Lucia Triolo: il sogno di un bacio

Mi ha avvolta il sogno
di un bacio
disegnato con la rabbia dei morsi nella carne 
furioso 
come il no della rosa alla condanna delle spine

la sua forza avvinghiante
stava nella precarietà
non c’era alcuna bocca
solo qualche stilla di sangue
su un labbro inferiore.

Eri tu che andavi lontano
i calci del mulo sui tuoi giorni
e una vela di rifiuti come bussola
che sapevo
che non sapevo

il ronzio di un bacio 
               il ronzio di un bacio
                             non era il mio

Nessuno può trovare da solo
il proprio cammino
l’ incisivo faceva sul serio
aveva lasciato il segno sulla bocca

desiderio in entrata
in uscita
i baci hanno bisogno di essere dati,
anche se per arrivare si rivolgono
al sogno

Sta in guardia: anche noi

Lucia Triolo: sbagliato

“Sbagliato”
gridano dietro
“sbagliato, sbagliato”.
il naso la bocca la borsa della spesa
la piantina di fiori
sul davanzale
il giornalaio e il giornale comprato
la città
la via dove abiti
il codice postale
la lingua che parli:

trascini dentro le calze
il terreno incolto dell’apparenza
il suo odore d’ansia

l’angelo che hai sognato
covava un’ orbita nera
e tu hai tirato il freno
al momento sbagliato

Tutto sbagliato
.
“Sì sì è vero.
L’ assoluzione
con cui giacemmo
è un mestolo bucato
tre volte il congedo
il marchio tre volte
.
che fare adesso?

correre correre a perdifiato
sbandando cadendo,
sbagliando
cedendo
fiinendo…….

Ave Madre
qualcuno
da qualche parte
si sta suicidando


INDIFFERENZA, di Silvia De Angelis

Chissà perché , nelle stagioni che passano, in modo veloce, diventiamo sempre più indifferenti alle situazioni proposte dalla vita.
Direi più semplicemente, che quel batticuore bellissimo, che si provava spesso, anche in momenti non molto rilevanti, tende a sopirsi quasi del tutto.
Forse la consapevolezza accentuata, che sovrasta ogni evento, privandolo di quel senso di imprevedibilità o curiosità così antichi? Non so esattamente cosa sia a renderci diversi, e talvolta, quasi impassibili a episodi dell’attimo.
In parte l’andare d’esistenza, con le varie controversie, e difficoltà, crea un elevato stress alla nostra mente, che infine sembra rifugiarsi in un angolo silenzioso, per essere disturbata il meno possibile da qualsivoglia fatto, che intervenga a farla ragionare più del dovuto.
Comunque non la pensiamo tutti allo stesso modo.
Alcune persone sono più “battagliere” e  si fanno coinvolgere sempre in tutti gli avvenimenti, accanendosi fino alla loro conclusione, altri individui, per contro, si estraniano il più possibile dalle varie circostanze, quasi dimenticando il loro contorno
 @Silvia De Angelis

Lucia Triolo è con Jozefina Dautbecović

Ringrazio Giuseppe Cerbino e Federico Preziosi che nella trasmissione “la Parola da casa” del 26/4/24 mi hanno dato modo di conoscere la poesia di Jozefina Dautbegović.
Nata in Bosnia nel 1948, fino allo scoppio della guerra nella ex Jugoslavia è vissuta a Doboj. Nel 1992; all’inizio della guerra, si rifugia con il marito a Zagabria, dove vivrà fino alla morte avvenuta nel 2008.
Il cuore del suo lavoro poetico è “la casa” che diviene anche “la patria”. L’una e l’altra è obbligata a lasciare per la guerra, vivendo per il resto dei suoi giorni la tragedia dell’esilio. In Italia sono uscite due raccolte a suo nome: La televisione di Dio, Cicero editore 2010,  Il tempo degli spaventapasseri, (cura e traduzione di Neval Berber), Molesini editore 2022 
Alla bellezza della sua poesia desidero rendere omaggio con 2  suoi testi

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Il trasloco

Da me ci si aspetta una decisione tremenda
fare ordine
buttare via le cose superflue
al momento del trasloco 

Essere quella che le chiamerà per nome
Uno dopo l’altra
(Non riesco a sottrarmi all’impressione
Che in questo modo si compia un tradimento) 

Devo puntare il dito
afferrare con la mano
e mettere da parte
Quella gonna fortunata con la quale andavo
dal dentista e dal ginecologo
quelle scarpe che da sole conoscevano la strada fino a casa
la tenda dietro la quale eravamo
protetti così bene dai lampioni curiosi
Quel tuo consumato maglione Pierre Cardin
che da profugo hai ricevuto in dono dalla Croce rossa
insieme alla lettera piena di buoni auguri
da parte di una famiglia francese
che non ha voluto (che delicatezza) firmarsi
per non obbligarti alla gratitudine 

Com’è tremendo essere colui che indica col dito
Poi guardare come gli operai della nettezza urbana
portano via tutti i ricordi
li macinano insieme a quelli degli altri e li portano all’inceneritore
sopra il quale qualche attimo più tardi
si alzerà una colonna grigia di fumo
(cosa mi ricorda tutto questo?)
Le anime dei nostri oggetti ricadranno su di noi
sotto forma di smog urbano 

Emetto condanne a morte
Mi sento come un boia
Non so se sarebbe d’aiuto
mettermi in testa un cappuccio nero come gli altri assassini
affinché gli oggetti non mi riconoscano. 

Zagabria, 14/IX/2002 

La compravendita 

Io vendo la casa con tutto quello che per casa
si intende
Tu compri solo un tetto sopra la testa 

Io vendo la soffitta piena di piccioni e fasci di luce
che a strisce gialle si insinuano tra le tegole
tu compri uno spazio adatto per gli oggetti superflui 

Io vendo tutte le cene con gli amici le loro voci sonore
Tu compri abbastanza metri quadri dove poter sistemare
una cucina italiana dal design moderno 

Io vendo la vista sulle colline viola
e trent’anni di raggi di sole moltiplicati per 365 giorni all’anno
senza contare quelli bisestili
tu compri una finestra rivolta a est 

Io vendo latte di luna il suo argento fuso
versato sui tetti dei vicini
Tu compri soltanto una veranda adatta per asciugare i panni 

Della camera da letto non voglio parlare
per educazione
Ma posso facilmente supporre quello che tu compreresti 

Vendo anche il suono nervoso dei miei tacchi che andavano
avanti e indietro avanti e indietro
su e giù
giù e su 

mentre aspettavo i suoi passi per le scale
nel soggiorno 

Tu compri il parquet di quercia ben conservato
e mi chiedi
quanto costano i ricordi
a metro quadro? 

Zagabria, 3/III/ 2003 

DISACCORDI, di Silvia De Angelis

Quante volte ci capita di essere in disaccordo con persone, con le quali siamo costretti ad avere ,dei rapporti contigui, nel corso della nostra vita.

In realtà proviamo un certo senso di imbarazzo, perché non approviamo, un certo tipo di atteggiamento lontano dal nostro pensiero, e nello stesso tempo, non vogliamo interrompere il corso di quell’iter, che può andar bene per il prosieguo del cammino.

Allora siamo costretti a fare delle scelte ben precise : o interrompere del tutto quel tipo di situazione, rivolgendo altrove il nostro interesse, o tenendola solo per le necessità del momento, discostandoci in parte da essa.

Cambiare del tutto una relazione lavorativa/medica può essere rischioso, perché come sappiamo ogni nuovo rapporto, di quel tipo, può presentare vantaggi e svantaggi che bisognerebbe vagliare con molta attenzione, e soprattutto l’inizio “del nuovo” non è cosa facile.

Oppure lasciare la circostanza del tutto invariata, cercando di “fare buon viso a cattivo gioco”, e soprattutto lasciando da parte crisi impulsive, forse inevitabili, di fronte a un’idea che non collimi assolutamente col nostro interlocutore, e della quale siamo pienamente convinti.

A volte non basta avere ragione, esistono dei motivi, e degli interessi oltre la realtà dell’attimo, avverso i quali è impossibile combattere, ed alcune pronunce importanti dipendono dalla discrezionalità di chi ha la facoltà di poter decidere, quindi è del tutto inutile, e insano, obiettare.

Indubbiamente questo fatto crea un certo stato di nervosismo interiore, ma come si dice, conviene “ingoiare il rospo” e proseguire, sperando in tempi migliori.

@Silvia De Angelis

SOBBALZO D’UN RESPIRO, di Silvia De Angelis

In quella gelida sera

ho plasmato un sogno di te

con la mente

smarrita

sullo scalpitio virile della voce

Aldilà

d’una timida parvenza emozionale

mi sono persa

nella fessura

d’un coinvolgimento senza tempo

In modo irriguardoso

e in un ritmico silenzio

ti ho porto la schiena

rinata nel sobbalzo d’un respiro

gamma risonante

d’un lamento perfetto

nell’eco del piacere

@Silvia De Angelis

Lucia Triolo: l’ ombra e il vento

l’ombra si disincrosta
dei suoi futuri
si raschia di dosso
i nomi che evocano forme
non legge i suoi volti,
li ritaglia di profilo

-suonano altrove le parole
che ho lasciate
lungo il viaggio-

ma anche le ombre sanno:
narrano di cammini graffianti
custodiscono le
allegorie delle speranze
non amano gallerie 

-suoneranno altrove 
le parole che ho dimenticate
finito il viaggio-

Immobile e altera
l’ombra
resiste al vento

fu allora: mi accorsi
che ti batteva
il cuore

ESALTANTI CONFINI, di Silvia De Angelis

Mi perdo

nella brezza fumosa

dell’alito che ti rappresenta

e mi fa sentire

ancor più

la tua donna

Percezioni sottili e immense

nel contempo

indescrivibili

per la loro unicità

e il solco profondo

che lasciano nel pensiero

Sono un’algebrica equazione

sconnessa nel risultato

per il silenzio assoluto

di quei caldi fiati d’emozione

vissuti solo

nel tempo dei tuoi esaltanti confini

@Silvia De Angelis

“Sospesi tra Luci e Ombre: Una Riflessione su ‘Il ponte della speranza’ di Lucia Triolo”. Recensione di Alessandria today

Lucia Triolo, nella sua poesia “Il ponte della speranza”, ci trasporta in una dimensione metaforica dove il ponte rappresenta non solo un passaggio, ma una vera e propria esperienza di transizione e di introspezione. La costruzione di questo ponte “dai bordi trasparenti” simboleggia la fragilità e la trasparenza del percorso umano, dove vediamo ciò che attraversa – “frustate di luce e tenebra” – ma restiamo ignari delle sue vere origini e destinazioni.

Triolo utilizza immagini potenti e una scelta di parole evocative per dipingere una lotta interiore tra la vita e la morte, il noto e l’ignoto. L’uso di “sguardi d’aquila e lupo” evoca una dualità di visione: l’aquila che può vedere da lontano con chiarezza, e il lupo che introduce un elemento di selvaggio e di mistero. Questi animali, simboli di potere e istinto, enfatizzano il dinamismo del ponte, che è al tempo stesso luogo di passaggio e di osservazione.

Il verso finale, “sbriciola i grumi della morte che di continuo chiede di me e di te”, suggerisce una riflessione sul significato dell’esistenza e sulla inevitabile presenza della morte nelle nostre vite. Il ponte, in questo contesto, diventa un simbolo di speranza, un luogo dove le peggiori paure possono essere affrontate e forse superate.

In conclusione, “Il ponte della speranza” di Lucia Triolo è una poesia intensa e ricca di simbolismo. Attraverso una struttura semplice ma profondamente significativa, la poetessa ci invita a riflettere sui grandi temi dell’esistenza, della mortalità e della speranza. Con una maestria linguistica che tocca il cuore, Triolo riesce a rendere un’immagine quotidiana uno straordinario viaggio emotivo e filosofico.

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“La Fuga dall’Invisibilità: Il Grido Silenzioso. “Divinità irascibili” di Luisa Triolo”. recensione di Alessandria today

La poesia di Lucia Triolo, “divinità irascibili”, è una metafora penetrante dell’esistenza umana e della sua ineludibile visibilità agli occhi del destino. La divinità, in questa lirica, assume il ruolo di forza imperiosa e inflessibile, che ricerca tenacemente il soggetto, un punto insignificante così esposto da diventare invisibile.

Triolo esplora il tema dell’insignificanza apparente e della vulnerabilità umana. La metafora delle scarpe rovinate, con suole staccate e tacchi rotti, evoca un’immagine di viaggio faticoso e di percorso di vita dissestato, carico di difficoltà e inevitabili cadute. La condizione umana è resa ancora più precaria dalla mancanza di eredità e riconoscimento; nemmeno i figli o le semplici possessioni sembrano portare il marchio dell’individuo.

In questo scenario, le domande, simboleggiate dalla carta con ali spezzate, non possono più volare ma bruciano in un inferno privo di risposte. Il finale della poesia, con la menzione di un deserto senza lingua, è un potente simbolo di isolamento e incomprensione, che sottolinea l’impossibilità di comunicare o di essere compreso nel vasto vuoto dell’esistenza.

“divinità irascibili” si rivela così una meditazione intensa sul destino, sulla solitudine e sulla ricerca di significato in un mondo che sembra spesso indifferente alle nostre lotte e alle nostre speranze. Triolo ci consegna una lirica che invita a riflettere sulla natura della nostra visibilità e sul nostro posto in un universo che a volte sembra governato da divinità irascibili.

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TRA VEGLIA E SONNO, di Silvia De Angelis

Quasi ipnotico

quell’incontro con te…

non lascia spazio

a frammentate idee

Solo dà adito

alla creazione d’un vissuto passionale

senza curve

o sbandi di sorta

che in qualche modo ne deturpino

l’enfasi spontanea

Ad occhi chiusi

saprei trovarti nella folla

annusando l’intermittenza del tuo odore…

quasi d’inchiostrata notte

che scavalchi

quel denso oscillare tra veglia e sonno…

@Silvia De Angelis 2015

IMMENSO NIENTE, di Silvia De Angelis

Di quell’immenso niente

rotolato sui nostri giorni

ricordo solo sillabe fuggenti

celate in paludosi passi

temerari

anche per un sibilo di vento

Mancanza estrema

di genialità e palpiti

in cupi silenzi

scivolati su una lastra invisibile

al margine d’un destino che si tinge

precipitato

poi

in un fosso nudo

stemperato

di qualsiasi anelito di vita

@Silvia De Angelis