Lucia Triolo: una Domenica di poesia

Barbara Korun

DUE

Due si spogliano
si tolgono le vesti 
si sfilano le scarpe 
si levano i gioielli e l’orologio 
si denudano completamente

continuano a spogliarsi 
con mani carezzevoli
si tolgono la professione il nome 
le abitudini quotidiane 
con baci pazienti 
si liberano dei loro amori 
trascorsi delle loro attese 
con morsi profondi si disfano 
degli anni della loro passione 
con la bocca a vicenda 
si sbarazzano del sesso 

si svestono dell’infanzia 
(operazione lunghissima) 
si tolgono di dosso la mamma 
e il padre con energici lavacri 
forti abbracci e strusciate 
di corpo a corpo 
ed effusione di linfa 

raggiungono le tenebre 
mai nominate alle quali 
danno a ritroso dei nomi 
che man mano dimenticano 
quando si infiammano 

continuano a spogliarsi 
attraverso il riso il pianto 
i gemiti e le grida 
fino all’innominabile 
carnalità 
di là della nascita 

sono nudi

da “Voglio parlare di te notte- Monologhi

lucia triolo: spazio notturno

lo spazio notturno 
ci conta le rughe
ci imbocca

come gli uccelli sui rami
ha una manciata di foglie                                  
che narra una verde
sorgente

lo spazio notturno è distante
da un dito all’altro,
premuroso
s’ inchina all’amante

un sogno in affitto
ci at-tenda
quando scende assetata
la sera

tu, mio sogno in affitto
che i demoni sbrani
racconta del dio, dei maneggi
di un vento parlante

 chi mura
senza miracoli
il destino agli umani?

lucia triolo: una domenica di poesia

Margaret Atwood

Mary mezza impiccata,

“Fui impiccata perché vivevo sola,
perché avevo gli occhi azzurri e la pelle bruciata dal sole,
vestiti cenciosi, pochi bottoni,
una fattoria incolta a mio nome,
e un rimedio infallibile per le verruche;
Ah sì, e il seno,
e una dolce pera nascosta nel mio corpo.
Quando si parla di diavolerie
questi tornano sempre utili.”


da “Mattina nella casa bruciata

Lucia Triolo: il sorpasso

guarda lo spazio tra
morte e nascita
dove la prima tira corda e
l’altra cede
guarda di quanti giorni è fatto un passo        
cosa fare quando è

l’ombra a sorpassarti?
la rincorri? l’affronti? 

e perchè?
ha uno specchio in mano  
tiene ciò che è scritto e 
ciò che è cancellato in me

i passi 
tra me e lei
piangono in ordine sparso 
la corda al collo impicca
e tu dici:

resistere ha un suo sfarfallio
una sua malinconia

Lucia Triolo: per strada

tanta gente in strada,
branchi di scarpe
strano, 
stanno tutti come 
per cadere
passano dinnanzi ad una chiesa
-inginocchiatoi a file-
che sta per cadere

stanno per cadere i colori
del giorno, poi quelli della notte
colori di orribili forme
che mi
somigliano

c’è del fumo come da polvere da sparo
incubo e realtà diventati
l’uno dell’altra

tanta gente in strada
intimità inghiottite e perdute
e non c’è nessuno

ma un giorno
proprio lì
tu 
m’hai amata

la verità si era addormentata

quando qualcuno

Quando qualcuno parla
soffre
piange

quando qualcuno…

Ed io sto lì a guardare
l’immortale mondo
che non ha destino.
Eppure basterebbe poco,
forse soltanto
una lucciola eversiva o
l’ urlo inarticolato della nebbia,

quando qualcuno attende
chiede
chiama

stasera non passa nessuno per strada,
né a piedi, né in macchina.
Tutto è immobile
forse manca la strada
o forse è una strada
che inghiotte,

quando qualcuno cerca
ha fame
prega

quando qualcuno….

dov’è la casa,
quella degli uomini,
intendo,
della loro effimera vita
dove tutto
vuole avere inizio
e cerca compimento?

quando qualcuno chiede pace
giustizia
amore

quando chiede di qualcuno
.
Non ho mai sentito tanto silenzio.

lucia triolo: una domenica di poesia

Paul Celan

Sono solo

Sono solo, metto il fior di cineraria
nel vaso pieno di nero sedimento. Bocca sorella,
tu dici una parola che poi vive dinnanzi alle finestre,
e su di me arrampicando sale tacito ciò che sognai.

Io porto il lutto dell’ora appassita
e serbo una resina per un uccello tardivo:
egli porta il fiocco di neve sulla piuma rossa di vita:
col grano di ghiaccio nel becco egli passa attraverso l’estate

da Papavero e memoria.

lucia triolo: il penultimo

tutto è caduto in me
non l’ho tolto io
è caduto 
da solo

povertà
non è ne’ tenebra ne’ luce
è nudità 
senza tracce

cosa dare o prendere nel fitto 
dalla loro mancanza?
È un morire 
a cui nasce una storia altra?

No, senza tracce
è solo il penultimo
divoratore
che copre l’ultimo “poi”:
il feroce “con nessuno”

chi è vivo o è atterrito o
è caparbio
attende
l’ultimo suo  “io” 
quello sempre in ritardo.

lucia triolo: l’istante

quando iniziai a
divorarmi?

dentro la mia gabbia
di carne
balbetto
con passo incerto 

indecise sobrietà 
sguardi rattrappiti su
l’ultima terra

ho in comune con mio nonno
il suo fantasma
e la fine alle spalle insegue
con grida rocciose

dissi con te
ciò che nessuno sa  dire
di quelle parole 
sono l’istante
duro a scomparire

lucia triolo: vertigine

Fa finta di credere che

non sia finita.

l’occhio limpido del demonio


Difficile l’aria

schianta per terra

con violenza

le ore possedute

dalla tua, dalla sua, dalla loro voglia.

E dalla mia?

.

Perché non tace

il corpo

perché parla ancora?

So, ahime! quel che dice

.

Un menestrello canta,

canta,

mi canta contro

un atto unico, un’esperienza terminale

è il mio corpo

Ma esiste ancora?

.

Attiro il balcone come l’armadio

attira la polvere 

lucia triolo: forse ti dirà (dedicata)

volevo scrivere qualcosa 
che riguardasse 
me o te
non so!

è che
come viaggiatore stregato
o corda selvaggia
al nodo
alcune volte perdo
la differenza.

in questa foresta di lillà
ra Buona Cerva e Bel Micino
a tratti poi mi ritrovo a dire
uoghi di speranza e di rifugio
come”ti voglio bene”

ma è diverso
sopra e sotto pelle
non è un semplice “ti voglio bene”
è un domani del cuore: 
l primo, il secondo e poi.

forse ti dirà
di incursioni spareggiate

io che umore sia              
non so!

lucia triolo: una domenica di poesia

Cees Noteboom

Qui incontro chiunque, demoni di altre
vite, animali d’un blasone dimenticato,
donne in forma di leone, unicorni,
maiali in maschera, cado giù dal mio dipinto
e cerco con lo sguardo il pittore, non ha ancora 
terminato la mia mano, una formica passa sul colore,
il pianista nel bunker suona una canzone
della guerra. Così tutto mi ritorna,
il pilota morto sull’albero, la voce di mio
padre che sapeva mangiare camminando, sento il suo
suono ma non le parole, lo so,
vuole andare alla sua tomba, ma non posso aiutarlo.
Non ne ha una. 

da L’occhio del monaco

Lucia Triolo: vampa serale

chi mi ha generato? 
un algoritmo.
un calcolo fatto non si sa 
dove? 
un amore in cammino
senza colore?

transito su binari di probabilità
meteore di sembianze umane
frammenti genitoriali 
vi divampano 

momenti di corpi, di vissuti 
che deflagrano:
fantocci, ceneri
non ricordo

il pavimento luccica liscio
sotto il mio piede

mi sento a mio agio solo
in quest’ora 
della sera 
quando nella bruma 
scocca
Il guizzo che m’avvampa

Lucia Triolo: una domenica di poesia

Billy Collins

Lo Sforzo

C’è nessuno che voglia unirsi a me
nel lanciare alcuni sassi verso
quegli insegnanti che amano porre la domanda:
“Che cosa sta cercando di dire il poeta?”

come se Thomas Hardy e Emily Dickinson
si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito:
disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano,
con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea

Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell
e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire,
ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker
qui al Liceo di Springfield ce la faremo

con l’aiuto di questi questionari di comprensione
a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire,
e faremo tutto questo prima
dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.

Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca
di dire che cosa significa questa assenza,
noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti.
L’immagine di questo vaso di fiori recisi,

non del nostro giardino, non aiuta.
E lo stesso vale per quel piatto singolo,
la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto
contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.

E allora lascerò che sia la prof Parker,
che sta picchiettando con un gesso la lavagna,
e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata,
altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –

a capire quel che sto cercando di dire
su questo posto in cui mi trovo
e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno
e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.

Billy Collins. da “Balistica”, Fazi Editore

Lucia Triolo: anima disorientata

“gli uomini primitivi credevano che anche le pietre avessero un’anima. Io voglio che lei sia la custode della mia anima.”
(Dal film  Prendimi l’anima di Roberto Faenza)

soldino di pietra
in cerca di custode

sigaretta di bocca bocca
attende
spazientita di essere 
fumata

sogno cattivo
in un giardino insoddisfatto del proprio verde:
scappa senza controllo al taglia erba
disorienta

quest’ anima disorientata
va presa dopo i pasti
a piccole dosi
attenzione a non superare quelle consigliate!

quest’ anima
al sangue come una bistecca:

la mia pazzia!

lucia triolo: piccolo paggio

Piccolo paggio

la favola del mio corpo                                  
non oltrepassarla!

segreto ti appariva               
come il sole e la pioggia

ti occorre ancora
distanza per vedermi             
giovane 
silenziosa                   
che si rinnova
in punta di piedi     
come sul far del giorno

Stupidamente segreta nell’animo     
la mia bocca cede                   
ritrosa
parole geometriche       
che vanno
anche oggi a farsi male           
su pensieri cerbiatti

Come allora
-ricordi?-         
sui   
banchi di scuola               
intarsiati d’inchiostro

sempre quelle favole             
che paralizzavano leggere   
la storia del mondo
quando ancora         
non c’era il mondo
ma solo il mio corpo

un minuscolo spunto in un dovechissà             
che ti toccava

perché tu invece   
c’eri     
e stavi lì segreto

di me tua regina       
innamorato

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lucia triolo: una domenica di poesia

Franca Alaimo

Con la bocca piena di luce

Il mio corpo adolescente
era una casa di clausura
con un caldo tropicale
e sogni vaneggianti.
L’anima vi abitava
come un cardellino fiammeggiante
che abbiano accecato perché canti
più disperatamente
ma anche così dolcemente
che sentirlo è come immaginare
un aldilà magnifico.
Una casa con molti muri e stanze
e il giardino dei fiori d’oro dell’infanzia.
Pestavo un’erba magica nel frantoio
per risvegliare i giorni della gioia.
Il mare era incastonato
nel mezzo della carne
come un lapislazzulo blu,
la mente delirante,
la sabbia morbida, ardente.
Il mio castello è quello più alto
con bandiere di carta e ponti levatoi
fatti con stecche di ghiaccioli.
E il mare non è quello reale,
il tempo non è quello reale,
ma un altro dove volare arditamente
come un uccello misterioso
che non si ferma mai.
E non so che profumo di gelsomini
vi penetra certe sere
con una voce troppo leggera
di bambino:
andiamo, laggiù ce ne sono tanti.
Dammi la mano. Senti?
Ancora ci muoviamo nella luce lunare
che ci schiara le dita
e si specchia tranquilla
nell’acqua di un boccale
lasciato sopra il tavolo, all’aperto.
E il canto dei grilli fa un’onda così lunga
da attraversare il tempo.
C’era una volta. C’era una bambina
con una corona di latta sopra il capo
che giocava con il mondo
e lo ammirava stupita.
Che spoliazione infinita!
Quanto barbari sono i maestri.
Come grida il cuore:
Non devo dire questo,
non devo fare questo,
Sono una donna,
sono un animale muto.
Sono una menzogna.
Una gola di cera molle
dove tutti imprimono i pollici
per cacciare indietro la mia voce.
Sogno tutte le notti
un uomo che m’insegue con un coltello
affilato e lucente,
ed io ho paura che mi prenda.
Madre delle vergini, aiutami!
Io sono un vaso di vetro.
Un vaso che traspare come l’acqua.
E poi viene quella cosa rovente
che fa chiudere gli occhi
che fa ancora paura ma così struggente
che riempie di sospiri la bocca.
Inginocchiati, Amore, trema, fammi tua,
dimmi a voce bassa chi sei,
che loro non sentano più,
che non sentano.
La mia casa di carne è un fiore.
Io non voglio appassire.
Tu, madre, sei soltanto un’ombra.
Tu, padre, una corda intrecciata.
La luna galleggia come una barca bianca
nel cielo nero.
Colei che sta al timone è del tutto ubriaca.
Ha bevuto il vino senza fine della notte.
E, dopo, è come se piangessimo.
Ma è che mi ha svestita poco a poco
e le pupille bruciano.
Qualcosa sanguina.
Facciamo, il mio corpo accanto al suo corpo,
uno stendardo di seta
più grande dell’ombra blu delle montagne
e lo cuciamo con i baci e le parole
come fosse il solo tra i sacri riti
da offrire all’altare della vita.
Adesso so che il corpo non può avere riposo,
che vivere è come una mano che afferra.
Un’acqua che affiora dal fondo della terra
ed ha bisogno di zampillare, furiosa.
Che tutto il resto è solo sonno vuoto.
Che di ogni cosa bisogna scrivere.
Perché la realtà si ricordi,
perché si sappia rispondere.
Che scrivere significa essere donne
assolutamente libere,
con la bocca piena di luce,
con tanti fiori che bucano l’oscurità
coprendo la ferita.

Franca Alaimo, da “7 poemetti”, Interno Libri Edizioni

Lucia Triolo: il sogno

ora mi rimpicciolisco
e mi sogno
un sogno piccolo
                     piccolo
estremo
come uno scarabocchio
                     di me
come un’introduzione
                    postuma:

-quelle… dita che
mi(!?) amavano…-

tu la trovasti

una figura
trovasti
tracciata col lapis
su una roccia
tu raccogliesti il lapis
e scrivesti

la figura sorrise
un sorriso lungo
sette giorni
sette anni

sette attimi di eternità

…il sogno…

Notturno - Max Ernst | Wikioo.org – L'Enciclopedia delle Belle Arti

lucia triolo; una domenica di poesia con Stefanie Golisch

Scarabocchio 

Un tempo portavo anche io un nome e in inverno un cappello contro il freddo, poi ho perso la strada, non so perché, sono la donna che alla sera dà da mangiare ai gatti, che sta con tutti un po’ ma non troppo, non amo il mio prossimo come me stessa, all’alba sono l’uomo alla fermata dell’autobus, a scuola, il bambino che tutti picchiano e tutti i suoi picchiatori, sono la donna alla finestra che fuma e quella della casa di fronte che la guarda, sono e qualche volta non sono, sono chi tu vuoi che io sia, eccomi, non so cantare, ma canto 

Dove abito 

Abito in una casa di antichi odori, il mio vicino
è morto tempo fa, mi guarda dalla finestra mentre stendo i panni prima di sera, ci vediamo domani, vivo la vita di tutti, raccolgo briciole e le spargo sul davanzale prima di andare a dormire sempre alla stessa ora 

Stefanie Golisch
da: L’ affresco del maldestro vivere
Quaderni di RebStein, LXXXIV, Giugno 2021.