì ad emergere e a divenire famosa, in un mondo dominato dagli uomini.

“Sofonisba. La turbinosa giovinezza di una pittrice”

e “Sofonisba alla corte del re. Intrigo spagnolo”

editi da La Vita Felice.

Ogni scelta che fai, di Valerio Capraro

Ho appena scoperto che una libreria ha esposto il mio romanzo insieme al premio Strega “Due vite” di Emanuele Trevi, un onore immeritato: ho letto Due vite ed è meraviglioso.

Non credo sia una coincidenza, perché di norma i romanzi vengono esposti in ordine alfabetico. Per cui è normale che il mio finisca accanto a Camilleri o a Caminito, ma molto anomalo che finisca accanto a Trevi. 

Mi viene da pensare che siano stati associati per somiglianza tematica. Entrambi i libri si soffermano molto sulla paura della morte, sul senso di disgregazione che proviamo quando il tempo passa e le cose finiscono, e sul tentativo umano di superare la finitezza della vita in maniera simbolica facendo opere che restino oltre la morte, come scrivere libri, oppure fare ricerca scientifica. 

Se vi interessano questi temi e avete già letto e apprezzato il libro di Trevi, forse vi potrebbe interessare anche il mio. È meno bello di quello di Trevi, ma non è così terribile, almeno a sentire le tante recensioni positive che mi stanno arrivando e per le quali ho finito le parole di ringraziamento. 

Lo trovate in libreria, oppure online a questi link:

Cartaceo: https://www.amazon.it/Ogni-scelta-che…/dp/8804740817

Kindle: https://www.amazon.it/Ogni-scelta-che…/dp/B09F6Z1Q73

V edizione di CARTE DA DECIFRARE, rassegna di letteratura e musica, nell’ambito di SalTo 365

Nell’ambito di SalTo (Salone Internazionale del Libro di Torino) 365, in una nuova veste e in luoghi inediti, torna a Busca Carte da decifrare: il 9 e 10 luglio la rassegna di letteratura e musica propone esperienze intime e uniche alle Cave di Alabastro, alla Collezione La Gaia e al parco del Castello del Roccolo.
Gli ospiti: Loredana Lipperini, Antonio Pascale, Paolo Fresu, Marcella Carboni e Gabriele Mirabassi.

La Fondazione Artea e il Comune di Busca sono pronti ad accogliere la quinta edizione della rassegna Carte da decifrare e lo fanno con due imperdibili appuntamenti di letteratura e musica dal vivo concepiti “ad hoc”, tra arte e natura. Sabato 9 e domenica 10 luglio, le suggestive Cave di Alabastro, la collezione di arte moderna e contemporanea La Gaia e il parco del Castello del Roccolo faranno da cornice a singolari spettacoli, talk, reading-concerti e visite guidate esperienziali. L’evento di sabato si svolgerà in due tappe: la prima è alle ex Cave di Alabastro con il reading-spettacolo di Loredana Lipperini accompagnata dal clarinettista Gabriele Mirabassi, seguito dalla visita guidata al canyon; la seconda è alla Collezione La Gaia, con il talk di Antonio Pascale accompagnato dalle note elettroacustiche dell’arpista Marcella Carboni e la visita guidata a tema ad una selezione di opere della preziosa collezione dei coniugi Bruna e Matteo Viglietta.

Per la partecipazione all’evento è obbligatoria l’iscrizione: saranno organizzati 2 gruppi con partenza da piazza F.lli Mariano, rispettivamente alle ore 17.00 e 18.00. Per maggiori dettagli sulle modalità di partecipazione si invita a consultare il fondazioneartea.org. Biglietto unico a € 18,00. I posti sono limitati, iscrizioni fino all’8 luglio (salvo esaurimento posti) su www.ticket.it.

Domenica, alle 18.30, appuntamento al Castello del Roccolo (Strada Romantica 17, Busca) per il concerto in solo di Paolo Fresu che interpreta e commenta musicalmente gli interventi di alcune importanti voci della cultura e del mondo dello spettacolo del nostro paese. Intero € 18, ridotto (15-19 anni) € 12. Biglietti disponibili su www.ticket.it (chiusura prevendita alle ore 23:59 del 7 luglio) oppure presso la biglietteria del Castello del Roccolo, dalle ore 17.30 del giorno dello spettacolo, salvo esaurimento posti. Biglietto cumulativo per tutti gli spettacoli € 30.

La rassegna, ideata e organizzata dalla Fondazione Artea, in collaborazione con il Comune di Busca, il Salone Internazionale del Libro di Torino, l’Associazione Castello del Roccolo e la Collezione La Gaia, è realizzata con il contributo della Fondazione CRC e della Fondazione CRT. Sponsor tecnico Salvi Harps. Tutte le informazioni su fondazioneartea.org.

La rassegna, curata da Marco Pautasso, Segretario generale del Salone Internazionale del libro di Torino e dal musicista e produttore Claudio Carboni, apre sabato 9 luglio con la scrittrice e conduttrice radiofonica Loredana Lipperini e il clarinettista Gabriele Mirabassi in un reading dal titolo I luoghi dell’incanto, un omaggio a tre grandi autori del secolo scorso, Shirley Jackson (L’incubo di Hill House), Daphne Du Maurier (La prima moglie) e Stephen King (It), perché la letteratura fantastica si lega profondamente ai luoghi, anche a quelli in apparenza innocui, ma che possono nascondere l’incanto, o la paura. Dopo lo spettacolo, le guide naturalistiche illustreranno le origini e la storia delle ex cave di alabastro rosa e condurranno i partecipanti attraverso una breve passeggiata in collina fino alla seconda tappa dell’evento che si terrà presso la Collezione La Gaia.

Qui, lo scrittore e saggista Antonio Pascale, finalista al Premio Campiello 2022 con il suo ultimo libro La foglia di fico (Einaudi 2021), darà vita al talk Breve storia del mondo e dei sentimenti attraverso le piante, accompagnato dal jazz contemporaneo fatto di suono puro ed elettronica dell’arpista e compositrice Marcella Carboni. Uno spettacolo divertente, suggestivo ed esaustivo che aiuta a capire meglio le piante e gli umani, come siamo arrivati fin qui e cosa ci aspetta. A seguire è prevista una visita guidata ad alcune opere della Collezione La Gaia legate al tema della letteratura e della musica.

Domenica 10 luglio, invece, nella splendida cornice del Parco del Castello del Roccolo, il trombettista di fama internazionale Paolo Fresu presenta Poesia dentro, un solo concertato in dialogo con la natura e con le voci interiori. Quelle di chi non c’è più e di chi tesse il presente con il suono delle parole. Il musicista interpreterà musicalmente gli interventi di alcune importanti voci della cultura e del mondo dello spettacolo del nostro paese, tra cui Mariangela GualtieriLella CostaGianmaria TestaOrnella Vanoni e molti altri.

Festival della Bovesìa

Festival Bovesìa
Lucia Cristina 
Il Festival della Bovesìa è il primo Raduno – in area grecanica – dedicato al mondo Nerd, Geek e alla Pop-Culture. Citando il Mito legato alla Fiumara dell’Amendolea, questa prima Edizione si propone di frinire come le cicale che hanno interrotto il sonno dell’Alcide Eracle, destando nuovi Eroi pronti ad accorrere in questa terra ricca di tradizioni e cultura; un viaggio all’insegna della scoperta di nuove frontiere artistiche, culturali e sociali, un appuntamento estivo che punta al cuore dei giovani di tutte le età. Patrocinato da Fraternità Giovani di Condofuri (RC) Co-Organizzato da:

Masters of Comics – ODV è un’associazione no profit che ha come obiettivo l’abbattimento di qualsivoglia barriera sociale che divide e contrappone gli individui. Il mezzo con il quale si adoperano per favorire la socializzazione e l’inclusione risiede nelle tante attività che sono abituati a proporre tra Giochi di Ruolo, da Tavolo, Laboratori ecc. Li incontrerete dalle 15:00 nell’Area GamesLand con una selezione di Giochi da Tavolo e di Ruolo tutti da scoprire.
Fox’s Cosplayers. Un collettivo composto da Giocatori di Ruolo, Cosplayers e Artisti, uniti dalla passione per l’avventura come dalla voglia di condividere le diverse passioni che li animano. Per questa prima Edizione ci porteranno nel mondo di Hogwarts con la Mostra dedicata alla saga di Harry Potter, un’esposizione della loro collezione personale che sarà fruibile al pubblico.
Associazione ARTE CHE PARLA Si occupano di presentazione e promozione di libri. Organizzano campagne di sensibilizzazione (violenza contro le donne, bullismo e cyberbullismo, disturbi alimentari, ecc) Organizzano mostre e incontri con gli autori nelle scuole. Fanno workshop di carattere culturale e informativo. Sono attivi online con diverse rubriche culturali. E attualmente sono impegnati in vari progetti con le scuole. Li troverete con l’evento TASTE OF BOOKS dalle 15:30 alle 17:30
L’Evento patrocinato da Fraternità Giovani si terrà Nel Centro Giovanile Padre V. Rempicci di Condofuri Marina (Rc) a partire dalle 15:30 durante il quale si terrà:

Primo Raduno & Contest Cosplay-dell’area Grecanica con iscrizioni direttamente in luogo. La giuria vanta nomi Famosi dell’arte cosplay:

Marilena Cucunato in arte @mellykitsune

Viviana Pacifico, in arte Viviana Skellington

Valeria Serra Cosplayer Calabrese

Presentato dal Performer: Daniele Mirabello

Info su: https://bovesia.jimdofree.com/

Il termine cosplay, é l’unione delle parole inglesi costume+play che tradotto significa “recitare con un costume”.

É un tipo di attività che coinvolge indifferentemente sia adulti che ragazzi e chi lo pratica viene definito un cosplayer. Un cosplayer è un appassionato di fumetti, manga, anime, film o videogiochi che si traveste per interpretare un personaggio di fantasia. Oppure un Original: personaggio tratto da ispirazione letteraria o cinematografica ma Revisitato dal cosplayer (Un cosplayer è un appassionato, o più raramente un professionista, che si traveste per interpretare un personaggio.

Il Cosplay è qualcosa di più di un semplice travestimento, come può accadere a Carnevale oppure ad Halloween, ma viene considerata una vera e propria arte in quanto nella maggior parte dei casi i costumi e gli accessori vengono prodotti artigianalmente, direttamente a casa, inoltre il cosplayer non si limita a vestirsi come il suo eroe ma lo impersona completamente, proprio come se si trattasse di un film.

Verbania: domenica 3 luglio, appuntamento con lo spettacolo GRAN GALÀ DELLA DANZA. mrg

Verbania: domani, domenica 3 luglio, appuntamento con lo spettacolo GRAN GALÀ DELLA DANZA – Un mondo che danza della Fondazione Egri per la Danza, secondo evento dell’Estate al Maggiore

COMUNICATO STAMPA

CONTINUA L’ESTATE AL MAGGIORE

Secondo appuntamento domani, DOMENICA 3 LUGLIO nella Sala Teatrale del Maggiore con

Lo spettacolo GRAN GALÀ DELLA DANZA

UN MONDO CHE DANZA

Della FONDAZIONE EGRI per la DANZA

Diretta da Susanna Egri e Raphael Bianco 

Biglietti disponibili al link: https://toptix1.mioticket.it/fondazioneilmaggiore/

Continua l’ESTATE AL MAGGIORE: un ricco cartellone di eventi che spaziano dalla musica classica a quella contemporanea, passando per la danza e la prosa, ospitati al TEATRO MAGGIORE, nella sua ARENA ESTERNA, il cui palco è stato acquistato grazie al progetto Culturagility, finanziato da Fondazione Cariplo, e nella recentemente riaperta al pubblico VILLA SIMONETTA.

Dopo la Mav Symphony Orchestra, che ha ufficialmente dato il via alla stagione domani, DOMENICA 3 LUGLIO, il palco del Maggiore ospiterà la grande danza: appuntamento quindi con il GRAN GALÀ DELLA DANZA – UN MONDO CHE DANZA della FONDAZIONE EGRI per la DANZA diretta da Susanna Egri e Raphael Bianco.

Si rinnova così, anche quest’anno, l’appuntamento estivo del Gala della Danza con uno spettacolo che porta in scena un ampio programma a rappresentare il mondo della danza con le sue molteplici sfaccettature, i suoi stili e le sue innumerevoli dimensioni (sociale, formativa, professionale e folkloristica); una serata pensata non solo per gli appassionati ma anche per avvicinare nuovi pubblici a questa straordinaria arte performativa.

“Celebriamo la danza in tutte le sue forme per coinvolgere ed emozionare sempre nuovi spettatori. Incontriamo il territorio ed i giovani anche grazie allo stage estivo che precede questo Gala e soprattutto, lavoriamo con loro per condividere un momento performativo in scena con la suite dal Don Chisciotte rimasta sospesa causa pandemia – commenta Raphael Bianco sulla serata a Verbania – Per la prima volta ho voluto dare un titolo: Un mondo che danza. Per celebrare in questo spettacolo l’armonia fra i popoli in un momento di forte inquietudine internazionale. La danza assimila, metabolizza e sintetizza stili differenti, linguaggi teatrali, artistici e si fa veicolo di emozioni e riflessioni profonde”.

In apertura di serata, per dare risalto all’importanza formativa della danza, saranno presentati estratti del balletto DON CHISCIOTTE, interpretato e realizzato dai giovani delle scuole di danza del territorio, sotto la guida artistica e coreografica di Raphael Bianco.

Per la danza moderna e contemporanea, nella sua dimensione ludica e gioiosa, sarà sul palco la Compagnia EgriBiancoDanza, emanazione teatrale della Fondazione Egri e parte attiva nella vita culturale di Verbania, che presenterà alcuni fra i più importanti lavori coreografici che negli ultimi anni sono stati inseriti nei cartelloni di festival e rassegne nazionali e internazionali.

In programma nella serata BEYOND WATER BORDERS, un gioioso inno allapace tra i popoli, che trascende ogni confine e ogni limite etnico su opere di grandi compositori su cui spicca il genio incontrastato di W.A. Mozart, AMOR DI MUNDO, una danza dedicata alla gioia della vita e alla speranza di una nuova era felice, su musiche di Cesaria Evora, artista di Capo Verde che attraverso il canto ha parlato di speranza, amore e di un futuro migliore.

In evidenza, il balletto neoclassico JEUX – (les jeux des sports, les jeux de l’amour) ideato da Susanna Egri e che la Compagnia EgriBiancoDanza presenta a 40 anni dalla sua creazione.

La danzatrice e coreografa, che ha dato il nome alla Fondazione, rappresenta sicuramente una delle personalità più rilevanti e singolari del balletto italiano del Novecento.

La creazione della Egri, quest’anno sarà in programma anche nel prestigioso Festival Internazionale di Bolzano Danza. JEUX si ispira alla trama ideata dal grande maestro Vaslav Nijinsky, è totalmente originale e utilizza la tecnica del balletto sulle punte per dar vita a un divertente triangolo amoroso.

Per celebrare la danza non potrà infine mancare il grande repertorio classico con ospiti d’eccezioneElisa Cipriani e Luca Condello, danzatori storici dell’Arena di Verona, figure di rilievo nel panorama coreutico italiano, che presenteranno due balletti su musiche di Tchaikovsky: un pas de deux da LO SCHIACCIANOCI e rivisitato da Luca Condello e lo struggente assolo della MORTE DEL CIGNO nella sua versione originale.

Significativa è la scelta di portare in scena la coreografia della Morte del Cigno firmata Fokine, tema che è stato quest’anno il centro nevralgico di studio e di attenzione di numerose programmazioni, e fra queste il progetto Swans never die, progetto di Lavanderia a Vapore – Centro di Residenza per la Danza di Collegno a cui anche la Compagnia EgriBiancoDanza ha preso parte.

A completare la serata, per valorizzare anche gli aspetti etnici e sociali della danza, un altro nome di spicco del panorama internazionale è quello di Serge Antounkouou Some, danzatore del Balletto Nazionale del Burkina e oggi esponente di spicco del panorama coreutico italiano per il lavoro di diffusione della danza afro tradizionale del Burkina Faso.

Programma:

Beyond Water Border

Coreografia: Raphael Bianco

Musica: Mozart

Danzano: Compagnia EgriBiancoDanza

La Morte del Cigno

Coreografia: Fokine

Musica: Camille Saint-Saëns

Danza: Elisa Cipriani (solista dell’Arena di Verona)

Jeux – (les jeux des sports, les jeux de l’amour)

Coreografia: Susanna Egri

Musica: Debussy

Danzano: Compagnia EgriBiancoDanza

Pas de deux da “Lo Schiaccianoci”

Coreografia: Luca Condello

Musica: Pëtr Il’ič Čajkovskij

Danzano: Elisa Cipriani e Luca Condello

Liberté

Coreografia: Serge Antounkouou Some

Musica: musica popolare africana

Danza: Serge Antounkouou Some

Amor di Mundo

Coreografia Raphael Bianco

Musica: Cesaria Evora

Danzano: Compagnia EgriBiancoDanza 

Biglietti disponibili al link: https://toptix1.mioticket.it/fondazioneilmaggiore/

Per ulteriori informazioni consultare il sito: www.ilmaggioreverbania.it

www.facebook.com/ilMaggioreVerbania/

www.instagram.com/il_maggiore_verbania/

“BANKSY È CHI BANKSY FA!”

An unconventional street art exhibition

Qualche giorno fa mi sono recata al Castello di Desenzano del Garda in visita alla mostra d’arte “ Banksy è chi Banksy fa” un’esposizione non semplicemente di Bansky, ma sul fenomeno Bansky.

Oltre alle opere dell’artista di Bristol, infatti, il percorso espositivo comprende anche le opere di alcuni dei protagonisti principali della Street Art internazionale come Keith Haring, Obey, Ron English, Invader e molti altri ancora

I pezzi esposti sono lavori su legno, tela, carta, sculture, serigrafie firmate, poster e memorabilia selezionati

Il fenomeno Bansky: un muro di 70km di recinzione con del filo spinato dividono la Cisgiordania dallo Stato di Israele. Quel muro che vuole dividere, che testimonia una conflittualità non di popoli ma di governanti, quel muro che vuole indurre gli uomini all’odio è diventato la tela sulla quale il più popolare e comunicativo degli artisti anonimi della contemporaneità ha tracciato i suoi segni di pace

Nel cemento del muro, Bansky, ha raffigurato una bambina che assiste al volo di un palloncino rosso a forma di cuore. Uno dei più intensi messaggi di pace di Banksy

Nei suoi muri sono trattate tematiche di questa contemporaneità carica di contraddizioni: la guerra, la violenza, la discriminazione razziale, il potere, il ruolo della donna

Banksy rende i suoi messaggi comprensibili a tutti, senza che questo ne comprometta la forza ed il significato.

Banksy sceglie l’anonimato, creando un mistero sulla sua identità, ma conquistando così una forza comunicativa maggiore.

📸&✍🏻 Nicoletta Zappettini 

Spigno Monferrato, Rete Teatri presenta “Streghe”

A SPIGNO MONFERRATO (AL) RETE TEATRI, in collaborazione con il Comune di Spigno M.to e ProLoco di Spigno M.to, presenta una EDIZIONE SPECIALE IMPLEMENTATA dello spettacolo

STREGHE
UNA STORIA DI VIOLENZA, TERRORE E POTERE A SPIGNO
scritto e diretto da Paolo La Farina

Giovedì 7 luglio 2022 SPIGNO M.to (AL) ORE 21,00
nella fantastica cornice del Sagrato della Chiesa di Sant’Ambrogio

con: Paolo La Farina, Monica Massone, Michela Marenco e la partecipazione straordinaria di Vanni Ciocca
Musica dal vivo con il M.o Benedetto Spingardi
Ricerche storiche di Adolfo Francia, Antonio Visconti e Leonello Oliveri

Dopo 2 anni dal suo debutto e con oltre 50 repliche in tutto il Piemonte, “Streghe” torna a Spigno in una versione rinnovata. Uno spettacolo ispirato a fatti storici realmente accaduti a Spigno, in Valle Bormida, durante la peste del 1631. Quindici sventurati furono ritenuti colpevoli del male soprattutto donne, considerate “diverse”, per abitudini o comportamenti. “Streghe” delinea molte analogie con il presente: la caccia al nemico, il “diverso” da perseguitare, la donna da “punire e dominare”, il colpevole da giustiziare per il “bene” della comunità.
La vicenda è rimasta sconosciuta fino al 1992, anno della riscoperta del carteggio nell’archivio vescovile di Savona da parte degli storici Adolfo Francia, Leonello Oliveri e Antonio Visconti.

Produzione: http://www.rete-teatri.it

Ingresso SPECIALE: € 10.00
Prenotazioni: gestione@rete-teatri.it – Patrizia Velardi 3489117837 – Monica Massone 3484024894

Vai alla pagina dedicata allo spettacolo
Streghe Spigno M.to – 2022

Sul Terrier Nero Russo, di Andrea e Anna Sivilotti

Sul Terrier Nero Russo, di Andrea e Anna Sivilotti

Date: 13 febbraio 2022 Author: alessandria today5 Commenti— Modifica

Sul Terrier Nero Russo

Post del 25 luglio 2019

Autori: Andrea e Anna Sivilotti

Oggi voglio parlarvi di un cane poco conosciuto in Italia, il Terrier Nero Russo.

Ruben’s Pride – Esemplare di quattro anni e mezzo.

Di questo canesi è scritto veramente poco, molte delle informazioni che girano sono ripetitive e sono basate su traduzioni dei pochi testi russi che trattano l’argomento.

Non abbiamo certo la presunzione di svelare verità nascoste, vogliamo raccontare un po’ di storia di questo magnifico cane e soprattutto molti aneddoti raccolti fra persone, esperti e amanti di questa razza, persone oramai avanti negli anni, che hanno lavorato nei centri di addestramento militare e per tanto di storie ne avevano molte da raccontare. 

Impressioni e aneddoti che non sono oggettivamente confutabili, e che non hanno mai avuto una grande diffusione sui tanti siti, blog e testi ufficiali.

In effetti di questa razza si hanno poche notizie “certe”, essendo un progetto militare nato e sviluppato nel periodo dell’Unione Sovietica molto è stato secretato, e soprattutto non vi è mai stata una trasmissione ufficiale, o una comunicazione ufficiale degli apparati militari incaricati del progetto. 

Conosciamo solo ciò che hanno voluto che conoscessimo. 

E’ anche molto probabile, come sostiene qualcuno, che all’inizio alcuni esponenti dell’esercito abbiano cercato di rendere le cose fumose, per evitare che dei concorrenti potessero replicare in proprio la razza. Si dice pure che gli inglesi in passato abbiano cercato, sulla base delle informazioni ufficiali, di replicare la razza, ma senza nemmeno avvicinarsi al TNR.

Sta di fatto però che molto è stato anche cancellato dai testi, che comunque nei primi anni avevano quanto meno documentato la storia del progetto.

Alcune di queste persone sostengono che non sia un caso che una delle biblioteche militari russe più importanti la DOSAAF (ДОСААФ), che custodiva molti libri sulla creazione delle razze canine sovietiche, negli anni abbia subito diversi incendi, di fatto mai resi pubblici ufficialmente, perdendo però molta della documentazione ivi custodita. Solo attraverso la testimonianze dei pochi direttamente interessati al progetto militare e rimasti ancora in vita, si è venuti a conoscenza di queste importanti e curiose perdite.

Ufficialmente è noto che il progetto “Rusky Tchornje Terrier”(per noi Terrier Nero Russo TNR) ha avuto inizio alla fine della seconda guerra mondiale.

Il motivo che ha spinto alla produzione di una nuova razza è altresì conosciuto; con il conflitto mondiale erano stati persi quasi tutti i cani da lavoro delle unità cinofile militari, molti morti in guerra sotto i bombardamenti, molti altri nel generoso espletamento delle proprie mansioni.

Si dice che nei quattro anni del conflitto mondiale morirono circa 70.000 cani in uso alle forze militari, compresi molti cani di civili prestati obbligatoriamente alla causa.

L’Unione Sovietica prima del grande progetto di sviluppo e creazione delle nuove razze, non aveva che poche razze autoctone da lavoro.

I cani in servizio all’esercito e alla polizia erano in buona parte dei meticci o cani stranieri, come ad esempio il Pastore Tedesco o il Dobermann, mentre tra gli unici dell’ex URSS c’era il “Laika” e il “pastore del Caucaso”, quest’ultimo però non risultava essere molto gestibile; forte e robusto sì, ma molto aggressivo e poco controllabile.

Già durante il primo anno di conflitto morirono buona parte dei cani di razza, utilizzati come trasportatori di mine anticarro.

I cani venivano addestrati per portare sotto ai carri armati tedeschi ordigni che pesavano dai 3 ai 4 Kg, lì avrebbero dovuto sganciare l’ordigno innescandolo, e ritornare in fretta dal proprio conduttore.

Purtroppo il poco tempo a disposizione per gli addestramenti non aveva preparato adeguatamente tutti i cani, e così molti persero la vita durante quelle operazioni, non facendo in tempo a scappare prima dell’esplosione.

L’enorme sacrificio canino era imposto dall’inferiorità meccanizzata dell’esercito sovietico; a differenza del nemico, l’armata rossa non possedeva ancora un numero adeguato di carri armati per contrastare ad armi pari i tedeschi.

Queste squadre di guastatori furono quindi dismesse solamente a partire dal 1943, quando l’armata sovietica iniziò ad utilizzare i modo massiccio i carri armati, lungo tutti i fronti.

Altre attività militari cruciali che venivano svolte dai cani Laika, riguardavano la ricerca di mine.

Dai numeri riportati negli annuali dell’esercito, si parla di circa 6.000 cani impiegati che, in quattro anni di conflitto, resero inoffensivi circa 4.000.000 di ordigni.

Un altro impiego riguardava i servizi di collegamento e trasporto di messaggi o medicinali.

Una prima discordanza sulla data di inizio del progetto TNR, è legata proprio al conflitto oggi ricordato come “la guerra d’inverno”, con la Finlandia.

Siamo nel 1940 e i vertici militari riportarono al Cremlino i resoconti dei notevoli risultati nel uso dei cani Laika, così che Stalin, impressionato, pare diede già allora il famigerato ordine di sviluppare e creare dei cani propri, ad uso militare e servizio civile.

I Laika e tutti gli altri cani che riuscirono a trovare, infatti, durante i combattimenti con la Finlandia, aiutarono a mettere in salvo circa 650.000 soldati, trasportandoli con delle barelle tirate da slitte, dai boschi e dalle paludi, sino agli ospedali da campo più o meno vicini.

Per tali attività furono impiegate circa 15.000 mute, mentre furono circa 3.500 le tonnellate di munizioni, vettovaglie e armi trasportate sempre dai cani, senza contare poi i viveri, di cui non v’è una cifra ufficiale.

Relativamente alle vittime russe cadute durante l’intero secondo conflitto mondiale, le fonti riconosciute parlano di 20 milioni di perdite, di cui 8 milioni di soli militari, ma le cifre non ufficiali parlano addirittura di cifre doppie.

Alla fine del conflitto l’intero paese era sguarnito di una reale copertura militare, ed era praticamente impossibile riuscire a controllare l’intero territorio e tutta la linea dei confini.

Le truppe meccanizzate che erano state schierate lungo i confini dovevano essere riportate nelle basi, ma le incredibili distanze (anche oltre 10 mila chilometri) che separano i confini orientali da quelli occidentali e il clima rigido, non permettevano di utilizzare i pochi soldati rimasti, sempre che riuscissero a sopravvivere a simili spostamenti.

Così pare che Stalin, ma molti sostengono che il suo intervento sia più una leggenda, dette ordine di sviluppare un progetto per la creazione di un cane talmente robusto e intelligente, da poter sostituire l’uomo in questi duri compiti. 

Ecco allora che le caratteristiche dettate dallo stesso Stalin e dai suoi collaboratori, per contraddistinguere questo nuovo esemplare, possono essere riassunte nei seguenti punti:

  1. Doveva essere un cane di grossa taglia, robusto e allo stesso tempo agile;
     
  2. Doveva avere un senso innato per la difesa e per la guardia;
     
  3. Doveva essere veloce, scattante e forte;
     
  4. Gli arti dovevano essere lunghi e le zampe grosse e possenti così da consentirgli una particolare attitudine al salto e agli atterraggi su superfici accidentate; sui convogli militari, di fatto, avrebbe dovuto saltare da un vagone all’altro durante la corsa del treno;
     
  5. Doveva essere molto resistente alla fatica e alla mancanza di cibo e acqua, così da poter sopportare, lunghi periodi di guardia in solitaria e le lunghe attraversate con i treni;
     
  6. Doveva avere un mantello che lo proteggesse dalle intemperie (freddo e caldo) senza aver bisogno di grande manutenzione (tolettatura);
     
  7. Doveva avere un carattere forte, serio, ma di facile addestramento;
     
  8. Doveva essere molto intelligente, doveva poter in perfetta autonomia, individuare una situazione di pericolo e prendere le corrette contromisure.
    Per l’impiego previsto, infatti, sarebbe stato costretto spesso a lavorare senza la presenza del partner umano (conduttore);
     
  9. Doveva essere adeguatamente temibile e alla necessità aggressivo;
     
  10. Doveva essere coraggioso ma anche molto sospettoso;
  1. Non doveva temere, e quindi rimanere impassibile rispetto alla comparsa improvvisa di rumori secchi e forti, come gli spari di armi da fuoco, scoppi violenti o temporali;
     
  2. Doveva avere assolutamente il mantello nero, per non essere facilmente individuato la notte;
     
  3. Doveva avere un mascheramento degli occhi (ciuffo) per impedire l’identificazione notturna attraverso il riflesso delle luci nelle pupille, per questo motivo l’udito doveva essere superiore alla media, così da poter compensare l’impedita visibilità.
     
  4. Nonostante il mascheramento degli occhi, doveva avere comunque una vista molto potente e reattiva, così da valutare le situazioni e i soggetti che gli si presentavano davanti, attraverso un’analisi complessiva di udito più vista;
     
  5. Non doveva avere un fiuto troppo sviluppato, per evitare che fosse deviato male intenzionalmente da odori forti;
     
  6. Doveva avere un’andatura molto silenziosa e leggera, così da non essere facilmente individuabile nei suoi spostamenti notturni;
     
  7. Doveva avere reazioni immediate, senza mezzi avvertimenti o segnalazioni di intenti, per questo non doveva essere un cane che abbaiava inutilmente.

Da questo lungo elenco di caratteristiche si capisce subito che le condizioni imposte erano molto restrittive e l’operazione ardua.

L’incarico fu affidato come ben si sa all’allevamento militare “Stella Rossa”, sito nella periferia di Mosca, ma per l’immane lavoro che veniva richiesto loro, furono coinvolti non solo gli allevatori ma anche reparti specializzati nello studio e nella manipolazione genetica.

La storia ufficiale parla di un lavoro che è durato parecchi anni, utilizzando molte razze diverse, cifre che pur essendo impressionanti sono volutamente sottostimate.

I primi esemplari che cominciarono ad assomigliare alla razza che sarebbe poi stata formalizzata, si riporta che comparvero nel 1952, mentre il primo Standard di razza sovietico venne ufficializzato proprio nel 1956.

Sono date che ci danno un po’ da pensare, in quanto l’intervallo di tempo tra l’inizio del progetto e lo Standard è estremamente compresso e poco realistico.

Viene da pensare che l’intera operazione sia iniziata ben prima di quanto dichiarato, ed è da questo semplice ragionamento che si può avvallare alcune notizie, non ufficiali, che mettono come data d’inizio del progetto TNR negli anni ‘20.

Comunque sia, il primo Standard di TNR riportava le seguenti misure:

Standard maschio: altezza al garrese 66-72cm

Standard femmina: altezza al garrese 64-70cm

Index Formato 100-105

(un Index 106-108 era già considerato non accettabile)

Con questi pochi dati possiamo già capire che i cani dovevano avere una proporzione al quanto quadrata, non allungata o alta e snella.

Negli anni vissuti in Russia io e mia moglie (russa), come accennato all’inizio, abbiamo raccolto varie testimonianze di persone coinvolte direttamente e indirettamente in questo progetto, e del numero ufficiale o meno di razze impiegate per selezionare il Terrier Nero Russo.

Nelle informazioni ufficiali, si afferma che è stato individuando, quale capostipite della razza, un maschio di Schnauzer Gigante, tale Roy.
Di fatto però, sia per la constatazione che la tempistica di sviluppo del progetto sia poco attendibile, sia per la presa in considerazione anche di informazioni non ufficiali, che riportano l’utilizzo nei primissimi esperimenti, di incroci con diversi esemplari di cani meticci e randagi, dei quali sarebbe impossibile anche volendo ricostruirne i tratti genetici o di discendenza, siamo portati a dedurre che sia veramente improbabile avere delle certezze sull’intero percorso del progetto TNR

Così facendo, da alcune fonti che hanno avuto modo di accedere ad informazioni di prima mano, abbiamo appreso quelli, che in mancanza di prove documentate, possiamo considerare solamente degli aneddoti interessanti.

Ci hanno parlato di 39 razze diverse utilizzate nel programma, ma non solo, ci hanno fatto notare che il TNR ha una particolare dote che si evidenzia nei suoi movimenti in fase di attacco, ovvero la facoltà di muovere gli arti anteriori anche trasversalmente, in una apertura come un abbraccio o uno schiaffo, arrivando ad aprire le due zampe anteriori quasi a 90° rispetto l’asse del torace, caratteristica che pare sia stata inserita con la genetica, prendendola dagli orsi.

Inoltre per coloro che hanno avuto modo di addestrare il TNR o assistere ai loro addestramenti, avranno notato che generalmente il TNR non è disposto ad attaccare in modo metodico ed ordinato la manica del figurante, come ad esempio fanno i Pastori Tedeschi, bensì tiene un atteggiamento che può sembrare quasi isterico, saltando da un lato all’altro e attaccando il figurante in varie parti del corpo, prediligendo la spalla.

È il cane che in piena autonomia, per indole imposta, vuole decidere la strategia d’attacco.

Un anziano istruttore che ha lavorato all’interno del programma per quasi quarant’anni, ci ha raccontato che questa è una tecnica che è stata loro inculcata fin dalle origini, proprio per non dare una prevedibilità delle loro intenzioni, per cercare di sfinire l’avversario fisicamente e psicologicamente disorientandolo, in modo da abbatterlo portandolo a terra, così da poterlo gestire più agevolmente una volta disteso.

Tra i vari soprannomi che gli sono stati affibbiati, oltre a quello più conosciuto: “Il cane di Stalin” (anche se ci sono dei dubbi sul fatto che sia stato proprio lui a dare l’inizio al progetto), ci sono anche “Il fulmine nero” o “La morte nera”.

Quest’ultimo è nato dalla particolare tecnica d’attacco che il TNR predilige, arrivando veloce e silenzioso alle spalle della vittima, l’aggredisce a zampe anteriori aperte, addentandola alla spalla (in prossimità della clavicola), un’azione repentina e inaspettata che gli consente il vantaggio della sorpresa e la prerogativa di non concedere all’avversario una qualsiasi reazione di difesa.

È ovvio che stiamo parlando sempre di caratteristiche peculiari agli esemplari, allevati ed addestrati fin da cuccioli, dai responsabili dell’allevamento militare “Stella Rossa”.

Sempre lo stesso istruttore ci raccontò anche che alcuni dei primissimi esemplari ottenuti, nelle presentazioni ai vertici militari, cosa strana, si fecero notare per una dote mancante: praticamente non abbaiavano mai.

A quel punto un generale esclamò dicendo:

“un cane che non abbaia non è un cane!”.

La cosa oggi ci può far sorridere, ma ci dobbiamo immedesimare nei poveri addestratori e allevatori di quel tempo, nella rigida e rigorosa Unione Sovietica, dove un simile errore poteva costare molto caro.

Fu così che per risolvere la mancanza, dovettero inserire negli incroci anche dei cani da caccia.

Per spiegare meglio il concetto di rigidità e severità sovietica, vi racconterò un aneddoto che centra poco con il TNR, ma rende molto bene l’idea, e soprattutto ci fa capire come mai questi cani rispettivo in toto, o quasi, le caratteristiche imposte inizialmente.

Se qualcuno ha avuto modo di visitare Mosca, in pieno centro alle spalle della Piazza Rossa, di fronte al parco del Maneggio, c’è l’ex Hotel Moscva (Мосва).

L’hotel ha una storia davvero bizzarra, visto l’importanza dell’opera, l’architetto e il suo staff decisero di preparare un bozzetto generale per sottometterlo a Stalin per l’avvallo finale.

Il bozzetto in questione, per la facciata centrale riportava due distinti stili per ognuno dei due corpi laterali, uno a destra e uno a sinistra, diversi tra loro come ho già detto.


Quando fu presentato, il presidente del PCUS appose la sua firma al centro, approvando di getto l’intero bozzetto.

Gli architetti che non avevano fatto in tempo a spiegare prima a Stalin che doveva scegliere uno dei due stili, non ebbero il coraggio di chiederglielo in seconda battuta e così realizzarono la costruzione, pari pari al bozzetto approvato.

Hotel Moskva a Mosca – Immagine tratta dal web

Tornando al nostro caro TNR, un’altra argomento degno di nota, riguarda i primi test di lavoro e i primi incarichi assegnati, tra i quali fu impiegato come guardia nelle carceri.

Il risultato fu stupefacente, gli esemplari impiegati risultarono molto diligenti all’incarico assegnatogli, aggressivi e temuti, così che ancora oggi vengono impiegati in tali contesti.

Fin qui abbiamo parlato del grosso lavoro svolto da tutti gli esperti coinvolti nel progetto, e delle grandi aspettative riposte nello sviluppo della razza, purtroppo però oggi dobbiamo affrontare anche l’aspetto non militare di questa operazione.

Già dall’inizio degli anni ’80 e poi con l’inizio della Perestroika, il Centro Cinofilo Stella Rossa decise di vendere ai privati cittadini gli esemplari meno consoni al lavoro, ovvero, quei cani che ad esempio nel processo di sviluppo nascevano con un mantello più folto e morbido e quindi più delicati, caratteristica che rendeva necessarie maggiori cure sotto il profilo della tolettatura.

Da quel momento si aprì la strada agli allevamenti privati, al riconoscimento ufficiale della razza e di conseguenza alle esposizioni di bellezza.

Una razza che sino a quel momento aveva avuto come unico scopo di essere utile all’Esercito, alla Polizia, alle Guardie Doganali, alla protezione Civile dell’Unione Sovietica, cominciava a farsi conoscere e stimare anche sul piano internazionale.

Va da sé che come ogni attività sregolata, se lasciata completamente nelle mani di inesperti o esteti fanatici, si finisce per rovinare l’intera operazione e con essa vanificare il grande sforzo dei creatori.

Uno dei problemi che più addolora e fa arrabbiare chi con questi cani ha lavorato per anni, è che i possessori di TNR non addestrano e non impiegano più i loro cani per lo scopo cui sono stati creati, cioè il lavoro.

Per i loro creatori e per i puristi della razza, il TNR rimane un cane di servizio, da lavoro, non un cane da scorrazzare da una mostra di bellezza all’altra, e per il resto del tempo, tenerli chiusi in casa o nel cortile.

Un altro grande problema, che ci ha evidenziato un anziano addestratore di TNR, riguarda gli standard internazionali di addestramento, che non sono adatti a questo tipo di cane, e costringerli ad adeguarsi significa operare una forzatura sulla loro psiche, e sulla loro genetica.

Ricordo ancora vivamente una telefonata di mia moglie ad un generale del Centro Cinofilo Stella Rossa, io a fianco sentivo le urla del generale, le sue imprecazioni in russo nei confronti dei privati cittadini che a suo dire:

“Stanno rovinando una razza esclusiva e irripetibile”.

Solo per citare alcuni esempi a cui faceva riferimento il militare:

  • incroci tra discendenti dello stesso ramo genealogico, solo per valorizzare esemplari dai mille titoli conquistati nelle esposizioni;
     
  • valorizzazioni di aspetti estetici a discapito di quelli fisici, ad esempio la continua riproduzione di esemplari sempre di più grossa taglia (gigantismo) con il rischio di ripercussioni sulla struttura ossea;
     
  • la cultura ossessiva del mantello nei suoi dettagli (ciuffo, barba, elementi decorativi lungo le gambe), ricercata con tolettature estreme e impedendo ai cani di poter vivere una vita più naturale, divertendosi a sgranocchiare ossa animali o facendo lunghi bagni nei fiumi e nei laghi, il tutto per non rovinare le acconciature.

Una reazione, quella del generale, che di fatto preannunciava quella che con inizio gennaio 2018 è stata ufficialmente una decisione del Ministro della Difesa russo, che ha introdotto il divieto, da parte degli allevamenti di Stato, di vendere ai privati cittadini i loro cani.

Non parlo poi della follia di alcuni, che ultimamente si sono posti la mira di creare un esemplare dal mantello chiaro.

A tal proposito voglio ricordare che proprio durante lo studio e i primi esperimenti fu chiaro fin da principio, che i cani con il mantello nero risultavano essere più docili nell’addestramento, e quindi più gestibili.

Pensare ad un cane di questa mole e queste caratteristiche genetiche, che non sia adeguatamente docile e addestrabile, significa produrre dei cani pericolosissimi.

Va da sé che facendo riferimento alle caratteristiche sopra citate, e quindi alla storia che ha portato alla produzione di questo magnifico esemplare, capiamo benissimo che non è un cane adatto a tutti, o meglio, non è un cane adatto a quel tipo di famiglia che, non ha né il tempo e né la voglia, di dedicare parte della propria vita all’addestramento prima e al lavoro poi del cane.

Quando parlo di lavoro, per i privati, intendo un costante impegno in termini di esercizi e allenamenti per mantenere vivo in lui il senso di utilità nel nucleo familiare e nella società.

Un cane ben addestrato, infatti, che ha ben chiari i ruoli di tutti i singoli individui del nucleo familiare (per lui “branco”), risulterà un cane bilanciato e privo di atteggiamenti aggressivi gratuiti.

Un altro mito da sfatare riguarda la sua aggressività nei confronti dei bambini.

L’indole protettiva (difesa) del TNR, fa sì che se il cane sente un bambino gridare, piangere, o emettere suoni alterati rispetto alla norma, scatta in lui un senso di protezione nei confronti del piccolo, che manifesta nell’unico modo che conosce, spinge con le zampe a terra il piccolo e cerca di tenerlo fermo per farlo calmare, proteggendolo da qualsiasi intervento di terzi.

Quella che può sembrare, a primo acchito, un’aggressione di fatto è una messa in sicurezza.

È evidente che vista la mole del cane, nella manovra sopra descritta, il bambino può subire un trauma psicologico superiore a quello fisico, per questo motivo è consigliabile evitare di fargli avvicinare bambini troppo piccoli, che il più delle volte possono avere reazioni emotivamente improvvise e incontrollate, che il TNR potrebbe mal interpretare.

Il TNR è un cane, come ho già detto, dal carattere forte ma dal facile addestramento.

Il carattere forte si evince dalla sua caratteristica di dominatore, per questo motivo nella famiglia che lo alleverà ,dovrà essere ben presente una figura forte di capo branco (solitamente l’uomo di famiglia), dal pugno di ferro, per usare una metafora, altrimenti lui si arrogherà il diritto di prenderne il posto.

È vero anche che gli esemplari oggi a disposizione dei privati, nella loro evoluzione lontano dagli impieghi militari e di sicurezza, sono diventati molto più docili e non pericolosi per le famiglie, senza però venir meno alla loro principale missione, ovvero quella di difendere in tutti i modi il branco (i componenti della famiglia).

La loro intelligenza si apprezza nella capacità innata che hanno di soppesare ogni situazione, adottando di volta in volta l’atteggiamento più adeguato alla stessa.

Ad esempio il TNR è capace di comprendere l’umore del suo proprietario, infatti se l’umore non è buono lui starà in disparte, se invece in famiglia c’è aria allegra anche lui chiederà attenzioni.

Nel caso i proprietari ricevano ospiti in casa, il TNR inizialmente sarà abbastanza diffidente, poi si comporterà di conseguenza al comportamento del capo famiglia, quindi la reazione del cane dipenderà molto da quella del proprietario.

C’è un altro aspetto molto importante del carattere del TNR, e riguarda il legame che lo stesso instaura con il suo proprietario, all’interno della famiglia che lo ha accolto.

È un legame molto forte, che non gli consente di rimanere per lunghi periodi separato dal suo proprietario.

La separazione prolungata è per il TNR una grande sofferenza che può procurargli inappetenza, depressione e soprattutto indebolimento del sistema immunitario.

Questo aspetto caratteriale è stato, all’inizio della sua carriera militare, un grosso limite in quanto, a quei tempi i cani venivano affidati ai conduttori per periodi non superiori ai due anni, dopo di che il cane passava ad un altro conduttore.
 

Il TNR non è mai riuscito a sopportare la separazione dal suo primo conduttore, e per tanto il suo impiego è stato molto inferiore alle aspettative, in quanto è stato possibile utilizzarli solo nei corpi dove il cane rimaneva affiancato sempre allo stesso conduttore, come ad esempio nella polizia doganale.

Mia moglie Anna con Ruben’s pride e Gypsy Girl Ederlezi

In ultimo alcuni suggerimenti che mi sento di dare.

Come per ogni razza, i futuri proprietari prima di procedere all’acquisto, dovrebbero conoscere bene che cane stanno acquistando, dovrebbero avere ben presente come dovrà cambiare la loro vita familiare con l’arrivo di quel cane in particolare, e come dovranno comportarsi con il resto del mondo quando porteranno a spasso il proprio cane o riceveranno ospiti a casa.

Altra cosa che io ritengo importante, e questo sempre a prescindere dalla razza che si vuole acquistare, l’allevatore da cui si vuole acquistare il cucciolo o semplicemente il responsabile del canile dove si vuole prelevare un cucciolo, dovrebbe avere la serietà e la professionalità di intervistare gli acquirenti, indagando a fondo, per capire se quel cane in particolare, faccia proprio al caso loro.

Professionale è quell’allevatore che a volte sa dire “no” ad un acquirente inadeguato, per il bene del cane, per il bene dei familiari e per il bene della comunità intera.

Alla prossima.

Blog Autore articolo:  www.andreasivilotti.com

indizzo C.I.T.T.   www.tchiornyterrier.com

Presidente : magiobotchiorny@gmail.com

Ti passo a perdere, di Andrew Faber. Interno Poesia Editore

Ti passo a perdere

INTERNO BETA

Autore: Andrew Faber
Illustrazioni: Giulia Angelini
Collana: Interno Beta
ISBN: 978-88-85583-73-3
Data di pubblicazione: 10 giugno 2022
Pagine: 176
Formato: 13×19 cm

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Ci si può perdere senza il bisogno di sentirsi persi? Quanti significati assume, nel corso della vita, questo predicato verbale dalle infinite forme? Andrew Faber stravolge il concetto di fragilità, trasformandola in forza. Più che un libro di poesie, Ti passo a perdere è un manuale di resistenza in versi. Uno stradario dell’anima dove perdersi per poi ritrovarsi. Un viaggio verso la conoscenza di sé stessi e un invito alla scoperta dell’Amore, in tutte le sue forme.

A chi sta attraversando il suo buio

A chi sta attraversando
il suo buio
dico soltanto di non mollare.
Ci siamo finiti tutti
in quel posto maledetto
dove il freddo ti morde le ossa
e il silenzio ti piove nel cuore.
A chi sta attraversando
il suo buio
dico soltanto di allontanarsi
da chi dice di darsi una mossa
di smettere di piangersi addosso.
Quella gente vuole farvi del bene
ma non sa cosa dice.
Quella gente lì dove siamo finiti noi
non c’è mai arrivata.
A chi sta attraversando
il suo buio
dico soltanto di avere coraggio
bisogna stringere i denti
e aspettare che il sole riprenda a brillare.
A chi sta attraversando
il suo buio
dico soltanto di credere
nella poesia.
Negli occhi di chi
quella strada l’ha già ritrovata.
C’è un cielo
di qua che vi aspetta
con un panorama di sogni
da togliere il fiato.

*

Perdersi

Ci ho messo un po’ a comprendere:
non volevi essere abbracciata
per paura di essere capita.
Che essere capiti
è la cosa più preziosa al mondo
ma significa
buttare giù le difese
arrendersi
consegnarsi.
Significa non potersi più difendere
per un istante
non riuscire più a mentire.
E la gente non sempre lo sa
non sempre lo capisce
cosa significa abbracciarsi
dirsi tutto senza parlare.
Perdersi.
In quella terra di nessuno
da qualche parte nel cuore.

*

Le persone che amano stare da sole

Non giudicate
le persone che amano stare da sole
non fatelo mai.
La loro non è cattiveria
non è strafottenza
ma vera e propria necessità
bisogno d’essere, appartenenza.
Abbiate sempre cura di aspettarle
di rispettarle.
Non mettetegli fretta
se i loro tempi non sono i vostri
lasciatele andare.
Se avrete pazienza
sapranno ricompensarvi
perché la loro voce
è una carezza scesa dalle labbra
che si scioglie negli occhi.
Perché il loro cuore
è un posto caldo e silenzioso
capace di accogliere e proteggere.
Non giudicate
le persone che amano stare da sole
non avete la minima idea
di quanto abbiano dovuto lottare
di quale miracolo siano state capaci
di compiere.
La solitudine spaventa
la solitudine è un patto
di purissimo Amore
con la propria anima
che quasi mai nessuno
ha il coraggio di fare
ma loro sì, e ne sono felici.
Loro ci sono riusciti.
Loro ce l’hanno fatta.

*

Chi rischia la felicità, non muore mai

Adesso ti passo a prendere
e ti porto a mangiare
un sacco di schifezze
e se ti va
balliamo un po’
davanti agli occhi increduli
della gente seria.
Ti passo a prendere
e ti porto a non pensare
che quando non si pensa
si torna un po’ bambini.
Ti porto a sognare
quelle robe da imbecilli scalmanati
che non si possono raccontare.
Adesso ti passo a prendere
e ti porto a ridere con me
perché ho bisogno di sapere chi sei
quando non hai bisogno di apparire
quando non hai bisogno di essere.
Ti porto a sbagliare
a bruciare
a impazzire.
Come l’ultima volta che hai pianto
e non sapevi perché
ma ti sentivi viva.
Ti porto a toccare la notte
ti porto a respirare il silenzio
delle parole rimaste in gola
e che finiscono negli occhi
e dentro ai baci
dati di corsa.
Ti porto a rischiare di essere felice
perché non so se lo sai
ma chi rischia la felicità vince sempre.
Chi rischia la felicità, non muore mai.

I bambini. di Giovanna Zoboli. Interno Poesia Editore

I bambini

INTERNO BETA

Autrice: Giovanna Zoboli
Illustrazioni: Enrico Pantani
Collana: Interno Beta
ISBN: 978-88-85583-74-0
Data di pubblicazione: 21 aprile 2022
Pagine: 108
Formato: 13×19 cm

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Giovanna Zoboli torna in libreria con una raccolta poetica composta da una cinquantina di testi organizzati in tre sezioni, scritti in un arco di tempo che va dal 1999 al 2005, e dal 2011 a oggi. Un’appassionante galleria di istantanee, frammenti che hanno per oggetto l’infanzia, tornati alla luce e portati a galla dal tempo. Sono ritratti, paesaggi e nature morte con bambini e bambine, in primo piano o sullo sfondo; incontri con l’infanzia e la sua fulminea presenza, ma anche, al tempo stesso, con la sua incoercibile distanza; frasi sottratte a dialoghi di adulti che parlano dei loro bambini; forme dei luoghi e dei modi del crescere; situazioni improvvisamente sovvertite da apparizioni infantili; rovesciamenti di senso provocati dalla scoperta di essere al mondo; brecce aperte nel cemento della cecità adulta; riflessioni sullo stato dell’esser piccoli; tentativi di misurazione di una condizione umana fra le più misteriose. Le illustrazioni di Enrico Pantani che accompagnano i testi nascono da una ricerca dell’artista intorno all’immagine fotografica, alla memoria e ai soggetti infantili di cui una parte è confluita nel volume Sviluppi, edito nel 2021 da Skinnerboox. I dipinti a olio di Pantani sono rielaborazioni di immagini fotografiche di famiglia di Giovanna Zoboli.

All’uscita di scuola, da come scendono le scale
e sul marciapiede si spintonano, gridano
diffidano l’uno dell’altro, guardano
le madri, le sorelle, i nonni, mangiano le merendine
trascinano gli zaini, meticolosamente attenti a non pestare
le righe con le scarpe – seri, contratti
agitati, il più delle volte solo tristi o
innaturalmente eccitati – i bambini si direbbero
tutti presi da qualche salvifica impresa
una fatica senza posa, intollerabile
come redimerci, scongiurare la catastrofe
saputo dell’apocalisse, prendersi tutta la colpa.

*

Sul sentiero il bambino indica
la fonte,
il ponte minuscolo di assi.
La pozza torbida, dice, è palude
e pronuncia la u
buia di mostri marini sotto la superficie.

In lui brilla il genius loci
antichissimo del bosco
che sa, che nomina.

Guarda, dice al papà
chiuso nel gps
cieco, che non sente
niente.

*

*

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