Mese: agosto 2023
Lucia Triolo: il desiderio
sulla coda della lucertola
tra le mura
scorre il desiderio
la meraviglia del creato
si rende visibile
amare
nel desiderio dell’altro

APPRODI (impoesia)
APPRODI
Approdare? A guardare bene
non esiste nessun approdo.
Abbiamo davvero poche certezze
(si contano sulle dita d’una mano);
sono il nostro terreno che giorno
dopo giorno si sfalda
sotto i piedi. Basta poco,
magari un niente per
smontare le nostre meccaniche
razionali. Importante
è mangiare pane e companatico,
avere salute, essere autosufficienti,
avere da campare (chissà per quanto
ancora poi?), dimenticare i torti subiti,
gli amori non corrisposti,
il disagio, il dolore provato
o che pensavamo di provare
da giovani.
Le auto sfrecciano sulla
circonvallazione, un opuscolo
pubblicitario è in balia del vento
caldo, un anziano porta a spasso
il suo cane; arriva in lontananza
dalle case il vociare delle famiglie,
un uomo brizzolato lava la sua macchina
in giardino, dei ragazzi nello spiazzo
sono a torso nudo sotto
il sole battente e forse
tutti abbiamo margini
di miglioramento, perfino
le nostre esistenze potrebbero
avere margini di miglioramento.
È domenica. La calura ci attanaglia.
I meteorologi dicono che gli anticicloni
subsahariani hanno preso il posto
dell’anticiclone delle Azzorre.
Forse noi sopravviveremo ancora,
ma dall’Antropocene all’abisso
il passo è breve
e nessuno è disposto a fare
piccole rinunce per salvare
le prossime generazioni,
mentre nei circoli letterari
si discute animatamente
se sia meglio in poesia
l’intimismo o l’impersonalità.
Viene sera e confidiamo di impatrichirci
ancora con la vita, ora che
qualcuno ci chiede informazioni
e mentre noi ci apprestiamo
a darle se ne va e chiede
ad altri passanti, ritenuti più svegli,
e rimaniamo interdetti sul da farsi
e poi affrettiamo il passo
e ritorniamo a casa;
deve essere così morire:
essere fraintesi totalmente
come degli idioti
o lasciati soli inaspettatamente
nel disinteresse generale
in un pomeriggio estivo qualsiasi
in una strada periferica polverosa.
Sospesa in attesa,Gabriella Paci
La pratica inevasa del pianto
diventa pozza dopo il temporale
pozzo nel fondale dell’anima
dove galleggiano parole e volti
a richiamo struggente di un tempo
sempre troppo vicino al cuore.
Attendo la quiete dopo la tempesta
che riporti sperata chiarità nel cielo
e rifletta le stelle sul pelo dell’acqua.
Respiro di pace è il canto delle
rondini e il colore mai dismesso
delle rose selvatiche a coprire lo
sbrano del muro tra le ortiche
anche se code di nubi vagano
indomite su strade senza bordi.
Oggi però resto sospesa in attesa
di placare l’arsura con
un sorso d’azzurro.

Lucia Triolo: l’io di oggi
non so leggere
in me
mi è cascato sul nome
un percorso,
cambia
quando la luna
cede il posto al sole
e il non senso, il pellegrino
ha fragranza di pane
sfilano per strada le insegne
che seccano di caldo
e tutte le mie finte
messe sotto vuoto
il tuo fraintendimento
profuma di domanda:
mi fa inventare questo
io di oggi
certo, mangerà da solo
in ritardo com’è sull’ io di ieri
perché quella bestia
è un altarino già stipato
e non si incontreranno

lucia triolo: gabbia
“Una gabbia andò in cerca di un uccello”
Franz Kafka, aforismi
la scimmia
faceva toletta
in gabbia
una gabbia andava in cerca di un uccello
dava lieve il suo belletto
di saliva
al pappagallo
quasi un’insidia quel gesto
alla parola:
“più forte urla più forte
la parola è GABBIA!”
lucia triolo: luce azzurrata
ho visto la precarietà
-luce azzurrata-
precipitarsi addosso al sentiero con la
furia di una
calma squassante
come ogni giorno
andammo a pranzo -eravamo io e te- affittando
una tovaglia di fine
accidentale

Una bella serata con l’amico mio…
Bella serata con l’amico mio, che per una sera non ha neanche smanettato al telefono. Abbiamo mangiato un ottimo kebab indiano. Abbiamo camminato e sudato parecchio. Poi ci siamo fermati a una panchina e abbiamo parlato dei nostri problemi. Questa convivialità e questa amicizia ci vogliono a entrambi. L’importante era ritrovarsi insieme, sfogarsi, raccontare aneddoti, cercare di ritrovare quel sottile filo rosso che lega il nostro passato, anche remoto, al presente. Ci conosciamo da più di 40 anni. È cambiato il mondo, sono cambiate troppe cose e troppe persone (le bimbe sono ora vecchie, come scriveva Guccini in “Piccola città”), ma siamo rimasti amici, nonostante che abbiamo due vite totalmente diverse, quasi agli antipodi. E cos’è che ci lega? Il fatto che ci capiamo all’istante, che abbiamo condiviso tante cose, che abbiamo vissuto tante stagioni insieme. Sono immancabili per noi questi appuntamenti, uscire una sera al mese, perché riusciamo a far coesistere leggerezza e profondità, discorsi impegnati e battute in un clima agrodolce perenne stile “Amici miei”. Attraversiamo tutti gli stati d’animo e tutti gli stati mentali nelle nostre serate; si ripercorre a ritroso le nostre vite e poi talvolta si dà sfogo all’immaginazione, proiettandoci nel futuro. Ci sono slanci vitali e momenti di malinconia. Si parla dei mille casi della vita e degli illimitati modi di morire, per tre quarti d’ora ieri abbiamo parlato di donne per poi scivolare immancabilmente su chi era morto giovane in questa cittadina negli ultimi giorni (“Oggi ci sei, ma domani non lo sai. Forse domani non ci sei più”. E quando al liceo si leggeva nei libri di letteratura della precarietà dell’esistenza non era come ora, che ci troviamo di fronte al fatto compiuto). E si parla di quasi tutto, perché ci si confida e ci sono tante cose che l’uno sa dell’altro. E io non sono una bella donna per lui, né lui è una bella donna per me, ma c’è bisogno ogni tanto di dare valore a una bella amicizia disinteressata e genuina, che sa stare in superficie e che però va anche alla radice delle cose. Passerà anche questa estate torrida.
lucia triolo: prove di scena
atmosfera:
la parola è “squinternato”
parla un magma
o tace
(è lo stesso)
l’appagamento scivola dalle tue palpebre
scoperchia i tetti di questa fame
squinterna l’assalto del vuoto
c’è sempre dell’altro
o…c’era
i momenti in scena
sollevano a te
lo sguardo
ora ad attraversarti è il mondo
(chi vuole una storia deve costruirsela
niente si offre su un piatto d’ argento)
poi…ci fu dell’altro
Toscana da scoprire: tra Siena e Firenze ,San Gimignano, borgo patrimonio UNESCO da non perdere.Gabriella Paci
Il passato tra leggenda e storia
La leggenda vuole che a fondare la città di San Gimignano o dalle “cento torri “ sia stata la fuga nel 63 a.C. dei fratelli romani Silvio e Muzio che ,complici di Catilina ,per sfuggire ai nemici si rifugiassero in val d’Elsa e costruissero il castello di Mucchio e di Silvia ,poi divenuta San Gimignano. In realtà la prima documentazione storica è del 929 quando Ugo di Provenza dona al vescovo di Volterra il monte della Torre “prope Sancto Geminiano adiacente“e cioè adiacente la città che porta, sempre secondo la leggenda, il nome del vescovo di Modena che salvò la città dall’invasione gotica di Totila-
Ma qui la storia ci parla di insediamenti preistorici e poi etruschi con l’area sacra di Pugiano e di resti di tombe nel centro storico della città.
I romani che si sovrappongono agli etruschi preferiscono scendere nel fondovalle ,dove è possibile l’accesso all’acqua .Ma è il periodo medievale quello che dà vita alla città come luogo di sosta e di incontro .Feudo del vescovo di Volterra, San Gimignano è sulla via Francigena, percorsa da pellegrini che dalla Francia si recano a Roma, magari anche attraverso il porto di Pisa
.
Nel 1199 la città, ormai notevolmente cresciuta, si dichiarò libero comune, inizialmente retto da Consoli e poi da un Podestà periodicamente rinnovato. Questi, per motivi di imparzialità, era sempre “straniero” e restava in carica sei mesi. Anche qui si scontrarono le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini ma il Comune prosperò e crebbe, sviluppando attività agricole con la produzione di zafferano e vino Greco e Vernaccia, il commercio della lana e l’usura tanto che nel 1300 ebbe bisogno di una nuova cinta muraria dopo quella dell’alto medioevo.Ma la peste del 1348 decimò la sua popolazione e Firenze approfittò della sua decadenza per imporsi.
L e sue case-torri, simbolo del prestigio e della ricchezza delle famiglie più in vista della città, vengono in parte abbattute o ridotte e la città si spopola ;quasi inesistenti le nuove costruzioni e i restauri ;ma proprio per questo la città resta indenne dalla modernità e conserva il suo fascino medievale.
Nonostante questa decadenza, la città ha un patrimonio artistico che annovera nomi come a esempio Domenico Ghirlandaio, Benozzo Gozzoli, Benedetto da Maiano, che rinnovano e arricchiscono il patrimonio costituito nei secoli precedenti con le opere di Simone Martini, Lippo Memmi, Bartolo di Fredi, Taddeo di Bartolo, Jacopo della Quercia
Oggi, grazie a questa “stasi storica “ che vede il 600e l’800 passare senza stravolgimenti costruttivi San Gimignano,che è un centro di circa 8.000 abitanti ed è stato dichiarato “Patrimonio mondiale dell’umanità dall’ ‘UNESCO e vanta la produzione del celebre vino “Vernaccia” D.O.C.G., di formaggi e salumi d’eccellenza.
Cosa vedere
Il tempo necessario è davvero poco,visto le dimensioni ridotte di San Gimignano e la vicinanza dei suoi monumenti ma se si vuole gustre l’atmosfera e gustare le sue prelibatezze bevendo della “vernaccia,” il discorso cambia
Delle sue numerose torri , (si parla di 72 famiglie ) che svettavano in varie altezze dovute al prestigio dei suoi proprietari ,ne restano integre solo 13 ,mentre altre “mozzate “ sono visibili nel corpo dei vari edifici.Le torri avevano ambienti di 1 metro per 2 con poche aperture mentre lo spessore di circa 2 metri garantiva il fresco d’estate e il caldo d’inverno.
La cattedrale,chiamata Collegiata di Santa Maria Assuta si trova in cima ad una scalinata della piazza centrale .Di stile romanico,risale al X secolo ed è poi stata ampliata nel 1400 ad opera diìell’architetto Benedetto Da Maiano. Nonostant ei danni subiti durante la II guerra mondiale ,è oggi tutta restaurata. L’esterno ,con due portoni e tre rosoni è alquanto spoglio ma l’interno presenta affreschi sul soffitto a volta e suell tre navate ad opera dei fratelli Lippo e Federico Memmi e di Bartolo di Fredi.Notevole anche l’organoa cnne del 1500 più volte ristrutturato e il rosone contemporaneo del 2003 ad opera di un artista cosentino.
Piazza della cisterna è una delle piazze storiche più belle: di forma triangolare è collegata a piazza Duomo da un passaggio apert.Qui si trovano l’arco dei Becci, antica porta cittadina, e alcuni palazzi nobiliari tra cui palazzo Razzi, casa Salvestrini e palazzo Tortoli. Sulla piazza,oltre a vati negozi si affacciano alcune tra le torri più famose della città: sono le torri gemelle degli Ardinghelli, la torre del Diavolo e la torre di palazzo Pellari.
Da vedere il palazzo comunale ,o palazzo del popolo o del podestà di fianco alla torre Grossa ,con finestre ad arco ribassato sopra le quali si nota il balcone d cui il podestà parlava al popolo.Dentro il palazzo si trova il museo civico con opere d’arte della suola fiorentina del calibro di Filippo Lippi e Coppo di Marcovaldo , la sala delle adunanze segrete o sala di Dante dato che lo ospitò nel 1300 in qualità di ambasciatore della repubblica fiorentina e la pinacoteca che ospita affreschi sculture e quadri.
Da visitare le torri gemelle dei Salvucci, famiglia guelfa ,a pianta quadrata, situate in piazza delle Erbe ,a fianco del Duomo, la cui costruzione risale al 1300 .La torre più alta tra le due ospita al suo interno una residenza d’epoca su più piani, prenotabile per soggiorni di una o più notti. Quando non è occupata, è possibile visitarla pagando il biglietto d’ingresso, e salendo gli 11 piani di strette scale si arriva alla terrazza panoramica, da cui vedere uno splendido panorama.
Appena fuori dalle mura ci sono le fonti medievali del XII secolo caratterizzate da arcate gotiche e romaniche con alcune vasche e una fonte d’acqua.
Tra i musei, spicca per intensità e unicità il museo della tortura, aperto dalle 10 alle 19 in estate e affiancato da qualche anno dal museo della pena di morte Qui è possibile vedere i peggiori strumenti di tortura e di morte medievali in un’atmosfera che accende la fantasia in scene spaventose

lucia triolo: è stato un piacere
il modo della felicità
è l’indicativo presente
o non è
-i baci si accendono e si
spengono-
la fine dell’estate
lascia
la casa al mare
ai gabbiani
volanti tra capricci e
segni che non si suturano
-tracce senza
destino come
l’alba di una meringa-
Oggi qualcuno ha salutato
dicendo soltanto:
è stato un piacere

lucia triolo: forse
Forse avrei potuto dirti
dell’acqua che
ti scorre tra le dita
del cielo a scacchi
di miele
di un desiderio traditore
ti vedo
uomo inginocchiato
sul mio ventre
che sceglie il suo calore.
Avrei potuto parlarti
della mia carne scritta
su righe di pioggia,
o dei nostri temporali
li afferravi tra le mie vesti
bagnate delle tue parole e
li strizzavi divertito
con la forza del tuo sorriso d’ombra
o ancora della tua mano che
mi frugava
come la nebbia,
di come erano belli i
nostri raffreddori baciati e
le frasi a sorpresa con voci nasali e
le mie caviglie saltellanti
come grilli innamorati
Forse….
Ma non esisti
esito sempre a dirtelo,
non voglio morire
se non mi butti addosso
la tua carie esistenziale.

Recensione poetica: “Agosto” di Federico Garcia Lorca, a cura di Caterina Alagna

Agosto.
Controluce a un tramonto
di pesca e zucchero.
E il sole all’interno del vespro,
come il nocciolo in un frutto.
La pannocchia serba intatto
il suo riso giallo e duro.
Agosto.
I bambini mangiano
pane scuro e saporita luna.
Una sinestesia di sapori, odori e colori travolge il lettore fin dai primi versi. Il poeta descrive Agosto con vocaboli succulenti volti a stimolare le papille gustative, paragonandolo a un dolce frutto da mangiare in fretta e intensamente, prima che ceda il passo all’autunno.
Commento alla poesia
Nella prima strofa Garcia Lorca descrive Agosto come un tramonto di pesca e di zucchero. I due termini appaiono separati quasi a voler sottolineare la natura effimera del frutto. La pesca, infatti, è un frutto molto delicato che tende a marcire in fretta. L’invito del poeta è di gustarne la dolcezza prima che sia troppo tardi. Nei versi successivi il sole alto viene paragonato al nocciolo di un frutto ad indicare che Agosto è il mese in cui si concentra la pienezza dell’estate. Tuttavia, come il sole alto nel cielo si prepara a calare per cedere il posto alla sera, allo stesso modo Agosto segna il passaggio della fine dell’estate verso l’autunno.
Nella seconda strofa troviamo ancora un termine di paragone. Questa volta Agosto viene accostato a una pannocchia gialla che, ancora una volta, riconduce all’immagine del sole alto nel cielo. Evidente la personificazione della pannocchia nel verso “il suo riso giallo e duro“, dove la pannocchia diventa una risata, un sorriso leggiadro, a sottolineare, forse, la spensieratezza che caratterizza questo mese. Esso è il mese delle ferie, delle vacanze, di giornate all’insegna dello svago. Tuttavia questo sorriso è offuscato dal termine “duro“, che rimanda, nuovamente, alla fine dell’estate.
Nella terza strofa appare invece l’oscurità. La sera è calata, l’estate è giunta al termine e nel cielo brilla la luna. Compaiono i bambini. Significativi i versi “i” bambini mangiano pane scuro e saporita luna“, volendo mostrare che restano solo i bambini ad assaporare con piacere la luce della luna, ancora ricca e piena. Non è un caso se sono proprio i bambini ad essere i protagonisti di questi versi. Il poeta vuole marcare quella che è la natura transitoria dell’infanzia, destinata a finire presto, ma che, tuttavia, rappresenta l’età più ricca e più intensa della vita umana.
I concetti di effimero e transitorio attraversano tutta la poesia. Il poeta invita i lettori a vivere intensamente la vita quando questa è nel pieno della sua dolcezza, del suo vigore, prima che giunga, ineluttabilmente, la fine.