Lucia Triolo: il cantastorie

Ecco il cantastorie in
candide vesti

pensavo giorni come rulli di tamburi
sedie che si spostano e poi rotolano sotto le gambe
impossibile appoggio 

la scena è una sintesi di inizi e fine:
una tavola imbandita di nulla e di nulla
-era questo il piatto forte-
che volto hanno gli attori e che voce?

chi vive la scena sa che la voce è
la sommossa nel testo: l’unica rivoluzione e
il testo è il tuo destino
la solita vecchia storia nuova e diversa da
raccontare ai ….

ognuno dica a chi

tu spettatore
coraggio: apri il sipario
entra: conficcati in scena
come pugnale in aria
la tua parte ti attende
non lasciarla orfana di te

ciò che credevi centro puoi
leggerlo in sequenza: sta fuggendo
schizza di fango la veste al
cantastorie

lontano è ormai
l’ amore

Lucia Triolo: l’io di oggi

non so leggere
in me
mi è cascato sul nome
un percorso, 

cambia
quando la luna
cede il posto al sole
e il non senso, il pellegrino
ha fragranza di pane

sfilano per strada le insegne 
che seccano di caldo
e tutte le mie finte
messe sotto vuoto

il tuo fraintendimento 
profuma di domanda:
mi fa inventare questo 
io di oggi

certo, mangerà da solo  
in ritardo com’è sull’ io di ieri
perché quella bestia
è un altarino già stipato

e non si incontreranno

lucia triolo: gabbia

“Una gabbia andò in cerca di un uccello”
Franz Kafka, aforismi

la scimmia
faceva toletta
in gabbia

una gabbia andava in cerca di un uccello

dava lieve il suo belletto
di saliva 
al pappagallo
quasi un’insidia quel gesto 
alla parola:

“più forte urla più forte
la parola è GABBIA!”

Jack (scimmia) | Pirati dei Caraibi Wiki | Fandom

lucia triolo: forse

Forse avrei potuto dirti
dell’acqua che
ti scorre tra le dita
del cielo a scacchi
di miele
di un desiderio traditore

ti vedo
uomo inginocchiato
sul mio ventre
che sceglie il suo calore.

Avrei potuto parlarti
della mia carne scritta
su righe di pioggia,
o dei nostri temporali

li afferravi tra le mie vesti
bagnate delle tue parole e
li strizzavi divertito
con la forza del tuo sorriso d’ombra
o ancora della tua mano che 
mi frugava
come la nebbia,

di come erano belli i
nostri raffreddori baciati e
le frasi a sorpresa con voci nasali e
le mie caviglie saltellanti
come grilli innamorati

Forse….
Ma non esisti
esito sempre a dirtelo,
non voglio morire 
se non mi butti addosso

la tua carie esistenziale.

lucia triolo: finestra

la tua mano bussa
al mio vetro

sono stata le tue domande a 
piedi nudi,
da cassetti tarlati
hai tirato fuori
vesti urlanti
nello sforzo di stiracchiarsi

mi hai fatto sedere
hai segato una gamba alla sedia
l’acqua fresca del bicchiere
mi è finita addosso
uno stupido peso
con te sempre di spalle a
non vedermi

sono stata
l’estraneità
dell’ultima abitudine
quella nel cervello
quando ci si ammassa su di sé                                                                                                                                                                                                
ora apro la finestra
scavalca,
ti faccio entrare


Lucia Triolo: amore sbagliato

E poi ci sarà un giorno
un momento 
in cui avrà senso
che sia rimasta qui

Chi ha inventato questo
ventre
che mi si svuota dentro?
Parlavo una lingua sconosciuta
per non far finire mai 
il momento bello

Ma tu non sei il mio eroe
non erano per me
quelle prodezze
che facevano sentire
nuda la carne e senza vesti
non erano carezze.

Dov’è ora il mio eroe?
Quanto è lunga la via che 
non c’è!


Hai fatto visita ai sogni 
degli amici
hai frugato la linea di ogni mano
Vieni a vederla, ora
affrettati
Basta un attimo a percorrerla,
un palmo ad acciuffarla.


Questi avanzi di stupore nei miei
panieri notturni 
pieni d’acqua
basterannoa saziare la fame
dell’ eroe.

Pende dal viso uno sguardo
lascia il corpo
e corre lungo il mare

lui nuota, conosce l’inchiostro

Self-Portrait with Striped Armlets - Egon Schiele come ...

Lucia Triolo: bagliori

in che punto finisce la luce?
…bagliori!

selezionare frasi
da discorsi al ventre
scavarsi lì una buca contro il gelo
tacerne altre
che sbattono figure come pietre aguzze
sull’immediato ieri a sanguinare:
non si essicca il mare
col ditale se è bucato
continua a scaraventarti addosso
sabbia bagnata e bollente
quasi…di un’estate
che tarda ad affacciarsi o forse
c’è già stata

tu dicevi
“leggerti è come fare l’amore”

Lucia Triolo: l’occhio

Dipinsi
come chi arde dal desiderio
di immagine vivente..
Ti dipinsi parlante,
in un sonetto
di infuocata rugiada.

dipinsi un occhio
e, con una lacrima,
da lì mi guardasti
scavare
l’anima
tra i sassi incoerenti
di quella cosa furente 
e che si chiama mai

disseminava cammini il 
tuo sguardo

Lucia Triolo: ricalcolo

Non volevo si sapesse.
È da tanto che giro
e non trovo nulla.
La moto quasi senza benzina.
le tasche senza monete.

Giro su me stessa
e ho perso la strada
e ho freddo
e il navigatore è scarico
come impazzito.
Dice solo: “ricalcolo”.

Una sirena urlante sfreccia
squarciando il buio.
Corre sulla strada
per tutta la strada.
A passarmi accanto
è una riga di sofferenza non mia,
una decalcomania quasi di morte:
“ricalcolo, ricalcolo”
salmodia.

Non volevo si sapesse
che è notte
e di notte è buio,
per tutta la notte:
“ricalcolo”.

lucia triolo: il salto

“Dai, adesso butta fuori tutto. Non c’è vergogna nell’aprirsi”.
Ocean Vuong, <<Il tempo è una madre>>

—-

la faccia ha saltato lo specchio
aumenta i lineamenti l’assurdo che amo
un’equivalenza  
uno scambio di confidenze
di colpo la mia bocca
tagliata a strisce
ascoltava 

la tua parola
mi prestava
alla mia

Lucia Triolo propone Wallace Stevens: mentre lasci la stanza

Parli. Dici: il carattere di oggi non è 
uno scheletro uscito dall’armadio.  E nemmeno io.

Quella poesia sull’ananas, quella 
sulla mente che non è mai soddisfatta, 

quella sull’eroe credibile, quell’altra 
sull’estate, non sono ciò che pensano gli scheletri.

mi domando ho vissuto una vita da scheletro 
come un miscredente della realtà,

concittadino di tutte le ossa al mondo?
Ora, qui, la neve che avevo scordato diventa 

parte di una realtà prima, parte di 
un apprezzamento della realtà 

e con ciò un’elevazione come se andassi via 
con qualcosa che potessi toccare, toccare a fondo. 

Eppure nulla è stato cambiato se non ciò che è
irreale, come se nulla fosse cambiato affatto.

Lucia Triolo: vecchio cappotto

Perché non ho imparato 
quando arrivava il vento
cosa è stato per me
abbracciare l’inverno?
Ora forse avrei almeno un occhio!

Avrei dovuto vendere per tempo
il cappotto. Adesso è troppo vecchio
e nessuna bambola lo vuole.

C’è qualcosa di me che
si possa accettare
senza testimoni contro?
Forse ho smesso di galleggiare.

Perché non ho imparato 
quando arrivava il vento
a scaldare le tue mani 
con la borsa dell’acqua calda,
a stringerle bagnate di sguardi
come belve innamorate?

Carichi di universo ho gli occhi
e non ho insegnato alla 
paura
a chinarsi dinnanzi alle ragioni.
È una paura rozza, 
impreparata.

Mi basta solo per far tremare 
l’angoscia.
Lei ora se l’accomoda sulla pelle, 
la indossa con decisione
e rabbia.

Avrei dovuto vendere per tempo
il cappotto. Adesso è troppo vecchio
e nessuna bambola lo vuole.

Bambole nude
io rischio di affondare.