L’idea l’ho caricata
sulle spalle
ho incipriato l’attesa
sul ventre
ho diviso in due la mia passione
accoccolata
su quella parola che non pronunciavi mai
simile all’urlo.

L’idea l’ho caricata
sulle spalle
ho incipriato l’attesa
sul ventre
ho diviso in due la mia passione
accoccolata
su quella parola che non pronunciavi mai
simile all’urlo.

Imprevisto:
mi lascio per strada,
gettata lì sul selciato
rotta da luci sfolgoranti e false
nulla in me si china a raccogliermi
i pezzi non combaciano
lo so:
abbraccio uno sparire
di antica data
fatto con zucchero filato
la lingua poco a poco arriva
al bastoncino appiccicoso
come a un sogno scaduto
andato a male
ho disegnato maschere sui muri:
profanando l’ultima speranza
che stava tra abiti e polvere
mi trattava da prediletta
con il belletto per la mia coscienza
mentre arava il mio sogno
ora solo ferocia

senza parola
partorisco figli
che non conosco
figli di disagio e pena
figli di un percorso senza ritorno
avevano il naso scalfito
dinamico
come quello di statue greche
senza storia
non chiedermi loro notizie
ho tranciato il cordone ombelicale
li ho sepolti sulla punta delle dita
proprio sotto le unghie di terra
e ora taglio
percezioni che non riconosco
che non ricordavo
un’aritmetica senza numeri
la mia
non accoglie i figli
e io li ho uccisi: ho impedito loro
il suicidio
e ora non dico

Tra il vocio di molte chiacchiere
piene d’afa che ristagnano
in piazza
-filosofia spicciola
spengo il cellulare
e prendo posto
dietro l’ultima parola
quando il negozio dei significanti
ormai sta per chiudere.
Anche il silenzio può essere
un’esperienza professionale
e penso al mio
che veglia aspettando
il tuo desiderio.

Simone Cattaneo
Appesa per le caviglie ad un albero del viale
ho incontrato per la prima volta l’unica donna che ho mai amato,
avrei voluto proseguire ma mi ha chiesto uno sguardo
mi ha domandato di guadare un fiume inesistente fra le stelle,
quindi mi sono arrampicato fino all’orlo del suo viso ma
non si è scomposto, nulla del mio corpo mi ha nascosto.
Immersa nel suo odore mi ha aperto il petto così che
potessi sentire il suono del colore,
colmo di paura ho promesso che avrei imparato ad aspettare,
ho fatto un giro intorno all’albero e
la mia donna era svanita, rapita dalla frutta candita di
un’isola caraibica. Mi sono legato per le caviglie ad un lampione
per capire la sua prospettiva e riallineare la mira,
ammassati intono a me sbavavano dei cani, con le mascelle di vetro
in fiamme ma la terra si è asciugata e la festa è finita.
Non ho più incontrato una donna così bella, forse sì,
è la carne che tutte le notti mi dorme accanto
persuasiva nelle cosce, elegante nelle mani, luce morale nei fianchi
ripiegata e indistinta come uno scheletro di pesce.
Sono certo, siamo l’uno la proposta dell’altra.
ora in Peace & Love
*

Barbara Korun
DUE
Due si spogliano
si tolgono le vesti
si sfilano le scarpe
si levano i gioielli e l’orologio
si denudano completamente
continuano a spogliarsi
con mani carezzevoli
si tolgono la professione il nome
le abitudini quotidiane
con baci pazienti
si liberano dei loro amori
trascorsi delle loro attese
con morsi profondi si disfano
degli anni della loro passione
con la bocca a vicenda
si sbarazzano del sesso
si svestono dell’infanzia
(operazione lunghissima)
si tolgono di dosso la mamma
e il padre con energici lavacri
forti abbracci e strusciate
di corpo a corpo
ed effusione di linfa
raggiungono le tenebre
mai nominate alle quali
danno a ritroso dei nomi
che man mano dimenticano
quando si infiammano
continuano a spogliarsi
attraverso il riso il pianto
i gemiti e le grida
fino all’innominabile
carnalità
di là della nascita
sono nudi
da “Voglio parlare di te notte- Monologhi“

lo spazio notturno
ci conta le rughe
ci imbocca
come gli uccelli sui rami
ha una manciata di foglie
che narra una verde
sorgente
lo spazio notturno è distante
da un dito all’altro,
premuroso
s’ inchina all’amante
un sogno in affitto
ci at-tenda
quando scende assetata
la sera
tu, mio sogno in affitto
che i demoni sbrani
racconta del dio, dei maneggi
di un vento parlante
chi mura
senza miracoli
il destino agli umani?

Margaret Atwood
Mary mezza impiccata,
“Fui impiccata perché vivevo sola,
perché avevo gli occhi azzurri e la pelle bruciata dal sole,
vestiti cenciosi, pochi bottoni,
una fattoria incolta a mio nome,
e un rimedio infallibile per le verruche;
Ah sì, e il seno,
e una dolce pera nascosta nel mio corpo.
Quando si parla di diavolerie
questi tornano sempre utili.”
da “Mattina nella casa bruciata”

non c’è da opporre
resistenza
percepire la vita
senza interpretare
cercare sé negli altri
gli altri in quell’angolo
di se’ subito dopo la curva a gomito
dove si sfracellano le lapidi
specchiarsi come
luna nel pozzo
in quel raggio che
divenne storia e memoria
Servono soluzioni rapide

guarda lo spazio tra
morte e nascita
dove la prima tira corda e
l’altra cede
guarda di quanti giorni è fatto un passo
cosa fare quando è
l’ombra a sorpassarti?
la rincorri? l’affronti?
e perchè?
ha uno specchio in mano
tiene ciò che è scritto e
ciò che è cancellato in me
i passi
tra me e lei
piangono in ordine sparso
la corda al collo impicca
e tu dici:
resistere ha un suo sfarfallio
una sua malinconia

Quando qualcuno parla
soffre
piange
quando qualcuno…
Ed io sto lì a guardare
l’immortale mondo
che non ha destino.
Eppure basterebbe poco,
forse soltanto
una lucciola eversiva o
l’ urlo inarticolato della nebbia,
quando qualcuno attende
chiede
chiama
stasera non passa nessuno per strada,
né a piedi, né in macchina.
Tutto è immobile
forse manca la strada
o forse è una strada
che inghiotte,
quando qualcuno cerca
ha fame
prega
quando qualcuno….
dov’è la casa,
quella degli uomini,
intendo,
della loro effimera vita
dove tutto
vuole avere inizio
e cerca compimento?
quando qualcuno chiede pace
giustizia
amore
quando chiede di qualcuno
.
Non ho mai sentito tanto silenzio.

Mentre parliamo
accade sempre qualcosa
che non sai.
Non è necessario saperlo
-conservo la paura dei verdetti-.
Un’eco,
una domanda senza voce,
giace nei millenni
fedele e forse dimenticata
una dissonanza
incespica nel cammino
ha messo
la scarpa destra
nel piede sinistro
Venne a incontrarci
il tempo

tutto è caduto in me
non l’ho tolto io
è caduto
da solo
povertà
non è ne’ tenebra ne’ luce
è nudità
senza tracce
cosa dare o prendere nel fitto
dalla loro mancanza?
È un morire
a cui nasce una storia altra?
No, senza tracce
è solo il penultimo
divoratore
che copre l’ultimo “poi”:
il feroce “con nessuno”
chi è vivo o è atterrito o
è caparbio
attende
l’ultimo suo “io”
quello sempre in ritardo.

“non domerà la bestia colui che ne imita il verso”
Ingeborg Bachmann, “Invocazione all’Orsa Maggiore: discorso ed epilogo“
di bestia in bestia
la paura di perderti
quell’abisso dentro il mio orecchio
a dismisura
nel verso
chissà se i morti
si ricordano dei poeti
da L. Triolo, Debitum.

quando iniziai a
divorarmi?
dentro la mia gabbia
di carne
balbetto
con passo incerto
indecise sobrietà
sguardi rattrappiti su
l’ultima terra
ho in comune con mio nonno
il suo fantasma
e la fine alle spalle insegue
con grida rocciose
dissi con te
ciò che nessuno sa dire
di quelle parole
sono l’istante
duro a scomparire

nelle vene
luogo di domanda
il dialogo scorre
traspare nel corpo
un caldo viavai
arenata nell’abbandono
a voce:
“io chi sono?”
antica è la risposta
che il luogo di domanda
spala verso la meta
“sei solo il cappello del nulla”
La schiava d’amore è tradita;
inutile
ogni travestimento
per strada
il cane al guinzaglio
abbaia contro l’antica risposta
è fedele il cane

stringimi all’indietro
riversami sul nulla
perché
ho davanti
un bacio innamorato
dai contorni
della tua. figura
i tempi
del mio pensiero

una chitarra suona
la luna
come suonasse la sabbia
al deserto
forse saresti felice
se non fossi molto triste
se dentro te non fossi molto
in catene
eccoti tra i sussulti ghermire
un’apparenza
nell’oasi di un’eternità
che non è buona
tu dici: domani
e fai solo un buco nel plenilunio
precedente
Fa finta di credere che
non sia finita.
l’occhio limpido del demonio
Difficile l’aria
schianta per terra
con violenza
le ore possedute
dalla tua, dalla sua, dalla loro voglia.
E dalla mia?
.
Perché non tace
il corpo
perché parla ancora?
So, ahime! quel che dice
.
Un menestrello canta,
canta,
mi canta contro
un atto unico, un’esperienza terminale
è il mio corpo
Ma esiste ancora?
.
Attiro il balcone come l’armadio
attira la polvere

in quei luoghi
dove si compie il tempo…:
si lì proprio lì ricordi?
jo e te cantiamo il si e il no
lì dove io ferma
incidevo il tuo vento
esattamente lì dove
jl tuo pensiero
diventava me

volevo scrivere qualcosa
che riguardasse
me o te
non so!
è che
come viaggiatore stregato
o corda selvaggia
al nodo
alcune volte perdo
la differenza.
in questa foresta di lillà
ra Buona Cerva e Bel Micino
a tratti poi mi ritrovo a dire
uoghi di speranza e di rifugio
come”ti voglio bene”
ma è diverso
sopra e sotto pelle
non è un semplice “ti voglio bene”
è un domani del cuore:
l primo, il secondo e poi.
forse ti dirà
di incursioni spareggiate
io che umore sia
non so!

l nome vivo tra le
piccole labbra
ncastro tra desideri è il mio nome
Ho frequentato quel limite schiva
schiava mi sono avvolta dentro una guaina di
memorie riparate:
il tempo dopo di me cos’è?
solo l’impennata di un’antica
futura ac-cadenza

LA FAVOLA
La favola ha sempre
tanti desideri e
pochi centimetri da noi,
il rifiuto del presente
non la riguarda
-passione chi vuoi tentare?
come acqua in calore srotoli veloce
il tuo senso-
le ho prestato
l’inferno da cui fuggire.

Cees Noteboom
Qui incontro chiunque, demoni di altre
vite, animali d’un blasone dimenticato,
donne in forma di leone, unicorni,
maiali in maschera, cado giù dal mio dipinto
e cerco con lo sguardo il pittore, non ha ancora
terminato la mia mano, una formica passa sul colore,
il pianista nel bunker suona una canzone
della guerra. Così tutto mi ritorna,
il pilota morto sull’albero, la voce di mio
padre che sapeva mangiare camminando, sento il suo
suono ma non le parole, lo so,
vuole andare alla sua tomba, ma non posso aiutarlo.
Non ne ha una.
da L’occhio del monaco

mi fa male tutto
dappertutto
anche dietro le orecchie
potrei avere preso
il covid
per la centesima volta
da qualcuno che non ho mai
conosciuto
dorme male su di me il cuscino
ed io su lui
i fiori di rabbia
odorano
di assoluto

omaggio a Max Ernst
Qui tra i muri è freddo
la rabbia non ha più nulla
di sexy
né toast da offrire
Come in un quadro di Max Ernst
gira gente
che ha scambiato
la scarpa della madre per la sciarpa
e se l’è appesa al collo:
vanno tutti in cerca della propria pazzia
la coscienza non abita più
la parola
Io sono la reincarnazione
di un tostapane
l.T. Debitum

chi mi ha generato?
un algoritmo.
un calcolo fatto non si sa
dove?
un amore in cammino
senza colore?
transito su binari di probabilità
meteore di sembianze umane
frammenti genitoriali
vi divampano
momenti di corpi, di vissuti
che deflagrano:
fantocci, ceneri
non ricordo
il pavimento luccica liscio
sotto il mio piede
mi sento a mio agio solo
in quest’ora
della sera
quando nella bruma
scocca
Il guizzo che m’avvampa

Billy Collins
Lo Sforzo
C’è nessuno che voglia unirsi a me
nel lanciare alcuni sassi verso
quegli insegnanti che amano porre la domanda:
“Che cosa sta cercando di dire il poeta?”
come se Thomas Hardy e Emily Dickinson
si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito:
disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano,
con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea
Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell
e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire,
ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker
qui al Liceo di Springfield ce la faremo
con l’aiuto di questi questionari di comprensione
a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire,
e faremo tutto questo prima
dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.
Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca
di dire che cosa significa questa assenza,
noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti.
L’immagine di questo vaso di fiori recisi,
non del nostro giardino, non aiuta.
E lo stesso vale per quel piatto singolo,
la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto
contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.
E allora lascerò che sia la prof Parker,
che sta picchiettando con un gesso la lavagna,
e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata,
altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –
a capire quel che sto cercando di dire
su questo posto in cui mi trovo
e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno
e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.
Billy Collins. da “Balistica”, Fazi Editore

“gli uomini primitivi credevano che anche le pietre avessero un’anima. Io voglio che lei sia la custode della mia anima.”
(Dal film Prendimi l’anima di Roberto Faenza)
soldino di pietra
in cerca di custode
sigaretta di bocca bocca
attende
spazientita di essere
fumata
sogno cattivo
in un giardino insoddisfatto del proprio verde:
scappa senza controllo al taglia erba
disorienta
quest’ anima disorientata
va presa dopo i pasti
a piccole dosi
attenzione a non superare quelle consigliate!
quest’ anima
al sangue come una bistecca:
la mia pazzia!

la mia voce
in aereo
si distende per le stagioni del caldo
raccoglie le gocce del vento
ho fischiettato
“è laggiù il mare”
nel viaggio
dall’isola interna
alla stretta di mano di un amico
la scommessa con la vita
è trofeo
che bello finalmente
somigliarsi!
