io sono quella che ti beve
nel bicchiere
quella sul molo
che attende
c’è la brezza
sotto le vesti
e le ragazze che
appendono al pino
i loro gesti
fu allora che le carezze
si accorsero
di essere state date:
non sapevano più il loro
nome

io sono quella che ti beve
nel bicchiere
quella sul molo
che attende
c’è la brezza
sotto le vesti
e le ragazze che
appendono al pino
i loro gesti
fu allora che le carezze
si accorsero
di essere state date:
non sapevano più il loro
nome

“Perché un incubo
sta disegnando un cerchio
intorno a noi?”
A. Carson, La caduta di Roma: Guida di viaggio LXVIII
Nessuna piazza ormai ci prende
più
tra le braccia
scolorata
vago nella comunità
di coloro che
non hanno comunità
Una comunità di assenti
mi respira in bocca
Per incontrarci
enumero con gli occhi
una dopo l’altra le case sul ring
dove chi abita
fallisce la presenza
1,2,3…
le vedo sfilare
con i punteggi
alle finestre
ad ogni ripresa
cambia il punteggio
fino al KO di ciascuna
ad ogni ripresa me la faccio
addosso
la casa sul ring
non la puoi lasciare!
Ti dà quello che non ti arriva
con le parole
un incubo
disegna un cerchio
intorno a noi

“Forse l’eterno è in questo dormiveglia…
Vorrei questi versi riversi come un cane
che si abbandona all’agonia”
R. Pagnanelli, Quasi un consuntivo: “Forse l’eterno è in questo dormiveglia”
A metà
come in dormiveglia
questa estasi di eterno
strabiliante sillaba
cui attinsi voce all’abbandono
vissuta
mai saputa
si percepisce la verticale
del punto di fuga
Sonata in sol
per labbra e mani di calore e di dolore


Piove la notte sui miei occhi
a scarmigliare questi pallidi versi
da crocefiggere ai lati della bocca
per sentirli avvinghiati alla pelle,
per aspirare il profumo ribelle
che ho cucito sulle labbra.
Vorrei trattenerli,
sputarli sulle tele dei mie quadri,
vederli colare e creare
nuovi spettacoli di luce.
Ma scivolano i versi, corrono sotto
la carne e poi bucano il cielo
per nascere su nuove bocche,
su occhi appena sbocciati.
La poesia non è dei poeti,
è un alito che s’incarna
nella loro anima per mutarsi
in verbo superbo
e librarsi in volo a espugnare
la rocca del cielo.
Ogni sguardo che lancio è
un azzardo
sospeso sulla notte.
Ogni precauzione
è un manganello addosso
alla disperazione.
Dire “bene” significa
ancora qualcosa
di non prefabbricato?
Chi mi ha mandato in giro
durante il giorno?

insediata
tra tutto ciò che
non so
mi sono detta:
“devi fare
i tuoi giorni”
ma io avevo solo
la lingua
bizzarra mescolanza
di favole
trovavo solo recite di
fil di ferro

Alcune se ne vanno in silenzio,
sprofondate nell’assenza di un grido
alto che dissotterri radici antiche
di soprusi e violenze dietro il sipario
del teatro del normale quotidiano.
Cadono come foglie secche a terra
sotto il calpestìo incurante della fretta
del giorno che ne annienta la forma
e ne ricorda a tratti -forse- il colore
smagliante nella passata stagione.
Sono tenaci guerriere rese fragili
dall’amore che si traveste da Narciso
e le pone su un altare dove poi
saranno dono votivo da immolare
alla sete insaziabile di possesso.
Saranno poi vuoto a perdere nella
discarica dei sentimenti, dove muore
ogni possibile forma d’umanità,
dove solo il cielo ha per loro pietà.
Se ne vanno così troppe donne,
ancelle segrete della compassione
o del coraggio di abbracciare la libertà
chiuse nel manto nero della morte,
ombre senza nome e senza voce
immagini fisse d’un’ orrida realtà.


Si stracciano i sogni,
il cielo si gonfia d’orrore,
Giulia, l’ennesima donna che muore
assassinata da un’ anima immonda
satura di fallica ferocia
che domina, possiede
e annulla l’anima libera della donna.
Giulia, nel tuo sangue muore ogni donna,
il tuo sangue oggi ci riempie la bocca
e il corpo di lacrime atroci
che ustionano il cielo,
nel tuo sangue si rispecchia
l’orrore di tutte le donne massacrate,
stuprate, brutalmente assassinate.
Siamo stanche di questa mattanza,
di questa società che osanna
una cultura di stampo patriarcale.
Per ogni donna che soffre o che muore
per mano di un uomo,
la causa è nella nostra cultura
ancora troppo maschilista,
ancora crudelmente misogina
e criminale.
Ti abbiamo atteso
per cingerti di alloro
per la tua laurea imminente.
Abbiamo sperato
che tornassi con la tua vita
piena di domani da vivere.
Abbiamo pregato intensamente
che la mostruosità del male
non sfiorasse la purezza
della tua esistenza ancora acerba.
Abbiamo sofferto con te,
che lottavi per la tua vita
nel baratro della ferocia umana.
Ora restano solo sassi aguzzi,
lungo il lago che trabocca di lacrime
dei nostri cuori trafitti.
Che i sogni infranti
diventino petali di rose
a cingere la tua memoria,
in un giardino senza fine…
(18-11-23)
(foto dal web)

C’ è stato un tempo,
una brusca emozione nella vita allo specchio
che ho sempre vissuta.
Come su un trapezio volante
balzavo da una cima all’altra dei desideri:
due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso,
l’infingardaggine negli uni, la sfrontatezza negli altri
e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi,
strizzarsi, distendersi, allargarsi,
sorridere alle mie mani con le unghie dipinte,
aggiustarmi il cappello sul volto,
offrire una rosa alla ruga dei compleanni, lì,
sotto l’occhio sinistro.
C’è stato un tempo
che lo specchio m’interrogava:
“tu dei miei desideri che sai,
sei ancora una memoria elegante e slanciata?”
E’ passata insieme una vita come fosse
un attimo,
uno sguardo profondo e insieme di sfuggita
dentro noi
nella contrazione dei giorni, delle ore, dei minuti
in un attimo insomma che,
come una bella, si guarda allo specchio
ed è invece una vita.
E lì sa tutto di sé
.”Sapessi cosa riflettono gli attimi -diceva lo specchio-
Una vita?
Come è poco una vita!”
C’è stato un tempo,
un singhiozzo del tempoe
c’è ancora, quel tempo
ieri, domani o forse non c’è più.

Cerco l’altro gruppo
quello cui appartenni
fino allo spegnersi della fantasmagoria dei corpi.
Si dileguò, ma dove?
Nessuno lì era stato sconfitto e io
avevo lo scontrino col mio nome.
L’edicola espone i giornali del mattino,
i grossi titoli in neretto:
FURTO SENSAZIONALE
Uomo senz’ombra
ruba i contorni delle cose.
Si nascondeva in un cono d’ombra.
Preso.
Fucilata la sua non-ombra.
Centro al primo colpo.
Ho fatto collezione di gruppi
anemici, non mi interessavano i loro re
ma il loro disinteresse per me.
Ho sempre ridacchiato
si prestavano l’un l’altro i lineamenti
e bisbigliavano di cose fungibili
Adesso basta.
Ho spaventato tutti i bisbigli
sono fuggiti.
Voglio dormire
nuda e con un volto.
Non importa di chi sia. I suoi contorni li ho io.
