lucia triolo: vertigine

Fa finta di credere che

non sia finita.

l’occhio limpido del demonio


Difficile l’aria

schianta per terra

con violenza

le ore possedute

dalla tua, dalla sua, dalla loro voglia.

E dalla mia?

.

Perché non tace

il corpo

perché parla ancora?

So, ahime! quel che dice

.

Un menestrello canta,

canta,

mi canta contro

un atto unico, un’esperienza terminale

è il mio corpo

Ma esiste ancora?

.

Attiro il balcone come l’armadio

attira la polvere 

lucia triolo: forse ti dirà (dedicata)

volevo scrivere qualcosa 
che riguardasse 
me o te
non so!

è che
come viaggiatore stregato
o corda selvaggia
al nodo
alcune volte perdo
la differenza.

in questa foresta di lillà
ra Buona Cerva e Bel Micino
a tratti poi mi ritrovo a dire
uoghi di speranza e di rifugio
come”ti voglio bene”

ma è diverso
sopra e sotto pelle
non è un semplice “ti voglio bene”
è un domani del cuore: 
l primo, il secondo e poi.

forse ti dirà
di incursioni spareggiate

io che umore sia              
non so!

Lucia Triolo: vampa serale

chi mi ha generato? 
un algoritmo.
un calcolo fatto non si sa 
dove? 
un amore in cammino
senza colore?

transito su binari di probabilità
meteore di sembianze umane
frammenti genitoriali 
vi divampano 

momenti di corpi, di vissuti 
che deflagrano:
fantocci, ceneri
non ricordo

il pavimento luccica liscio
sotto il mio piede

mi sento a mio agio solo
in quest’ora 
della sera 
quando nella bruma 
scocca
Il guizzo che m’avvampa

Lucia Triolo: anima disorientata

“gli uomini primitivi credevano che anche le pietre avessero un’anima. Io voglio che lei sia la custode della mia anima.”
(Dal film  Prendimi l’anima di Roberto Faenza)

soldino di pietra
in cerca di custode

sigaretta di bocca bocca
attende
spazientita di essere 
fumata

sogno cattivo
in un giardino insoddisfatto del proprio verde:
scappa senza controllo al taglia erba
disorienta

quest’ anima disorientata
va presa dopo i pasti
a piccole dosi
attenzione a non superare quelle consigliate!

quest’ anima
al sangue come una bistecca:

la mia pazzia!

lucia triolo: piccolo paggio

Piccolo paggio

la favola del mio corpo                                  
non oltrepassarla!

segreto ti appariva               
come il sole e la pioggia

ti occorre ancora
distanza per vedermi             
giovane 
silenziosa                   
che si rinnova
in punta di piedi     
come sul far del giorno

Stupidamente segreta nell’animo     
la mia bocca cede                   
ritrosa
parole geometriche       
che vanno
anche oggi a farsi male           
su pensieri cerbiatti

Come allora
-ricordi?-         
sui   
banchi di scuola               
intarsiati d’inchiostro

sempre quelle favole             
che paralizzavano leggere   
la storia del mondo
quando ancora         
non c’era il mondo
ma solo il mio corpo

un minuscolo spunto in un dovechissà             
che ti toccava

perché tu invece   
c’eri     
e stavi lì segreto

di me tua regina       
innamorato

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Lucia Triolo: il sogno

ora mi rimpicciolisco
e mi sogno
un sogno piccolo
                     piccolo
estremo
come uno scarabocchio
                     di me
come un’introduzione
                    postuma:

-quelle… dita che
mi(!?) amavano…-

tu la trovasti

una figura
trovasti
tracciata col lapis
su una roccia
tu raccogliesti il lapis
e scrivesti

la figura sorrise
un sorriso lungo
sette giorni
sette anni

sette attimi di eternità

…il sogno…

Notturno - Max Ernst | Wikioo.org – L'Enciclopedia delle Belle Arti

Lucia Triolo: Pinocchio

“… sono sicuro 
di poter guardare senza angoscia
l’uomo di legno dello specchio”
Miquel Marti i Pol, Qualcuno che aspetta in “Poesia”, Crocetti editore, n. 17

guardarsi allo specchio e 
scoprirsi di legno.

c’è un verità che 
fa male
come l‘herpes sul labbro
e una che lascia 
indifferenti,
non ne conosco 
nessuna che faccia bene

(e la tua fata più intima
sorride)

spero che il cielo
non mi veda
come mi vedo io

è a questo, in fondo,
che servono
le nuvole

Lucia Triolo: lettera firmata

vi condanno ad essere voi
per il resto della vita;

“voi” 
non  “voi stessi”
in tonfi d’identità
(non si cavalcano andirivieni
in uteri di arcobaleni)

vi condanno a recitare per me:
sarò insieme pubblico 
e copione

non so chi di voi
renderò immortale e
chi consacrerò alla noia di 
corone funerarie

il mio biglietto
plauso o sberleffo
lo pagate voi

   

vostra  aff.
Anima

Lucia Triolo: com’è fatto un uomo

vuoi sapere com’è fatto un uomo
quante volte 
ha pianto dietro una porta
ha sorriso a qualcuno
e il sorriso non é andato a segno?
quante volte
-crampi allo stomaco per la paura-
ha messo in moto 
senza sapere dove andare?

vuoi sapere in quante 
pizzerie ha gettato la spugna
voglioso di momenti senza pensare 
momenti passionali
dove ad esporsi è l’ anima e il resto 
sta a guardare?

vuoi sapere quante volte ha 
pregato Dio
invocando le corna di cervo 
del suo io?
quante volte 
il sangue fremeva di desiderio,
i muscoli ridevano nella speranza,
e lui si ergeva in tua presenza?

vuoi sapere com’è fatto un uomo?
perché é così certo che avrà quel 
che ha chiesto all’universo?
ecco
non lo so!

ma se avessi il tuo numero, 
ti telefonerei

——–

Lucia triolo; il giocattolo rotto

“(non è più possibile
essere al contempo umani e vivi)”
da: M. Atwood: “Rifiuti di appropriarti”
in Esercizi di potere

E’ troppo tardi 
e non era alla tua festa
ma…

la prossima volta che
accogliamo il respiro
dovremo scegliere prima
cosa fare a pezzi 
di ciò che è “noi”

forse non è troppo tardi
il giocattolo rotto
…  ha ancora voglia

nella vita c’è caduto
con tutte le 
scarpe.

Lucia Triolo: gradini

“un gradino di pietra, ancor lontano dal tuo piede,
fa dei cenni” 
(P. Celan, “Impaurito dal lampo” da Luce coatta)

sollevami la veste
più in alto sui 
gradini
dove i raccolti spengono
le sciagure
lì la mia nascita
non sa che farsene della morte

stringimi
tra le tue parole
senza voce

dorme stasera la notte
indaffarata a sognare
forse 
nel suo respiro
fa capolino Dio.

Lucia Triolo: stillicidio

Ho stipulato un contratto con
l’acquedotto di vita per la fornitura
quotidiana.
La mia non è la vostra morte
di chi sarà non so.

Non ho voltato le spalle al giorno
nemmeno alla notte
Ho stanziato uno sbaraglio
per riavermi,
una prepotenza d’unghie e denti

Non sei tu a mancarmi
è quell’atmosfera da tecnica virale,
da stufa in calore
in cui mi avviluppavi

Come dimenticare le trappole d’essenza
l’essermi in te desiderata
l’averti in me concepito tante e tante volte
come un rubinetto gocciolante?
irreparabilmente

Lucia Triolo: nella mia storia

entro nella mia storia  da
una porta chiusa

forse perché nelle stanze di casa
-momenti di vita squinternati
bottiglie vuote di ogni convenzione-
non c’è più luce
di quanta ce ne fosse all’inizio

e quanti nomi ancora da pronunciare
tra il mio in rovina
e il tuo 
che si allontana sempre più.

ingabbiata baruffa:
presa di coscienza non è 
presa di distanza.

la mano di chi?
mi afferra ora il polso.

Lucia Triolo: infanzia

Ora dinnanzi ai frutteti della morte
mi congedo da te cui non seppi mai
dire no né dire si

Che succede, chi arriva? 
È tardi sai per cominciare
e anche ormai per continuare
Antico è il vento che ci avvolse
fin quando tenni la mano
nella tua e c’era sangue caldo che passava
da te a me

ora dinnanzi
ai frutteti della morte
supera il confine e vieni

c’era il vestito verdeblù che indossavi spesso
ed era anche un po’ mio:
in quelle tasche infilavo come caramelle
i tuoi sussurri a me
per rubarli all’angoscia dell’ infanzia
mia
che s’attardava
e adesso impigliata tra il passato e il desiderio
urlo che li rivorrei

ora dinnanzi
ai frutteti della morte
a te chiedo di aprire le saracinesche della mia
anima di carne

Salta quel varco
Siimi madre già
nell’al di là

Lucia Triolo: condominio di misteri

parlavi
a pezzi della tua morte
abitavano il tuo corpo giallo:
l’ allampanato condominio
di misteri
dove lo sbruffone si diverte a suonare
i citofoni

rabbia esplosa al vento
continuava a girare a girare
a spazzarne via
i risvolti dall’ultima pelle che ancora li ricopriva
neanche fosse erba secca

restavano solo pezzi della
tua morte
scaglie di discorsi come cavalli
non sellati al galoppo

e quell’ inutile fame
di vita