Sebastiano A. Patanè Ferro (1953 – 2021) alla cara memoria.
Nel riquadro in alto vicino al calice
ancora il battere del gelsomino in controcanto
le vie della sera vanno e vengono dietro i telai
nelle aggiustate stanze senza impulso e fa male
lo sciamare improvviso dei pensieri, fa male il vuoto
che attanaglia il passo e fa male il passo
perché ti stringe e non ha tacchi
e nascondersi nello spessore di un cielo zafferano
così compatto così malato così estraneo
*
https://almerighi.wordpress.com/2025/05/28/il-passo-non-ha-tacchi-di-sebastiano-a-patane-ferro/
Amelia Rosselli nasce in esilio: nel 1930, a Parigi, dove il padre e lo zio, Carlo e Nello Rosselli, muoiono assassinati dai fascisti nel 1937. Dopo traversie di ogni genere si stabilisce in Italia nel 1948. Studi musicali in Inghilterra e in Germania, frequenti ricoveri psichiatrici. Muore suicida a Roma, l’11 febbraio 1996. La sua opera poetica è unica e di eccezionale valore. Esordisce sul «Menabò», nel 1963, presentata da Pier Paolo Pasolini. Al primo libro, Variazioni belliche èdito l’anno successivo da Garzanti, seguono nel 1969 dal Saggiatore Serie Ospedaliera (comprendente il poemetto La Libellula), nel 1976 Documento di nuovo da Garzanti, nel 1980 Primi Scritti da Guanda, nel 1981 Impromptu da San Marco dei Giustiniani, nel 1983 Appunti Sparsi e Persi da Ælia Lælia (nel 1997 da Empirìa), nel 1989 le prose di Diario ottuso presso l’Istituto Bibliografico Napoleone (nel 1996 da Empirìa). Garzanti nel 1987 pubblica anche un’Antologia poetica a cura di Giacinto Spagnoletti, nel 1992 Sleep, una scelta dalla sua ricca produzione poetica in inglese a cura di Emmanuela Tandello e nel 1997, a cura della stessa, l’«Elefante» delle Poesie. Nel 2004 Interlinea ha pubblicato una raccolta di sue prose critiche e giornalistiche, Una scrittura plurale, a cura di Francesca Caputo. In questa collana nel 2007 è uscito il volume di suoi testi inediti e rari, contributi critici e altri materiali La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli, a cura di Andrea Cortellessa (accompagnato dal dvd biografico Amelia Rosselli, e l’assillo è rima, di Rosaria Lo Russo e Stella Savino).
Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l’ultima specie umana.
Siamo il cadavere che flotta putrefatto su della sua passione!
La calma non mi nutriva il solleone era il mio desiderio-
Il mio pio desiderio era di vincere la battaglia, il male,
la tristezza, le fandonie, l’incoscienza, la pluralità
dei mali le fandonie le incoscienze le somministrazioni
d’ogni male, d’ogni bene, d’ogni battaglia, d’ogni dovere
d’ogni fandonia: la crudeltà a parte il gioco riposto attraverso
il filtro dell’incoscienza. Amore amore che cadi e giaci
supino la tua stella è la mia dimora.
Caduta sulla linea di battaglia. La bontà era un ritornello
che non mi fregava ma ero fregata da essa! La linea della
demarcazione tra poveri e ricchi.
Roberto Pazzi (1946 – 2023) è stato uno scrittore, poeta e giornalista italiano. Le sue opere sono state tradotte in 26 lingue
Certe volte mi ricordo di cose
che non ho mai visto,
di persone e linguaggi
che non ho mai conosciuto,
vedo passare nella mia stanza
notti che non ho vissuto
e per le strade avanzare con vele bianche
giornate senza nessuno dei vivi a bordo.
Cerco allora l’antro da cui sono uscite
tutte le cose che non sono mie:
forse qualcuno verrà a chiedermi,
come mai le viva io,
dovrò protestare che non ne so niente,
che non le ho rubate a nessuno.
Altre volte non ho paura,
mi pare di non dovermi difendere,
di dovermi salvare soltanto dalle cose mie:
sento che la mia prigione
è uno spazio elastico quanto la mia memoria
e che le uniche fughe sono queste.
Roberto Sosa (1930 – 2011) è stato un autore e poeta honduregno. Trascorse i suoi primi anni di vita lavorando duramente per contribuire a provvedere alla sua famiglia. Ha pubblicato il suo primo libro quando aveva quasi trent’anni. Sosa pubblicò Los Pobres (I poveri) nel 1969, che vinse il Premio Adonais in Spagna.
I poveri sono tanti ed è per questo che è impossibile dimenticarli.
Sicuramente all’alba vedono numerosi edifici dove vorrebbero vivere con i loro figli.
Possono portare il feretro di una stella sulle loro spalle .
Possono distruggere l’aria come uccelli arrabbiati e offuscare il sole.
Ma non conoscendo i loro tesori, entrano ed escono attraverso specchi di sangue; camminano e muoiono lentamente.
Armando Uribe Arce (1933–2020) è stato un poeta, saggista e diplomatico cileno, noto per la sua scrittura intensa e provocatoria. La sua opera poetica, spesso incentrata su temi come la morte, la religione e la condizione umana, ha ricevuto riconoscimenti significativi, tra cui il Premio Nazionale di Letteratura del Cile nel 2004.
Né il Dio vivente né il Messia morto vengono in mio soccorso sotto terra, né l’agnello di Dio né la colomba dello Spirito Santo. Santa Vergine! Ma viene il topo acuto, è certo. Viene un vecchio verme che mi atterrisce. Viene la mosca, spero che mi divori, e vengo io, che è ciò che più mi spaventa.
Inquietudine di gesti assemblati nel vuoto e questa casa
piena di cose non fatte di cibi non digeriti di lacrime non accadute e ormai secche di parole pagliacce di carezze in cammino verso un altro destino di baci ululanti desiderio e nostalgia non era un’allegoria:
passeggia frenetica sul lungomare di una psicotica fretta e accade che ancora mi cerchi
l’indirizzo su una scheggia di carta o una pagina di vetro mi ha abitato come un’omissione
Ishigaki Rin (1920 -2004) è stata una poetessa giapponese.
Sono in piedi davanti a un grande specchio. Isola piccola e
solitaria
.
Separata da tutto.
Conosco
la storia dell’isola.
Le dimensioni dell’isola.
Vita, busto e fianchi.
Abito stagionale.
Il canto degli uccelli.
La sorgente nascosta.
Il profumo dei fiori.
Io
vivo su un’isola.
L’ho coltivata, costruita.
Tuttavia
è impossibile sapere
tutto sull’isola.
Impossibile abitarla in modo permanente.
Inger Elisabeth Hansen (1950) è una poetessa e traduttrice norvegese.
Una vagabonda gironzola qui, ma perché qualcuno dovrebbe accettarla qui
che vaga, avrebbe preferito restare a casa, tuttavia è lei che
vaga qui, è qui che deve camminare, legata a questo sentiero lungo il lago ghiacciato,
il ghiaccio fangoso, inzuppato bluastro come latte dimenticato in una ciotola, nel paesaggio
che solleva questo lago che non riflette nulla, nel paesaggio che tiene
questa ciotola con il latte acido nelle mani e la solleva verso il cielo
.
verso il cielo, verso il cielo che scaglia le nuvole verso sud, verso sud sud-est
le nuvole corrono come nastri, come stracci e bende srotolate da un corpo, un corpo
a sud sud-est, quindi perché avrebbe dovuto prendersi il tempo che ci vuole
per trovare un nome per questo lago, il tempo che ci vuole per trovare una mappa
o il vecchio che ha segato un buco nel ghiaccio
e ha tirato fuori tre quattro pesci che non hanno nome neanche loro, avrebbe potuto sedersi lì per il tempo che ci vuole perché un lago ottenga un nome e se ne liberi di nuovo,
avrebbe potuto sedersi lì
per il tempo che ci vuole perché un pesce riceva un nome solo per poi liberarsene di nuovo
Carl Sandburg (1878 – 1967) è stato un poeta statunitense. Fu insignito di due Premi Pulitzer: uno per la poesia nel 1951 ed uno per la storia nel 1959.
Pile di corpi, di morte, di dolore, di guerra, “Chiedi al Prato,” dice il prato, “Fai che il Prato ti dica che cosa è accaduto.” Il Prato, con le sue mani verdi, cresce, silenzioso, sopra la polvere di guerra, nascondendo i segni della sofferenza e del tempo, perché le genti dimenticano i volti dei morti.
.
“Non voglio saperlo, Non voglio ricordare,” dice il Prato. Le voci di chi è caduto in battaglia, le loro storie sono ora polvere e erba. Eppure c’è un rimorso nel prato, una memoria senza parole, che cresce, silenziosa, sulla morte e sul dolore.
Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, Voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per un pezzo di pane Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1976
Angela Passarello è una poetessa contemporanea originaria di Agrigento e residente a Milano. Tra le sue opere più recenti vi è Poema rupe (New Press, 2022), una raccolta che esplora temi legati alla memoria, al paesaggio e alla lingua materna.
la vecchia con la schiena curva e il cane
uscivano di rado
apparivano sul sentiero della rupe
il cane la precedeva marcando il territorio
la vecchia sovrastata da un fagotto di stoffa sbiadita
entrambi ritornavano poi verso la casa diroccata
al confine con il tempio di Demetra
Deportata ad Auschwitz, la poetessa Ilse Weber (1903 – 1944) morì subito nelle camere a gas con i suoi bambini, quelli che aveva curato e accudito nel campo di concentramento di Terezin.
Sono una valigetta di Francoforte sul Meno
e cerco il mio signore, ma dove sarà?
Portava una stella ed era vecchio e cieco
e mi teneva con sé, così bene come un figlio.
Faceva spesso il mio nome ai suoi compagni,
sento ancora la sua mano premurosa.
Sono in pura fibra vulcanizzata, lo si può leggere ancora
ed ero lustrata e pulita allora.
Anno dopo anno sono stata compagna al mio signore.
Anche stavolta sono andata con lui. Ora è solo.
Era vecchio e cieco, dove è andato?
E perché mi hanno levata a lui?
Perché mi hanno lasciata nel cortile in caserma?
Sul mio abito c’è scritto il suo nome.
Sono sporca ora, il mio lucchetto non tiene più,
mi hanno saccheggiata, sono vuota quasi del tutto.
Roberto Roversi (Bologna, 1923 – 2012) è stato scrittore, poeta, paroliere, giornalista, libraio e, in gioventù, partigiano. Dal 1948 al 2006 gestì la libreria Palmaverde a Bologna. Ha fondato e diretto le riviste Officina e Rendiconti. Alcuni versi del poeta sono diventati testi di canzoni, messe in musica ed eseguite da artisti come Lucio Dalla e Stadio; con il primo realizzò tre album discografici ed uno spettacolo teatrale. Tra le varie attività fu anche direttore del quotidiano Lotta Continua.
Non correre. Fermati. E guarda. Guarda con un solo colpo dell’occhio la formica vicino alla ruota dell’auto veloce che trascina adagio adagio un chicco di pane e così cura paziente il suo inverno.
.
Guarda. Fermati. Non correre. Tira il freno alza il pedale abbassa la serranda dell’inferno. Guarda nel campo fra il grano lento e bianco il fumo di un camino con la vecchia casa vicina al grande noce. Non correre veloce. Guarda ancora. Almeno per un momento.
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Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano il colore dei muri delle case le nuvole in un cielo solitario e saggio le ragazze che transitano in un raggio di sole il volto con le vene di mille anni di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.
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Fermati. Per un momento. Prima di andare. Ascoltiamo le grida d’amore o le grida d’aiuto il tempo trascinato nella polvere del mondo se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.
*
Questa poesia fu donata da Roversi al Centro Antartide di Bologna e distribuita in occasione della Giornata Mondiale della Lentezza del 2012.
János Pilinszky (1921 – 1981) è stato un poeta ungherese. Molto conosciuto per la sua influenza sulla poesia ungherese del dopoguerra, lo stile di Pilinszky include una giustapposizione della fede cattolica e un disincanto intellettuale.
*
Nella fotografia avevo tre anni.
Sul retro, un appunto che vi ho fatto a otto.
E adesso io
a ventun anni guardo la fotografia.
Ci salutiamo tutti e tre
e ci stringiamo la mano, distrattamente.
Marie Howe (1950) è una poetessa americana nota per la sua scrittura intima e riflessiva, spesso esplorando temi di perdita, spiritualità e relazioni familiari. La sua raccolta più celebre, What the Living Do, affronta il dolore per la perdita del fratello a causa dell’AIDS.
Nel sogno che ho fatto quando è tornato, non malato ma intero, e con il suo cappotto invernale,
mi ha guardato come se non potesse parlare, come se ci fosse una legge contro di essa, una membrana che non poteva rompere.
Il suo silenzio era ciò che non poteva non fare, come il nostro respiro in questo mondo, come la nostra vita,
come facciamo, nel tempo. E gli ho detto: Sto leggendo tutte queste cose buddiste,
e ascolta, non moriamo quando moriamo. La morte è un evento, una soglia che attraversiamo. Andiamo avanti e avanti
e nella luce per sempre. E lui ha guardato in basso, e poi di nuovo verso di me. Era lo sguardo che ci scambiavamo
attraverso il tavolo della cucina quando papà era di nuovo ubriaco e pericoloso, lo sguardo livellato che vuole dirti qualcosa
in una stanza affollata, qualcosa di importante, e non può.
il colore delle nostre vesti l’arancio aggredito dal rosso ciliegio quel lieve sentore di bugia l’emozione sgualcita a pezzi nel tappeto le fusa del gatto un gesto: l’ adagiarsi del corpo il suono della porta sul più bello
a diversità di mirate che piovono sulle polveri disperse
Dispiace non arrivare a raccoglierle nell’universo cadente
Dovresti essere più scaltra ti dice la realtà,
ma non lo sei mai stata.
rinunciare alla pigrizia, illuminarti di fede …
Ma resta l’ombra della malinconia
a cancellare ogni buon proposito,
e perdi i tuoi attimi nel lavorio del tempo che scorre,
nella colombaia di casa, senza un alito di vento
a farti respirare la vita,
tuoi animali dormono al caldo e tutto è offuscato dalla stanchezza.
.
Pianure di nubi piatte se ne sono andate
per non avere l’imbarazzo di salutare la tua parola.
Dimentico di essere anch’io parte terrena della scena.
**
Fango e Ghiaia è la struggente poesia che chiude la silloge Origine discendente di Marta Glenda Lugano. Il libro è uscito quest’anno per la Collana L’Indipendente. Questa si presenta come un diario lirico denso, stratificato e radicalmente personale, che attraversa epoche, luoghi, sogni e ferite, con una voce poetica intensa e cosciente. Fin dal titolo, Glenda ci introduce a un viaggio duplice: verso l’origine personale, affettiva, genealogica e insieme verso il basso, verso le radici, la discesa nella coscienza, nella materia emotiva, nella memoria. La poesia diventa così un gesto di recupero quasi terapeutico, un modo per riportare alla luce ciò che la storia, la cultura dominante o il dolore tendono a silenziare. Il linguaggio di Lugano è vario e pieno di immagini sorprendenti. A tratti visionario, altre volte narrativo, alterna slanci quasi oracolari a confessioni intime e familiari. Le poesie dedicano spazio alla madre (commovente Per Emma), al padre, a poeti e icone come Frieda Kahlo, ma anche all’attualità bruciante (Gaza). La sua voce oscilla tra l’infanzia e l’età adulta, tra l’eredità culturale e l’autodeterminazione poetica. Temi come l’identità, il trauma, l’amore, il lutto e la giustizia sociale sono scandagliati attraverso una forma che predilige il verso libero, il frammento, l’epifania. In questa libertà stilistica si coglie una forte impronta post-beat, ma anche un debito verso la poesia di Sylvia Plath o Anne Sexton. Alcune composizioni si distinguono per tensione lirica e forza evocativa, come La clessidra, Nel buio del divenire, Scena muta, Fango e ghiaia mentre altre brillano per una dolcezza sospesa (Ode alla colazione, Il pettirosso). Il tono è spesso elegiaco, ma mai rassegnato: qui la poesia è un atto di presenza, di resistenza e di guarigione. Origine discendente è un libro intimo e vasto allo stesso tempo, che richiede tempo e ascolto. È l’opera di un’autrice che scrive “come si accarezza un’ombra”, e che riesce a trasformare il privato in esperienza condivisa, con parole che sanno farsi crepa e luce. Una notazione frivola, la copertina mi piace particolarmente col ritratto in bianco e nero dell’autrice che pare la fotografia di una diva del cinema muto.
Non devi guardarmi per farmi sapere dove sei.So dove sei, anche se i tuoi occhi non mi trovano. So come respiri, come cammini, come pensi che io non senta ogni passo,ogni respiro che prende forma nell’aria.
Quando ti nascondi dietro il silenzio, non è che non ti sento.È che in quel silenzio,ti sento più forte.
Non c’è bisogno di dire parole che non hai voglia di dire Non serve che mi guardi per farmi sapere che ci sei.
So quando hai paura, e so quando il coraggio si nasconde. E ti vedo — anche quando tu pensi di non esserci.
Fiorella Giovannelli
Leggi anche altri articoli dell’autrice Elisa Mascia -Italia, grazie
Un ringraziamento speciale ai lettori di Alessandria today. Dal 2018, Alessandria today è un punto di riferimento con oltre 141.000 articoli su Cultura, Interviste, Poesie, Cronaca e molto altro. Grazie a voi, il nostro impegno continua a crescere e a raccontare storie che arricchiscono la nostra comunità. Visitateci su https://alessandria.today/ e italianewsmedia.com per essere parte della nostra avventura. Grazie di cuore per il vostro supporto!
Attorno alle tue luci verdi, danzo ebbro nel cielo,
porgendo una mano bianca che trattiene i fili d’amore, l’altra li abbraccia,
li pianta come sorgenti che sbocciano nella tua terra generosa.
M’illumino nel momento della rivelazione, un fiore di narciso che spezza le catene del tempo, in cerca del mio amore che dimora nelle profondità del mio cuore, la mia unica guida nel mio peregrinare.
Ogni volta che chiudo gli occhi, ti vedo con l’occhio della mia intuizione, o fiume di perle le cui sorgenti sono il cielo, che scorre dolcemente, inondando il mondo di luminosità. Non permettere che i dubbi diventino eserciti a occupare il tuo cuore, altrimenti periranno i fiori della certezza.
Non mi rivedi in te? Non vedi insieme a me come si dissipano le montagne della disperazione? Non vedi che il linguaggio dell’amore penetra la sordità nel disegno delle porte dell’oscurità? Non vedi come Dio ti ha creata e ti ha prescelta come compagna dell’anima? Non vedi come ti ho scelto come mia compagna?
Vieni, amiamoci e rivestiamoci di benedizioni che riempiono l’universo di melodie.
Kareem Abdullah -Iraq
سَيِّدةُ الدرويش حول أنواركِ الخضراء، أرقصُ ثَمِلاً في السماء، أمدّ يدًا بيضاء تُمسكُ خيوطَ المحبّة، تحتضنها أُخرى، تغرسها ينابيعَ تتفجّرُ في أرضكِ السخيّة. أتوهّجُ لحظةَ التجلّي، زهرةَ نرجسٍ تفكّ قيودَ الزمن، تبحثُ عن معشوقٍ يسكنُ شغافَ القلب، دليلي الوحيد في طوافي. كلّما أغمضتُ عينيّ، رأيتكِ بعينِ بصيرتي، يا نهرًا من الجُمان، منابعهُ السماء، يتدفّقُ سلسبيلاً، يغمرُ الدنيا بالضياء. لا تجعلي للشكِّ جيوشًا تحتلُّ قلبكِ، لئلّا تموت أزهارُ اليقين. ألا ترينَ فيكِ نفسي؟ ألا ترينَ معي كيف تتبدّدُ جبالُ اليأس؟ ألا ترينَ لغةَ العشق تخترقُ صممَ أبوابِ العتمة؟ ألا ترينَ كيف خَلَقكِ اللهُ واصطفاكِ نديمةً للروح؟ ألا ترينَ كيف أصطنعكِ رفيقةَ دربي؟! تعالي نعشق أنفسنا، وننهمر كراماتٍ تورقُ أنغامًا تملأُ الكون.
Leggi anche altri articoli dell’autrice Elisa Mascia, grazie
Un ringraziamento speciale ai lettori di Alessandria today. Dal 2018, Alessandria today è un punto di riferimento con oltre 141.000 articoli su Cultura, Interviste, Poesie, Cronaca e molto altro. Grazie a voi, il nostro impegno continua a crescere e a raccontare storie che arricchiscono la nostra comunità. Visitateci su https://alessandria.today/ e italianewsmedia.com per essere parte della nostra avventura. Grazie di cuore per il vostro supporto!
Rafael Cadenas (1930) è un poeta, saggista e traduttore venezuelano, tra le voci più importanti della letteratura ispanoamericana del Novecento. Esiliato in gioventù a causa della dittatura, ha sviluppato una poetica essenziale e riflessiva, centrata sull’identità, il linguaggio e il silenzio. Nel 2022 ha ricevuto il Premio Cervantes per l’intera sua opera.
Lascia che ogni parola trasmetta ciò che dice. Lascia che sia come il tremore che la sostiene. Lasciala rimanere come un battito cardiaco.
Non devo pronunciare falsità elaborate, né usare inchiostro dubbio, né aggiungere lustro a ciò che è. Questo mi costringe ad ascoltare me stesso. Ma noi siamo qui per dire la verità. Siamo realistici. Voglio una precisione terrificante. Tremo quando penso di fingere. Devo portare le mie parole con peso. Mi possiedono tanto quanto io possiedo loro.
Se non ci vedo chiaro, dimmi, tu che mi conosci, la mia menzogna, indicami l’impostura, sbattimi in faccia la mia frode. Te ne sarei davvero grato. Sto impazzendo nel tentativo di ricambiare. Sii il mio occhio, aspettami nella notte e guardami, scrutami, scuotimi.
IL POETA é PADRE E INSIEME MADRE DI FIGLI NON NATI
Il poeta è padre e insieme madre di figli non nati . La sua amante e la sognante inventata parola. Con lei ha rapporti sessuali come con sua moglie, fatta di carne e ossa, non solo a casa, nel letto, ma anche nel bosco lussureggiante, su uno scoglio al mare e nel mare, nella landa, illuminata dal sole, in qualche buio corridoio… Nella fredda chiesa deserta e al cinema, pieno di corpi sudati … Per la sua immacolata concezione i loro peccati è punito con una perenne gravidanza. In lui cresce
il vuoto che vuole trascendere l’infinito vuoto che lo circonda… il poeta è padre e insieme madre di figli non nati… Ed è contento delle proprie doglie
Avevano infranto l’inglese per poterlo parlare abbastanza bene da chiedere un lavoro, che li avrebbe rotti abbastanza da non parlare mai più dei loro sogni nella lingua che avevano sfasciato per sopravvivere.
Mahmoud Darwish (1941 – 2008) è stato un poeta, scrittore e giornalista palestinese. “Carta d’identità” (Bitaqat huwiyya) è una delle poesie più celebri di Mahmoud Darwish, scritta nel 1964. È un testo simbolo della resistenza palestinese, scritto con voce ferma e dignitosa, rivolto a un ufficiale israeliano.
Scrivi!
Sono un Arabo
E il numero della mia carta d’identità è cinquanta mila
Ho otto figli
E il nono verrà dopo l’estate.
Ti secca?
Scrivi!
Sono un Arabo
Lavoro con i miei compagni in una cava
Ho otto figli
Li nutro con pane, vestiti e quaderni
E non chiedo l’elemosina alla tua porta
E non mi umilio davanti alle soglie delle tue scale
Ti secca?
Scrivi!
Sono un Arabo
Hai rubato i vigneti di mio padre
E la terra che io coltivavo
Insieme ai miei figli
E non ci hai lasciato nulla…
Solo queste rocce.
Allora, mi prenderai anche
Il diritto alla fame?
Scrivi!
Sono un Arabo
Senza un nome paziente
Le mie radici
Affondano nella terra… prima della nascita del tempo
Prima dell’apertura delle ere
Prima dei cipressi e degli ulivi
Prima della nascita dell’erba
Mio padre… è di una famiglia di contadini
Non discende dai signori
E mio nonno… era un contadino
Né nobile, né proprietario terriero!
Il mio nome? È Arabo!
Scrivi!
Sono un Arabo
Colorito scuro
Capelli neri
Occhi castani
Segni identificativi:
Porto la kefiah in testa
E la mano tesa
Graffia le unghie di chi ruba il mio pane
E i miei libri
E la mia casa
Ti secca?
Scrivi!
Sono un Arabo
Tu mi hai spogliato delle vigne di mio padre
E della terra che coltivavo con i miei figli
E tu ci hai lasciato e lasci a noi solo queste rocce
Perché il tuo governo lo prenderà anche
Il diritto a vivere?
Scrivi!
Sono un Arabo
Il nome senza segni
Senza numeri
Senza date
Il mio nome è rabbia
E la mia dignità è una pietra
Affamato e stanco
Ma non chiederò la pietà
E non mi piegherò davanti a nessuno
Tienilo a mente!