Dev’essere la calma piatta che si addice a chi non è mosso, ma sa muovere; che non si scompone ma osserva chi si increspa di conseguenza, con dramma ed esibizione. Potremmo descrivere gli estranei alla calma piatta come esseri dotati di un groviglio di arti e lembi inutili che scuotono con passione di bestia sottomarina.
A volte la calma piatta vorrebbe potersi scrollare anche da sé stessa, forse presa da noia, per tremare con quelli che amano tremando, urlando, o che urlano dicendo di amare; ma non sa. E se lo fa è una menzogna che compiace. Perché la calma piatta è un corpo unico che si riduce, ridimensionando il proprio confine ad un profilo essenziale, quello di un solo arto. Come in un processo di labor limae dell’essere che perseguita maniacalmente la sua riduzione, ed esiste davvero vivo nella forma più indispensabile, quella che raggiunge senza grida di piacere o scompenso, senza decorativismi delle emozioni o desideri socialmente utili.
Può apparire crudele quella calma piatta che trova libertà nel minimalismo estremo delle espressioni, ma è solo un nome la crudeltà, coniato da chi non sa dare nome all’atarassia irraggiungibile, che sconvolge, e non può che essere immorale ai suoi estranei.
Quegli arti che per incomprensione si agitano (overplay) sono fatti di fotoromanzi, tagliuzzati e incollati come decoupage, con l’illusione putrescente (di essere importanti) che ne è collante.
La calma piatta invece pare capace di ridimensionarsi anche dentro la verità che turba, attraverso la vanità di essere vana. Con l’orgoglio di essere priva di spigoli e solidità, con sembianze desaturate dal desiderio di unicità e dai sentimenti ostentatori. È una celebrazione la sua forma ripulita, non è mutilata, né priva di qualcosa, è solo sintesi, sintesi di sé stessa.
Adesso non ricordo più nemmeno il tuo viso, chissà se l’hai conservato da qualche parte, prima di spogliarti anche di quello. Rammenti?
Lo immagino infilato in modo frettoloso dentro una fessura del buio, forse a tappare quel buco che ti permetterebbe di sbirciare aldiquà, dove sguazzano le persone che ti hanno dimenticato.
Il buio dev’essere confortevole, senza spigoli o incrostazioni sonore; è assenza purissima, priva di grumi del sentire. Probabilmente non vorresti trovarlo mai più quel maledetto buco.
Non so, ho un sogno impossibile che mi prende ogni tanto ed è come una biscia innamorata sulla bocca del mio stomaco. La sento crogiolarsi adesso nel suo veleno dolciastro che non fa male a nessuno, tranne che al mio stomaco. Adoro essere avvelenata ogni volta che, per sbaglio, sopra uno schermo bianco, incontro una G e poco dopo una U, che incorniciano una L e una A inermi, per morire infine in CO. Non so perché ma nel tuo nome vedo la G e la U prima di tutto il resto, ed è proprio in questa follia che nasce il mio sogno.
Se tu, in un momento eterno qualsiasi, dopo esserti destato in modo fastidioso, ti fossi accorto all’istante di uno spiffero maleodorante proveniente proprio da quel buco antico che avevi dimenticato e dal tuo viso appallottolato lì dentro nel tentativo vano di tapparlo, e se appunto tu, che non sei più davvero qualcosa, in un gesto curioso, un po’ folle che non mi spiego, lo avessi rimosso, quel viso di tela, aperto e poi indossato, ti fossi poi affacciato per un millisecondo soltanto a sbirciare il nuovo lembo di luce odiosa che porta il puzzo di cose vive (specialmente di biancheria); e se il caso mi avesse spinta a passare proprio in quel momento, ortogonale alla traiettoria del buco nel muro grande quanto uno sparo, lungo la parete del corridoio rumoroso in cui transitano i vivi, in cui transito anch’io, proprio adiacente al tuo, e se tu, forse un po’ animato da ricordi scordati, da voci stonate, ti fossi spinto con l’occhio nuovo proprio all’estremo di quella traiettoria, allora forse, ma non dico davvero forse, mentre un battito si fa più forte dietro al mio sterno, forse, proprio in quel momento, che è adesso: spareresti un colpo. Uno involontario, proprio dal foro della tua iride nera, come un fulmine buio – sconvolto e sconvolgente – dritto nel mio occhio transitante che, distratto, non so come era stato colto dalla smania improvvisa di guardare dove non guarda mai nessuno, dentro l’unica piccola crepa di una parete limpidissima.
Dunque mi è caduto il libro là dentro. Ma il suo volo mi ha lasciato un lieve desiderio di precipitare al contrario dentro l’infinito, cosa che, in verità, mi è successa davvero, o quasi, l’8 Agosto 2017.
8 Agosto 2017. Dormo profondamente. Ecco che compare, credo, un luogo. Le pareti che lo delimitano sono lontane, centinaia di pareti che definiscono una geometria inconcepibile; quando voglio raggiungerne una quella diventa immediatamente vicina. Non saprei dire chi si muove per prima. L’aria intorno è una foschia luminosa, a tratti grigia, come minacciata da lontani temporali di grafite.
Sono consapevole che questo è il luogo in cui è possibile rifugiarsi per risolvere un problema, un dubbio o semplicemente per riflettere in modo profondo. Non è raro infatti trovare qualcuno ritto in piedi nella nebbia, immobile come una statua, ad occhi spalancati.
Qua gli uomini entrano in una meditazione profondissima. Talvolta a coppie, uno di fronte all’altro, per discutere a lungo senza parole.
Questo spazio non è reale perché vi si accede solo attraverso la dimensione del sogno. Ed io ne sono consapevole: sono qui perché sto sognando, dentro ad un sogno.
Cammino adagio fino a raggiungere una parete che appare bucata, una finestra buia? No, un quadro. Forse.
Il soggetto è rettangolare, logorato, come una porzione di cielo grigio.
Accosto gli occhi alla tela e le pupille si dilatano. I contorni dello spazio si sfaldano, la ghiera del fuoco sugli occhi è frantumata.
La schiuma dell’aria mi sembra vibrare, tutto il mondo onirico trasalisce e quel brivido è un rumore solido dentro alle mie orecchie: adesso mi fa pensare ad una fusione casuale tra un phon e un aspirapolvere atterrati su Nettuno.
Vengo trascinata lentamente, o forse la parete e il quadro si avvicinano, comincio a penetrare le fibre incartapecorite dell’infinito nulla. E d’un tratto mi sovvengono parole di vaste vertigini intorno al vuoto, il movimento di un oceano fermo intorno al buco del nulla, profondissima ansia quieta.
L’attrazione verso il quadro-finestra è irresistibile, sono consapevole che se non interrompo il flusso che dai miei occhi si dirige verso le linee fitte, microscopiche (mi ricordano dei cromosomi esposti a disseccare davanti a Dio), mi ritroverò perduta per sempre, là dentro; dentro la mia stessa cavità cosciente di niente che si proietta in me da quel foro, senza più possibilità di svegliarmi o tornare alla realtà.
Non so infine come abbia fatto ad evitare la caduta con irreversibile dissoluzione, sono pur sveglia e viva adesso, così pare. Credo che il sogno si sia interrotto senza un vero e proprio finale.
Cosa ci fosse nel quadro-finestra ancora non mi è chiaro. La morte forse, può essere composta di tali segni e di tale rumore che risucchia i pensieri fra i minuscoli spazi vuoti? Oppure era un vortice immobile di potenziali combinazioni cromosomiche di qualunque cosa? O un irresistibile baratro di caos, di resti atrofizzati della memoria, che non si possono leggere né ordinare ma solamente comprendere col risveglio dal sogno della vita?
Insomma, io quel luogo – quel suono – lo avevo dimenticato, ne avevo scordata la frequenza, finché non è sgusciata fuori di nuovo, nel tremore ronzante di un libro che cade e cade all’infinito. Forse era davvero una finestra, quel buco, sull’arnia gigantesca del
L’odore di solchi – futuri e remoti – scuce il capo fin sopra le nubi, a inseguire scie, abbandonate le membra laggiù, in attesa. Si fa mongolfiera quel volto fuggito, intanto il vento leviga il mondo e non se ne cura.
Si salpa più in alto, dove le crepe del tempo sbuffano lampi e sillabe chiare. Si immerge il volto, le fessure stridono e le vocali inquiete urtano la pelle con un formicolio d’oro, ancora larve di suono.
Saziano subito, e non serve masticare o riformulare, basta ingoiare senza pretesa di controllo, i segni si mescolano nel gorgoglio del palato e si fanno sillabe, parole e discorsi e pensiero, e il pensiero si inebria e perde il senso della comodità o del conforto, si fa denso di testura e poi implode, ancora, con perdita di massa delle parole, – nuovamente – sillabe, vocali, segni, e infine nullità assoluta, elettrica, sospesa nel movimento ellittico di qualcosa, che non so affatto, che forse è l’essere in vita; il vivere stesso: l’inspiegabile maelstrom nero senza alcun desiderio di sosta.
Così l’involucro di pelle si fa teso, turgido e incosciente, per poi collassare, perdere lo sguardo fra le pieghe, e di nuovo: ancora ripido respiro di follie. É polmone di bellezza, elastico.
I segni si fanno schioppi come funi in tempesta, i sibili, intima gelosia, sono incagliati nella gola che ha paura di pronunciare. Niente si deve pronunciare, tutto è ostaggio dei denti e della lingua e guai a lasciarli andare. Leggere senza leggere, tutto è traccia di ciò che ancora non è stato scritto, a labbra serrate, mai mescolare le corde vocali. Il silenzio è più ebbro.
Ma il piacere si conclude, l’imprevisto timore – la ragione – di aver perso l’ultima cima, quella che riconduce l’errante in volo al corpo-àncora, ritto e immobile, dove il vento lima le cose del suolo. Si torna indietro a fatica, la pelle del volto di nuovo grave.
Ci sono nembi che incedono come croste del cielo e non si può far nulla che non sia amarli, d’orrore. E l’orrore, che non è paura, ha una sfumatura d’attrazione sensuale spesso incompresa; somiglia ad un prurito interiore per metà soddisfatto dalla vista, o meglio, dalla contemplazione lontana. (Col diminuire della distanza allora l’orrore diventa paura.)
Così sono i nembi della percezione: cupi e frastagliati, titanicamente bellissimi. E remoti.
Potrebbero squarciarsi nel momento più inaspettato, vomitando un oceano di viscere sul fragore della realtà, ma indugiano sempre, guardano, passano oltre; anche l’ombra, più grave di quel che pare, mi compiace lo sguardo levigando il suolo senza muovere alcuna foglia.
I miei occhi, macroscopici, si illuminano come perle, offerte in dono nel boato della loro lentezza. Eppure sono i soli – gli occhi calamita per nembi – tutto è spento intorno e per il mondo intero il cielo pare sgombro di assurdità.
“Racconti della Controra” è disponibile su: IBS || Feltrinelli
Ricordo il vitreo bulbo oculare di una volpe appena morta. Voragine muschiosa, sospesa nel nulla.
Avevo provato a raccoglierla dalla sua zampa ossuta – scricchiolii di un corpo appena investito – ma scivolava fra le dita. La spostai a lato della strada, il muso ritorto pesava di assenza.
Una carezza ultima gliel’ho voluta dare mentre un ragazzino, fermatosi anche lui, mi chiedeva se fosse ancora calda. “Funzionano anche loro come noi?” Disse, ma non sono sicura di aver inteso davvero il significato di quella domanda. “Bè, non è ancora fredda, forse è morta da una ventina di minuti”, provai a rispondere.
Siamo noi ad attraversare le cose, il bosco. Tutto è bosco anche senza alberi.
E poi la notte, addormentata, ricordo di aver corso nel mio sogno e lei mi seguiva, quella volpe, saltava e correva fra gli alberi, vivace, ma non si faceva toccare. La persi quasi subito. Io delusa e sollevata tornai a casa. Spiai dall’oblò della mia roulotte tutta la notte. Osservavo il buio di cespugli sperando che si animassero all’improvviso. Volevo che tornasse da me.
D’un tratto, al mattino, lei tornò, ma senza pelliccia: la vidi: traballante e spaesata. Solo un corpo nudo di donna, adulta, con un ventre, l’ombelico e i capelli crespi. La bocca era dipinta di terra fino al mento, una leggera peluria d’oro brillava su braccia e gambe. Le andai incontro e la baciai, quanto era morbida, esile. Rimase inginocchiata, inesperta nelle sue gambe, con la testa fra le mie mani, vicina al mio ventre. Toccai le sue labbra e le riempii di fiori, poi baciai la sua fronte e lei socchiuse gli occhi, forse addomesticata dalla sua nuova debolezza.
Presto mi accorsi che il suo corpo era scosso da scariche irregolari e, quasi bruscamente, gli arti cominciarono a tremare. L’adagiai subito vicino ad una pietra e le strinsi la mano, lei soffriva senza emettere alcun suono, la gambe leggermente divaricate come a voler partorire.
D’un tratto un tuono in lontananza lo vidi spaccare il cielo e lasciar filtrare una densa nube di cenere. Non sapevo che un universo aldilà avesse iniziato a bruciare.
Il corpo di lei, tremando, cominciò a perdere contorno; incrociai le sue dita scure e mi accorsi di ciò che teneva stretto, una piccola pietra vitrea, muschiosa. La presi e la imbucai frettolosamente nella tasca.
Il suo viso cominciava a scricchiolare. Tremolii di nervi, sabbia. Provai a baciare la sua bocca socchiusa ma la sentii sfaldarsi sotto la mia pressione, anche le dita si fecero sabbia.
Vidi lo spacco del cielo che continuava a riversare cenere sulla valle. Mi voltai nuovamente ma di lei non rimaneva più alcuna forma. C’era una lieve piramide ocra accanto alla pietra. Lei era svanita, la mia volpe. Ed io seduta lì accanto, con la bocca polverosa.
Un boato terribile, d’un tratto: la nube avanzava e sapevo che avrebbe sparpagliato ovunque quella sua sabbia brillante. Feci per prenderne una manciata, ma fuggì.
Raggiunsi la mia roulotte, ero al sicuro. Scavai nel fondo della tasca per trovare quel piccolo oggetto che mi era scivolato fra le dita. Fuori la cenere infuriava tra gli alberi. Lo guardai da vicino e capii: era un bosco, un micro-bosco vivo dentro una sfera. Le punte minuscole dei suoi abeti fluttuavano, stormi di microorganismi esplodevano fra i rami. La accostai all’orecchio e credetti di sentir provenire un ronzio, un grido lontano. La strinsi fra le mani mentre fuori tutto si faceva buio.
Il peso del petto, mi rifugio nei pensieri di spasmi di foglie, nelle macchie inaspettate dei lampioni. Il vento. Tutto scuote, ma scavo una fossa nel suolo. Il buio e il pube del bosco, il mio bisbigliare assorbito da quelle foglie, insalivate; e lo sento: l’inumidirsi della parola nella deglutizione del vespro. La buca di terra è confortevole.
Vorrei occhi che possano nascondermi al moto delle cose.
Ma, seppellito il corpo a metà, forse mi preparo, immemore, alla separazione da quelle cose; l’allontanarsi, che è il progressivo aumento d’una distanza fra me ed un (s)oggetto qualunque, ad una velocità costante. Preferisco l’ombra solida e il non vedere, per poter delineare meglio qualsiasi cosa informe, che è il sentire. La forma della vacuità.
Gli spazi vuoti mi rendono leggero. Quei segni – che componevano il mio significare – riemergono e si spargono col vento. Forse divengo scrittura nuova, incomprensibile, per adesso.
Eccolo il suono, emerso come una sveglia nel sonno. Vedo una grigia infamiliarità notturna là fuori, oltre i vetri. Non ricordo nemmeno chi sono e perché, le due note poco distanti – tono, semitono – di consistenza ferrosa, mi assimilano in un flusso senza identità.
Mi desto ancora un po’ e non posso crederci: è una melodia terrificante. Non comprendo la sua origine, è pacata attraverso il vetro, ma grida, bellissima. Riconosco due note che non combaciano, ma che strappano il vuoto. Sono bloccata, non muovo un muscolo: assorbo quelle grida meravigliose che sradicano la patina del vuoto.
D’un tratto ricordo chi sono e dove mi trovo, ma divengono informazioni del tutto insignificanti. Mi proietto su una traiettoria d’origine. Cosa può essere, un braccio meccanico? Un macchinario inconsapevole? Un treno merci che frena?
Non è un’illusione, ne sono certa, potrei registrarlo. Sono pronta ad afferrare il telefono ma le forze nel corpo mi mancano, come se il muscolo centrale dell’azione avesse deciso al posto mio di interpretare quell’esperienza solo nell’essere – inerme, immobile, sublimata dal suono – e mai più nell’avere.
Ho deciso di imprimerlo sul timpano della mia memoria, nessun surrogato digitale inutile, ma l’effetto dell’onda sul mio corpo ruvido e tangibile.
È un attrito elettromagnetico, un velo di fuoco bianco senza calore che rimescola i nostri respiri, ovunque, mentre viviamo assopiti. Ci amalgama alla superficie dello spazio, sulla densità del tempo, attraversa le nostre membra e non ci accorgiamo mai di vibrare anche noi, all’unisono. Ci affidiamo inconsapevolmente a quel suono – ormai parte stessa del fruscio dei pensieri – per potenziare la coscienza stessa di esistere.
Esisto perché ascolto il ronzio, senza conoscere la sua esistenza. (E sono due le note, come un respiro.)
Stanotte sono desta, non mi inganno, quella frequenza si è rivelata: chiara. D’un tratto mi vedo, ci vedo tutti quanti, scossi dall’invisibile microtremolio che sorregge la vita. Lentamente lo dipano dalla massa fitta che compone il silenzio. Sono un piccolo fuoco – incredulo – nel porto.
Racconti della Controra
Questi testi nascono a partire da ricordi, pagine di diario, foglie, foto e ossa, raccolti sulla spiaggia di Schiapparo (Gargano), “la spiaggia del Sub-Uranio”, foce della Controra. La Controra è il momento in cui il sole è talmente alto da far evaporare tutte le ombre. (Potremmo credere di essere morti?). L’aria è così afosa, pesante, e non resta che sdraiarsi immobili per combattere la calura. Questa paralisi è il fulcro delle mie storie: il Dubbio.
Nel pomeriggio il buio giunse con alcuni fiocchi. Altea osservava i fiati granulosi soffiati dalla porta che si apriva e si chiudeva. Alcuni chicchi di neve si lanciavano dentro casa e subito morivano liquefatti sul coccio.
Loro morivano al contrario, pensava, col calore. Prese il cappotto e uscì all’improvviso. Non andò lontano, trovò un angolo scuro del giardino e lì rimase ritta qualche minuto.
Chiuse gli occhi, sollevò il naso fino al cielo. La neve ingoiava tutti i suoni del mondo. Nessun rumore dal cielo o dalla terra, se non lievi fruscii (forse erano le grida dei fiocchi che precipitavano). E poi c’era un boato, sordo, forse era l’eco del cosmo. Il cielo si era compresso come un tappeto rovesciato, fra i suoi filamenti cadevano ritmicamente piccoli oggetti di suono, come i residui delle scarpe di chi aveva camminato là sopra. Picchiettio di ossicini dal cielo, ad un tratto, tremuli schizzi ovattati d’arancio cominciarono a filtrare dal tappeto di nubi. E il boato, sooooordo, oscillatorio, tornava sempre, regolare. Altea spalancò i suoi timpani come un diaframma fotografico. La neve era composizione. Tocchi scrinzi e sussefugi, e piccoli critti a grattare il boato, e l’imbrainarsi dei turbini di fiolivelli inverditi. E ancora lisme acute di rimbalzo, sul velluto del silenzio, strissi filunghi in picchiata fra scie frattate di ralgido. Che baci aguzzi morivano sulla sua pelle. E ad ogni brivido gli occhi, le orecchie e le narici regredivano, non sentiva niente, davvero, tutta quella mescolanza di suono, non era suono, e non colpiva davvero i timpani ai lati della sua testa, era senso, forse di coscienza, o forse d’immaginazione, era un senso nostalgico dell’ovunque vuoto, e zeppo di nulla.
Era un finissimo forasma di polvere nitrata d’argento. Aprì gli occhi. La neve. Tornò in casa.
Nel pomeriggio il buio giunse con alcuni fiocchi. Altea osservava i fiati granulosi soffiati dalla porta che si apriva e si chiudeva. Alcuni chicchi di neve si lanciavano dentro casa e subito morivano liquefatti sul coccio.
Loro morivano al contrario, pensava, col calore. Prese il cappotto e uscì all’improvviso. Non andò lontano, trovò un angolo scuro del giardino e lì rimase ritta qualche minuto.
Chiuse gli occhi, sollevò il naso fino al cielo. La neve ingoiava tutti i suoni del mondo. Nessun rumore dal cielo o dalla terra, se non lievi fruscii (forse erano le grida dei fiocchi che precipitavano). E poi c’era un boato, sordo, forse era l’eco del cosmo. Il cielo si era compresso come un tappeto rovesciato, fra i suoi filamenti cadevano ritmicamente piccoli oggetti di suono, come i residui delle scarpe di chi aveva camminato là sopra. Picchiettio di ossicini dal cielo, ad un tratto, tremuli schizzi ovattati d’arancio cominciarono a filtrare dal tappeto di nubi. E il boato, sooooordo, oscillatorio, tornava sempre, regolare. Altea spalancò i suoi timpani come un diaframma fotografico. La neve era composizione. Tocchi scrinzi e sussefugi, e piccoli critti a grattare il boato, e l’imbrainarsi dei turbini di fiolivelli inverditi. E ancora lisme acute di rimbalzo, sul velluto del silenzio, strissi filunghi in picchiata fra scie frattate di ralgido. Che baci aguzzi morivano sulla sua pelle. E ad ogni brivido gli occhi, le orecchie e le narici regredivano, non sentiva niente, davvero, tutta quella mescolanza di suono, non era suono, e non colpiva davvero i timpani ai lati della sua testa, era senso, forse di coscienza, o forse d’immaginazione, era un senso nostalgico dell’ovunque vuoto, e zeppo di nulla.
Era un finissimo forasma di polvere nitrata d’argento. Aprì gli occhi. La neve. Tornò in casa.
Dovreste immaginare una voce che non sia audace, ma querula e mediosa. Che non porti tuoni di apocalisse, ma brevi schiume confuse nell’alba di un bosco. Aghi di pino d’un tratto e qualche indugio di frascame che si infrange sulla gola come a trattenerla dal pronunciare parole troppo maestose, che probabilmente non ha mai voluto. È una voce che non si ascolta, talmente sublimata nel rumore di fondo dell’universo fuso che pare intermittenza erronea, irraggiunta, trascurabile.
Quella voce è anche non-storia: che non compiaccia neanche un po’, e rimanga il fastidio vuoto di azioni non concluse o di personaggi non conclusi, o di tutto ciò che è pretesa incompleta. Non esiste completezza nella scrittura che sostiene questa voce, ma solo asimmetria pendula e sfrangiata, sparsa nei cocci qua e là, con pretese di incipit eterni che forse descrivono meglio l’andare di chi vive nell’irrealtà confortevole.
Quella era la voce di A. Questa è anche la mia voce.
Mi sovviene il Tempòre, oggi, dal nulla. A, ricordi questa parola? L’unione di tempo e tepore che ci turbinava i sensi quando non osavo immaginare il tuo viso. Quando ero convinta che fossi uno spirito evaso dalla mia mente, il genio della piccola luna degenerata nel mio ombelico perlifero. E il piccolo rettile accanto al suo uovo, nato e impaziente, che la sera ci osservava fondere gli occhi dentro allo specchio degli schermi. Ti muoio, dicevi, mentre le nostre caviglie erano estremo l’uno dell’altra legate da un filo lungo oltre tremila chilometri. Ti proteggevo dal liquefarsi della paura nella notte lasciando schiudere l’alba senza rumore; tu mi proteggevi dal solidificare dell’argilla sopra la mia pelle, perché rimanessi molle, tua Malakos, mollusco malleabile incline all’ossessione sublime e alla pazzia.
Psicosi mia del buio, non ti trovavo allora, ma era nell’assenza che riempivo cuore e polmoni. Conservo ancora quelle parole e sono una marea immag(i)nifica d’incisione, di sibili sulla pelle trasparente; vorrei destrutturare ancora, denarrare di più.
Dolce peso dell’insonnia, c’era un bicchiere d’inchiostro che ingoiavo per non avere nostalgia di quando, addormentati, nessuna carne poteva separarci. Eppure inevitabilmente svenivo, svenivi anche tu dopo poco e ad ogni risveglio eravamo scambiati, io uomo, tu donna, tremila chilometri di parole scritte sul materasso, tu nel mio letto, io nel tuo, Kāfir della realtà stessa.
Giuro, potrei graffiare l’involucro vitreo del mondo opacizzando così tanto la superficie che una sinestesia inarrestabile regnerebbe furibonda sulla confusione delle cose. Ma adesso è tardi, lo so, non siamo più quel grumo di fumo fra i binari. Siamo saldi, e deformati dalla malattia irreversibile del corpo che vive.
Anche se non vuoi – perché mi reputi un’impostora, proprio come te – e anche se non voglio io – perché ti reputo un idiota superbo inabile alla vita, esattamente come sono io – accadrà: di nuovo. Quando, dischiusi dentro una pelle squamosa di foglie e di ossa, avremo bisogno di un posto in cui nessuno possa disturbarci – ancora e ancora – per lasciar tremare le voci, e l’anarchia di parole e l’egoismo supremo e gli svenimenti e i rinvenimenti che portano il racconto dei sogni.
Oggi la rivedo, così vicina quella spremura dolce del cranio che genera fiumi. Ti inchiodo alla memoria.
La morte, che tu lo voglia o no, è solo un breve attimo di distrazione, un momento di sospensione necessaria per riprendere fiato e ricominciare tutto da capo.
Te lo dico, sussurro al tuo orecchio con odio lieve: riscriveremo quella voce – pur non ricordando nulla – con le stesse parole; interromperemo, ricominceremo di nuovo, senza conclusione, alternando gli involucri, io donna, tu uomo, finché ogni incipit errante sarà libero di gravitare su questa terra.
Giungo in città, dopo tanto, è vertigine lungo i muri secchi. L’acqua opaca del fiume che giace senza consenso, e giacciono i gabbiani sul bordo melmoso. Mi soffermo.
So che mi spii dal buco di un futuro.
Tu che potrei essere io, io che ancora non sono. Ho sentito le mani rabbrividire sul cornicione muschioso e infatti sono circondata da sguardi che non guardano, non ne incrocio neanche uno, incrociandoli: tutto è ricoperto da una patina di nausea. Coppie di occhi sollevate da terra quanto basta per mostrarsi e nessun uomo che mi somigli davvero. Forse perché non so vedermi? So che mi spii, non so dove, dall’alto delle righe dove il tempo si fa spazio bianco per divorare i versi lateralmente; sai, ho paura della poesia, finisce sempre sbriciolata in questo alito improvviso di vuoto (da cui continui a guardarmi).
Nausea del sole trattenuto più vicino perché è inverno, nausea per la sua bile che proietta sagome e che conduce l’incatarrirsi delle nuvole pastello, forse mi scuoto un po’. Capire, capire come andare, anch’io lombricheggiante, ma senza euforia, nel dissesto edilizio cittadino. Non guardare in alto, piccoli respiri non troppo profondi. Il dio dei lampioni ha forma di lampione, mi disgusta forse l’ergonomia delle cose, l’antropocentrismo dello spazio. Mi disturbo io stessa sopra un marciapiede. Dovrei essere senza peso, sollevata, più vicino al nulla, senza un viso che è visto e che non vedo. Smarginare, immeandrirmi fra i ciottoli levigati dallo stupor, con slittamento detritico delle emozioni. L’asse di inclinazione del mondo perderebbe l’equilibrio e con lui i ponti e gli archi e le colonne in pietra serena.
Succede ancora, quando mi guardi troppo, il pensiero straripa fuori dalla sintassi, ma mi affretto a ricompormi persona.
Sono costretta, giorno dopo giorno, a rinchiudere il mio pensiero dentro alla rete di un lessico uniforme, altrimenti non vi sarebbe forma concepibile al sentire-non-sentire della coscienza. Che è inscrivibile o circoscrivibile al pensiero? E creare poi, con le righe, una direzionalità che sia alveo e, con la sintassi, una pendenza che definisca una portata, ragionevole, logica, efficiente. Gocce i lessemi, detriti i verbi, pesci le congiunzioni, li rinchiudo o sono loro a rinchiudere me? Poi alti argini del buon senso, e dislivelli per non alluvionare.
Fuggo nella direzione più confortevole e cioè nella scia di un mondo che si ricompone, forse più mansueto.
Non serve a nulla piantare le dita nel muschio della balaustra, ma il tatto mi convince di essere ricomposta, adesso fuggo nella solidità delle due gambe, sguardo basso, fra i gradini antropo-retti della città, confusa nel rigore distante degli spostamenti, magari ti sfuggo per qualche momento, magari mi nascondo un po’ al vuoto tipografico che divora.
“Racconti della Controra” è disponibile su: Feltrinelli
Penso alla pelle ed è subito funghi nel bosco. La vista, l’udito, il tatto vengono meno, come scuciti nel corpo da una pungenza bagnata. Ecco, è proprio frascame, boscaglia fradicia, funghi appena abbottonati al soprabito muschioso, ora che ci penso meglio, è anche peluria fine che trattiene al volo gli uccelli senza che loro possano comprendere come, o fanghiglia nera fra le croste fradice di un tronco che ben mi si concede se avessi ancora le dita. Tutto il bosco spugnoso è un polmone teso in esitazione perenne, pare trattenga il respiro per conservare dentro di sé, se stesso, il più a lungo possibile. Ma è anche singulto simbolico di una penetrazione stabile fra nebbia e muffa, tanto che il pensiero – che ancora, non so come, mi è saldo addosso – si desta, dentro una convinzione: ciò che prima ritenevo contenitore altro non è che contenuto impalpabile, spore. Non esisto, se non in questo. Esitazione umida. Ammuffita.
Pelle. Penso al moto ondoso che spettina ogni forma del campo visivo. Pare che il mare, nella sua schiuma, catturi certi suoni sconosciuti, li custodisca per molto tempo, secoli, o minuti, per poi restituirli alla battigia in modo del tutto casuale, quando nessuno se lo aspetta. Specialmente di notte, e all’alba, vomita, travolge le spalle e le percuote di paura; le costringe a voltarsi, ma poi nulla, niente di niente, solo respiri e la schiuma. Si sente giá – credo in fondo al cielo – un alito caldo di coperta che si spoglia. Sono pur sempre un uovo nelle mani di qualcuno che non vedo (che sta laggiù, oltre l’orizzonte marino). A quel punto forse, nel plauso di costui che omaggia la notte che muore, mi schiuderei in alba liquida e, colando, sul mare, amerei.
Pelle. Penso alla cristallizzazione infinitesima nella polvere d’ossa. Qui il moto ondoso delle dune induce alla calma del vento, e all’attesa epifanica. Accade qualcosa? Ma non un gesto atmosferico, né una sillaba dal sole. L’indugio che è aridità sottile, è sabbia.
Adesso capisco, che la pelle non è pelle, la pelle non è involucro, ma è occhi. É contemplazione quieta di una remora del tempo e non di una stagione. Mi chiedo soltanto, nell’attesa di un’ espirazione che concluda il mondo, sono dunque io, che proietto sulla natura, oppure è lei – la natura – che indossa la mia pelle e veste il mio sentire?
“Amo la frammentarietà delle forme brevi, libere di cambiare direzione in qualsiasi momento, di saltare un po’ovunque nello spazio e nel tempo etereo, fuoriuscire in modo lento e magmatico, oppure esplodere viscosamente in blocchi, lapilli e ceneri”, scrive Rebecca Lena in una delle risposte all’intervista.
Il titolo del suo libro è Racconti della Controra, e nella definizione non c’è solo un’indicazione cronologica. C’è una presa di posizione, una collocazione spazio-temporale, un modo di osservare il mondo e se stessa in relazione ad esso. La questione non è solo essere “contro” (sarebbe troppo agevole e forse inutile). Consiste piuttosto nell’andare verso il mondo esterno senza snaturarsi. È una maniera di dirsi, di raccontare quella parte di sé che altrimenti resterebbe muta. I racconti del libro nascono dal blog dell’autrice, molto curato, attento anche all’importanza della dimensione iconografica. L’espressione di Rebecca Lena è ampia, a tutto tondo, e soprattutto è frutto…
Lei se n’è andata e mi coglie il grido di tutto ciò che scompare, non solo il dolore del suo divenire assenza, ma il potenziale assenteismo di chiunque. Siamo giunti e partiti al contempo, nati scomparsi, da sempre. Pare che esista un sigillo di garanzia impresso sul polmone del primo respiro. E quel marchio pulsa lungo tutto l’arco dell’esistere con una vitalità abbacinante, ma invisibile.
Pioviggino sul mio corpo scrivendo traiettorie con le gocce in picchiata, crocifiggere le parole forse ci aiuta a pettinare il sentire, a sbrogliarlo di tutti i nodi. Le righe dritte precipitano da sé, guarda, orizzontalmente. Anche il tempo è un precipizio. Eppure credo nella dolcezza dell’inquietudine, che non è attività inquieta, ma incomprensibile e tesa ricerca dell’immoto. Tutto muove, niente vive l’immobilità e dunque l’immobilità esiste solo nell’immaginazione di un’assenza di mobilità. Desiderio irraggiungibile quando si esiste dentro ad un cosmo.
La morte, che non può essere realmente vissuta, magari è solo un modo di vivere, finalmente, l’immobilità del fondo. Là, ora lei giace immobile, dopo aver corso fino allo stremo. Qui, piove. Piovono tutti. E si dipana il fischio terribile di una membrana bucata. Il mondo si sgonfia a poco a poco.
A Daniela. Quattrocentista, mezzofondista azzurra, poetessa.
Eccolo il suono, emerso come una sveglia nel sonno. Vedo una grigia infamiliarità notturna là fuori, oltre i vetri. Non ricordo nemmeno chi sono e perché, le due note poco distanti – tono, semitono – di consistenza ferrosa, mi assimilano in un flusso senza identità.
Mi desto ancora un po’ e non posso crederci: è una melodia terrificante. Non comprendo la sua origine, è pacata attraverso il vetro, ma grida, bellissima. Riconosco due note che non combaciano, ma che strappano il vuoto. Sono bloccata, non muovo un muscolo: assorbo quelle grida meravigliose che sradicano la patina del vuoto.
D’un tratto ricordo chi sono e dove mi trovo, ma divengono informazioni del tutto insignificanti. Mi proietto su una traiettoria d’origine. Cosa può essere, un braccio meccanico? Un macchinario inconsapevole? Un treno merci che frena?
Non è un’illusione, ne sono certa, potrei registrarlo. Sono pronta ad afferrare il telefono ma le forze nel corpo mi mancano, come se il muscolo centrale dell’azione avesse deciso al posto mio di interpretare quell’esperienza solo nell’essere – inerme, immobile, sublimata dal suono – e mai più nell’avere.
Ho deciso di imprimerlo sul timpano della mia memoria, nessun surrogato digitale inutile, ma l’effetto dell’onda sul mio corpo ruvido e tangibile.
È un attrito elettromagnetico, un velo di fuoco bianco senza calore che rimescola i nostri respiri, ovunque, mentre viviamo assopiti. Ci amalgama alla superficie dello spazio, sulla densità del tempo, attraversa le nostre membra e non ci accorgiamo mai di vibrare anche noi, all’unisono. Ci affidiamo inconsapevolmente a quel suono – ormai parte stessa del fruscio dei pensieri – per potenziare la coscienza stessa di esistere.
Esisto perché ascolto il ronzio, senza conoscere la sua esistenza. (E sono due le note, come un respiro.)
Stanotte sono desta, non mi inganno, quella frequenza si è rivelata: chiara. D’un tratto mi vedo, ci vedo tutti quanti, scossi dall’invisibile microtremolio che sorregge la vita. Lentamente lo dipano dalla massa fitta che compone il silenzio. Sono un piccolo fuoco – incredulo – nel porto.
Potrei quasi rimanerci per sempre, adesso che l’aria si fa mite. L’alternarsi luce buio, esultanza terrore, quiete nostalgia, è una ruota levigata da una velocità incomprensibile, e non indugia, né si sofferma. Da sempre adagiati al centro, lasciamo che la coscienza centripeta si schieri a raggiera. Che si venga esposti all’euforia e poi oscurati dall’ombra, o si incontri la quiete tramontana e poi si svolti dritti verso la paura, non ci opponiamo io e il mio corpo. Perché ci rinnoviamo. È il connubio e sconfitta, al ciclo atavico dell’esistenza. Nulla al mondo potrebbe interrompere il suo moto perché la ruota stessa è moto.
Tale è il terreno, tale il bioma.
Pagherei il liquefarsi istantaneo della mia memoria, l’esplosione dei raggi centrifughi, e in quel mare il crogiolarsi dell’ombra fra borborigmi grigi.
Una sola melodia dentro qualche onda: il giorno non è giorno, la notte non è notte, il mattino non è mattino, il sole non è sole, il vento non è vento, il sonno non è sonno, il muro non è muro, la nascita non è nascita, la porta non è porta, l’acqua non è acqua, la cresta non è cresta, la morte non è morte, il tempo non è tempo, il nome non è nome, la fine non è fine
Vedo un corpo, dentro una casa, dentro un pianeta, dentro un limbo di materia. Ogni suo pensiero colpisce le pareti con un tonfo che nessuno può sentire, forse una piccola onda evade, solo una, si dipana nel cosmo e non muore, in nessun luogo. Non ne sono sicura ma credo che qualcuno, in fondo all’universo, per un nanosecondo sia riuscito a carpirla, come se l’avesse sentita infrangersi sulla pelle della sua schiena, aliena, e dentro una schiuma lieve di brividi possa aver raggiunto la sua nuca – scavalcando gli spigoli della colonna – per insinuarsi infine dentro il foro della vertebra principale, l’Atlante, che sorregge il capo e conduce al luogo dei pensieri altrui.
Le psicospirali dei dubbi, dei desideri, dei turbamenti per ciò che vorremmo ma non possiamo essere, forse se ne vanno, scappano oltre le pareti e talvolta si intrufolano dentro altri gusci per scuoterne i contenuti; per farli vibrare in quella frequenza muta che, fuoriuscendo dalla casa, può unirsi alla nube atmosferica dell’umana incertezza.
Un giorno, affacciandoci alla finestra per l’improvvisa oscurità del cielo, finalmente ne vedremo la consistenza, e forse avrà la forma di un enorme tessuto velino a incarto del mondo, nel suo dubbio, nella sua mania: noosfera soffice di inquietudine.
Il globo lunare, perfettamente intagliato, è un buco per spiare.
Ho aperto la finestra e due raggi di lampione sono entrati senza chiedere. Due pupille arancio scoppiettano ora sul muro: la casa è sveglia e il suo costato a travi, ben visibile sul soffitto, produce aliti in lentezza e scricchiolii. Mi osserva, proprio adesso mentre ballo a luci spente fra le dieci e le undici di sera, con viva attenzione sui movimenti non armonici che paiono tagliare l’aria al suo interno; in realtà non sa che non lo faccio per intrattenere, ma per liberarmi dei pensieri raggrumati durante il giorno, incastrati negli anfratti interni del corpo dove è impossibile pulire. Li getto a terra con forza, scuotendo braccia e gambe, contorcendo il busto. Loro sbattono sul suolo e si sfaldano come pugni di sabbia.
Ballare è necessario per interrompere l’acquedotto della mente e ricordarsi del corpo, nell’intorpidimento doloroso che forse sa esprimere senza dire nulla, senza parole.
Sono una bestia che parla di ritmo e curvilinearità del suono, di alti che distendono e di bassi che ripiegano, che si fa elastica nella dinamica di un intermezzo, esplode nella ripresa e si compone di nuovo, pezzo per pezzo, per ricominciare da capo. Non ci sono parole o figure visive ma estensioni e moto, che fanno amalgama fra aria buia, spazio e carne.
La casa mi asseconda nel suo petto, si riassembla adattandosi ai miei gesti. Nessuna estetica o volontà. Sopravvivenza piuttosto, il divenire ibrido e libero degli organismi soli.
L’ora non è semplicemente un segmento temporale definito da un certo numero di minuti, ma è anche ora di spazio, luogo etereo del nonsodove. Può accadere infatti di rimanere intrappolati dentro una camera di tempo che non esiste più: proprio come quel grumo di minuti racchiuso nelle ore due di notte che pare sia stato cancellato dal mondo per passare a quello successivo, le tre.
Eppure esiste, non so dove e quando, ma quell’ora scavalcata è una sfera nascosta fra le pareti di questa casa, come un’entità che fatica a credersi viva. È un guizzo querulo che pare agitarsi nel buio, accendere piccoli fuochi fatui attraverso gli schioppi delle dita invisibili, e con questi disegnare curve e confini del proprio corpo (ricercando quella forma che mai gli è appartenuta).
Immateriale, potrebbe scoprirsi, con gemiti d’insofferenza e sgomento quieto; un pezzo di spazio-tempo non ha corpo che nella mistura di vacuità, silenzio e immobilità del sentire.
Incapriccio i pensieri dentro una finestra. Forse rielaboro il valore dello spazio. La cornice che mi separa dal mio riflesso opaco sulle colline è l’asse di simmetria umana.Oltre la quadratura degli infissi è la dimensione sensibile, quella che muove il presente, a tendere i fenomeni: un’imprevedibile litomuscolo. Quando accade di vivere là in mezzo l’urto sensibile dell’attività altrui – atmosfericosmigeologicorganica – rimbalza piacevole sul fondo del mio timpano. Ma adesso l’atto che non mi appartiene, l’altrui flessione sulla mia membrana, è così concretamente distante. Assente, cerco un nome che possa definirlo: è xenostalgia. Ascolto lo smembrarsi del corpo che tace, che non muove perché non mosso. Non sono più corpo dentro questa scatola.
Esiste un posto, all’interno di un bosco molto fitto, è un’oasi incredibile, c’è sabbia, terra rossa, il cielo infinito come in mare aperto. È un luogo sospeso fra gli occhi dipinti sui tronchi dei faggi. Al centro di questa pozza satura di stupore, in una vasca di fango caldo, vive un corpo. Un corpo umano, molle e sporco. Giuturna Malakos ruota lentamente sopra i suoi piedi di melma. Così lenta la sua esistenza, il suo gravitare, che il solo battito del ciglio è una persiana interminabile che si chiude sopra il cosmo. Bianchissima apparirebbe la sua pelle senza il velo argento che le fa da involucro, crisalide, tela di ragno che i suoi seni produce. È una cosa morta, lei, e più viva del mondo stesso. Giuturna cosa molle, sospesa nel reale, il reale marcio, che è viscido, è rifiuto, è fanghiglia, è odore di fiume, è umido, è intenso, è incantevole. È molle, è umano. È malato, come Giuturna. Guarda come sbiadisce la patina d’aria intorno alla sua danza rotonda, ti attacca la pelle al suo sudore con aliti di limo evaporato; e guarda che colori! Le nuvole si sono squagliate sopra l’ultimo bagliore – fatuo? – del sole, già morto. Già morte le nuvole. Tutta la montagna è già morta, tutto il solco del fiume è già morto, e ovunque il frascame, e la condensa dell’anima. È proprio incantevole – e guasto – questo cadavere del mondo, come il piccolo pesce che tiene lei in mezzo al palmo, tenero e morbido, lievemente freddo, o fragile come il geco nato da una perla segreta, nascosta dietro al suo ventre, proprio nella palpebra sacra del suo ombelico; è nato mentre dormiva ancora, senza dir nulla, che delicatezza, miele nella gola la sua soffice ruvidezza, e la piccola vipera maculata? Quella che ha sfiorato col dito, con la pelle elastica e il filo di lingua che taglia l’aria, ipnotica vipera mia, e pur il moscondoro docile che se ne sta aggrappato alla sua scapola, così lucida la corazza, la peluria paglierina, gli arabeschi affilati sulle punte delle zampe; che meraviglia di soffi quelle antenne che tremano sul suo collo. Estasi di pellegrino. Terra nera nel cuore sgualcito di spore, euforia intima in fondo al nocciolo, è una cosa molle, tutto è molle dentro, sopra Giuturna, intorno a Giuturna, col suo corpo bianco che ruota, e il frascame umido che si erge a colonna, dalle sue labbra, verso il cosmo.
Vedo un corpo, dentro una casa, dentro un pianeta, dentro un limbo di materia. Ogni suo pensiero colpisce le pareti con un tonfo che nessuno può sentire, forse una piccola onda evade, solo una, si dipana nel cosmo e non muore, in nessun luogo. Non ne sono sicura ma credo che qualcuno, in fondo all’universo, per un nanosecondo sia riuscito a carpirla, come se l’avesse sentita infrangersi sulla pelle della sua schiena, aliena, e dentro una schiuma lieve di brividi possa aver raggiunto la sua nuca – scavalcando gli spigoli della colonna – per insinuarsi infine dentro il foro della vertebra principale, l’Atlante, che sorregge il capo e conduce al luogo dei pensieri altrui.
Le psicospirali dei dubbi, dei desideri, dei turbamenti per ciò che vorremmo ma non possiamo essere, forse se ne vanno, scappano oltre le pareti e talvolta si intrufolano dentro altri gusci per scuoterne i contenuti; per farli vibrare in quella frequenza muta che, fuoriuscendo dalla casa, può unirsi alla nube atmosferica dell’umana incertezza.
Un giorno, affacciandoci alla finestra per l’improvvisa oscurità del cielo, finalmente ne vedremo la consistenza, e forse avrà la forma di un enorme tessuto velino a incarto del mondo, nel suo dubbio, nella sua mania: noosfera soffice di inquietudine.
È una frazione di secondo, abbasso lo sguardo e li scorgo: i solchi sul tavolo. Graffi remoti che formano lettere o numeri. Due nomi di persona qua e là, un 9.14 ripetuto, “qui il…ha dato fastidi di”.
Doveva avere una certa intensità nella calligrafia.
Il tavolo è l’unica cosa che non mi appartiene, l’ho trovato qui, in questa casa. Acero bianco, morbidissimo, con occhi neri che si materializzano un po’ ovunque. Le parole incise dal precedente inquilino sono un tonfo al cuore. Soprattutto perché non appaiono affatto volontarie, è evidente. Come se il tavolo avesse voluto assorbire certi segreti, ma in modo frammentario; ogni giorno un pezzetto, appena il proprietario vi si fosse soffermato a scribacchiare su fogli provvisori.
Mi avvicino, naso rasente come una bestia che fiuta, fletto il collo fino a trovare il controluce che rivela le curve. Sono in cerca di senso, indizi forse, necessari alla comprensione di qualcosa, non so bene cosa. “7.45, Sonia D, di una mia“. Non capisco. Scansiono la superficie in ogni angolo e con la testa spingo un bicchiere oltre il borgo, cade a terra frantumandosi.
D’un tratto è il risveglio di un bisbiglio, la voce morta di qualcosa. Alzo lo sguardo e si materializza a pochi centimetri. Mi punta col suo muso arido, osservandomi senza occhi. Ipnosi. Congelo le mie ipotesi e rimango a fissare il suo codice muto. Ritmico ticchettio di legno – acuto, crepitante a tratti – come se digrignasse i denti fino a spaccarli. Sembra durare anni, scrive qualcosa, ma è solo suono. Ascolto fino a renderlo insopportabile; d’un tratto volgo il viso altrove, il discorso è interrotto, si dilegua. Un’eternità deve essermi appena scivolata davanti.
Il tavolo è scuro, macchiato al centro da nuvole di piccoli fori. Ogni buco è una lettera sconosciuta, mi allontano e lascio che il vento improvviso faccia risuonare le sue vocali, tutte insieme.
Forse parla di tempo e spazio, di morte, e menzogna. Indecifrabile poesia dei tarli.
Non voglio intrattenere, ma guidare in tratte nere. Tutto ciò che dico è verità ricostruita e non finzione che ha origine nella verità. Non posso che sentirmi libera nello smembrare i miei organi come tessuti sfilacciati sul margine di un fiume. È nella frantumazione delle parole che credo di respirare davvero; l’avvicendarsi dei segni – del senso – è condotto dal ritmo e dal profumo condiviso, lungo un sentiero inconscio che talvolta è precluso persino alla mia ragione. Le righe tuttavia non sono flutti della coscienza, piuttosto lucidi voli veritieri e compositivamente rampicanti, come l’edera intorno al busto levigato del tempo presente.
Ma è morte la lunghezza del testo, la storia compiuta, il finale. Perché la fine, se esiste e cara al lettore, è menzogna; non può esistere – per me e per tutti quanti – se non nella mera forma sgretolata, o sbriciolabile. Sono vivi solo gli inizi e le nuove origini o i mille preludi, quasi quanto automi improvvisamente destati che si autoassemblano, si agitano e scoprono il frastuono dell’esistenza quale cigolio stesso dei loro arti.
È inutile immaginare la fine quando non si può viverla. Così io plasmo, rivelando, poi mi sfaldo di nuovo, ed è sospensione piacevole.
Ogni cosa, ogni cima di abete incorniciata da una finestra emette un grido atono, una movenza lieve che scuote qualcosa. Pare così, ma non è – dice – è molto di più – la differenza di potenziale che muove le cose. Forse un giorno…aggiungo io. Ma quando, e dove. La guaina del tempo racchiude lo spazio in una sacca amniotica, e il suo mistero giace proprio nel volume: poco più grande dell’organismo che intuisce di essere sospeso, anche se appare circoscritto all’orizzonte.
A che serve esistere se non a struggersi beatamente nella consapevolezza di non poter sapere, nell’attesa ascetica di un privilegio che innalzi: catturare tutto il tempo e genufletterlo al proprio sguardo, anche se grida e tenta di fuggire. Perché non ora? Perché non posso flettere, bucare la pellicola e cogliere un altro presente (che non è il mio, il passato)?
Molti si compiacciono, stordendosi, nel piacere di costruire edifici confortevoli, mura di certezze, solide nicchie di adorazione pagana del futuro per custodire i simulacri degli dei a cui vorrebbero somigliare; ma c’è anche chi rosola nell’enigma lieto, per fortuna, gli onanisti del dettaglio che sfugge ai più, le vittime sacrificali di se stessi che scoprono tutto il corso della vita dentro una crepa, e in suo nome si puniscono col disadattamento e la ricerca perpetua di ulteriore incomprensibile mistero. Esseri contro natura forse, ma che soccombono al difetto stesso della natura di sentire ciò che non è possibile vedere, o comprendere.
Non siamo emergenti, piuttosto ci inabissiamo, in cerca di una tempesta silenziosa, sotto il mare.
Penso alla pelle ed è subito funghi nel bosco. La vista, l’udito, il tatto vengono meno, come scuciti nel corpo da una pungenza bagnata. Ecco, è proprio frascame, boscaglia fradicia, funghi appena abbottonati al soprabito muschioso, ora che ci penso meglio, è anche peluria fine che trattiene al volo gli uccelli senza che loro possano comprendere come, o fanghiglia nera fra le croste fradice di un tronco che ben mi si concede se avessi ancora le dita. Tutto il bosco spugnoso è un polmone teso in esitazione perenne, pare trattenga il respiro per conservare dentro di sé, se stesso, il più a lungo possibile. Ma è anche singulto simbolico di una penetrazione stabile fra nebbia e muffa, tanto che il pensiero – che ancora, non so come, mi è saldo addosso – si desta, dentro una convinzione: ciò che prima ritenevo contenitore altro non è che contenuto impalpabile, spore. Non esisto, se non in questo. Esitazione umida. Ammuffita.
Pelle. Penso al moto ondoso che spettina ogni forma del campo visivo. Pare che il mare, nella sua schiuma, catturi certi suoni sconosciuti, li custodisca per molto tempo, secoli, o minuti, per poi restituirli alla battigia in modo del tutto casuale, quando nessuno se lo aspetta. Specialmente di notte, e all’alba, vomita, travolge le spalle e le percuote di paura; le costringe a voltarsi, ma poi nulla, niente di niente, solo respiri e la schiuma. Si sente giá – credo in fondo al cielo – un alito caldo di coperta che si spoglia. Sono pur sempre un uovo nelle mani di qualcuno che non vedo (che sta laggiù, oltre l’orizzonte marino). A quel punto forse, nel plauso di costui che omaggia la notte che muore, mi schiuderei in alba liquida e, colando, sul mare, amerei.
Pelle. Penso alla cristallizzazione infinitesima nella polvere d’ossa. Qui il moto ondoso delle dune induce alla calma del vento, e all’attesa epifanica. Accade qualcosa? Ma non un gesto atmosferico, né una sillaba dal sole. L’indugio che è aridità sottile, è sabbia.
Adesso capisco, che la pelle non è pelle, la pelle non è involucro, ma è occhi. É contemplazione quieta di una remora del tempo e non di una stagione. Mi chiedo soltanto, nell’attesa di un’ espirazione che concluda il mondo, sono dunque io, che proietto sulla natura, oppure è lei – la natura – che indossa la mia pelle e veste il mio sentire?
Un attimo dopo camminavo fra i corridoi di un supermercato – taglio netto, mancano pezzi alla mia memoria, ma non me ne curo – guardo gli scaffali, alcuni sono crollati l’uno sull’altro creando aperture di forma triangolare. Percorro le file di alimenti, non mi chiedo perché tutto sia sottosopra, so che ho bisogno di qualcosa, ma non so decidermi. Forse l’aceto balsamico: ne prendo una boccetta fra le mani, il liquido nero sangennariano si anima come per miracolo, lo osservo ungere le pareti, brillante intreccio di lingue liquide, ma subito la rimetto al suo posto. C’è qualcosa di sbagliato, una mancanza profonda nell’aria: un buco materiale fra i pensieri.
Fra gli spazi vuoti delle bottiglie riconosco una sensazione. Una concavità scura. Sei tu, che manchi, ma non ricordo il tuo viso. Il peso di una tristezza incomprensibile mi comprime le membra; il mio avanzare fra gli scaffali si riempie di un malessere sempre più doloroso man mano che la consapevolezza si fa più viva: non tornerai mai più. Ma qual era il tuo nome? Non lo trovo in nessun angolo. Mi soffermo sul banco della carne. C’è la tartare con crema di tonno e capperi e altri tranci marinati, secchi, incelofanati. D’un tratto ricordo un numero, ti scrivo, “sei vivo?”.
Quando riemergi dal mescolino del maremoto? Mi chiedo senza scrivere.
Ma è sbagliato. Mi risponde qualcuno “sono contento di sentirti”. Ho sbagliato persona.
Continuo ad indugiare sui filetti; come ho potuto dimenticare? Mi concentro sul malessere nel tentativo di ripercorrere la memoria grezza. Con grande fatica individuo l’onda sconfinata, mi afferrò a lei, poi il ricordo si fa più semplice, scivolo su di essa, non posso più volare, ero il tuo animale, o tu il mio, scossa fra piccole e grandi creste ci provo, ma non riesco a riemergere, sono talmente impregnate le mie ali rosa di pipistrello. C’è un corpicino inghiottito e una zattera che vanno a fondo. Forse posso ancora afferrarti e riaffiorare insieme.
Taglio netto, i pensieri sgranati si interrompono. Eccomi qua, di nuovo. File di bottiglie di aceto nero davanti ai miei occhi. Il passo si fa più pesante, è il carico di un dolore mai provato prima, un sedativo di malinconia che si annida soprattutto dietro lo sterno. Non ti vedrò mai più, e nel realizzarlo il mio peso si addensa verso il centro della terra.
Stanno per chiudere, sono già le 20:17. Il commesso al banco ha perso la pazienza. Mi decido frettolosamente per la tartare con crema di tonno e capperi e lui ne riempie sbadatamente una ciotola di vetro. Sono sollevata di poter mangiare qualcosa. Me ne vado lentamente. Chi eri? La tua forma continua a scomparire, stringo la vaschetta fra le mani, aumenta una gravità sconosciuta che mi costringe a strisciare.