Alba ad Atene di Marco Antonio Campos

Marco Antonio Campos (nato nel 1949 a Città del Messico) è un poeta, narratore, saggista e traduttore messicano. Le sue opere esplorano temi di memoria, amore e perdita, con uno stile lirico e riflessivo. Ha ricevuto numerosi premi letterari e tradotto importanti poeti europei, tra cui Baudelaire e Rimbaud.

La notte scorsa, nel giardino dei sogni,
ti ho visto:
eri nelle rovine e negli archi

Oggi, quando mi sono svegliato,
ho guardato fuori dalla finestra
e tra le rovine e gli archi
c’era una fontana
di uccelli.

*

Alba ad Atene di Marco Antonio Campos

Ben in fondo di Paulo Leminski (traduzione di Emilio Capaccio)

Paulo Leminski (Curitiba, 1944–1989) è stato un poeta, scrittore e traduttore brasiliano, figura di spicco dell’avanguardia poetica degli anni ’70.
Influenzato dal concretismo e dalla cultura pop, ha saputo unire rigore formale, umorismo e sperimentazione linguistica.
La sua produzione, intensa e multiforme, continua a esercitare un forte impatto sulla poesia contemporanea brasiliana.

In fondo, in fondo

ben in fondo,

vorremmo

vedere i nostri problemi

risolti per decreto

.

a partire da tale data,

quel malessere senza rimedio

sarebbe considerato nullo

e su di esso — silenzio perpetuo

.

estinto per legge ogni rimorso,

maledetto chi guarderà indietro,

lì dietro non c’è niente

più niente

.

ma i problemi non si risolvono

i problemi hanno una famiglia grande,

e la domenica

escono tutti a passeggio

il problema, la sua signora

e gli altri piccoli problemini.

*

Ben in fondo di Paulo Leminski (traduzione di Emilio Capaccio)

lucia triolo: tu vegli

tu vegli
nella grande apertura del tuo sguardo 
ogni tanto
capita di aver qualcosa
da dire al giorno

qualcosa di notturno
si incaglia mentre sceglie 
il tono: 

mai credere del tutto
in quel che pensi
nella grande apertura dello sguardo,
mai pensarlo sul serio

non addurre a pretesto la veglia:
c’è un segreto caldo 
nella notte

la lingua di partenza della veglia
non è la lingua di arrivo nel giorno  

Ce n’è uno che ha i miei occhi di Elisa Biagini

Autrice tradotta all’estero, Elisa Biagini ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e ha portato nella poesia italiana un respiro internazionale. I suoi versi sono scarnificati, intensi, quasi tattili. Libri come Nel bosco e Da una crepa parlano di assenze, distanze, maternità. Insegna scrittura e continua a formare nuove generazioni di autrici.

C’è uno che ha i miei occhi

li strizza come spugna dopo

i piatti, li tira come lenzuoli,

li incastra a fermare le porte

e da qui ogni passaggio

è amaro, come di un vento

che ti soffia dritto in bocca.

Es ist einer, der hat meine Augen

*

Ce n’è uno che ha i miei occhi di Elisa Biagini

Alba viola con fabbriche di Joan Vinyoli

Joan Vinyoli (1914 – 1984) è stato un poeta spagnolo. Autodidatta, ha iniziato a lavorare a 16 anni nell’editoria e ha pubblicato il suo primo libro di poesie, Primer desenllaç, nel 1937. La sua opera si distingue per una evoluzione dal simbolismo e dal romanticismo tedesco a una poesia di tono più realistico-esistenziale: ricorrenti nei suoi versi sono la memoria, il tempo che fugge e l’indagine interiore.

Morire, dormire,

non so come affrontare il giorno nuovo

Giornata fredda

moncone viola, io senza appetito,

con la pipa che pende dalla mia bocca da pescatore arreso.

Ci vuole molto coraggio

ad affrontare un

un’ora fragile che si alza.

Di tutti, il primo, il più difficile,

che poi ci ci abitueremo.

.

Al mercato delle macchine: abbiamo visto

la giornata a pezzi, ogni tavola asciutta,

dalle montagne viene pallore;

lo prendiamo,

lo mettiamo sulle spalle

Non importa quanto siano larghe, tanto

da resistere al peso

che poi passa sopra di noi.

*

Alba viola con fabbriche di Joan Vinyoli

lucia triolo: cercavi forse i poeti?

Verità,
chi volevi rendere felice
con quella tua promessa
tra ingenuità e furbizia?

tieni insieme 
il senso e il non senso
nella casa 
quella di sempre piena d’ ombra,
quella dietro il tempo

e noi sempre diversi
dalla mattina alla sera a giocare
col tempo e a non capirlo

chi ti guarda
conosce la lingua dell’ iniquità
la nostra e quella dei nostri padri 
ne prende nota 
giorno per giorno.

Ma tu
cercavi forse i poeti? 

Città Zero di Angel Gonzàles

Ángel González (1925–2008) è stato un importante poeta spagnolo appartenente alla Generación del 50, noto per una poesia civile, ironica e profondamente umana.
Nato a Oviedo, visse la Guerra Civile da bambino e trasformò quell’esperienza in una voce poetica lucida e solidale.
Dal 1970 visse a lungo negli Stati Uniti come professore universitario, continuando a pubblicare opere fondamentali per la poesia contemporanea spagnola.

Una rivoluzione.
Poi una guerra.
In quei due anni, che erano
un quinto della mia vita,
avevo già sperimentato sensazioni diverse.
Ho immaginato più tardi
cosa significhi combattere da uomo.
Ma da bambino,
per me la guerra era semplicemente:
lezioni sospese,
Isabelita in mutande in cantina,
cimiteri di automobili ,
appartamenti abbandonati, fame indefinibile,
sangue trovato
per terra o sui selciati della strada,
un terrore che durava
quanto il fragile rumore del vetro
dopo un’esplosione,
e il dolore quasi incomprensibile
degli adulti,
le loro lacrime, la loro paura,
la loro rabbia soffocata,
che, attraverso una fessura,
entrava nella mia anima
solo per svanire poco dopo,
davanti a una delle tante
meraviglie quotidiane: il ritrovamento
di un proiettile ancora caldo,
l’incendio
di un edificio vicino,
i resti di un saccheggio,
carte e ritratti
in mezzo alla strada…
Tutto passò,
tutto è sfocato ora, tutto
tranne ciò che a malapena percepii
allora
e che, anni dopo,
riaffiorò dentro me, per sempre:
questa paura diffusa,
questa rabbia improvvisa,
questi imprevedibili
e genuini impulsi a piangere.

*

Città Zero di Angel Gonzàles

Il fidanzamento di Guillaume Apollinaire

Non ho più nemmeno compassione di me

E non so come esprimere il tormento del mio silenzio

Tutte le parole che avevo da dire si sono mutate in stelle

Un Icaro tenta di alzarsi fino ai miei occhi

E portatore di soli ardo al centro di due nebulose

Che cosa ho fatto alle bestie teologali dell’intelligenza

In passato i morti riapparvero per adorarmi

E io speravo la fine del mondo

Ma arriva la mia col sibilo d’un uragano

Ho avuto il coraggio di guardare indietro

I cadaveri dei miei giorni

Segnano la mia strada e li piango

Alcuni si putrefanno nelle chiese italiane

O in boschetti di limoni

Che fioriscono e insieme fruttificano

In ogni stagione

Altri giorni hanno pianto prima di morire in taverne

Dove fiori di fuoco rotavano

Negli occhi d’una mulatta inventrice della poesia

E le rose dell’elettricità s’aprono ancora

Nel giardino della mia memoria

Osservo il riposo domenicale

E lodo la pigrizia

Come come ridurre

L’infinitamente piccola scienza

Che m’impongono i sensi

Uno è simile alle montagne al cielo

Alle città al mio amore

Somiglia alle stagioni

Vive decapitato la sua testa è il sole

E la luna il suo collo mozzato

Vorrei provare un ardore infinito

Mostro del mio udito tu ruggisci e piangi

li tuono ti fa da chioma

E i tuoi artigli ripetono il canto degli uccelli

li tatto mostruoso m’ha penetrato m’avvelena

I miei occhi nuotano lontano da me

E gli astri intatti sono i miei àrbitri senza prova

La bestia dei fumi ha la testa fiorita

E il mostro più bello si desola

Nel suo sapore d’alloro

Alla svolta d’una via vidi dei marinai

Che a collo nudo ballavano al suono d’una fisarmonica

Ho regalato tutto al sole

Tutto meno la mia ombra

Le draghe le mercanzie le sirene mezzemorte

Sprofondavano nella bruma dell’orizzonte i trealberi

I venti spirarono coronati d’anemoni

O Vergine segno puro del terzo mese.

*

(a Picasso)

Il fidanzamento di Guillaume Apollinaire

La perdita di Adonis

Adonis, pseudonimo di Ali Ahmad Said Esber (nato nel 1930 in Siria), è uno dei più importanti poeti e saggisti del mondo arabo contemporaneo. Innovatore del linguaggio poetico arabo, ha unito tradizione e modernità attraverso una profonda riflessione sulla cultura e sull’identità. Esule in Libano e poi a Parigi, la sua opera esplora il rapporto tra poesia, libertà e spiritualità.

Perso, getto la mia faccia nella polvere,
e al mattino
la getto nella follia.
I miei occhi sono d’erba e di fuoco.
I miei occhi sono bandiere ed emigranti.

Perso, getto la faccia nella polvere
e nel mattino.
Sono nato alla fine della strada. Grido.
E lascio che la strada e la polvere gridino con me.

Quanto è bello che il mio volto, o Dio,
si perda in me! Quanto è bello che
io sia perduto, pieno di fuoco!
O tomba! O mia fine
all’inizio della primavera!

*

La perdita di Adonis

lucia triolo: un di più

C’era un di più per noi
in quei giorni
palindromi di noi stessi,
avevamo lasciato
che ci inchiodasse
l’un l’altro.

C’era lo strazio di tanta luce:
i silenzi e gli abbagli d’infanzia
un susseguirsi di odori
quei solchi dove trema la notte,

vi avevamo soggiornato con ignaro coraggio
e spavalderia
gli occhi spalancati sull’ ottovolante
di tepori viandanti.

Non volevamo
le parole dei grandi.

Forse il cuore di Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo (1901 – 1968)

Sprofonderà l’odore acre dei tigli
Nella notte di pioggia. Sarà vano
Il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo di un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore.

*

Forse il cuore di Salvatore Quasimodo

lucia triolo: Avida diva

Cassetti
memorie, foto
e naftalina
nel maglione,
applausi sbrilluccicanti.

Il colore rosso
stava bene con i miei capelli.

Reggiseno strappato
da avide mani
di desiderio
ad aggrappare lo schianto

rotonde finezze
tatto fiorente
come chiavi girate
nel possesso

Brusco poi è stato il risveglio,
avidi di me soltanto gli anni
a strapparmi di dosso
il rosso dell’anima,
l’applauso scrosciante

Ora io non posso
che spazzare via il ricordo,
spezzare.

Non ho più monete da scambiare col tempo
Quel tempo che non posso
comprare
nemmeno in un cassetto

Paesaggio interno di Fran Bariffi

Fran Bariffi (nato a Azul, Argentina, nel 1998) è un giovane poeta e studente di Lettere presso la Universidad de Buenos Aires; pubblica e cura progetti editoriali con le realtà “Evasión” e “Pequeña Fortuna”. La sua prima raccolta poetica è intitolata El borde azul (Buenos Aires, 2024), in cui lavora sul linguaggio e l’identità con toni intimi, urbani e riflessivi.

Vedo alberi vecchi di 300 anni,
sagome di angeli e antiche scalinate in pietra
come nelle foto di Parigi o di qualche antica
città delle Ande.

È un piacere raro
sedermi alla mia scrivania e prendermi
dieci minuti per scegliere due parole,
assorbito dall’azzurro dell’aria
che passa dall’atmosfera alle mie dita
e rilascia il suo flusso come un fiume sulla carta.

E ogni volta che apro il quaderno
vedo la stessa porta,
la stessa cornice blu perla,
lo stesso corridoio che conduce allo stesso luogo senza tempo
in cui sono stato mandato
a giocare.

*

Paesaggio Interno di Fran Bariffi

Gabbiani di Vincenzo Cardarelli

Vincenzo Cardarelli (1887 – 1959), nato Nazareno Caldarelli, è stato un poeta, scrittore e giornalista italiano insignito del Premio Strega nel 1948.

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

*

Gabbiani di Vincenzo Cardarelli

Ultima canzone di Miguel Hernandez

Miguel Hernández (1910–1942) è stato un poeta e drammaturgo spagnolo nato a Orihuela. Autodidatta, ha unito nelle sue opere lirismo pastorale e impegno politico, partecipando attivamente alla Guerra Civile Spagnola al fianco dei repubblicani. Morì in prigione sotto il regime franchista, lasciando un’eredità poetica intensa e tragica.

Dipinto, non vuoto:

la mia casa è dipinta

del colore di grandi

passioni e disgrazie.

Ritornerà dal pianto

dove è stata portata

con la sua tavola deserta,

con il suo letto rovinato.

I baci sbocceranno

sui cuscini.

E intorno ai corpi

solleverà il foglio

la sua vite intensa

notturna, profumata.

L’odio è smorzato

dietro la finestra.

Sarà l’artiglio morbido.

Dammi speranza.

*

Ultima canzone di Miguel Hernàndez

Il piccolo contrabbandiere di Henryka Łazowertówna (traduzione di Paolo Statuti)

Henryka Łazowertówna (1909–1942) fu una poetessa polacca appartenente alla generazione tra le due guerre, nota per uno stile delicato e intimamente lirico. Studiò filologia polacca all’Università di Varsavia e partecipò attivamente alla vita letteraria della capitale. Collaborò con riviste e antologie, distinguendosi per poesie che univano sensibilità moderna e attenzione per la fragilità umana. Durante l’occupazione nazista visse nel ghetto di Varsavia, dove continuò a scrivere e a lavorare per l’organizzazione di aiuto sociale Żegota.Fu deportata e uccisa a Treblinka nel 1942, lasciando un’opera breve ma molto intensa, tra cui è celebre la poesia “La piccola strega” (Mała stacja) dedicata agli orfani del ghetto.

Oltre i muri, i fori, tra le guardie,

Oltre i fili, il recinto, di soppiatto,

Affamato, spavaldo, testardo,

Ogni giorno corro come un gatto.

.

Non importa il tempo che fa,

Con l’afa, la pioggia, la tempesta,

Cento volte io metto a rischio

Questa mia giovane testa.

.

Sotto il braccio un rozzo sacco,

Sulle spalle l’abito strappato,

Le mie giovani agili gambe

E il cuore sempre spaventato.

.

Ma tutto bisogna patire,

Tutto bisogna sopportare,

Perché voi abbiate domani

Quanto pane vorrete mangiare.

.

Oltre i muri, i fori, i mattoni,

Di notte, all’alba, di nuovo

Spavaldo, affamato, scaltro,

Come un’ombra mi muovo.

.

Se il destino a un tratto

Mi fermerà in questo dramma,

E’ il solito agguato della vita,

Non aspettarmi più, o mamma.

.

Io non tornerò più da te,

La mia voce non sentirai vicino,

La polvere della strada seppellirà

La sorte spezzata di un bambino.

.

E soltanto una preghiera,

Una smorfia sul viso rimane:

Chi mamma mia, domani,

Ti porterà un po’ di pane?

*

Poesia scritta nel ghetto di Varsavia

(Trad. di Paolo Statuti)

Il piccolo contrabbandiere di Henryka Łazowertówna (traduzione di Paolo Statuti)

In quella notte di Novembre,Gabriella Paci

25 NOVEMBRE PER DIRE NO ALLA VIOLENZA DI GENERE

Di te resta il volto fanciullo :

sotto il basco lo scuro caschetto

 e il sorriso aperto ai domani

nel dondolare sulle ciglia di sogni

appesi sul  filo verde delle aspettative.

Nel cassetto la tesi; ultimo passo

per festeggiare una meta raggiunta

e i fumetti disegnati con il colore

della gioia e della fantasia del volo.

Volavi,piccola Giulia, verso il futuro

con la levità dei tuoi anni acerbi

mentre tessevi tra le dita la vita

con la trama dei passi in corsa.

Poi quel giorno di novembre

sordo al tuo grido sotto

 l’occhio cieco della notte

qualcuno che tu avevi amato 

è arrivato al cuore.Non era

carezza nè  gesto d’amore:

 era punta d’acciaio a tagliare

il tuo stelo di fiore in boccio

là sull’asfalto algido che

ti fu ultimo giaciglio.  (dedicata a Giulia Cecchettin)

lucia triolo: abito da sera

Il ponte sul nulla ora è in abito da sera                                         
crespo
l’ignavia
sta a guardare
una donna violentata
tenere in pugno i suoi ragli 
di asina scuoiata
mentre la parola diventa macigno                                            
urlante
dentro il suo occhio

la città si accarezza
fornicando i nervi

stormi di Pilato
si lavano le mani.

greve come un leopardo nella notte di Dario Villa

Dario Villa (Milano, 12 giugno 1953 – Milano, 4 marzo 1996) è stato poeta e traduttore. Esordì trentunenne nel 1984 con Lapsus in fabula, la sua opera più celebre, che gli valse il Premio Mondello opera prima nel 1985. Lavorò come traduttore dall’inglese e dal francese per le case editrici Guanda e Mondadori; nel 1995 uscì la sua ultima raccolta, intitolata Abiti insolubili: nel 1996 morì all’ospedale Policlinico di Milano dopo una lunga malattia
 
 
greve come un leopardo nella notte,

strana come un varano nella frutta,

enigmatica come un’autobotte,

limpida come un’ampolla distrutta;

.

ridotta alle dimensioni di un filo,

dilatata, afflitta, defilata,

diretta verso le foci del nilo,

espulsa scoria, espunta, obnubilata;

.

giardiniera d’interni, inaridita,

che pota il secco liquore dei rami,

agile maga d’aghi che, scucita,

satura il rotto tessuto in ricami;

.

eretta come pilastri di guano,

ghiaccio vertiginoso sciolto in canto,

muta così, bella come la mano

di un suicida che non getta il guanto

*

greve come un leopardo nella notte di Dario Villa

Le mie illusioni di Florbela Espanca

Florbela Espanca, pseudonimo di Flor Bela de Alma da Conceição (1894 – 1930) è stata una scrittrice e poetessa portoghese.
La sua vita fu tumultuosa, inquieta e ricolma di sofferenze intime che l’autrice ha saputo trasformare in poesia di alta qualità.
In vita pubblicò il Livro de Mágoas (Libro dei dispiaceri) nel 1919 e Livro de Sóror Saudade (Sorella Nostalgia) nel 1923. Personalità irrequieta, morì suicida il giorno del suo compleanno ossia l’8 dicembre 1930, a Matosinhos, in Portogallo, dove oggi si trova una biblioteca a lei intitolata.
Dopo la sua morte furono pubblicate varie sue opere, tra cui i Juvenilia.

È autunno, e l’ora d’oro già fiorisce

color zaffiro è il mare che si ammira,

si sente etereo il suono di una lira,

il sole è un moribondo che languisce.

Tende le braccia un’onda che fluisce

per reggere un dolore pieno d’ira,

testa dorata, testa che delira

nell’ultimo sospiro, che atterrisce.

È morto il sole… il mare veste a lutto,

e vedo dondolare un’urna d’oro

a pelo d’acqua, flutto dopo flutto.

Così le mie illusioni, il mio tesoro,

le ho viste dentro un’urna rifinita

andare via nel mare della vita.

.

Traduzione di Graziano Graziani

*

Le mie illusioni di Florbela Espanca

Terra di Eugenio Montejo

Eugenio Montejo (1938 – 2008) è stato un poeta e saggista venezuelano. È stato fondatore della rivista Azar Rey e cofondatore della Rivista Poesía dell’Università di Carabobo. È stato ricercatore nel Centro di Studi Latinoamericani “Romulo Gallegos” di Caracas, e collaboratore di un gran numero di riviste nazionali e straniere.

Essere qui per anni sulla terra,
con le nuvole che si addensano, con gli uccelli,
sospesi in ore fragili.
A bordo, quasi alla deriva,
più vicino a Saturno, più lontano,
mentre il sole gira e ci trascina
e il nostro sangue scorre nel suo universo profondo,
più sacro di tutte le stelle.

Essere qui sulla terra: non più lontano
di un albero, non più inspiegabile;
leggero d’autunno, gonfio d’estate,
di ciò che siamo o non siamo, d’ombra,
di memoria, di desiderio, fino alla fine
(se c’è una fine) voce a voce,
casa per casa,
chi porta la terra, se la porta,
o chi l’aspetta, se l’aspetta,
spezzando insieme il pane ogni volta
in due, in tre, in quattro,
senza dimenticare gli avanzi della formica
che viaggia sempre da stelle lontane
per essere puntuale alla nostra cena
anche se le briciole sono amare.

*

Compleanno di Michel Madsen

Michael Søren Madsen (Chicago, 25 settembre 1957 – Malibu, California, 3 luglio 2025) è stato un attore, poeta e fotografo statunitense.
Figlio del pompiere Calvin Christian Madsen e della produttrice/autrice Elaine Madsen, iniziò la carriera di attore al Steppenwolf Theatre Company a Chicago, prima di trasferirsi a Los Angeles per il cinema.
Pur famoso per ruoli iconici nei film di Quentin Tarantino, come “Reservoir Dogs” (1992) e “Kill Bill” (2003-04), amava definirsi soprattutto poeta: pubblicò diverse raccolte e aveva in programma il libro “Tears for My Father: Outlaw Thoughts and Poems”.

Ho compiuto 35 anni in Lussemburgo.
Da qualche parte
tra Parigi e la Germania.
C’è un ponte rosso lì,
dove Helen diceva che
la gente si suicida di continuo.
Ma non ho visto nessuno
sul parapetto.
Sono qui a girare un film intitolato 
“Una casa sulle colline”.
Mi manca mio figlio.
Mi manca mia moglie.
Ho gli incubi quando cerco di dormire, ma
mi piace la nebbia
al mattino.

*

Compleanno di Michael Madsen

Soprannaturale di Roberto Appratto

Roberto Appratto (1950 – 2025) è stato un poeta, critico letterario e docente di teoria della letteratura uruguyano. Nel corso della sua carriera ha pubblicato numerosi volumi poetici e romanzi, ed è stato anche traduttore di opere importanti della letteratura anglosassone. Il suo lavoro critico si è concentrato su autori come Jorge Luis Borges, Edgar Allan Poe, e E. E. Cummings, oltre a spaziare tra poesia, narrativa e saggistica.

L’immagine di ciò che non ha immagine
brilla solitaria sul bordo della pagina
come un corpo che si accende e si spegne
in un vecchio film di fantascienza.
L’immagine scrive a margine la storia e il suono
di un pensiero oscuro,
impossibile, soprattutto di giorno.
Ci vuole tempo per mantenere il controllo
tra ciò che è e ciò che non è, come una danza
che sfiora appena il suolo segna il volto del vampiro.
Il nome appare disegnato.

*

Soprannaturale di Roberto Appratto

la pietra su cui vivo di Mara Pastor

Mara Pastor (San Juan, 1980 di Porto Rico) è autrice di diversi libri di poesia, tra cui: Poemas para fomentar el turismo (Neutrinos, 2015), Arcadian Boutique (UNAM, 2014), Falsa heladería (Aguadulce Ediciones, 2018), oltre ai poemari bilingui Children of Another Hour (Argos Books, 2014), tradotto da Noel Black, e As Though the Wound Heard (Cardboard House Press, 2017), tradotto da María José Giménez.

Questo pezzo di terra
che ho comprato
a prezzo scontato
è roccia ignea,
vulcanica.
Prendo le sue pietre
e penso:

Questo era lava.
Era così calda
che, se l’avessi avuta a questa distanza,
sarei morta.

Era fuoco. Un luogo
in cui non avrei mai vissuto.

E guarda dove siamo arrivati.

La bottega dei concetti di Vera Linder

Vera Linder (Milano, 1992) è una poetessa transmediale, traduttrice e curatrice editoriale che vive tra Milano, Venezia, Trento, Innsbruck e Boulder. Il suo debutto letterario è la raccolta bilingue Corpus in a Tongue (2022), in cui italiano e inglese si mescolano creando suggestioni linguistiche vigorose. .
Da anni frequenta il Summer Writing Program alla Naropa University di Boulder, dove l’incontro con la poesia americana contemporanea ha profondamente nutrito la sua scrittura

Al terzo incrocio di pagina
girate a sinistra
imboccate la prima uscita
alla rotonda della “o”
superate le curve
della terza “s”
evitate la parola
“compromesso”
girate intorno alla
“conversione”
entrate nel tunnel
che divide la “i”
dal suo puntino.

poi, la destinazione

un  deserto pallido
sabbia perlacea
silenzio
assenza di azoto
ossigeno,
argon,
una casupola di legno
verde  marcio  antico
diventa  pupilla
rende il deserto
sclera

e un bottega
la bottega dei concetti.

Non  ha porte
ha scaffali infiniti
Non ha nessuno
dietro el bancone
ma schiere di mani esangui
slegate dai corpi
porgono barattoli
di concetti
Non ha proprietari
ma voci
di ignota provenienza
illustrano
ultime novità e
pensieri tornati di moda
i concerti riposano
in attesta
un sole viola
li solletica
giochi di luce
sui muri

poi
un lettore
la porta che non c’e
scricchiola
la sua ombra
oscura i giochi
guarda negli occhi
le voci
chiede, senza parole
di ricevere del vuoto

”un vuoto pitagorico?
quello in cui il cielo respira?
un vuoto da temere?
la negozione dell’esistenza?
un vuoto romantico?
l’assenza di qualcuno?
un vuoto etimologico?
il vacuum, mancanza assoluta
di qualsiasi materia?
un vuoto scientifico?
il campo di battaglia di
coppie di particelle virtuali?
nascono e si distruggono
in un duello infinito.
un vuoto filosofico?
il parlare di vuoto stesso
che lo nega riempendolo di qualcosa?
un vuoto platonico?
la nostra anima, un vaso bucato
perennemente insoddisfatto?”

Mi dia pure
un vuoto qualunque.

*

La bottega dei concetti di Vera Linder

I gufi di Alberto Blanco

Alberto Blanco (1951) è un poeta messicano. Ha pubblicato ventisei libri di poesie e ha tradotto anche l’opera di altri poeti.

Dietro ogni nuvola, ogni montagna,
ogni cima d’albero, ogni ramo
ci sono gufi nella notte.

Si nascondono nel fumo della pipa.
Si nutrono di incomprensioni
e stelle al neon.

Al buio, possono essere scambiati
per quelle ceneri
e per le loro ombre.

Con i fari gemelli dei loro occhi
scrutano lentamente
le acque della notte.

E dialogano con il vento.
Singhiozzano con la pioggia.
Ammutoliscono con il sole.

*

I gufi di Alberto Blanco

Miles davis e quattro poesie di Mara Limonta

La silloge “Deflagrante sorriso” (Vitale Edizioni) di Mara Limonta si presenta come un viaggio poetico di intensa interiorità, in cui la parola diviene strumento di esplorazione e rivelazione. Le liriche si muovono tra visioni oniriche e frammenti di vita quotidiana, fondendo concretezza e simbolismo in un equilibrio delicato e vibrante. Il linguaggio, denso e sensuale, si fa corpo e respiro, capace di dare voce a emozioni profonde e a una costante tensione verso la libertà e la rinascita. Temi come il tempo, la memoria, la fragilità e la forza femminile attraversano i testi, lasciando emergere un universo poetico di contrasti e metamorfosi. L’autrice, con sensibilità raffinata, trasforma l’esperienza personale in canto universale, rivelando un’anima inquieta ma luminosa.

*

Mia madre aveva

un gioco tra noi

– chi bisticciava di più.

E così me ne sono andata,

questione di spazi e silenzi

libertà salvata servaggio sacrificato

in tutti i suoi cenni

– non importava, l’essenziale

è chiudere quella porta.

E ritornare poi

sbagliando salvando

quel che vale.

Ma una rosa è un baleno,

crocevia di ripicche sciupate

– sfiorirà, come tutte le cose

©mtl

*

Ubriacatevi

– di ruggine e furore

stille d’avversione

contrario dileggio

– profano malanimo penetrante

e mute lacrime,

silenzio fra la gente.

Ma di deflagrante sorriso

– Bacco irriverente

sfinitezza di bacio

e sterminata bellezza

– salmodiare alla luna

corolla di meraviglia

urgenza di gatti in amore

– di lucida follia.

Arrendetevi

sprofondatevi.

Ammaliatevi

di cadenti stelle

©mtl

[dalla mia silloge ‘Deflarante sorriso’, Vitale Edizioni]

*

Cenere e fango,
E cosa resta
del dolore di una donna?

Cenere e fango

©mtl (inedito)

*

Miles davis e quattro poesie di Mara Limonta

Errano senza meta,
– del fiume fate candore innamorate
peregrinando vanno, bramano un sogno
– oro fatato per amalgamar l’ amore
avviluppare l’ anima intimamente
– come l’ acqua che scorre
esplodere la carne liberare
l’ essenza , né vincolo né freno
l’ istinto assolvere,
– come marea liquefarsi indenne.

Ma il puro sguardo delle fate restive
uomo che passi, temi va oltre.

– Resterai , impietrito

©mtl (inedito)