IL SASSO NATICARELLO, di Giuseppina De Biase

IL SASSO NATICARELLO di Giuseppina De Biase

Sono appassionata della zona dell’alto Lazio.. la Tuscia incastrata tra Lazio, Umbria e Toscana e principalmente la Tuscia un po’ nascosta.. misteriosa.. e incredibilmente sorprendente.
Una Tuscia dove andare mai da soli ma sempre in compagnia anche se non è dolce 😀 per lasciarsi andare.. per lasciarsi sorprendere e avvolgere dalle meraviglie che ci circondano.
Questa terra è ricca di luoghi straordinariamente misteriosi.. da scoprire e da godere..
Io che ho una grande fantasia già immagino davanti a me il piacere che mi possono procurare questi luoghi insoliti.. unici.. e rari.. dove anche un bacio sa di un altro sapore.. Amici provate e poi mi direte..😀🍀 Luoghi che ci sorprendono x la loro unicità come la Casa Pendente di Bomarzo nel Parco dei Mostri.
Volete provare una strana sensazione di smarrimento? La troverete qui.. in questa casa che è semplicemente storta.
Infatti questa casa fu costruita su un masso inclinato e quindi la pavimentazione non è perpendicolare ai muri.
E qui viene il bello..il senso di disorientamento porta a tenervi stretti all’altra persona.. e poi .. e poi…che bello!!
Se trovo un accompagnatore di mio gradimento ci vado subito anch’io..😀😀😀
Un altro luogo.. provare x credere!! .. che vi procurerà tanta meraviglia .. stupore..e quel senso di vuoto nello stomaco a guardarlo.. è il Sasso Naticarello che si trova nella Faggeta del monte Cimino nel comune di Soriano del Cimino a circa 1000 metri di altitudine ed è un enorme masso che pesa all’incirca 250 tonnellate.
È molto caratteristico tanto che venne descritto anche anticamente dallo scrittore latino Plinio il Vecchio e ha la particolarità che basta un semplice bastone e un punto d’appoggio per farlo tremare. Per questa sua caratteristica è conosciuto nel viterbese dialettale come Sasso naticarello o tremante o menicante o trezzicante.
Qui potrete ottenere tutte le promesse che volete dalla vostra dolce metà..😀🍀
Credo che questi due posti siamo abbastanza emozionanti..ed ecco che si ci può finalmente riposare soggiornando in una delle meravigliose stanze della Casina degli Specchi con cena a Soriano in uno dei tanti ristorantini raggiungibili a 5 minuti a piedi che propongono prodotti tipici come gli gnocchi col ferro.. la zuppa di ceci e castagne.. i funghi porcini.. e l’ottima carne del posto.
Qui si può trascorrere una bellissima giornata.. stupenda..non solo affascinante.. romantica.. ma a contatto con la natura ancora in questi posti incontaminata. Vi parlerò ancora di questa bellissima zona e di Viterbo che pur non essendo la mia città mi è entrata nel cuore.

I MIEI PENSIERI LIBERI DI GIUSEPPINA DE BIASE.

C’è un posto segreto

privato

intimo

Inaccessibile

la mia Mente

In cui i miei
pensieri prendono il via

senza freni

senza paura

e inizio a scrivere

a scrivere

In parole

In versi

i miei pensieri liberi

Liberi di volare

Liberi di posarsi sulle nuvole

Liberi di navigare

Liberi di pensare

Liberi di accarezzare

Liberi di abbracciare

Liberi di amare

Liberi di emozionare.

Giuseppina De Biase

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POESIA: VITA di Giuseppina De Biase

Vita perché mi sfuggi dalle mani?perché ogni secondo qualcuno ti lascia?Lo sonon possiamo uscire da questa filaTu non lo permettiMa ci dai la possibilità di aspettaredi cogliertidi respirare la tua ariadi godere delle tue meravigliedi ascoltare la tua voce nell’aria che respiriamo di sentire i tuoi dolci sussurri:Goditi i momenti…prendi tempo per te…fai sentire la tua … Continua a leggere

Incontro quotidiano di José Manuel Caballero Bonald

José Manuel Caballero Bonald (1926-2021) è stato un poeta e scrittore spagnolo dii famiglia cubana. Studiò Astronomia e poi Lettere e Filosofia. Militante antifranchista, appartenne al gruppo poetico dei ’50. Nel 2012 vinse il Premio Cervantes.
Dove mi giro verso
il muro, nel cuore della notte,
dove sono solo
ogni notte, prigioniero
del mio stesso vigilare, lì
mi ritrovo secondo la fede che mi creo
ogni giorno.
La mia vita è ripulita
da questo stupore. Ieri, domani,
vivono insieme e fertili, formano
la mia memoria con me.
Io sono solo
la mia libertà e le mie parole.

*

Incontro quotidiano di José Manuel Caballero Bonald

Lo sapevi che il miele non scade mai? di Manuela Di Dalmazi

Lo sapevi che il miele non scade mai? 🍯✨

Il miele non scade mai! Questo affascinante alimento naturale ha delle proprietà straordinarie che gli permettono di rimanere commestibile per secoli, come dimostrano le scoperte di miele nelle tombe degli antichi egizi, risalenti a migliaia di anni fa. Ecco un approfondimento sui motivi scientifici che lo rendono così durevole:

  1. Basso Contenuto di Acqua:
  • Il miele ha un contenuto di umidità inferiore al 18%, che è troppo basso per permettere la sopravvivenza della maggior parte dei microrganismi. Senza acqua, i batteri e le muffe non possono proliferare, rendendo il miele un ambiente ostile per questi agenti di deterioramento.
  1. Alto Contenuto di Zucchero:
  • Con un contenuto di zucchero superiore al 70%, il miele è estremamente igroscopico, ovvero ha la capacità di attirare e trattenere l’umidità dall’ambiente circostante. Questo contribuisce ulteriormente a impedire la crescita microbica.
  1. Acidità Naturale:
  • Il miele ha un pH acido, che varia tra 3.2 e 4.5. Questo livello di acidità è sufficiente per inibire la crescita di molti batteri e muffe, creando un’altra barriera naturale contro la degradazione.
  1. Enzimi delle Api:
  • Durante la produzione del miele, le api aggiungono un enzima chiamato glucosio ossidasi. Questo enzima, una volta che il miele è stato depositato nei favi, converte il glucosio in acido gluconico e perossido di idrogeno. Quest’ultimo agisce come un potente agente antibatterico, proteggendo il miele da eventuali contaminazioni.
  1. Proprietà Antiossidanti:
  • Il miele contiene numerosi composti antiossidanti come flavonoidi e acidi fenolici. Questi composti non solo contribuiscono ai benefici per la salute del miele, ma aiutano anche a prevenire l’ossidazione e la degradazione del miele stesso.
  1. Sigillatura Naturale:
  • Le api sigillano i favi di miele con cera d’api, che protegge ulteriormente il miele dall’esposizione all’aria e all’umidità. Questo sigillo naturale contribuisce a mantenere il miele fresco per lunghi periodi.

Queste straordinarie caratteristiche rendono il miele non solo un delizioso dolcificante, ma anche uno degli alimenti naturali più durevoli al mondo. Quindi, la prossima volta che gusti un cucchiaino di miele, ricorda che stai assaporando un pezzo di storia eterna, custodito dalla natura e dalle api. 🌿🍯✨

Did you know that honey never expires?

Did you know that?

Honey never expires! This fascinating natural food has extraordinary properties that allow it to remain edible for centuries, as demonstrated by the discoveries of honey in the tombs of the ancient Egyptians, dating back thousands of years. Here’s an in-depth look at the scientific reasons that make it so durable:

  1. Low Water Content:
  • Honey has a moisture content of less than 18%, which is too low for most microorganisms to survive. Without water, bacteria and mold cannot thrive, making honey a hostile environment for these spoilage agents.
  1. High Sugar Content:
  • With a sugar content of over 70%, honey is extremely hygroscopic, meaning it has the ability to attract and retain moisture from its surroundings. This further helps prevent microbial growth.
  1. Natural Acidity:
  • Honey has an acidic pH, which varies between 3.2 and 4.5. This level of acidity is enough to inhibit the growth of many bacteria and molds, creating another natural barrier against degradation.
  1. Bee Enzymes:
  • During honey production, bees add an enzyme called glucose oxidase. This enzyme, once the honey has been deposited in the honeycombs, converts the glucose into gluconic acid and hydrogen peroxide. The latter acts as a powerful antibacterial agent, protecting the honey from possible contamination.
  1. Antioxidant Properties:
  • Honey contains numerous antioxidant compounds such as flavonoids and phenolic acids. These compounds not only contribute to the health benefits of honey, but also help prevent the oxidation and degradation of the honey itself.
  1. Natural Sealing:
  • Bees seal honeycombs with beeswax, which further protects the honey from exposure to air and moisture. This natural seal helps keep honey fresh for long periods.

These extraordinary characteristics make honey not only a delicious sweetener, but also one of the most durable natural foods in the world. So, the next time you taste a teaspoon of honey, remember that you are tasting a piece of eternal history, guarded by nature and bees. 🌿🍯✨

Dieci poesie di Cristina Campo, di Donatella Pezzino


È rimasta laggiù, calda, la vita,
l’aria colore dei miei occhi, il tempo
che bruciavano in fondo ad ogni vento
mani vive, cercandomi…

Rimasta è la carezza che non trovo
più se non tra due sonni, l’infinita
mia sapienza in frantumi. E tu, parola
che tramutavi il sangue in lacrime.

Nemmeno porto un viso
con me, già trapassato in altro viso
come spera nel vino e consumato
negli accesi silenzi…

Torno sola
tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo
roseo sugli orci colmi d’acqua e luna
del lungo inverno. Torno a te che geli

nella mia lieve tunica di fuoco.
*


Amore, oggi il tuo nome

Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…
ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.
T’ho barattato, amore, con parole.
Buio miele che odori
dentro diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava-
ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.
*

A volte dico: tentiamo d’esser gioiosi

A volte dico: tentiamo d’esser gioiosi,
e mi appare discrezione la mia,
tanto scavata è ormai la deserta misura
cui fu promesso il grano.
A volte dico: tentiamo d’essere gravi,
non sia mai detto che zampilli per me
sangue di vitello grasso:
ed ancora mi appare discrezione la mia.
Ma senza fallo a chi così ricolma
d’ipotesi il deserto,
d’immagini l’oscura notte, anima mia,
a costui sarà detto: avesti la tua mercede.
Ora non resta che vegliare sola
Ora non resta che vegliare sola
col salmista, coi vecchi di Colono;
il mento in mano alla tavola nuda
vegliare sola: come da bambina
col califfo e il visir per le vie di Bassora.
Non resta che protendere la mano
tutta quanta la notte; e divezzare
l’attesa dalla sua consolazione,
seno antico che non ha più latte.
Vivere finalmente quelle vie
-dedalo di falò, spezie, sospiri
da manti di smeraldo ventilato-
col mendicante livido, acquattato
tra gli orli di una ferita.
*

Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto

Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto,
lungo le notti piovose che io m’accendo
nel buio delle pupille,
tu, senza più fanciulla che disperda le voci…

Strade che l’innocenza vuole ignorare e brucia
di offrire, chiusa e nuda senza palpebre o labbra!

Poiché dove tu passi è Samarcanda,
e sciolgono i silenzi tappeti di respiri,
consumano i grani dell’ansia –

attento: fra pietra e pietra corre un filo di sangue,
là dove giunge il tuo piede.
*

Oltre il tempo, oltre un angolo

Troppe cose hanno accolto le tue palpebre
l’attenzione t’ha consumato le ciglia.
Troppe vie t’hanno ripetuta, stretta, inseguita.

La città da secoli ti divora
ma per te travede, sogno e sfacelo
di luci e piogge, lacrime senili
sulla ragazza che passa
febbrile, indomabile, oltre il tempo, oltre un angolo.

Ritorna! Gridano i vecchi di Santa Maria del Pianto,
la ronda della piscina di Siloè
con i cani, gl’ibridi, gli spettri
che non si sanno e tu sai
radicati con te
nel glutine blu dell’asfalto e credono al tuo fiore che avvampa, bianco–

poiché tutti viviamo di stelle spente.
*

Elegia di Portland Road

Cosa proibita, scura la primavera.

Per anni camminai lungo primavere
più scure del mio sangue. Ora tornano sul Tamigi
sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli
le piccole madri nei loro covi d’acacia
l’ora eterna sulle eterne metropoli
che già si staccano, tremano come navi
pronte all’addio…

Cosa proibita
scura la primavera.

Io vado sotto le nubi, tra ciliegi
così leggeri che già sono quasi assenti.
Che cosa non è quasi assente tranne me,
da così poco morta, fiamma libera?

(E al centro del roveto riavvampano i vivi
nel riso, nello splendore, come tu li ricordi
come tu ancora li implori).
*

Devota come un ramo

Devota come un ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,

su acutissime lamine
in bianca maglia d’ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…
*

Il Maestro d’arco
a B.B.

Tu, Assente che bisogna amare …
termine che ci sfuggi e che ci insegui
come ombra d’uccello sul sentiero:
io non ti voglio più cercare.
Vibrerò senza quasi mirare la mia freccia,
se la corda del cuore non sia tesa:
il maestro d’arco zen così m’insegna
che da tremila anni Ti vede.
*

Moriremo lontani

Moriremo lontani. Sarà molto
se poserò la guancia nel tuo palmo
a Capodanno; se nel mio la traccia
contemplerai di un’altra migrazione.

Dell’anima ben poco
sappiamo. Berrà forse dai bacini
delle concave notti senza passi,
poserà sotto aeree piantagioni
germinate dai sassi…

O signore e fratello! ma di noi
sopra una sola teca di cristallo
popoli studiosi scriveranno
forse, tra mille inverni:

«nessun vincolo univa questi morti
nella necropoli deserta».
*

Passo d’addio

Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.
Trema l’ultimo canto nelle altane
dove il sole era l’ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.
E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bocca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.
*

Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini) nasce a Bologna nel 1923. Figlia di un musicista, viene segnata per tutta la sua vita da una malformazione cardiaca che rende la sua salute sempre malferma e le impedisce di seguire un regolare corso di studi. Trasferitasi a Firenze con la famiglia, Cristina frequenta gli ambienti letterari della città, dove conosce intellettuali del calibro di Mario Luzi, Gabriella Bemporad, Margherita Pieracci Harwell (che sarà poi la curatrice di molte sue opere postume), Gianfranco Draghi (che la introdurrà al pensiero di Simone Weil) e Leone Traverso. Trascorre una vita molto ritirata, e nella stesura dei suoi scritti si mantiene sempre indifferente agli apprezzamenti, ai riconoscimenti e alle esigenze del mercato letterario. All’attività di poetessa e scrittrice affianca presto quella di traduttrice dall’inglese: fra gli autori da lei tradotti ci sono Katherine Mansfield, Virginia Woolf, John Donne, William Carlos Williams e Simone Weil. Negli ultimi anni della sua vita vive un’esistenza ancor più appartata e si dedica all’approfondimento delle tematiche del sacro e della spiritualità: diviene una cattolica fervente e rigorosamente ortodossa, tanto da opporsi alle riforme del Concilio Vaticano II. Il suo stile poetico, ancor oggi particolarissimo, è tutto proteso a far coincidere la parola con il suo significato più profondo, rifuggendo da tutto ciò che appare scontato o superfluo. Tra le sue opere ricordiamo le raccolte poetiche Diario bizantino e altre poesie (1977) e La tigre assenza (postuma, 1991), oltre ad una ricca produzione di prefazioni, traduzioni, saggi e lettere. Muore a Roma nel 1977.

Donatella Pezzino

Nella foto: Cristina Campo (da Elle.com)

I poeti e il cibo, a tavola con Ungaretti

Il poeta dice di amare il vino ed il cibo semplice. Il suo pasto preferito prevedeva gli spaghetti burro e formaggio e una bistecca alla fiorentina accompagnata dalla salsina “Allegria”.
Ungaretti, nato nel pittoresco brulicare di Alessandria d’Egitto, profumata d’aglio e di particolarissimi aromi vegetali, passato poi alle raffinatezze della cucina francese, alla popolaresca sapidità di quelle regionali italiane, ed ai piccanti sapori di quella brasiliana, sa evocare colori e gusti, con una magica evidenza, sa liricizzare il ricordo di ogni vivanda, anche la più semplice. Ungaretti è di gusti semplici: predilige gli spaghetti al burro e formaggio, lo stoccafisso alla livornese e la bistecca alla fiorentina. Poco vino, ma buono. Non ha preferenze. Il vino è come la poesia, riassume paesaggi morali ed è anche il frutto delle sostanze che compongono il terreno di cui si nutrono i vitigni, qualcosa del cielo e della terra, del lavoro umano e del sole. Mosto che si fa vino, la poesia della natura in una alchimia ineffabile.
Nel 1963, Marin San Sile incontrò il grande poeta regalando ai lettori un magnifico articolo.
contenente anche le ricette preferite dell’Ermetico Sommo Poeta.

Spaghetti alla Ungaretti
Dose per 4 persone

Spaghetti piuttosto fini – 400 gr
Parmigiano grattugiato – 40 gr
Burro – 80 gr
Un pizzico di cumino
Un pizzico di noce moscata
Un cucchiaio di pan grattato finissimo
Sale

Lessare gli spaghetti in acqua bollente e salata. Far dorare il burro. Mescolare il pan grattato con il cumino, la noce moscata e il formaggio. Scolare gli spaghetti, versarli in una terrina ed unire il formaggio con altri ingredienti. Rimescolare, aggiungere il burro e mescolare ancora. Servire subito gli spaghetti ben caldi.

Salsina Allegria
Per bistecca alla fiorentina

Olio di Lucca – 10 ml
Gherigli di noce tritatissimi – 20 gr
Rapatura di un limone
Succo di mezzo limone
Mollica di pane raffermo
Aceto
Foglioline di erbe aromatiche (raccolte personalmente durante una passeggiata) cioè:
Mentuccia
Nepitella
Bacche di Ginepro o Barbe di finocchietto selvatico
Un pizzico di pepe

Ammorbidire la mollica di pane nell’aceto cotto, ed aggiungervi le foglioline delle erbe aromatiche battute finemente. Mescolare a questo composto tutti gli altri ingredienti e conservare al fresco in una terrina di coccio.

*Anche l’ermetico Ungaretti amava stare ai fornelli…che dire provate le sue ricette e buon appetito

La tragedia di Antigone – storie e miti greci.

Da Frida la loka.

Tra tutte le protagoniste delle tragedie greche, Antigone è forse quella che più simboleggia un non finire del conflitto tra autorità e diritto, tra leggi divine (senso ampio del termine), e leggi umane. Antigone, rappresenta la storia dall’antica Grecia fino ai giorni nostri, rimanendo sempre il simbolo di una lotta personale contro la tirannia di un potere ingiusto.


La voglia di baciarti 
in qualsiasi situazione,
in qualsiasi posto,
in mezzo a qualsiasi folla,
a metà di qualsiasi discorso,
davanti a qualsiasi persona,
a qualsiasi ora.
È estenuante. Sfiancante.
Mi divora.
Ti prego, fa che non mi passi mai !!!

In realtà, si tratta di una composizione contemporanea, spesso condivisa sui blog e social come testo anonimo.

La confusione nasce dal fatto che Antigone è simbolo di amore assoluto e ribellione, e quindi molti versi intensi vengono associati a lei anche se non fanno parte dell’opera originale.

La storia, racconta il tentativo di Antigone di seppellire suo fratello Polinice, che ha combattuto con l’altro suo fratello, provocandosi reciprocamente la morte, contro la volontà di Creonte, re di Tebe


Il figlio più giovane di Edipo, Eteocle, esilia il fratello maggiore Polinice. Quest’ultimo attacca Tebe, ma né l’uno ne l’altro l’hanno vinta perché muoiono entrambi in battaglia. Eteocle riceve le onoranze funebri, che invece vengono rifiutate a Polinice, che lo zio Creonte considera un traditore della città.
Saputo ciò Antigone – sorella di Eteocle – nonostante il consiglio dell’altra sorella, più giovane, Ismene, insiste affinché il corpo del fratello venga sepolto. Si reca quindi inizialmente da lui per rendergli omaggio da sola, e viene arrestata e condotta presso Creonte che giudica colpevoli entrambe le sorelle e decidedi imprigionarle rimproverando ad Antigone di aver disobbedito ai suoi ordini.

Ma Emone, figlio di Creonte, supplica il padre di lasciar libera Antigone, della quale è promesso sposo. Il re lo deride e ignora le sue suppliche.

Gli anziani ricordano allora al re che solo una delle sorelle ha infranto le leggi: Creonte dunque cambia idea e decide di condannare a morte la sola Antigone.

Mentre viene portata fuori da Tebe in una grotta ad attendervi la morte, l’indovino Tiresia avverte Creonte che gli dei sono molto irritati per la sua mancanza di rispetto verso i morti, e che tutto ciò porterà suo figlio alla morte.

Creonte, preoccupato, si affretta a far liberare Antigone, sepolta viva, e a far seppellire Polinice.

Emone stringe il corpo della fidanzata morta, si getta sul padre per ucciderlo, ma manca il bersaglio. Rivolge allora l’arma contro se stesso, uccidendosi. Creonte ritorna quindi al palazzo per apprendere che la moglie Euridice s’è tolta la vita dopo esser stata colpita dalla notizia della morte del figlio: resta così solo, chiuso nel suo dolore.


L’opera appartiene al ciclo di drammi tebani ispirati alla drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti. Altre due tragedie di Sofocle, l’Edipo re e l’Edipo a Colono, descrivono gli eventi precedenti, benché siano state scritte anni dopo.

Sébastien Norblin, Antigone donnant la sépulture à Polynice – Public Domain via Wikimedia Commons

Antigone ed Emone, rispettivamente figli di Edipo e Creonte, erano profondamente innamorati e legati da una promessa matrimoniale.
Creonte, zio di Antigone oltre che spasimante respinto, era riuscito a mettere le mani sul trono di Tebe dopo che i legittimi eredi, Eteocle e Polinice, fratelli di Antigone, si erano affrontati in un duello mortale per entrambi.
Spinto dalla propria natura empia e malvagia, il Tiranno aveva ordinato di non dare sepoltura ai corpi dei due caduti.
Contravvenendo a quell’ordine, però, Antigone innalzò una pira e vi adagiò sopra il corpo di Polinice, cui la principessa era legata da profondo affetto.
Dall’alto di una terrazza, Creonte vide il bagliore delle fiamme del rogo e si precipitò sul posto, sorprendendo Antigone.
In preda alla collera per essere stato disubbidito e cogliendo in quella, l’occasione per potersi vendicare del rifiuto di Antigone, Creonte ordinò al figlio, il principe Emone, di seppellire viva la ragazza nella tomba di Polidice.
Emone finse di ubbidire. In realtà sposò l’amata e la mise in salvo affidandola ad un gruppo di pastori, tra i monti.
Antigone ebbe un figlio che, come tutti nella sua famiglia, portava impresso sul corpo il segno del serpente. Quando, molti anni dopo, ormai cresciuto, il ragazzo si presentò ad una gara con l’arco, Creonte lo riconobbe dal segno, lo catturò e lo fece mettere a morte.
Invano Emone tentò di salvare il figlio; alla fine uccise se stesso e l’infelice Antigone.

https://storia-e-mito.webnode.it/products/antigone-ed-emone-il-sopruso-e-la-tirannia/

Tua.

3 gennaio, 2023.

Ripubblicato su

http://alessandria.today

Il Decadentismo e l’epoca dei “poeti maledetti”

L’espressione poeta maledetto (in francese poète maudit) qualifica in generale un poeta (ma anche un musicista, o artista in genere) di talento che, incompreso, rigetta i valori della società, conduce uno stile di vita provocatorio, pericoloso, asociale o autodistruttivo (in particolare consumando alcol e droghe), redige testi di una difficile lettura e, in generale, muore ancor prima che al suo genio venga riconosciuto il suo giusto valore. Fu Paul Verlaine ad attribuire a se stesso l’appellativo di maledetto, e sebbene, in origine, designasse gli amici di Verlaine,esso avvolge in un alone indefinibile autori di epoche diverse come Cecco Angiolieri, François Villon,così come artisti attivi in campi diversi da quello unicamente poetico, ad esempio il pittore Vincent van Gogh e il cantante Jim Morrison. Figura tragica spinta agli estremi, sprofondata non di rado nella demenza, l’immagine del poète maudit costituisce il vertice insuperabile del pensiero romantico e decadente. Esso domina una concezione della poesia caratteristica della seconda metà del XIX secolo. In Italia, sull’onda del mito romantico del reprobo, definito anche Maledettismo, viene a svilupparsi la Scapigliatura. Nell’ambito del Decadentismo, vi è una specifica linea di sviluppo che va sotto il nome di Simbolismo. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, il Simbolismo diventa un orientamento letterario sempre più consapevole e deciso, fino a costituire il fondamento stesso di questo linguaggio. Uno stato d’animo diffuso, un senso di disfacimento, l’idea di un crollo, di un imminente cataclisma epocale, un voluttuoso compiacimento autodistruttivo. Ogni forma visibile è un simbolo di qualcosa di più profondo che sta al di là di essa e si collega con infinite altre dimensioni.

NAPOLI

Il termine “decadente”, usato per la prima volta in Francia nel 1880, è un’espressione originariamente associata al gruppo di poeti considerati gli “eredi” di Charles Baudelaire, i quali sentono l’ebbrezza della rovina e la coscienza del tramonto: Stephane Mallarmé, Paul Verlaine e Arthur Rimbaud. La poesia pura diventa un’arte pura, alle immagini nitide e distinte si sostituisce l’impreciso, il vago, l’indefinito, che, solo, è capace di evocare sensi ulteriori e misteriosi. I poeti maledetti è il titolo che Paul Verlaine diede alla sua opera uscita nella sua prima edizione nel 1884 e comprendente alcune tra le migliori opere di Tristan Corbière, Arthur Rimbaud e Stéphane Mallarmé.A Verlaine va riconosciuto senz’altro il grande merito grazie a quest’opera di aver reso celebri autori, che altrimenti sarebbero senz’altro rimaste figure sconosciute.Verlaine stesso spiega che per “poeti maledetti”, intende “poeti assoluti”, “assoluti per l’immaginazione, assoluti nell’espressione”. Con questo aggettivo si denota la tendenza di molti intellettuali a profanare i valori e le convenzioni della società borghese e a scegliere deliberatamente, come gesto di supremo rifiuto, il male e l’abiezione. L’artista diventa colui che sceglie la via dell’autoannientamento per discostarsi dai valori di una società che non lo comprende, si compiace dunque di una vita misera caratterizzata dal vizio della carne, le sregolatezze e dall’abuso di alcool e droghe. Ragione e scienza non sono in grado di fornire la chiave della conoscenza del reale poiché la sua essenza è al di là delle cose, immersa nel mistero e nell’ignoto. Unico tramite cui abbandonarsi e lasciarsi trasportare verso l’ineffabile è l’inconscio. Strumenti privilegiati per cogliere l’essenza segreta della realtà diventano gli stati di alterazione: la follia, il delirio, l’incubo o l’allucinazione. Anche artificialmente provocati attraverso l’uso di alcool, assenzio e oppio, questi stati – che sfuggono al controllo della ragione – aprono a dimensioni e prospettive nuove che permettono di cogliere, sebbene confusamente, il mistero insito nel visibile. Malattia e morte sono, ancora, due altri temi decadenti: la morte come rovesciamento dell’opposta pulsione vitale verso il fascino dell’abisso; la malattia come momento di crisi profonda di un certo momento storico e, insieme, come condizione privilegiata che segna un distacco sprezzante verso «la massa».

Uno dei più grandi esponenti del decadentismo francese e sicuramente Charles Baudelaire .La prima edizione de I fiori del male – la raccolta che ancora oggi è considerata un capolavoro – viene pubblicata nel 1857, e lo scandalo è talmente grande che il poeta deve sottoporsi a un processo per immoralità. La seconda edizione compare con alcune aggiunte nel 1861, e una terza, postuma, esce nel 1868, con al suo interno anche le poesie che l’autore aveva inizialmente escluso dalla raccolta.
Nella raccolta sono presenti quattro poesie intitolate Spleen, termine inglese che indica una forma malinconica e dolorosa di noia, di cui è vittima il poeta. Questo sentimento può prendere forme diverse, legate a differenti luoghi chiusi, quali tombe e prigioni.

In questo componimento, il quarto, la terra, che si trasforma in una caverna, diventa la cella del poeta, che non riesce in nessun modo ad evadere, le immagini sono brutali, angoscianti, concepite come durante un’allucinazione. Un lessico per lo più realista subisce una radicale trasfigurazione, di modo da trasmettere una generale sensazione di oppressione e soffocamento.

«Quando la terra si muta in umida spelonca»

Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio
sullo spirito che geme in preda a una lunga noia
e abbracciando il cerchio di tutto l’orizzonte
ci versa una luce nera più triste delle notti;

quando la terra si muta in umida spelonca
dove la Speranza, come un pipistrello
va battendo i muri con la sua timida ala
e picchia la testa su fradici soffitti;

quando la pioggia distendendo immense strisce
imita le sbarre d’una vasta prigione
e un muto popolo di ragni infami
in fondo ai nostri cervelli tende le sue reti,

campane a un tratto scattano con furia
e lanciano verso il cielo un urlo orrendo
come spiriti erranti e senza patria
che si mettano a gemere ostinati.

E lunghi carri funebri, senza tamburi né musica,
sfilano lenti dentro la mia anima; la Speranza,
vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
pianta sul mio cranio chino il suo nero vessillo.

*Il Decadentismo, una corrente di pensiero che non portata a livelli estremi è comprensibile anche per i nostri tempi così difficili che rispecchiano un po’ quell’atmosfera di delusione e oscurantismo. Tanti sentono una sorte di fallimento in tutto ciò che promette speranza e ottimismo. Come i “poeti maledetti” spesso ci rifugiamo anche noi nei nostri paradisi artificiali che non sempre sono alcol e droga ma altrettanto nocivi.

Musica. Canzone italiana: “Altrove”, testo e analisi del significato

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 “Altrove” è il primo brano da solista di Morgan estratto dall’album “Canzoni dall’appartamento” del 2003. Chiusa l’esperienza musicale con i Bluvertigo, Morgan si chiude in un appartamento in via Sismondi a Milano in cerca di un volontario smarrimento che gli darà l’ispirazione giusta per uno dei brani più belli e testualmente più complessi del panorama musicale italiano. Non è un  caso se la rivista Rolling Stone ha definito “Altrove” la canzone italiana più bella del nuovo millennio. 

Abbandonato il sound sintetico del periodo giovanile che lo vedeva legato ai Bluvertigo, Morgan s’accosta  a suoni più vintage e più armonici, vicini alla melodia degli anni ’60, che accompagnano un testo difficile ma al tempo stesso affascinante. Un brano originale che si apre con una congiunzione avversativa, “però“, gettando l’ascoltatore nel bel mezzo di una storia ( forse quella autobiografica dell’autore) che non si sa come comincia ma che delinea perfettamente il significato principale della canzone. Il brano vuole essere una ribellione al conformismo, ai pregiudizi, ai preconcetti e alle idee già stabilite. Chiari, in questo senso, appaiono i primi versi,  ” mi sveglio col piede sinistro, quello giusto“, posti ad indicare una scelta di vita palesemente anticonformista che vede  apprezzare anche la follia  che appare come l’unica via per trovare la felicità, forse perché la follia è libera, non disposta a scendere a compromessi e a macchiarsi d’ipocrisia. Concetto che viene  chiaramente espresso nei versi “c’era una volta un ragazzo/ chiamato pazzo/diceva sto meglio in un pozzo/che su un piedistallo“. Nel  ritornello assistiamo al desiderio dell’autore di perdersi nel mondo, che possiamo interpretare come la volontà di sganciarsi da un luogo e un tempo preciso, che spesso caratterizza la vita quotidiana dell’uomo medio, per abbracciare il mondo nella sua complessità, nelle sue numerose sfaccettature, nella sua totalità. Questo desiderio di perdersi, però, potrebbe anche essere interpretato come una speranza di smarrirsi, di non avere una direzione prestabilita e lasciare che la vita faccia il suo corso liberamente conducendolo altrove. Ma al di là delle possibili interpretazioni, ciò che conta è non rimanere fermi, non restare chiusi nei propri preconcetti ma mettere la mente in continuo movimento, condurla in un viaggio di continua conoscenza. Nella seconda parte della canzone i concetti affermati ricevono una nuova conferma. Pur di vivere libero e non ingabbiato dagli schemi,  l’autore è disposto a rinunciare al suo passato, alla “cosmogonia,  che letteralmente significa l’origine del mondo ma che nella visione autobiografica dell’autore potrebbe tradursi in una rinuncia alle sue origini per concentrarsi sull’avvenire che si presenta in continuo movimento, caratterizzato soprattutto dalla necessità di lasciare la propria impronta, la propria idea libera, non intrappolata negli stereotipi sociali e culturali. In tal senso interessanti appaiono i versi finali : “svincolarsi dalle convinzioni/dalle pose e dalle posizioni“. Questi versi racchiudono il significato ultimo della canzone, ovvero rappresentano un invito a chi ascolta a ragionare sempre con la propria testa e a tracciare un proprio percorso, non condizionato dalle opinioni e dai giudizi altrui. 

Link per ascoltare la canzone https://www.youtube.com/watch?v=6z6dRy3gCIg

Musica. Canzone italiana: “Sentimento”, Piccola Orchestra Avion Travel – Di Caterina Alagna – Salerno

“Sentimento” è un brano della ” Piccola Orchestra Avion Travel” che si è aggiudicato la vittoria a Sanremo nel 2000. Ebbe un successo commerciale anche se non superò mai il nono posto in classifica e l’album vendette solo 70.000 copie. Il fatto è che le canzoni d’autore belle e significative non sono per tutti, sono per un pubblico di nicchia e “Sentimento” non fa eccezione. Stiamo parlando di una canzone elegante e raffinata che risente di importanti influenze musicali. Il “Dizionario delle canzoni italiane” di Dario Salvatori l’ha definita “un omaggio alla musica del Novecento”. Gli stessi autori ammettono che il brano risenta di numerose ispirazioni musicali che attraversano  le note e il testo. Il brano inizia con un’apertura pucciniana per poi citare subito un verso di una delle più belle canzoni napoletane : “sul mare luccica” di “Santa Lucia”. Si esprime dopo in un ritmo elegante in cui mescolati si mostrano echi dei Pink Floyd, della musica greca, della melodia classica napoletana, di Verdi e persino di Orietta Berti. Quello che più colpisce di questa canzone, oltre la sua incantevole melodia, è il significato del testo. Sentimento è il nome di una barca e dei suoi sei pescatori che a volte riescono a prendere dei pesci e altre volte no. Il testo è  una metafora della vita, noi tutti ci troviamo su una barca, a volte navighiamo su mari calmi e a volte su mari in tempesta, momenti di gioia e di dolore si alternano e non possiamo che accoglierli e gestire la rotta nel migliore dei modi“con la paura ogni tanto di affogare“. Non manca il desiderio di libertà. Un verso che mi colpisce particolarmente è :” Diceva Ulisse chi m’ò fa fa? La strana idea che c’ho di libertà“.In un’epoca come la nostra dove i giovani appaiono sempre più demotivati, spenti, privi di sogni, disposti ad accontentarsi, travolti dal vortice dell’immagine e dalla sfrenata voglia di apparire,  Ulisse è l’esempio da seguire. Il famoso eroe greco non si distingue per la sua bellezza, ma per la sua intelligenza, per la sua astuzia e per la sua infinita sete di conoscenza. Dovremmo essere animati come lui dalla curiosità, dal desiderio di raggiungere fonti di sconosciuto sapere e per farlo abbiamo bisogno proprio di sentimento, di quella passione emotiva che ci spinga con slancio nel cuore delle cose e che dia  un senso a questa vita fondamentalmente  senza senso.

Sentimento

Sul mare luccica la luna in transito
biancheggia il corpo di una bestia acquamarina
ed è un incrocio tra il cielo e il fondo
cosa mai vista s’inabissa quando s’alza
maronna mia questo cos’è
Castellammare pesce non ce n’è

Sul mare luccica la nostra barca
tesa nel vento il suo nome è sentimento
stella d’argento sono contentotu m’hai portato nella mano in cima al mondo
stiamo a vedere quando uscirà
con gli occhi cosa ci domanderà

na na na….

Sopra il mare non passa mai il tempo
tempo che non passa mai ci cercò ci trovò
ma noi chi siamo che ci facciamo
cosa vendiamo delle cose che più amiamo
e stare soli in mezzo al mare
con la paura ogni tanto di affogare

Diceva Ulisse chi m’o ffa fà

la strana idea che c’ho di libertà

na na na….

Sopra il mare non passa mai il tempo
tempo che non passa mai ci cercò ci trovò

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