Le tue fotografie ferite di Stefano Simoncelli

Stefano Simoncelli
(6 gennaio 1950 – 20 maggio 2025)

Le tue fotografie ferite,
la poltrona a foglie e spighe
dove leggevi, le visite di nessuno,
ecco, dolcezza, cosa si muove di là,
tra i divani, i peltri ormai ossidati
e nel leggero velo della polvere
che avvolge i libri, le tende
e voi, amate creature invisibili.
*

lucia triolo: dolore di casa

Inquietudine di gesti
assemblati nel vuoto                
e questa casa

piena di cose non fatte      
di cibi non digeriti
di lacrime non accadute e ormai secche           
di parole pagliacce
di carezze in cammino verso        
un altro destino  
di baci ululanti desiderio e nostalgia         
non era un’allegoria:   

passeggia frenetica sul
lungomare di una psicotica fretta
e accade che ancora mi cerchi

l’indirizzo            
su una scheggia di carta o        
una pagina di vetro
mi ha abitato          
come un’omissione

Isola di Ishigaki Rin

Ishigaki Rin (1920 -2004) è stata una poetessa giapponese.

Sono in piedi davanti a un grande specchio. Isola piccola e
solitaria
.
Separata da tutto.

Conosco
la storia dell’isola.
Le dimensioni dell’isola.
Vita, busto e fianchi.
Abito stagionale.
Il canto degli uccelli.
La sorgente nascosta.
Il profumo dei fiori.

Io
vivo su un’isola.
L’ho coltivata, costruita.
Tuttavia
è impossibile sapere
tutto sull’isola.
Impossibile abitarla in ​​modo permanente.

Mi guardo allo specchio:
isola lontana.

*

Isola di Ishigaki Rin

Una vagabonda gironzola qui di Inger Elisabeth Hansen

Inger Elisabeth Hansen (1950) è una poetessa e traduttrice norvegese.

Una vagabonda gironzola qui, ma perché qualcuno dovrebbe accettarla qui
che vaga, avrebbe preferito restare a casa, tuttavia è lei che
vaga qui, è qui che deve camminare, legata a questo sentiero lungo il lago ghiacciato,
il ghiaccio fangoso, inzuppato bluastro come latte dimenticato in una ciotola, nel paesaggio
che solleva questo lago che non riflette nulla, nel paesaggio che tiene
questa ciotola con il latte acido nelle mani e la solleva verso il cielo
.
verso il cielo, verso il cielo che scaglia le nuvole verso sud, verso sud sud-est
le nuvole corrono come nastri, come stracci e bende srotolate da un corpo, un corpo
a sud sud-est, quindi perché avrebbe dovuto prendersi il tempo che ci vuole
per trovare un nome per questo lago, il tempo che ci vuole per trovare una mappa
o il vecchio che ha segato un buco nel ghiaccio
e ha tirato fuori tre quattro pesci che non hanno nome neanche loro, avrebbe potuto sedersi lì per il tempo che ci vuole perché un lago ottenga un nome e se ne liberi di nuovo,
avrebbe potuto sedersi lì
per il tempo che ci vuole perché un pesce riceva un nome solo per poi liberarsene di nuovo

*

Prato di Carl Sandburg

Carl Sandburg (1878 – 1967) è stato un poeta statunitense. Fu insignito di due Premi Pulitzer: uno per la poesia nel 1951 ed uno per la storia nel 1959.

Pile di corpi, di morte, di dolore, di guerra,
“Chiedi al Prato,” dice il prato,
“Fai che il Prato ti dica che cosa è accaduto.”
Il Prato, con le sue mani verdi, cresce,
silenzioso, sopra la polvere di guerra,
nascondendo i segni della sofferenza e del tempo,
perché le genti dimenticano i volti dei morti.
.
“Non voglio saperlo,
Non voglio ricordare,” dice il Prato.
Le voci di chi è caduto in battaglia,
le loro storie sono ora polvere e erba.
Eppure c’è un rimorso nel prato,
una memoria senza parole,
che cresce, silenziosa, sulla morte e sul dolore.

*

lucia triolo: Una Domenica di poesia: pensando a Gaza

Primo Levi

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi
Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1976

lucia triolo: l’immagine

Ecco

l’ immagine
torna a scuotermi la carne,
ad attraversarmi
come fossi
un santuario di schegge di ragione
viva vivente.

Suda il profumo opaco altalenante
dell’incenso sull’altare di un Io
in combutta con le sue ferite.

Si accalca su di me perplessa
mi impietrisce
si guarda attorno
non riunisce
le coscienze che osservano scompigliate

sa che affondano
per questo è qui lei
la parte di me che appare
l’unica visibile verità.

La pazza del tirassegno di Angela Passarello

Angela Passarello è una poetessa contemporanea originaria di Agrigento e residente a Milano. Tra le sue opere più recenti vi è Poema rupe (New Press, 2022), una raccolta che esplora temi legati alla memoria, al paesaggio e alla lingua materna.

la vecchia con la schiena curva e il cane
uscivano di rado
apparivano sul sentiero della rupe
il cane la precedeva marcando il territorio
la vecchia sovrastata da un fagotto di stoffa sbiadita
entrambi ritornavano poi verso la casa diroccata
al confine con il tempio di Demetra

*

La pazza del tirassegno di Angela Passarello

Possibilità 1 di Monica Velàsquez

Mónica Velásquez Guzmán (1972) poetessa e critica boliviana. 

Oggi vorrei, Monica, farti ammalare a lungo, mortalmente,

portarti via dal mondo, convalescente:

distanza dal corpo il tuo pianto, il tuo sudore solitario

così che ora tutto è completamente vuoto

e sii un deserto risentito, determinato ad avvelenarsi con la sete.

Oggi voglio romperti un osso essenziale.

disperdere le schegge della struttura fondamentale

che tu implori aiuto e allunghi le mani

e non abbia passi né piedi per farli.

Voglio un’ulcera che racconti la tua furia

muscoli goffi che chiedano aiuto

abbracci che non arriveranno

epilessie che rivelano la tua confusione

la tua difficoltà a contenerti

insonnia eterna per salvarti dai sogni

che annunciano quando qualcuno sta per morire.

Nessuna consolazione, questo è ciò che voglio darti,

per rendere visibile il tuo bisogno di un altro

così possono vederti ferita, andare in pezzi e si potrà sapere

e ti seppellirò, ti piangerò, ti perdonerò

anche se la tua morte non salva nessuno,

il vento porta via il tuo nome, tutto è quasi uguale.

C’è troppo peso nella tua ombra

e voglio guarirti, lentamente, con la mia saliva…

Voglio ristabilire in te l’equilibrio, anche senza eguali.

ti sussurro che non è necessario,

che non c’è bisogno di morire in questo modo.

*

[Da Il vento dei naufraghi ]

*

Possibilità 1 di Monica Velàsquez

Una valigia parla di Ilse Weber

Deportata ad Auschwitz, la poetessa Ilse Weber (1903 – 1944) morì subito nelle camere a gas con i suoi bambini, quelli che aveva curato e accudito nel campo di concentramento di Terezin.

Sono una valigetta di Francoforte sul Meno

e cerco il mio signore, ma dove sarà?

Portava una stella ed era vecchio e cieco

e mi teneva con sé, così bene come un figlio.

Faceva spesso il mio nome ai suoi compagni,

sento ancora la sua mano premurosa.

Sono in pura fibra vulcanizzata, lo si può leggere ancora

ed ero lustrata e pulita allora.

Anno dopo anno sono stata compagna al mio signore.

Anche stavolta sono andata con lui. Ora è solo.

Era vecchio e cieco, dove è andato?

E perché mi hanno levata a lui?

Perché mi hanno lasciata nel cortile in caserma?

Sul mio abito c’è scritto il suo nome.

Sono sporca ora, il mio lucchetto non tiene più,

mi hanno saccheggiata, sono vuota quasi del tutto.

è rimasto soltanto un fazzoletto, un vasetto

e la sua tavoletta di piombo per ciechi.

D’altro non v’è più nulla, medicamenti, pane.

Certamente mi cerca, forse è nel bisogno.

Deve esser difficile certo per un cieco,

trovarmi in un mucchio di valigie accatastate

e non capisco neppur bene

perché ci logoriamo qui inutilizzate.

Sono una valigetta di Francoforte sul Meno,

vorrei andare dal mio signore, è così solo.

*

Una valigia parla di Ilse Weber

Mi fermo un momento a guardare di Roberto Roversi

Roberto Roversi (Bologna, 1923 – 2012) è stato scrittore, poeta, paroliere, giornalista, libraio e, in gioventù, partigiano. Dal 1948 al 2006 gestì la libreria Palmaverde a Bologna. Ha fondato e diretto le riviste Officina e Rendiconti. Alcuni versi del poeta sono diventati testi di canzoni, messe in musica ed eseguite da artisti come Lucio Dalla e Stadio; con il primo realizzò tre album discografici ed uno spettacolo teatrale. Tra le varie attività fu anche direttore del quotidiano Lotta Continua.

Non correre. Fermati. E guarda.
Guarda con un solo colpo dell’occhio
la formica vicino alla ruota dell’auto veloce
che trascina adagio adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.

.

Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicina al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora.
Almeno per un momento.

.

Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.

.

Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.

*


Questa poesia fu donata da Roversi al Centro Antartide di Bologna e distribuita in occasione della Giornata Mondiale della Lentezza del 2012.

lucia triolo: una Domenica di poesia

Iya Kiva

vedo la mia casa solo nei servizi sui bombardamenti
gialla come la banda di speranza che campeggia nella bandiera ucraina 


la guardo negli occhi
ma lei mi gira le spalle
nascondendosi
dietro ai sottili pannelli della memoria 
e non vuole più vivere 


sghignazza 
della guerra 
della morte 
di me 


ma
se è ancora viva
allora sono ancora viva anch’io 
anche se viva non mi sento 


non so se voglio vivere in una casa 
che me, non mi chiama casa
bensì bizzarro rifugio per le parole 


e ora le parole mi cadono dalle tasche 
come chiavi di un alloggio temporaneo 
dopo ogni tentativo di accendere la luce


e il vento della rovina urla tra le vertebre dell’amore 
per tutta la steppa occupata dal sorriso del nulla 


07.03.2023 

da “La guerra è sempre seduta su tutte le sedie

festa della mamma…una poesia,Gabriella Paci

Come tu sapevi essere

Riaffiorano le tue parole, madre,

grani di saggezza antica da seminare

nei solchi di campi di speranza nuova

da bagnare con lacrime furtive

mentre brucia  la gramigna dei dolori.

Tu, pino di scogliera, stavi affacciata

sull’orizzonte di sole e mare ma

 la tua scorza a dure scaglie

raccontava alla spuma dell’onda

le incisioni del vivere e soffrire.

Vorrei  essere come tu sapevi:

grano pronto a fiorire nel solco

pino d’estate dal sofferto tronco,

roccia impavida di scogliera brulla:

tutto quello che sa essere altro

nella resilienza al destino

 senza cedere alla lusinga del pianto.

Una vecchia fotografia di Janos Pilinszky

János Pilinszky (1921 – 1981) è stato un poeta ungherese. Molto conosciuto per la sua influenza sulla poesia ungherese del dopoguerra, lo stile di Pilinszky include una giustapposizione della fede cattolica e un disincanto intellettuale.

*

Nella fotografia avevo tre anni.
Sul retro, un appunto che vi ho fatto a otto.

E adesso io
a ventun anni guardo la fotografia.
Ci salutiamo tutti e tre
e ci stringiamo la mano, distrattamente.

*

Una vecchia fotografia di Janos Pilinszky

La Promessa di Marie Howe (premio Pulitzer per la poesia 2025)

Marie Howe (1950) è una poetessa americana nota per la sua scrittura intima e riflessiva, spesso esplorando temi di perdita, spiritualità e relazioni familiari. La sua raccolta più celebre, What the Living Do, affronta il dolore per la perdita del fratello a causa dell’AIDS.

Nel sogno che ho fatto quando è tornato, non malato
ma intero, e con il suo cappotto invernale,

mi ha guardato come se non potesse parlare, come se
ci fosse una legge contro di essa, una membrana che non poteva rompere.

Il suo silenzio era ciò che non poteva
non fare, come il nostro respiro in questo mondo, come la nostra vita,

come facciamo, nel tempo.
E gli ho detto: Sto leggendo tutte queste cose buddiste,

e ascolta, non moriamo quando moriamo. La morte è un evento,
una soglia che attraversiamo. Andiamo avanti e avanti

e nella luce per sempre.
E lui ha guardato in basso, e poi di nuovo verso di me. Era lo sguardo che ci scambiavamo

attraverso il tavolo della cucina quando papà era di nuovo ubriaco e pericoloso,
lo sguardo livellato che vuole dirti qualcosa

in una stanza affollata, qualcosa di importante, e non può.

*

una breve recensione di Origine Discendente di Marta Glenda Lugano (2025)

Fango e ghiaia
.
Pensavo nel disgustoso fardello di fango e ghiaia
davanti a me, alla ghirlanda di stelle fumose
in questo pezzettino di cielo,
a diversità di mirate che piovono sulle polveri disperse
Dispiace non arrivare a raccoglierle nell’universo cadente
Dovresti essere più scaltra ti dice la realtà,
ma non lo sei mai stata.
rinunciare alla pigrizia, illuminarti di fede …
Ma resta l’ombra della malinconia
a cancellare ogni buon proposito,
e perdi i tuoi attimi nel lavorio del tempo che scorre,
nella colombaia di casa, senza un alito di vento
a farti respirare la vita,  
tuoi animali dormono al caldo e tutto è offuscato dalla stanchezza.
.
Pianure di nubi piatte se ne sono andate
per non avere l’imbarazzo di salutare la tua parola.
Dimentico di essere anch’io parte terrena della scena.

**

Fango e Ghiaia è la struggente poesia che chiude la silloge Origine discendente di Marta Glenda Lugano. Il libro è uscito quest’anno per la Collana L’Indipendente. Questa si presenta come un diario lirico denso, stratificato e radicalmente personale, che attraversa epoche, luoghi, sogni e ferite, con una voce poetica intensa e cosciente. Fin dal titolo, Glenda ci introduce a un viaggio duplice: verso l’origine personale, affettiva, genealogica e insieme verso il basso, verso le radici, la discesa nella coscienza, nella materia emotiva, nella memoria. La poesia diventa così un gesto di recupero quasi terapeutico, un modo per riportare alla luce ciò che la storia, la cultura dominante o il dolore tendono a silenziare. Il linguaggio di Lugano è vario e pieno di immagini sorprendenti. A tratti visionario, altre volte narrativo, alterna slanci quasi oracolari a confessioni intime e familiari. Le poesie dedicano spazio alla madre (commovente Per Emma), al padre, a poeti e icone come Frieda Kahlo, ma anche all’attualità bruciante (Gaza). La sua voce oscilla tra l’infanzia e l’età adulta, tra l’eredità culturale e l’autodeterminazione poetica. Temi come l’identità, il trauma, l’amore, il lutto e la giustizia sociale sono scandagliati attraverso una forma che predilige il verso libero, il frammento, l’epifania. In questa libertà stilistica si coglie una forte impronta post-beat, ma anche un debito verso la poesia di Sylvia Plath o Anne Sexton. Alcune composizioni si distinguono per tensione lirica e forza evocativa, come La clessidra, Nel buio del divenire, Scena muta, Fango e ghiaia mentre altre brillano per una dolcezza sospesa (Ode alla colazione, Il pettirosso). Il tono è spesso elegiaco, ma mai rassegnato: qui la poesia è un atto di presenza, di resistenza e di guarigione. Origine discendente è un libro intimo e vasto allo stesso tempo, che richiede tempo e ascolto. È l’opera di un’autrice che scrive “come si accarezza un’ombra”, e che riesce a trasformare il privato in esperienza condivisa, con parole che sanno farsi crepa e luce. Una notazione frivola, la copertina mi piace particolarmente col ritratto in bianco e nero dell’autrice che pare la fotografia di una diva del cinema muto.

*

Una poesia della poetessa Fiorella Giovannelli nell’angolo poetico, pubblicazione di Elisa Mascia -Italia

Foto cortesia di Fiorella Giovannelli – Italia

“Io ti vedo, anche quando non mi guardi”

Non devi guardarmi per farmi sapere dove sei.So dove sei, anche se i tuoi occhi non mi trovano.
So come respiri,
come cammini,
come pensi che io non senta ogni passo,ogni respiro che prende forma nell’aria.

Quando ti nascondi dietro il silenzio,
non è che non ti sento.È che in quel silenzio,ti sento più forte.

Non c’è bisogno di dire parole che non hai voglia di dire Non serve che mi guardi per farmi sapere che ci sei.

So quando hai paura,
e so quando il coraggio si nasconde.
E ti vedo —
anche quando tu pensi di non esserci.

Fiorella Giovannelli

Leggi anche altri articoli dell’autrice Elisa Mascia -Italia, grazie

https://alessandria.today/?s=Elisa+Mascia


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In una danza che emana luce all’ Universo, la poesia “La signora del derviscio” del poeta prof. Kareem Abdullah-Iraq, pubblicazione di Elisa Mascia-Italia

Foto cortesia del prof Kareem Abdullah -Iraq

Signora del Derviscio

Attorno alle tue luci verdi, danzo ebbro nel cielo,

porgendo una mano bianca che trattiene i fili d’amore, l’altra li abbraccia,

li pianta come sorgenti che sbocciano nella tua terra generosa.


M’illumino nel momento della rivelazione, un fiore di narciso che spezza le catene del tempo, in cerca del mio amore che dimora nelle profondità del mio cuore, la mia unica guida nel mio peregrinare.


Ogni volta che chiudo gli occhi, ti vedo con l’occhio della mia intuizione, o fiume di perle le cui sorgenti sono il cielo, che scorre dolcemente, inondando il mondo di luminosità.
Non permettere che i dubbi diventino eserciti a occupare il tuo cuore, altrimenti periranno i fiori della certezza.


Non mi rivedi in te? Non vedi insieme a me come si dissipano le montagne della disperazione?
Non vedi che il linguaggio dell’amore penetra la sordità nel disegno delle porte dell’oscurità? Non vedi come Dio ti ha creata e ti ha prescelta come compagna dell’anima?
Non vedi come ti ho scelto come mia compagna?

Vieni, amiamoci e rivestiamoci di benedizioni che riempiono l’universo di melodie.

Kareem Abdullah -Iraq

سَيِّدةُ الدرويش
حول أنواركِ الخضراء، أرقصُ ثَمِلاً في السماء، أمدّ يدًا بيضاء تُمسكُ خيوطَ المحبّة، تحتضنها أُخرى، تغرسها ينابيعَ تتفجّرُ في أرضكِ السخيّة. أتوهّجُ لحظةَ التجلّي، زهرةَ نرجسٍ تفكّ قيودَ الزمن، تبحثُ عن معشوقٍ يسكنُ شغافَ القلب، دليلي الوحيد في طوافي. كلّما أغمضتُ عينيّ، رأيتكِ بعينِ بصيرتي، يا نهرًا من الجُمان، منابعهُ السماء، يتدفّقُ سلسبيلاً، يغمرُ الدنيا بالضياء. لا تجعلي للشكِّ جيوشًا تحتلُّ قلبكِ، لئلّا تموت أزهارُ اليقين. ألا ترينَ فيكِ نفسي؟ ألا ترينَ معي كيف تتبدّدُ جبالُ اليأس؟ ألا ترينَ لغةَ العشق تخترقُ صممَ أبوابِ العتمة؟ ألا ترينَ كيف خَلَقكِ اللهُ واصطفاكِ نديمةً للروح؟ ألا ترينَ كيف أصطنعكِ رفيقةَ دربي؟! تعالي نعشق أنفسنا، وننهمر كراماتٍ تورقُ أنغامًا تملأُ الكون.

Leggi anche altri articoli dell’autrice Elisa Mascia, grazie

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Ars Poetica di Rafael Cadenas

Rafael Cadenas (1930) è un poeta, saggista e traduttore venezuelano, tra le voci più importanti della letteratura ispanoamericana del Novecento. Esiliato in gioventù a causa della dittatura, ha sviluppato una poetica essenziale e riflessiva, centrata sull’identità, il linguaggio e il silenzio. Nel 2022 ha ricevuto il Premio Cervantes per l’intera sua opera.

Lascia che ogni parola trasmetta ciò che dice.
Lascia che sia come il tremore che la sostiene.
Lasciala rimanere come un battito cardiaco.

Non devo pronunciare falsità elaborate, né usare inchiostro dubbio, né
aggiungere lustro a ciò che è.
Questo mi costringe ad ascoltare me stesso. Ma noi siamo qui per dire la verità.
Siamo realistici.
Voglio una precisione terrificante.
Tremo quando penso di fingere. Devo portare le mie parole con peso.
Mi possiedono tanto quanto io possiedo loro.

Se non ci vedo chiaro, dimmi, tu che mi conosci, la mia menzogna, indicami
l’impostura, sbattimi in faccia la mia frode. Te ne sarei davvero grato.
Sto impazzendo nel tentativo di ricambiare.
Sii il mio occhio, aspettami nella notte e guardami, scrutami, scuotimi.

*

Lucia Triolo: Una Domenica di Poesia

IL POETA é PADRE E INSIEME MADRE DI FIGLI NON NATI

Il poeta è padre e insieme madre di figli non nati .
La sua amante e la sognante inventata 
parola. Con lei ha rapporti sessuali come con sua 
moglie, fatta di carne e ossa, non solo a casa, nel letto, 
ma anche nel bosco lussureggiante, su uno scoglio 
al mare e nel mare, nella landa, illuminata 
dal sole, in qualche buio corridoio… Nella fredda 
chiesa deserta e al cinema, pieno di corpi sudati …
Per la sua immacolata concezione i loro peccati 
è punito con una perenne gravidanza. In lui cresce 

il vuoto che vuole trascendere l’infinito 
vuoto che lo circonda… il poeta è padre e
insieme madre di figli non nati… Ed è contento 
delle proprie doglie

In Rosa Mystica

Carta d’identità di Mahmoud Darwish

Mahmoud Darwish (1941 – 2008) è stato un poeta, scrittore e giornalista palestinese. “Carta d’identità” (Bitaqat huwiyya) è una delle poesie più celebri di Mahmoud Darwish, scritta nel 1964. È un testo simbolo della resistenza palestinese, scritto con voce ferma e dignitosa, rivolto a un ufficiale israeliano.

Scrivi!
Sono un Arabo
E il numero della mia carta d’identità è cinquanta mila
Ho otto figli
E il nono verrà dopo l’estate.
Ti secca?

Scrivi!
Sono un Arabo
Lavoro con i miei compagni in una cava
Ho otto figli
Li nutro con pane, vestiti e quaderni
E non chiedo l’elemosina alla tua porta
E non mi umilio davanti alle soglie delle tue scale
Ti secca?

Scrivi!
Sono un Arabo
Hai rubato i vigneti di mio padre
E la terra che io coltivavo
Insieme ai miei figli
E non ci hai lasciato nulla…
Solo queste rocce.
Allora, mi prenderai anche
Il diritto alla fame?

Scrivi!
Sono un Arabo
Senza un nome paziente
Le mie radici
Affondano nella terra… prima della nascita del tempo
Prima dell’apertura delle ere
Prima dei cipressi e degli ulivi
Prima della nascita dell’erba
Mio padre… è di una famiglia di contadini
Non discende dai signori
E mio nonno… era un contadino
Né nobile, né proprietario terriero!
Il mio nome? È Arabo!

Scrivi!
Sono un Arabo
Colorito scuro
Capelli neri
Occhi castani
Segni identificativi:
Porto la kefiah in testa
E la mano tesa
Graffia le unghie di chi ruba il mio pane
E i miei libri
E la mia casa
Ti secca?

Scrivi!
Sono un Arabo
Tu mi hai spogliato delle vigne di mio padre
E della terra che coltivavo con i miei figli
E tu ci hai lasciato e lasci a noi solo queste rocce
Perché il tuo governo lo prenderà anche
Il diritto a vivere?

Scrivi!
Sono un Arabo
Il nome senza segni
Senza numeri
Senza date
Il mio nome è rabbia
E la mia dignità è una pietra
Affamato e stanco
Ma non chiederò la pietà
E non mi piegherò davanti a nessuno
Tienilo a mente!

*

Carta d’identità di Mahmoud Darwish

Lode in onore del Local 100 di Martìn Espada

Martín Espada (nato nel 1957 a New York) è un poeta di origine portoricana e professore presso l’Università del Massachuttes Amherst dove insegna poesia.

Dedicata ai 43 dipendenti degli hotel e dei ristoranti della sezione locale 100 che lavoravano al ristorante Windows on the World e che morirono nell’attacco al World Trade Center l’11 settembre 2001.

Lode agli uomini e alle donne
che alzarono la colazione da un marciapiede
e la portarono nella luce delle torri.

Lode ai lavapiatti con i capelli impastati di vapore,
ai panettieri che sfornavano il pane al buio,
ai macellai che affilavano i coltelli tra i sogni.
Lode ai camerieri che conoscevano ogni lingua
ma che la città non sentiva mai parlare.
Lode agli immigrati, alle loro mani piene
di posate, bicchieri e sudore invisibile.

Lode ai morti nella cucina del cielo,
le mani che tagliavano l’aglio, che versavano vino,
che impilavano piatti nella quiete della fame.

Lode ai vivi, che corsero fuori
tra vetri taglienti e nuvole di polvere,
che cercarono i nomi negli elenchi,
che piangono in spagnolo, in urdu, in cantonese,
che conservano le foto nei portafogli
come piccole reliquie per pregare.

Lode a chi non è stato chiamato eroe,
ma faceva ogni giorno un lavoro da salvare il mondo,
sfornando pane, lavando tazze,
aprendo tende all’alba della città.

*

Davanti alle scenografie riposte sul pavimento di Reynaldo Lacàmara

Reynaldo Lacàmara (1956) è un poeta cileno contemporaneo

Davanti alle scenografie riposte sul pavimento
gli amanti agitano le loro scope.

La polvere si posa sulla lampada in camera da letto,
noi siamo l’anello mancante.

Ci dipingeranno sui loro muri:
una goccia su qualche superficie
che germoglia dall’innesco di piccole cose.

La storia ci cerca,
ci trova

Come la luce in camera da letto
o polvere sollevata dagli amanti.

*

Davanti alle scenografie riposte sul pavimento di Reynaldo Lacàmara

Nel mare di Rigoberto Paredes

Rigoberto Paredes (1948 – 2015) è stato un poeta, saggista ed editore honduregno. È stato il fondatore di Editorial Guaymuras, Editores Unidos e Ediciones Librería Paraíso. Tra le sue opere En el Lugar de los hechos; Las cosas por su nombre; Materia prima; Fuego lento; La stazione perdida.

A Rafael Rivera

Le navi hanno già svoltato
l’angolo delle acque
che vediamo unirsi
al cielo profondo e arcuato.
Si vedono solo pochi punti,
ma qui, tra noi,
in preda all’abbandono,
si levano ancora mani e voci innamorate.
I viaggiatori a prua non si volteranno indietro.
Un altro mondo sorge, un altro mondo alto e fresco
nella mente di tutti i viaggiatori.
Notte e giorno osserveremo le creste dell’acqua.
Forse il vento porta con sé un odore, un fischio,
qualcosa di ciò che teniamo stretto al petto
e che oggi vibra lontano.
Come erbacce ruvide, il mare cresce dentro di noi.
Il suo falso blu irrompe tra le rocce
e ci restituisce solo i resti di ciò che è andato perduto.
Eppure
la vita ci invia
rapidi segnali,
mentre passa,
lontano da questa riva.

*

Nel mare di Rigoberto Paredes

lucia triolo: vorrei

vorrei…       
 vorrei avere
occhi 
di cristallo trasparenti e fulminanti 
mani 
che tolgono la polvere anche ai sogni
orecchie 
che avvertono i punti morti nel cammino
odori 
col profumo di maree che lanciano speranze sulla riva

tu che mi accarezzi 

e invece…
… solo malintesi:
una formica ci passeggia sopra

il mondo, 
quel vecchio usuraio, come sempre, 
continua 
a prestare e a esigere interessi non dovuti

la formica ci passeggia sopra.

Lucia Triolo: Una Domenica di Poesia

Barbara Korun

Odore Umano

Ormai da giorni rimugino sul mio resoconto
del lavoro svolto con i profughi
non ce la faccio proprio a metterlo sulla carta
quell’odore
odore di gente di creature umane
quell’odore dolciastro
un misto di urina di vomito di sangue mestruale
di sangue di feci di sudore di gente spaventata

ormai da giorni rumino questo resoconto
nei sogni è il resoconto a ruminare me
mi perseguita
insomma come dire

«Per loro tutto può andar bene!»
il sudicio pavimento di cemento
i vestiti fradici
le interminabili attese in fila
esattamente in una fila
2000 persone in un’unica fila
una dietro l’altra per ore e ore
per 2 pezzi di pane pesce in scatola
una mela e mezzo litro di latte
per l’acqua per mezzo litro d’acqua

ormai da giorni rumino questo rapporto
già da giorni mi tormento come comporlo
insomma come raccontare
che la gente mi faceva segno
sono affamato sono affamata siamo affamati
dimagriti stanchi sporchi rassegnati

come raccontare
che li sorvegliavamo come i peggiori
e i più pericolosi nemici
avvertendo la gente del luogo di non lasciar
passare i loro animali dove erano passati loro
potrebbero contrarre malattie terribili
la tubercolosi, il colera, la scabbia, i pidocchi

«Neanche per sogno! Non sperate davvero che io vada
a pulire le tende finché c’è anche uno solo di quella marmaglia infernale!»
sbraitava una signora anziana mandata dai servizi sociali
«Non voglio avere a che fare con loro,
che tornino là da dove sono venuti!» strillava a notte fonda
durante una delle notti più serene nel campo
svegliandosi di soprassalto dal placido
sonno dei giusti

come raccontare
come descrivere la scena iniziale
quando son giunta per la prima volta alla fabbrica Beti
la mattina presto prima dell’alba

nei campi vicini silenzio nebbia
in lontananza invece fasci di luce dei fari
elicotteri suono insistente di sirene veicoli della
polizia esercito con i loro furgoni e camionette
armati fino ai denti agenti specializzati con
passamontagna nero sul viso e il casco in testa
muniti di giubbotti antiproiettile mitragliatrici
rivoltelle sfollagente scudi e volti mascherati
perfino i membri del servizio umanitario
con guanti e maschere da naso e bocca

eppure dappertutto quell’odore
quell’odore intenso e dolciastro
odore umano

che non scorderò mai