lucia triolo: una Domenica di poesia

Dylan Thomas

“Non essendo che uomini”

(Poesie inedite)

Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.

Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l’agile ascesa,
cacciare la testa al disopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.

Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l’uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.

Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo e la conclusione.

Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.

lucia Triolo: Amplesso (dedicata)

tra paesaggi in lontananza
venne a me a velocità

guanti di pezza 
rotta
arava a baci la bocca della mia 
tristezza
raccoglieva tra i pianeti 
difficili oblii
inventava parole liquefatte

percorse in me 
se stesso

faccio 
la mia toletta in 
un sogno
fu lui a rendermi
gravida 

tra paesaggi in lontananza
dicendo cose che non si possono dire

“Leopardi ,il poeta dell’Infinito”  miniserie tv riceve molti applausi ma ci sono anche voci fuori dal coro,Gabriella Paci

Molto attesa la miniserie televisiva andata in onda in due puntate su rai 1 “leopardi-il poeta dell’infinito.il 7 e l’8 gennaio scorsi.La fiction è stata presentata fuori concorso all’81 mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia lo scorso agosto.

La trasmissione ha quasi subito diviso l’opinione pubblica in critici positivi e negativi: tra coloro cioè che hanno trovato ,seppur ampiamente romanzata, la vita e le riflessioni del grande poeta romantico recanatese legate alla  sua produzione letteraria e  coloro che hanno visto un Giacomo Leopardi svilito e sbiadito a dispetto della sua grandezza titanica.

Che avesse una famiglia che, fatta eccezione per i fratelli Carlo e Paolina, fosse scarsamente dispensatrice di comprensione e gesti d’affetto non è certo una novità e   attori interpreti del padre Conte Monaldo Leopardi, Alessio Boni,e della madre Adelaide Antici Valentina Cervi , sono davvero bravi a rendere il freddo clima familiare e i rapporti con il primogenito Giacomo, destinato da essi a diventare uomo di chiesa. Un po’ la storia della monaca di Monza del Manzoni ma in questo caso Giacomo, interpretato dal bravo Sergio Maltese,  trova la forza di ribellarsi a questo destino, nonostante un tranello ordito dia genitori in accordo con lo zio materno.

La sua propensione agli studi supportati da un’intelligenza fuori dal comune ,fanno sì che la sua cultura spazi in ogni campo e che perfino il padre ne sia orgoglioso, almeno finchè il figlio è docile e rispettoso delle sue scelte.Ma Giacomo è oltre:e si avvicina,grazie alla conoscenza e frequentazione dei illustri scrittori liberali al romanticismo e al liberalismo anche se non sarà mai uomo d’azione.

A mio parere la sua amicizia con il letterato Antonio Ranieri che è davvero stata di grande conforto al poeta, viene presentata come un rapporto quasi omosessuale anche se di sesso non si parla e questo sminuisce la figura di entrambi. Anche l’amore di Giacomo verso la nobildonna Fanny Targioni Tozzetti che gli ispirerà il ciclo di Aspasia dopo la cocente delusione di essersi solo illuso dell’amore di lei è alterato dalla presentazione di un rapporto non veritiero tra Ranieri e quest’ultima e la rappresentazione di scene d’amore ripetute come nelle fiction di livello popolare. Brava anche Giusy Buscemi nel ruolo di Fanny ma poco veritiera la sua folle passione per Ranieri che si spenge quando….scopre che le bellissime lettere d’amore ricevute non sono dell’amante ma di Leopardi che si finge l’amico per assecondare il  rapporto tra i due. Arrivare a far del grande poeta un “mezzano “ d’amore  tra l’amico e la donna amata e che poi scrive invettive nei confronti di Fanny paragonandola addirittura ad Aspasia, figlia di un re greco e moglie di Pericle, nota per la sua inclinazione di donna di facili costumi,mi sembra voler rendere Leopardi poco coerente se non addirittura volubile.

E’ giusto che l’amato poeta,studiato sui banchi delle superiori, non appaia una figura statica e fuori dal mondo ma che riveli passioni e ribellioni ,scelte e paure ma,ripeto, mi è parso sminuito come uomo di grande sentire e lungimiranza ,tanto da essere considerato un filosofo di straordinaria attualità.

Anche i suoi pianti e la recitazione poco emozionante dei versi più belli della sua produzione,non mi hanno convinta e Sergio Rubini ,regista della serie  doveva dare un risvolto più accattivantee meno pittoresco della verità storica.

Analisi critica di una poesia che ci parla di futuro: “Sul muro grafito “ di Eugenio Montale,Gabriella Paci

Montale è poeta del “male di vivere “ che spesso ci attanaglia e la cui cura è costituita forse davvero dalla “divina indifferenza” come lo stesso poeta ebbe a suggerire nella sua celebre lirica “Spesso il male di vivere..”

Nella lirica che segue abbiamo trovato molti degli elementi che caratterizzano la sua produzione poetica,una delle più significative del 900.

Sul muro grafito


Sul muro grafito
che adombra i sedili rari
l’arco del cielo appare
finito.
Chi si ricorda più del fuoco ch’arse
impetuoso
nelle vene del mondo; in un riposo
freddo le forme, opache, sono sparse.

Rivedrò domani le banchine
se la muraglia e l’usata strada
nel futuro che s’apre le mattine
sono ancorate come barche in rada.


 In questa breve lirica contenuta nella raccolta “Ossi di seppia”torna,come correlativo oggettivo, già noto ad  esempio  nella famosa poesia  “Meriggiare pallido e assorto ”il muro , chiamato qui “muraglia” ad accentuarne la funzione di ostacolo, di chiusura nemica, quasi un dispregiativo del sostantivo muro.

Ci suggerisce dunque il senso del contrasto, della guerra,della minaccia.E’ un muro che si presenta inciso,graffiato,scarificato:forse intenzionalmente o forse solo per spregio .In qualunque modo crea la suggestione di un muro “umanizzato” a simbolo del tentativo di superare quel muro, renderlo assoggettato a sé o cercare di dimostrare la propria capacità di trasformarlo :esso può dunque diventare correlativo anche dell’animo umano ,delle sue ferite e incisioni lasciate dal tempo e dagli eventi. Quel muro è il tentativo puerile di superare certe situazioni di angoscia e limitatezza che Montale ha ben delineato nella sua poetica.

Al riparo del muro ,qualche rara panca e al di sopra di esso, l’arco del cielo che appare limitato, come lo è tutto al di sotto come una chiusura ancora anche all’idea dell’eterno e dell’infinito che il cielo dovrebbe rappresentare.

La negatività di questi primi versi si accentua nel grido, esclamazione /domanda di quando era animato lui e il mondo intorno dalla passione, dalla voglia di vita che si è spenta oramai e la prospettiva prossima, il futuro,  è solo quella della quiete spenta ed incolore delle cose e del suo sentire senza più vitalità ed ecco perché l’arco del cielo pare finito. Esso stesso era simbolo di speranza,di futuro, di orizzonte lontano :”era” ma non lo è più.

Il futuro(domani) sarà la ripresa stanca delle abitudini : e come le banchine  del porto dove  si caricano e scaricano merci e sostano i passeggeri egli sarà lì seduto, “ancorato” come le barche in rada: fatte per viaggiare ma  ora obbligate all’immobilità :anche Montale ,ostacolato dal muro è destinato a sostare, restando seduto, ad osservare la vita senza viverla davvero.

Il muro dunque come già  nella lirica “Limen” o limite potrebbe anche significare soglia e dunque,passaggio ma in Montale la ricerca di una via di fuga o di scavalcamento o aggiramento del muro è fallimentare a meno che uno sbaglio di natura come dirà nella lirica “i limoni” ci permetterà di trovare una “maglia rotta” ma sarà solo un’epifania perché come poi dirà in “Non chiederci parola” ,l’ombra sul muro ci riporta al senso negativo ,fors’anche di morte, del

muro che ci limita

Lucia Triolo; una Domenica di poesia

Rafael Wojaczek

Chi è questo che mi appare allo specchio
non una donna né una persona
di nebbia, ma così crudelmente me stessa,
che il posto nell’almanacco finora è vuoto?

Chi è questo che dal mio bicchiere
bevendo non un ubriacone è, anche se
raccolto dalla polizia dal fango
è preso come compagno di gilda?

Chi è questo che con la mia penna
scrive le mie poesie
e nel mio letto prende mia moglie?
chi è questo che è appena uscito?

***

deve essere qualcuno che non conosco, ma
che si è impossessato
di me, della mia vita. della mia morte; di
questo foglio

Rafael  Wojaczek, da “Il poeta andava fucilato”. Poesie Scelte 1964-1971,

lucia triolo: quando

quando
tra questi momenti c’erano
gli inizi da imbacuccare
e le attese lucide dei passi su cui si riversava
l’errore
in punta di bacio
saliva il desiderio
si rotolava tra le mani
attraversava il guado
tutte le stagioni volevano vederlo

vado alla ricerca di me stessa
senza trovarmi mai
chi
mi ha nascosto?

guardo il mio bacio
seduto all’angolo dove ferma il tram
aspetta i tuoi calzoni scendere
alla fermata.

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Alta, levata al cielo,Gabriella Paci

Nello spoglio dei giorni si accartocciano

momenti di luce e d’ombra nell’incontenibile 

corsa del tempo che oblia le soste, segnate

solo dal calendario. Stupore è l’accorgersi

della fine d’un anno e del prepararsi al saluto

come ad un addio d’amore o forse d’odio

nel brindisi che vuol essere augurale

con l’effervescenza leggera del calice levato alto

  nel grido d’auguri ad allontanare fantasmi

in un’allegria segnata più sulla bocca che sul cuore.

Eppure ogni anno cediamo alla lusinga della

speranza,unica dea a partorire il sogno per

un domani che ci regali momenti di agognata

serenità dopo un vagare nella palude della

incertezza e del  mancato approdo di quiete.

Nel grido “buon anno ” sarà racchiusa allora

la speranza di ognuno alta, levata al cielo.

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