Lucie Delarue-Mardrus (1874 – 1945) era una giornalista, poetessa, scrittrice, scultrice, storica e designer francese. Scrittrice prolifica, ha editato in vita oltre settanta opere.
Ombra; cuscini; la finestra dove degrada
il giardino; un riposo incapace di sforzi.
Così sembra dormire la donna «bambina malata»
che soffre alle feconde profondità del suo corpo.
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Così penso… Un giorno, un uomo potrebbe nascere
da questo corpo mensile, e vivere oltre
la mia vita, e a lungo ricominciare il mio essere
che già sento tante volte secolare;
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penso che avrebbe senza dubbio il mio viso,
i miei occhi spaventati, neri e silenziosi,
e che forse, errante e solo con questi occhi, nessuno
prenderebbe la sua mano portandolo per strada.
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Avendo ascoltato troppo l’urlo umano,
approvo nel mio cuore l’opera liberatrice
di non aggiungermi a me stessa, un domani,
per orgoglio e per orrore d’essere una genitrice…
— E tra i miei cuscini pieni d’ombra, m’inebrio
della mia sterilità che sanguina lentamente.
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REFUS
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De l’ombre; des coussins; la vitre où se dégrade
le jardin; un repos incapable d’efforts.
Ainsi semble dormir la femme «enfant malade»
qui souffre aux profondeurs fécondes de son corps.
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Ainsi je songe… Un jour, un homme pourrait naître
de ce corps mensuel, et vivre par delà
ma vie, et longuement recommencer mon être
que je sens tant de fois séculaire déjà;
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je songe qu’il aurait mon visage sans doute,
mes yeux épouvantés, noirs et silencieux,
et que peut-être, errant et seul avec ces yeux,
nul ne prendrait sa main pour marcher sur la route.
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Ayant trop écouté le hurlement humain,
j’approuve dans mon coeur l’oeuvre libératrice
de ne pas m’ajouter moi-même un lendemain
pour l’orgueil et l’horreur d’être une génitrice…
— Et parmi mes coussins pleins d’ombre, je m’enivre
Con la leggerezza di una freccia, ho sfiorato la tua immagine disegnando un arco nella solitudine.
Non era una solitudine qualunque. C’ero nata dentro, era la verità.
aveva attraversato la pelle sciogliendosi nella carne dondolandosi nel sangue. aveva accarezzato i sorrisi gli sguardi prolungati i desideri le domande.
Aveva intercettato anche i timori. con la trama ariosa della curiosità.
ora sospesa e timida si rivolgeva a te. era una solitudine elegante
Vittore Fiore (1920 – 1999) è stato un giornalista e scrittore italiano, tra i maggiori protagonisti della cultura e della politica meridionalista italiana. Antifascista, subì il carcere e il confino, e diresse in clandestinità il movimento giovanile liberalsocialista, ricoprendo successivamente incarichi nel Partito d’Azione e poi nel Partito Socialista Italiano. Fondatore de Il nuovo Risorgimento e direttore della rivista Delta, fu animatore del periodico della Fiera del Levante di Bari Civiltà degli scambi e dei relativi Quaderni editi da Laterza. Capocronista del quotidiano barese La voce, tra i suoi libri vanno ricordati Strumenti della lotta meridionalista (Lacaita), Chi lega i fili (Adriatica) e Dal cemento al cervello (Delta). Con Franco Fortini e altri ha raccontato ne La generazione degli anni difficili (Laterza) la sua formazione di intellettuale impegnato nella politica. Tre i volumi di poesia: Ero nato sui mari del tonno (Schwarz), Qualcosa di nuovo intorno (“Quotidiano di Lecce” presentato da Massimo Melillo e poi nelle edizioni “Il laboratorio”) e Io non avevo la tua fresca guancia (Palomar).
Pasquale Pinto (1940 – 2004) è stato uno scrittore, poeta e saggista italiano. Operaio presso l’Italsider di Taranto, ebbe fin da piccolo la vocazione per lo scrivere. Pasquale Pinto è considerato rappresentante della cosiddetta “letteratura operaia”
Quando è mezzogiorno al mio paese le tasche dei vecchi si gonfiano di sole come mille lumini che nemmeno i morti si sognano di avere
Quando è mezzogiorno i vecchi del mio paese appoggiano le mani alle ringhiere per salutare milioni di naufraghi che si specchiano in una cristalliera di sale
Se quando morirò sarà mezzogiorno lasciatemi vedere quel mendicante che si abbronza al sole di una moneta
Rui Knopfli è stato un poeta portoghese di origini mozambicane (Inhambane, Mozambico, 1932 – Lisbona 1997). Nei suoi versi, scanditi da un ritmo sincopato che ricorda il jazz, prediligeva temi tradizionali di matrice occidentale, ispirandosi a Th. S. Eliot: O país dos outros (1959); Mangas verdes com sal (1969); O escriba acocorado (1978); Memória consentida. 20 anos de poesia: 1959-1979 (1982); O corpo de Atena (1984); O monhé das cobras (1997).
Un giorno io, che ho passato metà della mia vita volando come passeggero, mi siederò nella cabina di pilotaggio di un leggero monomotore e salirò in alto, in alto, fino a scomparire oltre l’ultima nuvola. I giornali diranno: Stanco della terra, il poeta fuggì in cielo. E in realtà non tornerò indietro. Sarò ricordato per un momento dalla mia famiglia, dai miei amici, da una donna che amavo veramente e dai miei trenta lettori. Poi il mio nome comincerà a comparire nelle selezioni e, con disappunto di insegnanti e bambini, verranno realizzate edizioni scolastiche dei miei libri . A quel punto sarò dimenticato.
Un poeta nasce negli spazi tra crimini, furti, uccisioni, frodi, violenze, nelle zone più oscure di questo mondo.
Le parole di un poeta s’insinuano tra le espressioni più volgari e basse, nei quartieri più poveri della città, e per qualche tempo dominano la società.
L’animo di un poeta è un solitario grido di verità nato negli spazi fra mali e bugie del nostro tempo, picchiato a morte da tutti gli altri animi.
Pablo Neruda (1904 – 1973), pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, è stato un poeta, diplomatico e politico cileno, considerato una delle più importanti figure della letteratura latino-americana del Novecento. Scelse lo pseudonimo di Pablo Neruda in onore dello scrittore e poeta ceco Jan Neruda.
Mario Benedetti è nato a Udine il 9 novembre 1955. Dopo i primi venti anni trascorsi nel paese di Nimis (UD), si trasferisce nel 1976 a Padova dove si laurea in Lettere con una tesi sull’opera complessiva di Carlo Michelstaedter, diplomandosi poi in Estetica presso la Scuola di Perfezionamento della stessa Facoltà universitaria. Si dedica all’insegnamento sia a Padova che a Milano, città in cui si trasferisce e dove attualmente risiede. La sua esistenza, la sua poesia ed il suo modo di essere sono fortemente connotati dalla presenza di una malattia cronica: una particolare forma di sclerosi multipla che lo accompagna dall’infanzia. Gravi episodi dovuti a questa patologia si verificano nel ’99 e nel 2000. In seguito ad un ictus avvenuto nel 2014 è stato a lungo ospite presso una struttura sanitaria. E’ morto nel 2020.
Vedere nuda la vita mentre si parla una lingua per dire qualcosa. Uscire di sera rende la vita più bella ma è il poco sole obliquo la sera senza parole. Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose. Adesso le cose sono sole, non c’è la promessa del tuo svegliarti e continuare con le ciabatte, le tazze, i cucchiai. Non è valsa la pena affaccendarsi. Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi a perdere sempre da prima.
Javier Heraud Pérez (1942 – 1962) è stato un poeta peruviano e membro dell’Ejército de Liberación Nacional. Morì in maggio, ucciso dalla polizia.
Non rido mai della morte. Succede semplicemente che non ho paura di morire tra gli uccelli e gli alberi.
Non rido della morte. Ma a volte ho sete e chiedo un po’ di vita, a volte ho sete e chiedo quotidianamente, e come sempre succede che non trovo risposte se non una risata profonda, nera. L’ho già detto, di solito non rido mai della morte, ma conosco il suo volto bianco, i suoi vestiti cupi.
Non rido della morte. Però conosco la sua casa bianca, conosco i suoi vestiti bianchi, conosco la sua umidità e il suo silenzio.
Certo, la morte non mi ha ancora visitato e tu chiederai: cosa sai? Non so niente. Anche questo è vero. Però so che quando arriverà io la aspetterò, la aspetterò in piedi o magari facendo colazione. La guarderò dolcemente (non aver paura) e poiché non ho mai riso della sua tunica, l’accompagnerò, solitario e solitario.
Norah Lange fu una scrittrice nata a Buenos Aires, Argentina, il 23 di ottobre del 1905 e spentasi nella stessa città il 4 di agosto del 1972. La sua presenza fu molto significativa nel mondo letterario, specialmente nel contesto storico e geografico, dato che non era molto comune che una donna si dedicasse alla narrativa e che partecipasse in maniera tanto attiva ad un’attività che, ancora oggi, continua ad essere prevalentemente maschile. Godette di una carriera relativamente breve, considerando la sua morte prematura mentre lavorava alla scrittura di un racconto, però molto fruttifera e ricca di successi.
Iniziò a pubblicare le sue opere da giovane; appena ventenne pubblicò la sua prima raccolta di poesie intitolata La strada della sera, al quale fecero seguito I giorni e le notti e Versi ad una piazza, tra i tanti. In prosa fu autrice di diversi libri, come i romanzi Voce della vita e I due ritratti, e le memorie Prima che muoiano.
Nel cuore di ogni albero
si è scossa la mezzanotte.
La notte si fa sempre più piccola
in una lenta processione di nebbia.
Tutte le sere pongono fine alla loro stanchezza.
Le insegne luminose affievoliscono
lo stupore dei loro colori
e anticipano la contemplazione di ogni disgraziato.
Ha studiato come filosofa e antropologa all’Università di Torino, poi è scappata con il circo e si è trasferita a Barcellona per dedicarsi completamente all’ultima avanguardia della scena artistica underground europea dove è riconosciuta a tutti gli effetti come poetessa. Nel febbraio del 2021 Tzarina viene arrestata nel corso di una manifestazione per la libertà di espressione e sottoposta a un’inchiesta con gravissime cariche penali, esperienza da cui prende il via questo testo. Nell’ultimo anno sta girando la Spagna tra reading di poesia e festival di autoproduzioni.
Mi hanno ammalata di eternità
È colpa dei libri
Per quello ci metto sempre
Un po’ di Morte dentro all’Amore
Un po’ di fine dentro all’inizio
Un po’ di tragedia dentro la gioia
Pezzi di fegato nei tessuti del Cuore
Ecco perché invece di questo mare fresco
Vorrei un’onda di lava letale
Perché la vita non dura un cazzo
E il mare si ritrae
Lasciandoci soli sul bagnasciuga
Ognuno con le sue ossa
Nei suoi vestiti bagnati.
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Da ” Mai farsi arrestare di venerdì” Eris Edizioni
dal cespuglio e su una strada sterrata accidentata
abbiamo camminato finché non abbiamo visto uno stagno
potremmo riuscire ad arrivarci.
Il terreno era paludoso e ronzante.
Lo stagno era pieno di erbacce
e melma. Non era
lo stagno dove chiunque vorrebbe
nuotare, ma lo abbiamo fatto — raccogliendo e scivolando
nell’acqua sopra la palude e le api,
le api che abbiamo notato all’improvviso erano
ovunque, si posavano sui nostri capelli
mentre nuotavamo, le anatre mostravano gli occhi sorpresi
il nostro modo. Dopo vent’anni di matrimonio
ciò che sorprende non è poi così tanto
la persona con cui sei ma ritrovare
voi stessi così fuori posto in questa scena, freddo
ma non riesco a uscire senza
calpestare le api, così tante api.
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Sonetto senza titolo sull’equinozio di primavera.
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Non me ne andrò mai da questo inverno
umore e sii un vincitore,
Mi rifiuto, insisto nell’essere più debole
di chiunque altro, vagare
dove sarò, superato il guardiano
e accumulatore seriale, cammino più forte
e più veloce, continuando a insistere, arpista
che sono, riguardo le mie mani fredde e umide
i piedi, anche i miei capelli, inumiditi
e oscurati dalla pioggia. Arginata
resterò su come una grondaia piena di ombre
foglie autunnali, lavate di bianco ma non più scure
di quanto insisto a rimanere mentre cuocio a fuoco lento
la tua presunta estate imminente.
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Amanda allo specchio
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Guance rosa, sopracciglia scure, accigliata
con se stessa come la gente guarda
se stessa nello specchio, come fossimo
i nostri peggiori nemici, provando
una frase tedesca, ein bisschen Hoffnung, a
un po’ di speranza, questa è Amanda, la sera prima
prepara l’esame di tedesco che si conclude con la lettera
che tiene in mano, settimane dopo, la lettera,
settimane dopo, tutti chiedono informazioni
e nessuno sa che è arrivata.
Ha vinto una borsa di studio.
Aveva descritto una Haus rosa-beige,
una casa rosa-beige, che conosce il beige
era la parola per beige e rischiava di usarla
sembra un’ipotesi, intenzionata a catturare
un sogno, i tronchi neri degli alberi, un paesaggio intero
nell’ombra, il senso della luce del sole che cade
altrove, una sensazione umida
in cui ha usato la parola feuchtes – umido –
per mordere, ansiosamente, il sapore della matita.
Ora vede se stessa
guardando ansiosa nello specchio, la sensazione di non essere nessuna parte
evidente della luce del sole nel suo cuore – das Gefühl
des Sonnenlichts, pensa tra sé
con un sorriso che non appare sul suo volto.
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Anna Jackson ha debuttato in AUP New Poets 1 prima di pubblicare sei raccolte con Auckland University Press, tra cui I, Clodia, and Other Portraits (2014). Ha conseguito un DPhil a Oxford ed è ora professore associato di letteratura inglese alla Victoria University of Wellington. Jackson è autrice di Diary Poetics: Form and Style in Writers’ Diaries 1915–1962 (Routledge, 2010) e, con Charles Ferrall, British Juvenile Fiction 1850–1950: The Age of Adolescence (Routledge, 2009).
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, Contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga Di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga Di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita La vita del pastore. Sorge in sul primo albore Move la greggia oltre pel campo, e vede Greggi, fontane ed erbe; Poi stanco si riposa in su la sera: Altro mai non ispera. Dimmi, o luna: a che vale Al pastor la sua vita, La vostra vita a voi? dimmi: ove tende Questo vagar mio breve, Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo, Mezzo vestito e scalzo, Con gravissimo fascio in su le spalle, Per montagna e per valle, Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, Al vento, alla tempesta, e quando avvampa L’ora, e quando poi gela, Corre via, corre, anela, Varca torrenti e stagni, Cade, risorge, e più e più s’affretta, Senza posa o ristoro, Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva Colà dove la via E dove il tanto affaticar fu volto: Abisso orrido, immenso, Ov’ei precipitando, il tutto obblia. Vergine luna, tale E’ la vita mortale.
Nasce l’uomo a fatica, Ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento Per prima cosa; e in sul principio stesso La madre e il genitore Il prende a consolar dell’esser nato. Poi che crescendo viene, L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre Con atti e con parole Studiasi fargli core, E consolarlo dell’umano stato: Altro ufficio più grato Non si fa da parenti alla lor prole. Ma perchè dare al sole, Perchè reggere in vita Chi poi di quella consolar convenga? Se la vita è sventura, Perchè da noi si dura? Intatta luna, tale E’ lo stato mortale. Ma tu mortal non sei, E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina, Che sì pensosa sei, tu forse intendi, Questo viver terreno, Il patir nostro, il sospirar, che sia; Che sia questo morir, questo supremo Scolorar del sembiante, E perir dalla terra, e venir meno Ad ogni usata, amante compagnia. E tu certo comprendi Il perchè delle cose, e vedi il frutto Del mattin, della sera, Del tacito, infinito andar del tempo. Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore Rida la primavera, A chi giovi l’ardore, e che procacci Il verno co’ suoi ghiacci. Mille cose sai tu, mille discopri, Che son celate al semplice pastore. Spesso quand’io ti miro Star così muta in sul deserto piano, Che, in suo giro lontano, al ciel confina; Ovver con la mia greggia Seguirmi viaggiando a mano a mano; E quando miro in cielo arder le stelle; Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo Infinito Seren? che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono? Così meco ragiono: e della stanza Smisurata e superba, E dell’innumerabile famiglia; Poi di tanto adoprar, di tanti moti D’ogni celeste, ogni terrena cosa, Girando senza posa, Per tornar sempre là donde son mosse; Uso alcuno, alcun frutto Indovinar non so. Ma tu per certo, Giovinetta immortal, conosci il tutto. Questo io conosco e sento, Che degli eterni giri, Che dell’esser mio frale, Qualche bene o contento Avrà fors’altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata, Che la miseria tua, credo, non sai! Quanta invidia ti porto! Non sol perchè d’affanno Quasi libera vai; Ch’ogni stento, ogni danno, Ogni estremo timor subito scordi; Ma più perchè giammai tedio non provi. Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe, Tu se’ queta e contenta; E gran parte dell’anno Senza noia consumi in quello stato. Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra, E un fastidio m’ingombra La mente, ed uno spron quasi mi punge Sì che, sedendo, più che mai son lunge Da trovar pace o loco. E pur nulla non bramo, E non ho fino a qui cagion di pianto. Quel che tu goda o quanto, Non so già dir; ma fortunata sei. Ed io godo ancor poco, O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno. Se tu parlar sapessi, io chiederei: Dimmi: perchè giacendo A bell’agio, ozioso, S’appaga ogni animale; Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s’avess’io l’ale Da volar su le nubi, E noverar le stelle ad una ad una, O come il tuono errar di giogo in giogo, Più felice sarei, dolce mia greggia, Più felice sarei, candida luna. O forse erra dal vero, Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero: Forse in qual forma, in quale Stato che sia, dentro covile o cuna, E’ funesto a chi nasce il dì natale.
John Giorno (1936 – 2019)) è stato un poeta statunitense tra i più noti dell’area sperimentale.
Se mi vuoi rendere la vita miserabile, o darmi brutte notizie, butta giù ora, ma se vuoi portare gioia nella mia vita e darmi buone notizie ti voglio parlare, inizia a parlare. Voglio passare lungo corridoi e entrare nei gabinetti dove non sono mai stato, voglio camminare lungo passerelle verso bagni dove non sono mai stato, voglio camminare lungo passerelle verso bagni dove non sono mai stato, il meglio sta accadendo ora, il meglio del meglio sta accadendo ora, l’amore continua. . Prendi quel che vuoi, facciamo qualsiasi cosa e tutto quel che vuoi, troppo non è abbastanza. E a volte, droghe e alcool intontiscono i nervi, intontiscono i nervi, lasciando scorrere libera la naturale chiarezza della mente, come un incidente automobilistico è impossibile non guardare come un incidente automobilistico è impossibile non guardare, nessuna buona azione resta impunita. Voglio strofinarci la faccia sopra e voglio rotolarci dentro voglio strofinarci la faccia sopra e voglio rotolarci dentro voglio strofinarci la faccia sopra a voglio rotolarci dentro, e mangiarne l’odore, e la semplice gioia di nuotare, assoluta beatitudine in fogne abissale fogne assolute e beatitudine abissale, completamente, puro completamente puro completamente puro completamente puro completamente puro, primordialmente puro e vuoto, mangiando il cielo mangiando il cielo mangiando il cielo mangiando il cielo mangiando il cielo, milioni di stelle vengono nel mio cuore, benvenute a casa. Martellando chiodi nell’acciaio con un pugno pieno di acqua, martellando chiodi nell’acciaio con un pugno pieno di acqua, martellando chiodi nell’acciaio con un pugno pieno di acqua; e afferrando una manciata di neve dal fuoco. Tanti anni fa, credevo di poter volare, e forse una volta ho decollato.
Potrebbe accadere che l’io vado a finire in un luogo accessibile solo se da remoto. che diventi un dato. non un dato di fatto preesistente. un dato impalpabile. senza alcun senso preesistente. potrebbe accadere che l’io si costruisca sul niente. che si connette a un estraneo. che si nutra di vuoto. che provi una paura che non ha mai provato. e che si sorprenda ugualmente.
Ben Lerner (1979) è un poeta e scrittore americano.
Accudire con cura Celan nel terminal dell’aeroporto. Ammirare l’abutilon nell’atrio. Questo aggettivo per quell’angoscia. Le pose innaturali del turista addormentato. Ricordate
gli anni ’80? Schiacciavano rewind e la neve rifiutava la terra. Tutti parlavano tedesco, tutti indossavano tenute sportive non taroccate.
Alcuni hanno preso di petto la tua assenza. Altri l’hanno presa da sdraiati. Altri ancora l’hanno presa con latte e zucchero. Solo tua moglie l’ha presa da uomo.
Il mio volo è partito da Danver. Il mio volo sta imbarcando. Il mio volo ora lentamente si sta staccando dal gate.
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da Le figure di Lichtenberg (Tlon, 2017), trad. di Damiano Abeni e Moira Egan
Antonio Sarabia (Città del Messico, 1944 – Lisbona, 2017), narratore e poeta, considerato uno dei più importanti scrittori della moderna letteratura latino americana, ha vissuto tra Parigi, Lisbona e Guadalajara. Tra i suoi romanzi ricordiamo El Alba de la Muerte (1988), con il quale è stato finalista al Premio Internacional Diana Novedades, Amarilis (1991), magistrale affresco del Siglo de Oro spagnolo, e El cielo a dentelladas (2000), pubblicato in Italia con il titolo Le arance amare di Siviglia (Guanda 2003).
Qualcosa spunta in me, qualcosa cresce qui nell’ambito oscuro del corpo, come una sorta d’ombra fitta e dolce che mi risale dentro fino al cervello. È forse un io ancora ignoto che dal mio centro viene verso di me come una mite bestia silenziosa? O è invece una farfalla azzurra che ha fatto il bozzolo fra le alte impalcature delle mie ossa e anela a sbarazzarsi del suo carcere volando come vola il pensiero…?
Di una certa eleganza pur nella scombinata flessuosità con una nobile apertura di quasi un metro per un metro.
Non passò inosservata al giovane giardiniere che non fece niente di meglio se non annaffiarla bene, togliere l’erba intorno.
Senza dubbio degna di meraviglia, il fiore vagamente orientale, baccelli increspati, foglie gualcite, stelo sicuro.
Finché il vecchio giardiniere con tutta la presa che i vecchi hanno sui giovani, l’afferra, la sbarba, ne espone la radice fiacca e goffa. L’età gli ha dato almeno questa certezza.
La getta nel mucchio dei rifiuti sonoramente e senza altre parole sentenzia: erbaccia.
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Bruce Hunter (1952)è un poeta canadese, anche autore di narrativa e saggistica.
Mia madre è pregna porta un pizzico di stazione ferroviaria dentro l’ombelico praticamente da mezz’anno con un e ancora un e persino ancora un caspiterina che stragrande valigia Raccogliendo cosette accanto a nulla alla fine s’è annoiata.
Così come non possiamo sostenere a lungo uno sguardo, neppure possiamo sostenere a lungo l’allegria, la spirale dell’amore, la gratuità del pensiero, la terra sospesa nel canto.
Non possiamo nemmeno sostenere a lungo le proporzioni del silenzio quando qualcosa lo visita. E ancora meno quando niente lo visita.
L’uomo non può sostenere a lungo l’uomo, e neppure quello che non è umano.
E tuttavia può sopportare il peso inesorabile di ciò che non esiste.
Settima poesia verticale, 1982
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Roberto Juarroz (1925 – 1995) è stato un poeta argentino
Tu che non sai tenere nulla tra le mani con la scusa che dentro ci pulsa un cuore hai trovato un pensiero scombinato e ti chiedi: <<quale “lontano” me ne ha parlato?>>
E qui, se mai verrai, l’estate quietamente si sfanno gli obelischi e cattedrali come sortilegi consumano in esilii avventurosi. Prossimi alle scogliere noi parleremo del Sud, dell’Europa, dell’uggia e del campo di tabacco che avanza in bilico tra noi e il mondo
(1953)
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Vittore Fiore (1920 – 1999) è stato un giornalista e scrittore italiano, tra i maggiori protagonisti della cultura e della politica meridionalista italiana.