Lucia Triolo: calze nere

Calze nere pesanti
ad affrontare il giorno
senza pensare,
senza volere.

Ti spezza le ossa questa fatica
e non c’è un treno che ti porti via,
donna dagli occhi curvi.
Silenziosa mestizia afferri nelle mani
tutte le stagioni. 

Dentro un cartoccio di
antiche illusioni dalla buccia sottile,
la bionda nuca di ragazzina
fa ancora resistenza
a scomparire

Tu l’assecondi 
complice segreta
ma non ve lo direte mai.
Solo scarpe slacciate lasci
a liberare i piedi
per fuggire.

Lucia Triolo: il sogno di un bacio

Mi ha avvolta il sogno
di un bacio
disegnato con la rabbia dei morsi nella carne 
furioso 
come il no della rosa alla condanna delle spine

la sua forza avvinghiante
stava nella precarietà
non c’era alcuna bocca
solo qualche stilla di sangue
su un labbro inferiore.

Eri tu che andavi lontano
i calci del mulo sui tuoi giorni
e una vela di rifiuti come bussola
che sapevo
che non sapevo

il ronzio di un bacio 
               il ronzio di un bacio
                             non era il mio

Nessuno può trovare da solo
il proprio cammino
l’ incisivo faceva sul serio
aveva lasciato il segno sulla bocca

desiderio in entrata
in uscita
i baci hanno bisogno di essere dati,
anche se per arrivare si rivolgono
al sogno

Sta in guardia: anche noi

Lucia Triolo: l’ ombra e il vento

l’ombra si disincrosta
dei suoi futuri
si raschia di dosso
i nomi che evocano forme
non legge i suoi volti,
li ritaglia di profilo

-suonano altrove le parole
che ho lasciate
lungo il viaggio-

ma anche le ombre sanno:
narrano di cammini graffianti
custodiscono le
allegorie delle speranze
non amano gallerie 

-suoneranno altrove 
le parole che ho dimenticate
finito il viaggio-

Immobile e altera
l’ombra
resiste al vento

fu allora: mi accorsi
che ti batteva
il cuore

lucia triolo: il teatro e il suo doppio

“La discrezione non fa per noi”*
Antonin Artaud: Il teatro e il suo doppio, “Teatro Alfred Jarry”

Viene a trovarci 
un teatro nella nostra angoscia
ci abita con la fatalità di 
un caso spavaldo

fa gridare il corpo
e ogni azione è 
avvenimento che ci 
(re)cita e ci 
(ri)genera

il penultimo cantastorie
comunica:

qui gareggiano relazioni e illusioni
bestemmie e fosforescenze
trivialità e virtù
qual è il tuo ruolo?
attore/spettatore solleva i sipari
spezza i sigilli
la discrezione non fa per noi
è mess-in-scena 
la tua
…esistenza

e…l’altro cantastorie?

denunciato dal dubbio
vedi dietro le quinte in maschera 
…la morte

Lucia Triolo: la mia immagine


la mia immagine
è tenda da sollevare
sull’ignoto,
sipario da precipitare
sulla paura

la recita finita sta per iniziare
le parti sono da attribuire;
non vinto da nessuno
il percorso 
attende di essere coperto

corrono e si rincorrono bambole di
pezza straccia
trastullo di spavalde passioni,
ne basta una per sapere
delle altre.

danzano l’ immagine, il tempo che sciogliendosi
va in fretta
infilzano su spiedi incandescenti
fiabe incaute
fanno loro molto male.

il sipario chiudendosi si apre
perché non siamo dal lato
dello spettatore

R E D ♥

Lucia Triolo: Hoerderlin

come spettro
Hoerderlin attraversa di sguincio
le sue meteore

ricordalo legato a un’attesa:
che si schiuda un fiore
o
si chiuda per sempre

lo schioccare di una fune 
sbalordita 
sulla fine di una nascita
o sull’inizio di una morte

lo schioccare dove tu eri
Suzette
e dove era lui
impigliato nella rete                  
dei tuoi capelli

lunghe le dita carezzano 
i petali
del vostro appuntamento

l’anima che vi doveste
ha imboccato l’uscita secondaria
e si è persa nel buio

che smetta di urlare quel fiore
-ti accarezzava la guancia-
è un errore quell’urlo

è pazzo quel fiore!

Lucia Triolo: Ofelia

“Ed il poeta dice che ai raggi delle stelle
vieni a cercar di notte, i fiori che cogliesti;
e d’aver visto sull’acqua, distesa fra i lunghi veli,
la bianca Ofelia ondeggiare come un gran giglio”
A. Rimbaud, Ofelia

Nessuno può dire 
quante volte al giorno
è la prima 
per ciascuno di noi
né quando il tempo 
ha un sorriso sbagliato

Che fai piccola signora
nel tuo abito d’acqua
trasparente come un sibilo di vento?
Dormi? 

Come quando morire
è urgenza di sognare

Lucia Triolo: giorni dolenti

giorni dolenti
parlano anche le pietre 
nessuno ascolta

acqua inquinata beviamo
nelle date che segnano i volti;

la sospensione del respiro e il
suo sparire
in ciascuno cerca sempre
dov’è nato;

senza luce il mattino 
tu hai paura
e s’alza il vento 

si imprime nelle mie pupille
ciò che non ha figura 

Lucia Triolo: a rovescio

costruire a rovescio 
appaga se capito in fondo,
ogni parola è anche il suo contrario:
crea alibi, pretesti
amnesie
storie di fuga, ritorni
rimandi

quelle infilate 
nell’armadio delle nostre cose
vengono fuori
ordinate
nell’incastro
come sampietrini

utopia non inciampare!
dentro l’incanto cullo
il disincanto

Lucia Triolo: sogno nomade

tra le mani
il viso, 
senza principio e
senza meta;

era nomade
il mio bel sogno
non mi apparteneva
nemmeno io
appartenevo a lui:
ma ogni sua pietra 
mi conosceva

andava dal giorno prima,
al giorno dopo;
per essere lo stesso, si fotocopiava
mi indossava come un soprabito leggero
sulle spalle del
“mai quello di oggi”

Così, non ci incontravamo                         
io e il mio sogno:
un efficace esempio di 
rivolte mancate 
mezze parole rimaste
sulle labbra
un interrotto me

Ora 
finalmente è
alle porte:
viene a farmi le condoglianze 
per la mia morte

Lucia Triolo: sogni e peccati

ai miei peccati 
i sogni hanno chiesto
da dove provenissero

loro hanno risposto:
dalle pieghe incalcolabili
del corpo
a passeggio sui vostri 
naufragi

in lunghe vesti 
l’evidenza di una forza ci afferra: 
trappola calda,
urla un presagio di vita 
che ancora
trema addosso
e l’aria è spenta

il cielo ha ancora ganci per noi?

Lucia Triolo: la grande mostra

un grido, una fase lunare
da spaccare sul cippo:
“quando è iniziata
la Grande Mostra del Nulla?” 
e scende il buio

sciami di gente
in auto e a piedi
in se stessi solo per inciampo
come in pietre

generazioni saltate
hanno lavorato per la
propria casa

il tempo che fu non
si inginocchia mai a
quello che sarà
non c’è data nel passato
per il futuro
e non ci sono strade

c’è solo forse
la tua tazzina di caffè ormai
freddo
che non ti ha portato
fortuna

Lucia Triolo: rapina

desiderarsi e parlar d’altro
e sono tutta impeto e coltelli
dietro ogni scatto una rapina

rapinare giorni, sogni
suoni
assenze, presenze
verità
rapinare bugie

ladra di cianfrusaglie
per bendare il dolore
tengo in tasca tutti i furti
sciabolate furtive
a un me che forse nasco
e forse no

e svetto alta e tua
per rapinare anche il nulla
che finge, 
come sempre retrocedendo
nel cuore

rapinare rapinare

io dai cento volti
cento anime, cento corpi, 
cento segreti
cento morti
una sola vita 
come tuo desco mai sazio 
sconsolato

una pessima strega
perde sempre la scopa