sono qui per il dolore
che ti ho visto
dentro
accontentati del mio saluto

sono qui per il dolore
che ti ho visto
dentro
accontentati del mio saluto

parole si muovono
si moltiplicano
strappandosi al silenzio:
mani
come tamburi
movimenti parlano
si moltiplicano
strappandosi alla quiete:
sedie come
agguati
massimo il rigore del respiro
in ascolto
soffia sul corpo
lo stana
come per inamidarlo
si riscalda il sangue

(ricordando Angelo Scivoletto)
Lassù, in alto
sospesa
in uno sguardo
che troppo ha visto,
c’è una lacrima.
È la lacrima del mondo.
La scorsi un giorno,
era vuota, aguzza
come lama di ghiaccio.
Stava lì,
trepida
pronta a cadere.
Attendeva forse
di essere asciugata.
E venni a lei. A dimora.
Ciò che
lei vide,
vidi.
E piansi anch’io,
ma lei,
lei non si sciolse.
È una lacrima amara.
Sentii dire
da qualcuno
che era l’ ultimo rifugio.

Tumultuosa
la mente s’apre al giorno
nel pulviscolo di asprezze.
Partorisce
attese magmatiche
lente a distendersi nel tempo.
Strappo
la veste immensa del nulla
canti di ritorno intono..
Nuova Azucena brucio.
Il fuoco divampa,
ogni rituale profanatore è abolito.
mancano trovatori nel diurno rogo
Tutto ancora deve
meritare
la prima volta

scolorata
senza veli sul capo
vago nella comunità
di coloro che
non hanno comunità
Una comunità di assenti
mi respira in bocca
dentro ogni istante
mi perdo
è così che consumo
il mondo

“Io”
pretenziosa parola,
aggressivo intermezzo
in commedia
dopo e prima del nulla
l’enormità di un centro
che non si acquista senza
un’ immagine

annodato di silenzio
e di rumore
l’ umano è animale
ferito
ansimante
mi rotola in tasca
mi morde la coda

la parola
è allegoria di silenzi
quando l’indicibile
non ha misura

“La discrezione non fa per noi”*
Antonin Artaud: Il teatro e il suo doppio, “Teatro Alfred Jarry”
Viene a trovarci
un teatro nella nostra angoscia
ci abita con la fatalità di
un caso spavaldo
fa gridare il corpo
e ogni azione è
avvenimento che ci
(re)cita e ci
(ri)genera
il penultimo cantastorie
comunica:
qui gareggiano relazioni e illusioni
bestemmie e fosforescenze
trivialità e virtù
qual è il tuo ruolo?
attore/spettatore solleva i sipari
spezza i sigilli
la discrezione non fa per noi
è mess-in-scena
la tua
…esistenza
e…l’altro cantastorie?
denunciato dal dubbio
vedi dietro le quinte in maschera
…la morte

Guarda:
come sono in disordine le stelle!
Solo il vestito è uguale,
splende bianco
Non vesto mai di bianco
nemmeno in sogno
A entrarci dentro
è violento come il silenzio e la neve
come una possibilità a passeggio sul vuoto
e io non ho il fulgore delle stelle
Qualcuno viene a curiosare,
mille maschere colorate
vede sulle mie dita.
Beve nel mio bicchiere
la sete di una vita
che m’è finita in grembo,
scivolando
fra rocce e crepacci
arrampicandosi
senza lasciare traccia
Viaggia dentro una ruga del mio volto
Ricordi al posto degli anni
ha quella ruga
e anni senza giorni
Un tempo come me
guardò le stelle,
ammette,
quando in sogno
faceva il cercatore d’oro
Bianche e silenziose,
sono ancora in disordine le stelle?

la mia immagine
è tenda da sollevare
sull’ignoto,
sipario da precipitare
sulla paura
la recita finita sta per iniziare
le parti sono da attribuire;
non vinto da nessuno
il percorso
attende di essere coperto
corrono e si rincorrono bambole di
pezza straccia
trastullo di spavalde passioni,
ne basta una per sapere
delle altre.
danzano l’ immagine, il tempo che sciogliendosi
va in fretta
infilzano su spiedi incandescenti
fiabe incaute
fanno loro molto male.
il sipario chiudendosi si apre
perché non siamo dal lato
dello spettatore

minuscolo aereo
l’ io
vola incolto su paesi che
non sa nominare
li conosce?
non è dato saperlo.
A bordo uno
zainetto
senza paracadute:
niente da salvare.
vola,
ma forse sta fermo:
occhi di un desiderio
in briciole
laggiù sulla punta delle ali:
sulla punta delle ali
il suo corpo ha
un senso
si è accorto di me?
lo vorrei seduto per terra

come spettro
Hoerderlin attraversa di sguincio
le sue meteore
ricordalo legato a un’attesa:
che si schiuda un fiore
o
si chiuda per sempre
lo schioccare di una fune
sbalordita
sulla fine di una nascita
o sull’inizio di una morte
lo schioccare dove tu eri
Suzette
e dove era lui
impigliato nella rete
dei tuoi capelli
lunghe le dita carezzano
i petali
del vostro appuntamento
l’anima che vi doveste
ha imboccato l’uscita secondaria
e si è persa nel buio
che smetta di urlare quel fiore
-ti accarezzava la guancia-
è un errore quell’urlo
è pazzo quel fiore!

Ho invitato le foglie del bosco
ad una festa
passavo da lì quel mattino
per la sera attendevo
il mio bambino.
E lui nacque.
Vagiva tutto rosso, allarmato
non capiva cosa gli fosse capitato
Lo chiamai “Nessuno” come suo padre
e il nonno.
Poi lo lasciai,
avevo altro da fare.
E vennero le foglie,
le invitate.
Lo presero con sè.
Sui castelli degli alberi
lo fecero crescere felice.
Non seppe mai
che ero io sua madre.
Di questo mi ringraziò
sempre.
(da “E dietro le spalle gli occhi”)

“Ed il poeta dice che ai raggi delle stelle
vieni a cercar di notte, i fiori che cogliesti;
e d’aver visto sull’acqua, distesa fra i lunghi veli,
la bianca Ofelia ondeggiare come un gran giglio”
A. Rimbaud, Ofelia
Nessuno può dire
quante volte al giorno
è la prima
per ciascuno di noi
né quando il tempo
ha un sorriso sbagliato
Che fai piccola signora
nel tuo abito d’acqua
trasparente come un sibilo di vento?
Dormi?
Come quando morire
è urgenza di sognare

in banca la coscienza
depone assegni in
bianco
spalmati di miele selvatico
acceso
volti
sparpagliati
chi non abita più
la parola
ugole pietrificate
un bidone diesel
vuoto
a caderci dentro e
prender fuoco
un Dio postdatato
per cassiere:
chiede amore

costruire a rovescio
appaga se capito in fondo,
ogni parola è anche il suo contrario:
crea alibi, pretesti
amnesie
storie di fuga, ritorni
rimandi
quelle infilate
nell’armadio delle nostre cose
vengono fuori
ordinate
nell’incastro
come sampietrini
utopia non inciampare!
dentro l’incanto cullo
il disincanto

tra le mani
il viso,
senza principio e
senza meta;
era nomade
il mio bel sogno
non mi apparteneva
nemmeno io
appartenevo a lui:
ma ogni sua pietra
mi conosceva
andava dal giorno prima,
al giorno dopo;
per essere lo stesso, si fotocopiava
mi indossava come un soprabito leggero
sulle spalle del
“mai quello di oggi”
Così, non ci incontravamo
io e il mio sogno:
un efficace esempio di
rivolte mancate
mezze parole rimaste
sulle labbra
un interrotto me
Ora
finalmente è
alle porte:
viene a farmi le condoglianze
per la mia morte

ai miei peccati
i sogni hanno chiesto
da dove provenissero
loro hanno risposto:
dalle pieghe incalcolabili
del corpo
a passeggio sui vostri
naufragi
in lunghe vesti
l’evidenza di una forza ci afferra:
trappola calda,
urla un presagio di vita
che ancora
trema addosso
e l’aria è spenta
il cielo ha ancora ganci per noi?

Abito solo gesti e parole
L’ anima
cos’è la mia anima?
Tu attendi su tegole rosse quella
nuvola impensierita
per rivoltarla come tasche vuote
e fai allungare su di me l’abisso
Tu ultimo margine
di me
sui mobili di casa
foto tutte senza volto
somigliare a qualcuno
che non si conosce
flussi spietati di cornici
senza stimoli:
la propria preistoria senza fattezze
come un quadro di Bacon
cucire un
vento di domande
come sudario
per la sepoltura
non è poi molto!

una scritta lampeggiante
appare di notte
sul fianco della mia pelle:
(“l’incendio
che brucia il senso
è un desiderio appoggiato
sul cuore”)
poi scompare
io vivo tra due parentesi
e tu
ritardi

Lascia che adesso
per un attimo
torni
ciò che abbiamo
amato.
Che come un gran signore
ci venga a salutare
e il suo mantello
su di noi
ancora per un attimo
distenda,
dove ebbe luogo vita
e noi con essa.

inseguiva parole
affette
da manie di grandezza
tipo “felicità”, “vita”
su un burrone
scassinato
fuori catalogo
era quel che forse era
(chi può dirlo) di lui:
l’ossigeno era finito
qualcuno ne aveva venduto
l’ ultimo
refolo a prezzi scontati
così come si vendono gli
abiti usati
lui non l’aveva saputo

un grido, una fase lunare
da spaccare sul cippo:
“quando è iniziata
la Grande Mostra del Nulla?”
e scende il buio
sciami di gente
in auto e a piedi
in se stessi solo per inciampo
come in pietre
generazioni saltate
hanno lavorato per la
propria casa
il tempo che fu non
si inginocchia mai a
quello che sarà
non c’è data nel passato
per il futuro
e non ci sono strade
c’è solo forse
la tua tazzina di caffè ormai
freddo
che non ti ha portato
fortuna

desiderarsi e parlar d’altro
e sono tutta impeto e coltelli
dietro ogni scatto una rapina
rapinare giorni, sogni
suoni
assenze, presenze
verità
rapinare bugie
ladra di cianfrusaglie
per bendare il dolore
tengo in tasca tutti i furti
sciabolate furtive
a un me che forse nasco
e forse no
e svetto alta e tua
per rapinare anche il nulla
che finge,
come sempre retrocedendo
nel cuore
rapinare rapinare
io dai cento volti
cento anime, cento corpi,
cento segreti
cento morti
una sola vita
come tuo desco mai sazio
sconsolato
una pessima strega
perde sempre la scopa

i luoghi dell’anima
ci cacciano
a noi preferiscono il deserto
le distanze silenziose
in cui
la pietà del guardare
gioisce
nel non dover più distinguere
il bene dal male

la maschera dell’ identità
(donna di classe e gran signora)
dice:
“io è parola senza movente
né referente
danzatore d’oscurità
in
delicata struttura
forza d’animo
in prima persona
entusiasmo graffiante
esige pagamenti in contante e
non dà resto”
la sua grinta è un desiderio,
un intento
sempre lo stesso:
travestirsi da me
la maschera migliore per
essere peggiore

Ho sbagliato:
ho spalmato il burro su di te,
non sulla tartina,
ora mordo il dolore attaccato alle tue
dita

ogni giorno nascevo un poco
morivo un poco
per passare il tempo, solo
per passare il tempo
ogni giorno nasco un poco
muoio un poco
d’accordo tutti
su questo
ogni giorno nascerò un poco
morirò un poco
e non è vero che
“non vedo l’ora”
……….
Chi ha visto la mia pelle
spazzolare le ombre?
Tracce di puledri rincorro
gli zoccoli alle mani.
Voglio cavalcare la nascita e la morte,
stringerle insieme e strattonarle.
Legarle al bastone del tempo
e venderle all’eternità.
Me le pagherà bene
non le ha
poi andrò via
nel bosco che bisbiglia,
Freddo e caldo penetreranno i miei vestiti.
lascerò fare.
Nessuno, il mio amico,
mi presterà la voce
e il suo altoparlante
muto
