La notte scorsa, nel giardino dei sogni,
ti ho visto:
eri nelle rovine e negli archi
Oggi, quando mi sono svegliato,
ho guardato fuori dalla finestra
e tra le rovine e gli archi
c’era una fontana
di uccelli.
*
La notte scorsa, nel giardino dei sogni,
ti ho visto:
eri nelle rovine e negli archi
Oggi, quando mi sono svegliato,
ho guardato fuori dalla finestra
e tra le rovine e gli archi
c’era una fontana
di uccelli.
*
In fondo, in fondo
ben in fondo,
vorremmo
vedere i nostri problemi
risolti per decreto
.
a partire da tale data,
quel malessere senza rimedio
sarebbe considerato nullo
e su di esso — silenzio perpetuo
.
estinto per legge ogni rimorso,
maledetto chi guarderà indietro,
lì dietro non c’è niente
più niente
.
ma i problemi non si risolvono
i problemi hanno una famiglia grande,
e la domenica
escono tutti a passeggio
il problema, la sua signora
e gli altri piccoli problemini.
*
Ben in fondo di Paulo Leminski (traduzione di Emilio Capaccio)
tu vegli
nella grande apertura del tuo sguardo
ogni tanto
capita di aver qualcosa
da dire al giorno
qualcosa di notturno
si incaglia mentre sceglie
il tono:
mai credere del tutto
in quel che pensi
nella grande apertura dello sguardo,
mai pensarlo sul serio
non addurre a pretesto la veglia:
c’è un segreto caldo
nella notte
la lingua di partenza della veglia
non è la lingua di arrivo nel giorno

C’è uno che ha i miei occhi
li strizza come spugna dopo
i piatti, li tira come lenzuoli,
li incastra a fermare le porte
e da qui ogni passaggio
è amaro, come di un vento
che ti soffia dritto in bocca.
Es ist einer, der hat meine Augen
*
Siamo nati dentro
un patto che
qualcuno ha violato.
Della sua inflessibile bellezza
ho fatto una fiaccola
ardente
vivo la mia carne
di donna.

Morire, dormire,
non so come affrontare il giorno nuovo
Giornata fredda
moncone viola, io senza appetito,
con la pipa che pende dalla mia bocca da pescatore arreso.
Ci vuole molto coraggio
ad affrontare un
un’ora fragile che si alza.
Di tutti, il primo, il più difficile,
che poi ci ci abitueremo.
Al mercato delle macchine: abbiamo visto
la giornata a pezzi, ogni tavola asciutta,
dalle montagne viene pallore;
lo prendiamo,
lo mettiamo sulle spalle
Non importa quanto siano larghe, tanto
da resistere al peso
che poi passa sopra di noi.
*
Verità,
chi volevi rendere felice
con quella tua promessa
tra ingenuità e furbizia?
tieni insieme
il senso e il non senso
nella casa
quella di sempre piena d’ ombra,
quella dietro il tempo
e noi sempre diversi
dalla mattina alla sera a giocare
col tempo e a non capirlo
chi ti guarda
conosce la lingua dell’ iniquità
la nostra e quella dei nostri padri
ne prende nota
giorno per giorno.
Ma tu
cercavi forse i poeti?

Una rivoluzione.
Poi una guerra.
In quei due anni, che erano
un quinto della mia vita,
avevo già sperimentato sensazioni diverse.
Ho immaginato più tardi
cosa significhi combattere da uomo.
Ma da bambino,
per me la guerra era semplicemente:
lezioni sospese,
Isabelita in mutande in cantina,
cimiteri di automobili ,
appartamenti abbandonati, fame indefinibile,
sangue trovato
per terra o sui selciati della strada,
un terrore che durava
quanto il fragile rumore del vetro
dopo un’esplosione,
e il dolore quasi incomprensibile
degli adulti,
le loro lacrime, la loro paura,
la loro rabbia soffocata,
che, attraverso una fessura,
entrava nella mia anima
solo per svanire poco dopo,
davanti a una delle tante
meraviglie quotidiane: il ritrovamento
di un proiettile ancora caldo,
l’incendio
di un edificio vicino,
i resti di un saccheggio,
carte e ritratti
in mezzo alla strada…
Tutto passò,
tutto è sfocato ora, tutto
tranne ciò che a malapena percepii
allora
e che, anni dopo,
riaffiorò dentro me, per sempre:
questa paura diffusa,
questa rabbia improvvisa,
questi imprevedibili
e genuini impulsi a piangere.
*
Non ho più nemmeno compassione di me
E non so come esprimere il tormento del mio silenzio
Tutte le parole che avevo da dire si sono mutate in stelle
Un Icaro tenta di alzarsi fino ai miei occhi
E portatore di soli ardo al centro di due nebulose
Che cosa ho fatto alle bestie teologali dell’intelligenza
In passato i morti riapparvero per adorarmi
E io speravo la fine del mondo
Ma arriva la mia col sibilo d’un uragano
Ho avuto il coraggio di guardare indietro
I cadaveri dei miei giorni
Segnano la mia strada e li piango
Alcuni si putrefanno nelle chiese italiane
O in boschetti di limoni
Che fioriscono e insieme fruttificano
In ogni stagione
Altri giorni hanno pianto prima di morire in taverne
Dove fiori di fuoco rotavano
Negli occhi d’una mulatta inventrice della poesia
E le rose dell’elettricità s’aprono ancora
Nel giardino della mia memoria
Osservo il riposo domenicale
E lodo la pigrizia
Come come ridurre
L’infinitamente piccola scienza
Che m’impongono i sensi
Uno è simile alle montagne al cielo
Alle città al mio amore
Somiglia alle stagioni
Vive decapitato la sua testa è il sole
E la luna il suo collo mozzato
Vorrei provare un ardore infinito
Mostro del mio udito tu ruggisci e piangi
li tuono ti fa da chioma
E i tuoi artigli ripetono il canto degli uccelli
li tatto mostruoso m’ha penetrato m’avvelena
I miei occhi nuotano lontano da me
E gli astri intatti sono i miei àrbitri senza prova
La bestia dei fumi ha la testa fiorita
E il mostro più bello si desola
Nel suo sapore d’alloro
Alla svolta d’una via vidi dei marinai
Che a collo nudo ballavano al suono d’una fisarmonica
Ho regalato tutto al sole
Tutto meno la mia ombra
Le draghe le mercanzie le sirene mezzemorte
Sprofondavano nella bruma dell’orizzonte i trealberi
I venti spirarono coronati d’anemoni
O Vergine segno puro del terzo mese.
*
(a Picasso)
Perso, getto la mia faccia nella polvere,
e al mattino
la getto nella follia.
I miei occhi sono d’erba e di fuoco.
I miei occhi sono bandiere ed emigranti.
Perso, getto la faccia nella polvere
e nel mattino.
Sono nato alla fine della strada. Grido.
E lascio che la strada e la polvere gridino con me.
Quanto è bello che il mio volto, o Dio,
si perda in me! Quanto è bello che
io sia perduto, pieno di fuoco!
O tomba! O mia fine
all’inizio della primavera!
*
C’era un di più per noi
in quei giorni
palindromi di noi stessi,
avevamo lasciato
che ci inchiodasse
l’un l’altro.
C’era lo strazio di tanta luce:
i silenzi e gli abbagli d’infanzia
un susseguirsi di odori
quei solchi dove trema la notte,
vi avevamo soggiornato con ignaro coraggio
e spavalderia
gli occhi spalancati sull’ ottovolante
di tepori viandanti.
Non volevamo
le parole dei grandi.

Sprofonderà l’odore acre dei tigli
Nella notte di pioggia. Sarà vano
Il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo di un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore.
*
Cassetti
memorie, foto
e naftalina
nel maglione,
applausi sbrilluccicanti.
Il colore rosso
stava bene con i miei capelli.
Reggiseno strappato
da avide mani
di desiderio
ad aggrappare lo schianto
rotonde finezze
tatto fiorente
come chiavi girate
nel possesso
Brusco poi è stato il risveglio,
avidi di me soltanto gli anni
a strapparmi di dosso
il rosso dell’anima,
l’applauso scrosciante
Ora io non posso
che spazzare via il ricordo,
spezzare.
Non ho più monete da scambiare col tempo
Quel tempo che non posso
comprare
nemmeno in un cassetto

Vedo alberi vecchi di 300 anni,
sagome di angeli e antiche scalinate in pietra
come nelle foto di Parigi o di qualche antica
città delle Ande.
È un piacere raro
sedermi alla mia scrivania e prendermi
dieci minuti per scegliere due parole,
assorbito dall’azzurro dell’aria
che passa dall’atmosfera alle mie dita
e rilascia il suo flusso come un fiume sulla carta.
E ogni volta che apro il quaderno
vedo la stessa porta,
la stessa cornice blu perla,
lo stesso corridoio che conduce allo stesso luogo senza tempo
in cui sono stato mandato
a giocare.
*
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
*
Dipinto, non vuoto:
la mia casa è dipinta
del colore di grandi
passioni e disgrazie.
Ritornerà dal pianto
dove è stata portata
con la sua tavola deserta,
con il suo letto rovinato.
I baci sbocceranno
sui cuscini.
E intorno ai corpi
solleverà il foglio
la sua vite intensa
notturna, profumata.
L’odio è smorzato
dietro la finestra.
Sarà l’artiglio morbido.
Dammi speranza.
*
Tutti i miei modi hanno
una madre diversa
ognuna
terribilmente
nuda e sola
spaccate dalla giornata
non si conoscono:
nessuna sa delle altre
e io sono scandalo di giorni
e d’anni
nata
in terra arida di palme e ficodindia
figlia del molteplice
succulenta come piantina grassa,
talvolta la notte
mi alzo tra le lenzuola
mi aggiro
a trovarle
poche ore e
sparisco

Oltre i muri, i fori, tra le guardie,
Oltre i fili, il recinto, di soppiatto,
Affamato, spavaldo, testardo,
Ogni giorno corro come un gatto.
.
Non importa il tempo che fa,
Con l’afa, la pioggia, la tempesta,
Cento volte io metto a rischio
Questa mia giovane testa.
.
Sotto il braccio un rozzo sacco,
Sulle spalle l’abito strappato,
Le mie giovani agili gambe
E il cuore sempre spaventato.
.
Ma tutto bisogna patire,
Tutto bisogna sopportare,
Perché voi abbiate domani
Quanto pane vorrete mangiare.
.
Oltre i muri, i fori, i mattoni,
Di notte, all’alba, di nuovo
Spavaldo, affamato, scaltro,
Come un’ombra mi muovo.
.
Se il destino a un tratto
Mi fermerà in questo dramma,
E’ il solito agguato della vita,
Non aspettarmi più, o mamma.
.
Io non tornerò più da te,
La mia voce non sentirai vicino,
La polvere della strada seppellirà
La sorte spezzata di un bambino.
.
E soltanto una preghiera,
Una smorfia sul viso rimane:
Chi mamma mia, domani,
Ti porterà un po’ di pane?
*
Poesia scritta nel ghetto di Varsavia
(Trad. di Paolo Statuti)
Il piccolo contrabbandiere di Henryka Łazowertówna (traduzione di Paolo Statuti)
25 NOVEMBRE PER DIRE NO ALLA VIOLENZA DI GENERE
Di te resta il volto fanciullo :
sotto il basco lo scuro caschetto
e il sorriso aperto ai domani
nel dondolare sulle ciglia di sogni
appesi sul filo verde delle aspettative.
Nel cassetto la tesi; ultimo passo
per festeggiare una meta raggiunta
e i fumetti disegnati con il colore
della gioia e della fantasia del volo.
Volavi,piccola Giulia, verso il futuro
con la levità dei tuoi anni acerbi
mentre tessevi tra le dita la vita
con la trama dei passi in corsa.
Poi quel giorno di novembre
sordo al tuo grido sotto
l’occhio cieco della notte
qualcuno che tu avevi amato
è arrivato al cuore.Non era
carezza nè gesto d’amore:
era punta d’acciaio a tagliare
il tuo stelo di fiore in boccio
là sull’asfalto algido che
ti fu ultimo giaciglio. (dedicata a Giulia Cecchettin)
Il ponte sul nulla ora è in abito da sera
crespo
l’ignavia
sta a guardare
una donna violentata
tenere in pugno i suoi ragli
di asina scuoiata
mentre la parola diventa macigno
urlante
dentro il suo occhio
la città si accarezza
fornicando i nervi
stormi di Pilato
si lavano le mani.

strana come un varano nella frutta,
enigmatica come un’autobotte,
limpida come un’ampolla distrutta;
.
ridotta alle dimensioni di un filo,
dilatata, afflitta, defilata,
diretta verso le foci del nilo,
espulsa scoria, espunta, obnubilata;
.
giardiniera d’interni, inaridita,
che pota il secco liquore dei rami,
agile maga d’aghi che, scucita,
satura il rotto tessuto in ricami;
.
eretta come pilastri di guano,
ghiaccio vertiginoso sciolto in canto,
muta così, bella come la mano
di un suicida che non getta il guanto
*
È autunno, e l’ora d’oro già fiorisce
color zaffiro è il mare che si ammira,
si sente etereo il suono di una lira,
il sole è un moribondo che languisce.
Tende le braccia un’onda che fluisce
per reggere un dolore pieno d’ira,
testa dorata, testa che delira
nell’ultimo sospiro, che atterrisce.
È morto il sole… il mare veste a lutto,
e vedo dondolare un’urna d’oro
a pelo d’acqua, flutto dopo flutto.
Così le mie illusioni, il mio tesoro,
le ho viste dentro un’urna rifinita
andare via nel mare della vita.
.
Traduzione di Graziano Graziani
*
Essere qui per anni sulla terra,
con le nuvole che si addensano, con gli uccelli,
sospesi in ore fragili.
A bordo, quasi alla deriva,
più vicino a Saturno, più lontano,
mentre il sole gira e ci trascina
e il nostro sangue scorre nel suo universo profondo,
più sacro di tutte le stelle.
Essere qui sulla terra: non più lontano
di un albero, non più inspiegabile;
leggero d’autunno, gonfio d’estate,
di ciò che siamo o non siamo, d’ombra,
di memoria, di desiderio, fino alla fine
(se c’è una fine) voce a voce,
casa per casa,
chi porta la terra, se la porta,
o chi l’aspetta, se l’aspetta,
spezzando insieme il pane ogni volta
in due, in tre, in quattro,
senza dimenticare gli avanzi della formica
che viaggia sempre da stelle lontane
per essere puntuale alla nostra cena
anche se le briciole sono amare.
*
Ho compiuto 35 anni in Lussemburgo.
Da qualche parte
tra Parigi e la Germania.
C’è un ponte rosso lì,
dove Helen diceva che
la gente si suicida di continuo.
Ma non ho visto nessuno
sul parapetto.
Sono qui a girare un film intitolato
“Una casa sulle colline”.
Mi manca mio figlio.
Mi manca mia moglie.
Ho gli incubi quando cerco di dormire, ma
mi piace la nebbia
al mattino.
*
L’immagine di ciò che non ha immagine
brilla solitaria sul bordo della pagina
come un corpo che si accende e si spegne
in un vecchio film di fantascienza.
L’immagine scrive a margine la storia e il suono
di un pensiero oscuro,
impossibile, soprattutto di giorno.
Ci vuole tempo per mantenere il controllo
tra ciò che è e ciò che non è, come una danza
che sfiora appena il suolo segna il volto del vampiro.
Il nome appare disegnato.
*
Dinnanzi è solo
lo sguardo della parola.
Traccio un’attesa laggiù
sul confine
fra l’ albero di fico e gli oleandri
dove
ciò che di me è mortale
si svela coprendosi
si scopre velandosi
ma tu
solo una volta
guarda
almeno una volta
parla
ancora

Al terzo incrocio di pagina
girate a sinistra
imboccate la prima uscita
alla rotonda della “o”
superate le curve
della terza “s”
evitate la parola
“compromesso”
girate intorno alla
“conversione”
entrate nel tunnel
che divide la “i”
dal suo puntino.
poi, la destinazione
un deserto pallido
sabbia perlacea
silenzio
assenza di azoto
ossigeno,
argon,
una casupola di legno
verde marcio antico
diventa pupilla
rende il deserto
sclera
e un bottega
la bottega dei concetti.
Non ha porte
ha scaffali infiniti
Non ha nessuno
dietro el bancone
ma schiere di mani esangui
slegate dai corpi
porgono barattoli
di concetti
Non ha proprietari
ma voci
di ignota provenienza
illustrano
ultime novità e
pensieri tornati di moda
i concerti riposano
in attesta
un sole viola
li solletica
giochi di luce
sui muri
poi
un lettore
la porta che non c’e
scricchiola
la sua ombra
oscura i giochi
guarda negli occhi
le voci
chiede, senza parole
di ricevere del vuoto
”un vuoto pitagorico?
quello in cui il cielo respira?
un vuoto da temere?
la negozione dell’esistenza?
un vuoto romantico?
l’assenza di qualcuno?
un vuoto etimologico?
il vacuum, mancanza assoluta
di qualsiasi materia?
un vuoto scientifico?
il campo di battaglia di
coppie di particelle virtuali?
nascono e si distruggono
in un duello infinito.
un vuoto filosofico?
il parlare di vuoto stesso
che lo nega riempendolo di qualcosa?
un vuoto platonico?
la nostra anima, un vaso bucato
perennemente insoddisfatto?”
Mi dia pure
un vuoto qualunque.
*
Dietro ogni nuvola, ogni montagna,
ogni cima d’albero, ogni ramo
ci sono gufi nella notte.
Si nascondono nel fumo della pipa.
Si nutrono di incomprensioni
e stelle al neon.
Al buio, possono essere scambiati
per quelle ceneri
e per le loro ombre.
Con i fari gemelli dei loro occhi
scrutano lentamente
le acque della notte.
E dialogano con il vento.
Singhiozzano con la pioggia.
Ammutoliscono con il sole.
*
La silloge “Deflagrante sorriso” (Vitale Edizioni) di Mara Limonta si presenta come un viaggio poetico di intensa interiorità, in cui la parola diviene strumento di esplorazione e rivelazione. Le liriche si muovono tra visioni oniriche e frammenti di vita quotidiana, fondendo concretezza e simbolismo in un equilibrio delicato e vibrante. Il linguaggio, denso e sensuale, si fa corpo e respiro, capace di dare voce a emozioni profonde e a una costante tensione verso la libertà e la rinascita. Temi come il tempo, la memoria, la fragilità e la forza femminile attraversano i testi, lasciando emergere un universo poetico di contrasti e metamorfosi. L’autrice, con sensibilità raffinata, trasforma l’esperienza personale in canto universale, rivelando un’anima inquieta ma luminosa.
*
Mia madre aveva
un gioco tra noi
– chi bisticciava di più.
E così me ne sono andata,
questione di spazi e silenzi
libertà salvata servaggio sacrificato
in tutti i suoi cenni
– non importava, l’essenziale
è chiudere quella porta.
E ritornare poi
sbagliando salvando
quel che vale.
Ma una rosa è un baleno,
crocevia di ripicche sciupate
– sfiorirà, come tutte le cose
©mtl
*
Ubriacatevi
– di ruggine e furore
stille d’avversione
contrario dileggio
– profano malanimo penetrante
e mute lacrime,
silenzio fra la gente.
Ma di deflagrante sorriso
– Bacco irriverente
sfinitezza di bacio
e sterminata bellezza
– salmodiare alla luna
corolla di meraviglia
urgenza di gatti in amore
– di lucida follia.
Arrendetevi
sprofondatevi.
Ammaliatevi
di cadenti stelle
©mtl
[dalla mia silloge ‘Deflarante sorriso’, Vitale Edizioni]
*
Cenere e fango,
E cosa resta
del dolore di una donna?
Cenere e fango
©mtl (inedito)
*
Errano senza meta,
– del fiume fate candore innamorate
peregrinando vanno, bramano un sogno
– oro fatato per amalgamar l’ amore
avviluppare l’ anima intimamente
– come l’ acqua che scorre
esplodere la carne liberare
l’ essenza , né vincolo né freno
l’ istinto assolvere,
– come marea liquefarsi indenne.
Ma il puro sguardo delle fate restive
uomo che passi, temi va oltre.
– Resterai , impietrito
©mtl (inedito)