Tra il vocio di molte chiacchiere piene d’afa che ristagnano in piazza -filosofia spicciola spengo il cellulare e prendo posto dietro l’ultima parola quando il negozio dei significanti ormai sta per chiudere.
Anche il silenzio può essere un’esperienza professionale e penso al mio che veglia aspettando il tuo desiderio.
Appesa per le caviglie ad un albero del viale ho incontrato per la prima volta l’unica donna che ho mai amato, avrei voluto proseguire ma mi ha chiesto uno sguardo mi ha domandato di guadare un fiume inesistente fra le stelle, quindi mi sono arrampicato fino all’orlo del suo viso ma non si è scomposto, nulla del mio corpo mi ha nascosto. Immersa nel suo odore mi ha aperto il petto così che potessi sentire il suono del colore, colmo di paura ho promesso che avrei imparato ad aspettare, ho fatto un giro intorno all’albero e la mia donna era svanita, rapita dalla frutta candita di un’isola caraibica. Mi sono legato per le caviglie ad un lampione per capire la sua prospettiva e riallineare la mira, ammassati intono a me sbavavano dei cani, con le mascelle di vetro in fiamme ma la terra si è asciugata e la festa è finita. Non ho più incontrato una donna così bella, forse sì, è la carne che tutte le notti mi dorme accanto persuasiva nelle cosce, elegante nelle mani, luce morale nei fianchi ripiegata e indistinta come uno scheletro di pesce. Sono certo, siamo l’uno la proposta dell’altra.
Due si spogliano si tolgono le vesti si sfilano le scarpe si levano i gioielli e l’orologio si denudano completamente
continuano a spogliarsi con mani carezzevoli si tolgono la professione il nome le abitudini quotidiane con baci pazienti si liberano dei loro amori trascorsi delle loro attese con morsi profondi si disfano degli anni della loro passione con la bocca a vicenda si sbarazzano del sesso
si svestono dell’infanzia (operazione lunghissima) si tolgono di dosso la mamma e il padre con energici lavacri forti abbracci e strusciate di corpo a corpo ed effusione di linfa
raggiungono le tenebre mai nominate alle quali danno a ritroso dei nomi che man mano dimenticano quando si infiammano
continuano a spogliarsi attraverso il riso il pianto i gemiti e le grida fino all’innominabile carnalità di là della nascita
“Fui impiccata perché vivevo sola, perché avevo gli occhi azzurri e la pelle bruciata dal sole, vestiti cenciosi, pochi bottoni, una fattoria incolta a mio nome, e un rimedio infallibile per le verruche; Ah sì, e il seno, e una dolce pera nascosta nel mio corpo. Quando si parla di diavolerie questi tornano sempre utili.”
percepire la vita senza interpretare cercare sé negli altri gli altri in quell’angolo di se’ subito dopo la curva a gomito dove si sfracellano le lapidi specchiarsi come luna nel pozzo in quel raggio che divenne storia e memoria
tanta gente in strada, branchi di scarpe strano, stanno tutti come per cadere passano dinnanzi ad una chiesa -inginocchiatoi a file- che sta per cadere
stanno per cadere i colori del giorno, poi quelli della notte colori di orribili forme che mi somigliano
c’è del fumo come da polvere da sparo incubo e realtà diventati l’uno dell’altra
tanta gente in strada intimità inghiottite e perdute e non c’è nessuno
Ed io sto lì a guardare l’immortale mondo che non ha destino. Eppure basterebbe poco, forse soltanto una lucciola eversiva o l’ urlo inarticolato della nebbia,
quando qualcuno attende chiede chiama
stasera non passa nessuno per strada, né a piedi, né in macchina. Tutto è immobile forse manca la strada o forse è una strada che inghiotte,
quando qualcuno cerca ha fame prega
quando qualcuno….
dov’è la casa, quella degli uomini, intendo, della loro effimera vita dove tutto vuole avere inizio e cerca compimento?
quando qualcuno chiede pace giustizia amore
quando chiede di qualcuno . Non ho mai sentito tanto silenzio.
Sono solo, metto il fior di cineraria nel vaso pieno di nero sedimento. Bocca sorella, tu dici una parola che poi vive dinnanzi alle finestre, e su di me arrampicando sale tacito ciò che sognai.
Io porto il lutto dell’ora appassita e serbo una resina per un uccello tardivo: egli porta il fiocco di neve sulla piuma rossa di vita: col grano di ghiaccio nel becco egli passa attraverso l’estate
Qui incontro chiunque, demoni di altre vite, animali d’un blasone dimenticato, donne in forma di leone, unicorni, maiali in maschera, cado giù dal mio dipinto e cerco con lo sguardo il pittore, non ha ancora terminato la mia mano, una formica passa sul colore, il pianista nel bunker suona una canzone della guerra. Così tutto mi ritorna, il pilota morto sull’albero, la voce di mio padre che sapeva mangiare camminando, sento il suo suono ma non le parole, lo so, vuole andare alla sua tomba, ma non posso aiutarlo. Non ne ha una.
Qui tra i muri è freddo la rabbia non ha più nulla di sexy né toast da offrire Come in un quadro di Max Ernst gira gente che ha scambiato la scarpa della madre per la sciarpa e se l’è appesa al collo: vanno tutti in cerca della propria pazzia la coscienza non abita più la parola
C’è nessuno che voglia unirsi a me nel lanciare alcuni sassi verso quegli insegnanti che amano porre la domanda: “Che cosa sta cercando di dire il poeta?”
come se Thomas Hardy e Emily Dickinson si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito: disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano, con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea
Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire, ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker qui al Liceo di Springfield ce la faremo
con l’aiuto di questi questionari di comprensione a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire, e faremo tutto questo prima dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.
Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca di dire che cosa significa questa assenza, noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti. L’immagine di questo vaso di fiori recisi,
non del nostro giardino, non aiuta. E lo stesso vale per quel piatto singolo, la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.
E allora lascerò che sia la prof Parker, che sta picchiettando con un gesso la lavagna, e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata, altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –
a capire quel che sto cercando di dire su questo posto in cui mi trovo e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.
“gli uomini primitivi credevano che anche le pietre avessero un’anima. Io voglio che lei sia la custode della mia anima.” (Dal film Prendimi l’anima di Roberto Faenza)
soldino di pietra in cerca di custode
sigaretta di bocca bocca attende spazientita di essere fumata
sogno cattivo in un giardino insoddisfatto del proprio verde: scappa senza controllo al taglia erba disorienta
quest’ anima disorientata va presa dopo i pasti a piccole dosi attenzione a non superare quelle consigliate!
Il mio corpo adolescente era una casa di clausura con un caldo tropicale e sogni vaneggianti. L’anima vi abitava come un cardellino fiammeggiante che abbiano accecato perché canti più disperatamente ma anche così dolcemente che sentirlo è come immaginare un aldilà magnifico. Una casa con molti muri e stanze e il giardino dei fiori d’oro dell’infanzia. Pestavo un’erba magica nel frantoio per risvegliare i giorni della gioia. Il mare era incastonato nel mezzo della carne come un lapislazzulo blu, la mente delirante, la sabbia morbida, ardente. Il mio castello è quello più alto con bandiere di carta e ponti levatoi fatti con stecche di ghiaccioli. E il mare non è quello reale, il tempo non è quello reale, ma un altro dove volare arditamente come un uccello misterioso che non si ferma mai. E non so che profumo di gelsomini vi penetra certe sere con una voce troppo leggera di bambino: andiamo, laggiù ce ne sono tanti. Dammi la mano. Senti? Ancora ci muoviamo nella luce lunare che ci schiara le dita e si specchia tranquilla nell’acqua di un boccale lasciato sopra il tavolo, all’aperto. E il canto dei grilli fa un’onda così lunga da attraversare il tempo. C’era una volta. C’era una bambina con una corona di latta sopra il capo che giocava con il mondo e lo ammirava stupita. Che spoliazione infinita! Quanto barbari sono i maestri. Come grida il cuore: Non devo dire questo, non devo fare questo, Sono una donna, sono un animale muto. Sono una menzogna. Una gola di cera molle dove tutti imprimono i pollici per cacciare indietro la mia voce. Sogno tutte le notti un uomo che m’insegue con un coltello affilato e lucente, ed io ho paura che mi prenda. Madre delle vergini, aiutami! Io sono un vaso di vetro. Un vaso che traspare come l’acqua. E poi viene quella cosa rovente che fa chiudere gli occhi che fa ancora paura ma così struggente che riempie di sospiri la bocca. Inginocchiati, Amore, trema, fammi tua, dimmi a voce bassa chi sei, che loro non sentano più, che non sentano. La mia casa di carne è un fiore. Io non voglio appassire. Tu, madre, sei soltanto un’ombra. Tu, padre, una corda intrecciata. La luna galleggia come una barca bianca nel cielo nero. Colei che sta al timone è del tutto ubriaca. Ha bevuto il vino senza fine della notte. E, dopo, è come se piangessimo. Ma è che mi ha svestita poco a poco e le pupille bruciano. Qualcosa sanguina. Facciamo, il mio corpo accanto al suo corpo, uno stendardo di seta più grande dell’ombra blu delle montagne e lo cuciamo con i baci e le parole come fosse il solo tra i sacri riti da offrire all’altare della vita. Adesso so che il corpo non può avere riposo, che vivere è come una mano che afferra. Un’acqua che affiora dal fondo della terra ed ha bisogno di zampillare, furiosa. Che tutto il resto è solo sonno vuoto. Che di ogni cosa bisogna scrivere. Perché la realtà si ricordi, perché si sappia rispondere. Che scrivere significa essere donne assolutamente libere, con la bocca piena di luce, con tanti fiori che bucano l’oscurità coprendo la ferita.
Franca Alaimo, da “7 poemetti”, Interno Libri Edizioni