lucia triolo: sul selciato

Imprevisto:

mi lascio per strada,
gettata lì sul selciato
rotta da luci sfolgoranti e false
nulla in me si china a raccogliermi
i pezzi non combaciano

lo so:

abbraccio uno sparire
di antica data
fatto con zucchero filato
la lingua poco a poco arriva
al bastoncino appiccicoso
come a un sogno scaduto
andato a male

ho disegnato maschere sui muri:

profanando l’ultima speranza
che stava tra abiti e polvere
mi trattava da prediletta
con il belletto per la mia coscienza
mentre arava il mio sogno

ora solo ferocia

lucia triolo: da un caso di cronaca

senza parola

partorisco figli
che non conosco 
figli di disagio e pena
figli di un percorso senza ritorno

 avevano il naso scalfito
dinamico
come quello di statue greche
senza storia 

non chiedermi loro notizie
ho tranciato il cordone ombelicale 
li ho sepolti sulla punta delle dita
proprio sotto le unghie di terra
e ora taglio
percezioni che non riconosco
che non ricordavo

un’aritmetica senza numeri
la mia
non accoglie i figli
e io li ho uccisi: ho impedito loro
il suicidio 

e ora non dico 

Lucia Triolo: Una domenica di poesia

Simone Cattaneo

Appesa per le caviglie ad un albero del viale
ho incontrato per la prima volta l’unica donna che ho mai amato,
avrei voluto proseguire ma mi ha chiesto uno sguardo
mi ha domandato di guadare un fiume inesistente fra le stelle,
quindi mi sono arrampicato fino all’orlo del suo viso ma
non si è scomposto, nulla del mio corpo mi ha nascosto.
Immersa nel suo odore mi ha aperto il petto così che
potessi sentire il suono del colore,
colmo di paura ho promesso che avrei imparato ad aspettare,
ho fatto un giro intorno all’albero e
la mia donna era svanita, rapita dalla frutta candita di
un’isola caraibica. Mi sono legato per le caviglie ad un lampione
per capire la sua prospettiva e riallineare la mira,
ammassati intono a me sbavavano dei cani, con le mascelle di vetro
in fiamme ma la terra si è asciugata e la festa è finita.
Non ho più incontrato una donna così bella, forse sì,
è la carne che tutte le notti mi dorme accanto
persuasiva nelle cosce, elegante nelle mani, luce morale nei fianchi
ripiegata e indistinta come uno scheletro di pesce.
Sono certo, siamo l’uno la proposta dell’altra.

ora in Peace & Love

*

Lucia Triolo: una Domenica di poesia

Barbara Korun

DUE

Due si spogliano
si tolgono le vesti 
si sfilano le scarpe 
si levano i gioielli e l’orologio 
si denudano completamente

continuano a spogliarsi 
con mani carezzevoli
si tolgono la professione il nome 
le abitudini quotidiane 
con baci pazienti 
si liberano dei loro amori 
trascorsi delle loro attese 
con morsi profondi si disfano 
degli anni della loro passione 
con la bocca a vicenda 
si sbarazzano del sesso 

si svestono dell’infanzia 
(operazione lunghissima) 
si tolgono di dosso la mamma 
e il padre con energici lavacri 
forti abbracci e strusciate 
di corpo a corpo 
ed effusione di linfa 

raggiungono le tenebre 
mai nominate alle quali 
danno a ritroso dei nomi 
che man mano dimenticano 
quando si infiammano 

continuano a spogliarsi 
attraverso il riso il pianto 
i gemiti e le grida 
fino all’innominabile 
carnalità 
di là della nascita 

sono nudi

da “Voglio parlare di te notte- Monologhi

lucia triolo: spazio notturno

lo spazio notturno 
ci conta le rughe
ci imbocca

come gli uccelli sui rami
ha una manciata di foglie                                  
che narra una verde
sorgente

lo spazio notturno è distante
da un dito all’altro,
premuroso
s’ inchina all’amante

un sogno in affitto
ci at-tenda
quando scende assetata
la sera

tu, mio sogno in affitto
che i demoni sbrani
racconta del dio, dei maneggi
di un vento parlante

 chi mura
senza miracoli
il destino agli umani?

lucia triolo: una domenica di poesia

Margaret Atwood

Mary mezza impiccata,

“Fui impiccata perché vivevo sola,
perché avevo gli occhi azzurri e la pelle bruciata dal sole,
vestiti cenciosi, pochi bottoni,
una fattoria incolta a mio nome,
e un rimedio infallibile per le verruche;
Ah sì, e il seno,
e una dolce pera nascosta nel mio corpo.
Quando si parla di diavolerie
questi tornano sempre utili.”


da “Mattina nella casa bruciata

Lucia Triolo: il sorpasso

guarda lo spazio tra
morte e nascita
dove la prima tira corda e
l’altra cede
guarda di quanti giorni è fatto un passo        
cosa fare quando è

l’ombra a sorpassarti?
la rincorri? l’affronti? 

e perchè?
ha uno specchio in mano  
tiene ciò che è scritto e 
ciò che è cancellato in me

i passi 
tra me e lei
piangono in ordine sparso 
la corda al collo impicca
e tu dici:

resistere ha un suo sfarfallio
una sua malinconia

quando qualcuno

Quando qualcuno parla
soffre
piange

quando qualcuno…

Ed io sto lì a guardare
l’immortale mondo
che non ha destino.
Eppure basterebbe poco,
forse soltanto
una lucciola eversiva o
l’ urlo inarticolato della nebbia,

quando qualcuno attende
chiede
chiama

stasera non passa nessuno per strada,
né a piedi, né in macchina.
Tutto è immobile
forse manca la strada
o forse è una strada
che inghiotte,

quando qualcuno cerca
ha fame
prega

quando qualcuno….

dov’è la casa,
quella degli uomini,
intendo,
della loro effimera vita
dove tutto
vuole avere inizio
e cerca compimento?

quando qualcuno chiede pace
giustizia
amore

quando chiede di qualcuno
.
Non ho mai sentito tanto silenzio.

lucia triolo: il penultimo

tutto è caduto in me
non l’ho tolto io
è caduto 
da solo

povertà
non è ne’ tenebra ne’ luce
è nudità 
senza tracce

cosa dare o prendere nel fitto 
dalla loro mancanza?
È un morire 
a cui nasce una storia altra?

No, senza tracce
è solo il penultimo
divoratore
che copre l’ultimo “poi”:
il feroce “con nessuno”

chi è vivo o è atterrito o
è caparbio
attende
l’ultimo suo  “io” 
quello sempre in ritardo.

lucia triolo: l’istante

quando iniziai a
divorarmi?

dentro la mia gabbia
di carne
balbetto
con passo incerto 

indecise sobrietà 
sguardi rattrappiti su
l’ultima terra

ho in comune con mio nonno
il suo fantasma
e la fine alle spalle insegue
con grida rocciose

dissi con te
ciò che nessuno sa  dire
di quelle parole 
sono l’istante
duro a scomparire

lucia triolo: schiava d’amore

nelle vene 
luogo di domanda
il dialogo scorre

traspare nel corpo                  
un caldo viavai

arenata nell’abbandono
a voce:
“io chi sono?”

antica è la risposta 
che il luogo di domanda
spala verso la meta
“sei solo il cappello del nulla”

La schiava d’amore è tradita;
inutile
ogni travestimento

per strada
il cane al guinzaglio
abbaia contro l’antica risposta

è fedele il cane

lucia triolo: vertigine

Fa finta di credere che

non sia finita.

l’occhio limpido del demonio


Difficile l’aria

schianta per terra

con violenza

le ore possedute

dalla tua, dalla sua, dalla loro voglia.

E dalla mia?

.

Perché non tace

il corpo

perché parla ancora?

So, ahime! quel che dice

.

Un menestrello canta,

canta,

mi canta contro

un atto unico, un’esperienza terminale

è il mio corpo

Ma esiste ancora?

.

Attiro il balcone come l’armadio

attira la polvere 

lucia triolo: forse ti dirà (dedicata)

volevo scrivere qualcosa 
che riguardasse 
me o te
non so!

è che
come viaggiatore stregato
o corda selvaggia
al nodo
alcune volte perdo
la differenza.

in questa foresta di lillà
ra Buona Cerva e Bel Micino
a tratti poi mi ritrovo a dire
uoghi di speranza e di rifugio
come”ti voglio bene”

ma è diverso
sopra e sotto pelle
non è un semplice “ti voglio bene”
è un domani del cuore: 
l primo, il secondo e poi.

forse ti dirà
di incursioni spareggiate

io che umore sia              
non so!

lucia triolo: una domenica di poesia

Cees Noteboom

Qui incontro chiunque, demoni di altre
vite, animali d’un blasone dimenticato,
donne in forma di leone, unicorni,
maiali in maschera, cado giù dal mio dipinto
e cerco con lo sguardo il pittore, non ha ancora 
terminato la mia mano, una formica passa sul colore,
il pianista nel bunker suona una canzone
della guerra. Così tutto mi ritorna,
il pilota morto sull’albero, la voce di mio
padre che sapeva mangiare camminando, sento il suo
suono ma non le parole, lo so,
vuole andare alla sua tomba, ma non posso aiutarlo.
Non ne ha una. 

da L’occhio del monaco

Lucia Triolo: vampa serale

chi mi ha generato? 
un algoritmo.
un calcolo fatto non si sa 
dove? 
un amore in cammino
senza colore?

transito su binari di probabilità
meteore di sembianze umane
frammenti genitoriali 
vi divampano 

momenti di corpi, di vissuti 
che deflagrano:
fantocci, ceneri
non ricordo

il pavimento luccica liscio
sotto il mio piede

mi sento a mio agio solo
in quest’ora 
della sera 
quando nella bruma 
scocca
Il guizzo che m’avvampa

Lucia Triolo: una domenica di poesia

Billy Collins

Lo Sforzo

C’è nessuno che voglia unirsi a me
nel lanciare alcuni sassi verso
quegli insegnanti che amano porre la domanda:
“Che cosa sta cercando di dire il poeta?”

come se Thomas Hardy e Emily Dickinson
si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito:
disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano,
con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea

Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell
e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire,
ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker
qui al Liceo di Springfield ce la faremo

con l’aiuto di questi questionari di comprensione
a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire,
e faremo tutto questo prima
dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.

Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca
di dire che cosa significa questa assenza,
noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti.
L’immagine di questo vaso di fiori recisi,

non del nostro giardino, non aiuta.
E lo stesso vale per quel piatto singolo,
la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto
contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.

E allora lascerò che sia la prof Parker,
che sta picchiettando con un gesso la lavagna,
e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata,
altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –

a capire quel che sto cercando di dire
su questo posto in cui mi trovo
e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno
e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.

Billy Collins. da “Balistica”, Fazi Editore

Lucia Triolo: anima disorientata

“gli uomini primitivi credevano che anche le pietre avessero un’anima. Io voglio che lei sia la custode della mia anima.”
(Dal film  Prendimi l’anima di Roberto Faenza)

soldino di pietra
in cerca di custode

sigaretta di bocca bocca
attende
spazientita di essere 
fumata

sogno cattivo
in un giardino insoddisfatto del proprio verde:
scappa senza controllo al taglia erba
disorienta

quest’ anima disorientata
va presa dopo i pasti
a piccole dosi
attenzione a non superare quelle consigliate!

quest’ anima
al sangue come una bistecca:

la mia pazzia!