APPRODI (impoesia)

APPRODI

Approdare? A guardare bene

non esiste nessun approdo.

Abbiamo davvero poche certezze

(si contano sulle dita d’una mano);

sono il nostro terreno che giorno

dopo giorno si sfalda 

sotto i piedi. Basta poco,

magari un niente per

smontare le nostre meccaniche

razionali.  Importante

è mangiare pane e companatico,

avere salute, essere autosufficienti, 

avere da campare (chissà per quanto

ancora poi?), dimenticare i torti subiti,

gli amori non corrisposti,

il disagio, il dolore provato

o che pensavamo di provare

da giovani.

Le auto sfrecciano sulla

circonvallazione, un opuscolo 

pubblicitario è in balia del vento

caldo, un anziano porta a spasso

il suo cane; arriva in lontananza

dalle case il vociare delle famiglie, 

un uomo brizzolato lava la sua macchina

in giardino, dei ragazzi nello spiazzo

sono a torso nudo sotto

il sole battente e forse

tutti abbiamo margini 

di miglioramento,  perfino

le nostre esistenze potrebbero

avere margini di miglioramento. 

È domenica. La calura ci attanaglia.

I meteorologi dicono che gli anticicloni

subsahariani hanno preso il posto

dell’anticiclone delle Azzorre.

Forse noi sopravviveremo ancora,

ma dall’Antropocene all’abisso 

il passo è breve

e nessuno è disposto a fare

piccole rinunce per salvare

le prossime generazioni,

mentre nei circoli letterari

si discute animatamente

se sia meglio in poesia

l’intimismo o l’impersonalità. 

Viene sera e confidiamo di impatrichirci

ancora con la vita, ora che

qualcuno ci chiede informazioni 

e mentre noi ci apprestiamo 

a darle se ne va e chiede

ad altri passanti, ritenuti più svegli,

e rimaniamo interdetti sul da farsi

e poi affrettiamo il passo

e ritorniamo a casa;

deve essere così morire:

essere fraintesi totalmente 

come degli idioti

o lasciati soli inaspettatamente 

nel disinteresse generale

in un pomeriggio estivo qualsiasi

in una strada  periferica polverosa.

Sospesa in attesa,Gabriella Paci

La pratica inevasa del pianto

diventa pozza dopo il temporale

pozzo nel fondale dell’anima

 dove  galleggiano parole e volti

a richiamo struggente di un tempo

           sempre troppo vicino al cuore.

Attendo la quiete dopo la tempesta

che riporti sperata chiarità nel cielo

e rifletta le stelle sul pelo dell’acqua.

Respiro di pace è il canto delle

rondini  e il colore mai dismesso

delle rose selvatiche a coprire lo

sbrano del muro tra le ortiche

anche se code di nubi vagano

            indomite su strade senza bordi.

Oggi però resto sospesa in attesa

di placare l’arsura con

                                un sorso d’azzurro.

Lucia Triolo: l’io di oggi

non so leggere
in me
mi è cascato sul nome
un percorso, 

cambia
quando la luna
cede il posto al sole
e il non senso, il pellegrino
ha fragranza di pane

sfilano per strada le insegne 
che seccano di caldo
e tutte le mie finte
messe sotto vuoto

il tuo fraintendimento 
profuma di domanda:
mi fa inventare questo 
io di oggi

certo, mangerà da solo  
in ritardo com’è sull’ io di ieri
perché quella bestia
è un altarino già stipato

e non si incontreranno

lucia triolo: gabbia

“Una gabbia andò in cerca di un uccello”
Franz Kafka, aforismi

la scimmia
faceva toletta
in gabbia

una gabbia andava in cerca di un uccello

dava lieve il suo belletto
di saliva 
al pappagallo
quasi un’insidia quel gesto 
alla parola:

“più forte urla più forte
la parola è GABBIA!”

Jack (scimmia) | Pirati dei Caraibi Wiki | Fandom

Una bella serata con l’amico mio…

Bella serata con l’amico mio, che per una sera non ha neanche smanettato al telefono. Abbiamo mangiato un ottimo kebab indiano. Abbiamo camminato e sudato parecchio. Poi ci siamo fermati a una panchina e abbiamo parlato dei nostri problemi. Questa convivialità e questa amicizia ci vogliono a entrambi. L’importante era ritrovarsi insieme, sfogarsi, raccontare aneddoti, cercare di ritrovare quel sottile filo rosso che lega il nostro passato, anche remoto, al presente. Ci conosciamo da più di 40 anni. È cambiato il mondo, sono cambiate troppe cose e troppe persone (le bimbe sono ora vecchie, come scriveva Guccini in “Piccola città”), ma siamo rimasti amici, nonostante che abbiamo due vite totalmente diverse, quasi agli antipodi. E cos’è che ci lega? Il fatto che ci capiamo all’istante, che abbiamo condiviso tante cose, che abbiamo vissuto tante stagioni insieme. Sono immancabili per noi questi appuntamenti, uscire una sera al mese, perché riusciamo a far coesistere leggerezza e profondità, discorsi impegnati e battute in un clima agrodolce perenne stile “Amici miei”. Attraversiamo tutti gli stati d’animo e tutti gli stati mentali nelle nostre serate; si ripercorre a ritroso le nostre vite e poi talvolta si dà sfogo all’immaginazione, proiettandoci nel futuro. Ci sono slanci vitali e momenti di malinconia. Si parla dei mille casi della vita e degli illimitati modi di morire, per tre quarti d’ora ieri abbiamo parlato di donne per poi scivolare immancabilmente su chi era morto giovane in questa cittadina negli ultimi giorni (“Oggi ci sei, ma domani non lo sai. Forse domani non ci sei più”. E quando al liceo si leggeva nei libri di letteratura della precarietà dell’esistenza non era come ora, che ci troviamo di fronte al fatto compiuto). E si parla di quasi tutto, perché ci si confida e ci sono tante cose che l’uno sa dell’altro. E io non sono una bella donna per lui, né lui è una bella donna per me, ma c’è bisogno ogni tanto di dare valore a una bella amicizia disinteressata e genuina, che sa stare in superficie e che però va anche alla radice delle cose. Passerà anche questa estate torrida.

lucia triolo: prove di scena

atmosfera:
la parola è “squinternato”
parla un magma
o tace
(è lo stesso)

l’appagamento scivola dalle tue palpebre
scoperchia i tetti di questa fame
squinterna l’assalto del vuoto
c’è sempre dell’altro
o…c’era

i momenti in scena
sollevano a te
lo sguardo
ora ad attraversarti è il mondo
(chi vuole una storia deve costruirsela
niente si offre su un piatto d’ argento)

poi…ci fu dell’altro

Fondazione | Teatro Regio Torino

Toscana da scoprire: tra Siena e Firenze ,San Gimignano, borgo patrimonio UNESCO da non perdere.Gabriella Paci

Il passato tra leggenda e storia

 La leggenda vuole che a fondare la città di San Gimignano o dalle “cento torri “ sia stata la fuga nel 63 a.C. dei fratelli romani Silvio e Muzio che ,complici di Catilina ,per sfuggire ai nemici si rifugiassero in val d’Elsa e costruissero il castello di Mucchio e di Silvia ,poi divenuta San Gimignano. In realtà la prima documentazione storica è del 929 quando Ugo di Provenza dona al vescovo di Volterra il monte  della Torre “prope Sancto Geminiano adiacente“e cioè adiacente la città che porta, sempre secondo la leggenda, il nome del vescovo di Modena  che salvò la città dall’invasione gotica di Totila-

Ma qui la storia ci parla di insediamenti preistorici e poi etruschi con l’area sacra di Pugiano  e di resti di tombe nel centro storico della città.

I romani che si sovrappongono agli etruschi preferiscono scendere nel fondovalle ,dove è possibile l’accesso all’acqua .Ma è il periodo medievale quello che dà vita alla città come luogo di sosta e di incontro .Feudo  del vescovo di Volterra, San Gimignano  è sulla via Francigena, percorsa da pellegrini che dalla Francia si recano  a Roma, magari anche attraverso il porto di Pisa

.
Nel 1199 la città, ormai notevolmente cresciuta, si dichiarò libero comune, inizialmente retto da Consoli e poi da un Podestà periodicamente rinnovato. Questi, per motivi di imparzialità, era sempre “straniero” e restava in carica sei mesi. Anche qui si scontrarono le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini ma il Comune prosperò e crebbe, sviluppando attività agricole con la produzione di zafferano e vino Greco e Vernaccia,  il commercio della lana e l’usura tanto che nel 1300 ebbe bisogno di una nuova cinta muraria dopo quella dell’alto medioevo.Ma la peste del 1348 decimò la sua popolazione e Firenze approfittò della sua decadenza per imporsi.

L e sue case-torri, simbolo del prestigio e della ricchezza delle famiglie più in vista della città, vengono in parte abbattute o ridotte e la città si spopola ;quasi inesistenti le nuove costruzioni e i restauri ;ma proprio per questo la città resta indenne dalla modernità e conserva il suo fascino medievale.

Nonostante questa decadenza, la città ha un patrimonio artistico che annovera nomi come a esempio Domenico Ghirlandaio, Benozzo GozzoliBenedetto da Maiano, che rinnovano e arricchiscono il patrimonio costituito nei secoli precedenti con le opere di  Simone Martini, Lippo Memmi, Bartolo di Fredi, Taddeo di Bartolo, Jacopo della Quercia

Oggi, grazie a questa “stasi storica “ che vede il 600e l’800 passare senza stravolgimenti costruttivi San Gimignano,che è un centro di circa 8.000 abitanti ed è stato dichiarato “Patrimonio mondiale dell’umanità dall’ ‘UNESCO  e vanta la produzione del celebre vino “Vernaccia” D.O.C.G., di formaggi e salumi d’eccellenza.

Cosa vedere

Il tempo necessario è davvero poco,visto le dimensioni ridotte di San Gimignano e la vicinanza dei suoi monumenti  ma se si vuole gustre l’atmosfera e gustare le sue prelibatezze bevendo della “vernaccia,” il discorso cambia

Delle sue numerose torri , (si parla di 72 famiglie ) che svettavano in varie altezze dovute al prestigio dei suoi proprietari ,ne restano integre solo 13 ,mentre altre “mozzate “ sono visibili nel corpo dei vari edifici.Le torri avevano ambienti di 1 metro per 2 con poche aperture mentre lo spessore di circa 2 metri garantiva il fresco d’estate e il caldo d’inverno.

La cattedrale,chiamata Collegiata di Santa Maria Assuta si trova in cima ad una scalinata della piazza centrale .Di stile romanico,risale al X secolo ed è poi stata ampliata nel 1400 ad opera diìell’architetto Benedetto Da Maiano. Nonostant ei danni subiti durante la II guerra mondiale ,è oggi tutta restaurata. L’esterno ,con due portoni e tre rosoni è alquanto spoglio ma l’interno presenta affreschi sul soffitto a volta e suell tre navate ad opera dei fratelli Lippo e Federico Memmi e di Bartolo di Fredi.Notevole anche l’organoa cnne del 1500 più volte ristrutturato e il rosone contemporaneo del 2003 ad opera di un artista cosentino.

Piazza della cisterna è una delle piazze storiche più belle: di forma triangolare è collegata a piazza Duomo da un passaggio apert.Qui si trovano  l’arco dei Becci, antica porta cittadina, e alcuni palazzi nobiliari tra cui palazzo Razzi, casa Salvestrini e palazzo Tortoli. Sulla piazza,oltre a vati negozi  si affacciano alcune tra le torri più famose della città: sono le torri gemelle degli Ardinghelli, la torre del Diavolo e la torre di palazzo Pellari.

Da vedere il palazzo comunale ,o palazzo del popolo o del podestà di fianco alla torre Grossa ,con finestre ad arco ribassato sopra le quali si nota il balcone d cui il podestà parlava al popolo.Dentro il palazzo si trova il museo civico con opere d’arte della suola fiorentina del calibro di Filippo Lippi e Coppo di Marcovaldo , la sala delle adunanze segrete o sala di Dante dato che lo ospitò nel 1300 in qualità di ambasciatore della repubblica fiorentina e la pinacoteca che ospita affreschi sculture e quadri.

Da visitare le torri gemelle dei Salvucci, famiglia guelfa ,a pianta quadrata, situate in piazza delle Erbe ,a fianco del Duomo, la cui costruzione risale al 1300 .La torre più alta tra le due ospita al suo interno una residenza d’epoca su più piani, prenotabile per soggiorni di una o più notti. Quando non è occupata, è possibile visitarla pagando il biglietto d’ingresso, e salendo gli 11 piani di strette scale si arriva alla terrazza panoramica, da cui vedere uno splendido panorama.

Appena fuori dalle mura ci sono le fonti medievali del XII secolo caratterizzate da arcate gotiche e romaniche con alcune vasche e una fonte d’acqua.

Tra i musei, spicca per intensità e unicità il museo della tortura, aperto dalle 10 alle 19 in estate e affiancato da qualche anno dal museo della pena di morte Qui è possibile vedere i peggiori strumenti di tortura e di morte medievali  in un’atmosfera che accende la fantasia in scene spaventose

lucia triolo: forse

Forse avrei potuto dirti
dell’acqua che
ti scorre tra le dita
del cielo a scacchi
di miele
di un desiderio traditore

ti vedo
uomo inginocchiato
sul mio ventre
che sceglie il suo calore.

Avrei potuto parlarti
della mia carne scritta
su righe di pioggia,
o dei nostri temporali

li afferravi tra le mie vesti
bagnate delle tue parole e
li strizzavi divertito
con la forza del tuo sorriso d’ombra
o ancora della tua mano che 
mi frugava
come la nebbia,

di come erano belli i
nostri raffreddori baciati e
le frasi a sorpresa con voci nasali e
le mie caviglie saltellanti
come grilli innamorati

Forse….
Ma non esisti
esito sempre a dirtelo,
non voglio morire 
se non mi butti addosso

la tua carie esistenziale.

Recensione poetica: “Agosto” di Federico Garcia Lorca, a cura di Caterina Alagna

Agosto.
Controluce a un tramonto
di pesca e zucchero.
E il sole all’interno del vespro,
come il nocciolo in un frutto.

La pannocchia serba intatto
il suo riso giallo e duro.

Agosto.
I bambini mangiano

pane scuro e saporita luna.

Una sinestesia di sapori, odori e colori travolge il lettore fin dai primi versi. Il poeta descrive Agosto con vocaboli succulenti volti a stimolare le papille gustative, paragonandolo a un dolce frutto da mangiare in fretta e intensamente, prima che ceda il passo all’autunno.

Commento alla poesia

Nella prima strofa Garcia Lorca descrive Agosto come un tramonto di pesca e di zucchero. I due termini appaiono separati quasi a voler sottolineare la natura effimera del frutto. La pesca, infatti, è un frutto molto delicato che tende a marcire in fretta. L’invito del poeta è di gustarne la dolcezza prima che sia troppo tardi. Nei versi successivi il sole alto viene paragonato al nocciolo di un frutto ad indicare che Agosto è il mese in cui si concentra la pienezza dell’estate. Tuttavia, come il sole alto nel cielo si prepara a calare per cedere il posto alla sera, allo stesso modo Agosto segna il passaggio della fine dell’estate verso l’autunno.

Nella seconda strofa troviamo ancora un termine di paragone. Questa volta Agosto viene accostato a una pannocchia gialla che, ancora una volta, riconduce all’immagine del sole alto nel cielo. Evidente la personificazione della pannocchia nel verso “il suo riso giallo e duro“, dove la pannocchia diventa una risata, un sorriso leggiadro, a sottolineare, forse, la spensieratezza che caratterizza questo mese. Esso è il mese delle ferie, delle vacanze, di giornate all’insegna dello svago. Tuttavia questo sorriso è offuscato dal termine “duro“, che rimanda, nuovamente, alla fine dell’estate.

Nella terza strofa appare invece l’oscurità. La sera è calata, l’estate è giunta al termine e nel cielo brilla la luna. Compaiono i bambini. Significativi i versi “i” bambini mangiano pane scuro e saporita luna“, volendo mostrare che restano solo i bambini ad assaporare con piacere la luce della luna, ancora ricca e piena. Non è un caso se sono proprio i bambini ad essere i protagonisti di questi versi. Il poeta vuole marcare quella che è la natura transitoria dell’infanzia, destinata a finire presto, ma che, tuttavia, rappresenta l’età più ricca e più intensa della vita umana.

I concetti di effimero e transitorio attraversano tutta la poesia. Il poeta invita i lettori a vivere intensamente la vita quando questa è nel pieno della sua dolcezza, del suo vigore, prima che giunga, ineluttabilmente, la fine.