la parola
è allegoria di silenzi
quando l’indicibile
non ha misura

la parola
è allegoria di silenzi
quando l’indicibile
non ha misura

Quella pazza -chiedeva lei- sono io?
sono io?
hanno segato la mia lingua,
sciami di silenzi
escono dalla mia bocca,
ho forse ancora qualcosa
da salvare, qualcosa,
lì, tra i panni sporchi che mai
ho voluto lavare?
Mi vogliono ancora indossare
per questo mi guardano,
ho amato i miei panni sporchi
e ora ho paura -diceva-
e ho la lingua segata
leggendomi
tu
non farmi male

“I miei misteri, penzolano
all’aperto in terrificata preoccupazione”
(A. Rosselli, “preferiresti vedermi friggere nella minestra?”
da Sonno).
sono poliglotti i silenzi
parlano molte lingue
e ignorano
i segreti del mestiere
mai visto un silenzio che
stia zitto!
non sapevo fossero
autobiografici:
come in una tirannica alchimia
resta di noi alla fine qualcosa
da tacere

passo passo
tutto è caduto
calmo, sommesso
nessuno l’ha tolto
è caduto
senza deglutire
privo di importanza
solo ciò che non ti
ingoia
é irresistibile
una povertà senza fragore
non tenebra né luce
è il penultimo divoratore:
camuffa il “poi”,
lo sfuma
e si congeda
e non consuma
chi è vivo resta caparbio
