178a Puntata Il Salotto del Menestrello Letture e conversazioni sulla poesia.
Serata dedicata ai vincitori dell’evento poetico online II Bimestre Marzo Aprile 2024. In studio : Elisabetta Biondi Della Sdriscia, Rita Stanzione, Patrizia Amalfi, Roberto Casati, Alberto Automa e Stefano Baldinu. Conduce : Domenico Faniello.
Lucia Triolo, nella sua poesia “Il ponte della speranza”, ci trasporta in una dimensione metaforica dove il ponte rappresenta non solo un passaggio, ma una vera e propria esperienza di transizione e di introspezione. La costruzione di questo ponte “dai bordi trasparenti” simboleggia la fragilità e la trasparenza del percorso umano, dove vediamo ciò che attraversa – “frustate di luce e tenebra” – ma restiamo ignari delle sue vere origini e destinazioni.
Triolo utilizza immagini potenti e una scelta di parole evocative per dipingere una lotta interiore tra la vita e la morte, il noto e l’ignoto. L’uso di “sguardi d’aquila e lupo” evoca una dualità di visione: l’aquila che può vedere da lontano con chiarezza, e il lupo che introduce un elemento di selvaggio e di mistero. Questi animali, simboli di potere e istinto, enfatizzano il dinamismo del ponte, che è al tempo stesso luogo di passaggio e di osservazione.
Il verso finale, “sbriciola i grumi della morte che di continuo chiede di me e di te”, suggerisce una riflessione sul significato dell’esistenza e sulla inevitabile presenza della morte nelle nostre vite. Il ponte, in questo contesto, diventa un simbolo di speranza, un luogo dove le peggiori paure possono essere affrontate e forse superate.
In conclusione, “Il ponte della speranza” di Lucia Triolo è una poesia intensa e ricca di simbolismo. Attraverso una struttura semplice ma profondamente significativa, la poetessa ci invita a riflettere sui grandi temi dell’esistenza, della mortalità e della speranza. Con una maestria linguistica che tocca il cuore, Triolo riesce a rendere un’immagine quotidiana uno straordinario viaggio emotivo e filosofico.
La poesia di Lucia Triolo, “divinità irascibili”, è una metafora penetrante dell’esistenza umana e della sua ineludibile visibilità agli occhi del destino. La divinità, in questa lirica, assume il ruolo di forza imperiosa e inflessibile, che ricerca tenacemente il soggetto, un punto insignificante così esposto da diventare invisibile.
Triolo esplora il tema dell’insignificanza apparente e della vulnerabilità umana. La metafora delle scarpe rovinate, con suole staccate e tacchi rotti, evoca un’immagine di viaggio faticoso e di percorso di vita dissestato, carico di difficoltà e inevitabili cadute. La condizione umana è resa ancora più precaria dalla mancanza di eredità e riconoscimento; nemmeno i figli o le semplici possessioni sembrano portare il marchio dell’individuo.
In questo scenario, le domande, simboleggiate dalla carta con ali spezzate, non possono più volare ma bruciano in un inferno privo di risposte. Il finale della poesia, con la menzione di un deserto senza lingua, è un potente simbolo di isolamento e incomprensione, che sottolinea l’impossibilità di comunicare o di essere compreso nel vasto vuoto dell’esistenza.
“divinità irascibili” si rivela così una meditazione intensa sul destino, sulla solitudine e sulla ricerca di significato in un mondo che sembra spesso indifferente alle nostre lotte e alle nostre speranze. Triolo ci consegna una lirica che invita a riflettere sulla natura della nostra visibilità e sul nostro posto in un universo che a volte sembra governato da divinità irascibili.
Cognome d’un sogno ricorrente. Essenzialità dello sguardo disorientato dal profilo d’una lunga assenza. Volti addomesticati evocano gestualità inviolate in un infinito centillinato di leggende sfrangiate. Scivolano allusioni e indugi appesi a chiodi di nuvole ideali rilasciando taciti bisbigli nel fiato della mezzanotte contagiato da un pugno di stelle…. @Silvia De Angelis
Nell’emancipazione d’un sogno di femminilità emerge un lembo d’universo in cui schiudere il librare d’un nuovo respiro mediato da un vortice d’amore puro E in quel levigare di dolce scalpitìo nel ventre si rannicchia il frutto prediletto d’un lemma prezioso che adulerà giorni speciali nella tempra vivace da disegnare… @Silvia De Angelis
In quell'intarsio d'aria soffusa s'infrangono fumenti di grigio misti a cigolio di metallo. Uno spicchio di cielo misura quel raggio solitario sospeso a un rallentare di nubi. Ammassati in denso groviglio in un piglio di nuove aperture nella mente e in quei fardelli votati a lacrime represse. Di li' una rondine mesta ingozza cibo per la prole. Inquietudine di sguardi anelanti che indomiti come quel che vola attingono un'andatura confusa . Una lacrima flebile stempera tristi volti che fatica e dolore hanno indurito a pietra. Resta solo un battito indomito risuonante prematuro nel fiotto del neon. @Silvia De Angelis
Annarita Briganti, in “Alda Merini. L’eroina del caos”, ci porta nell’intimo mondo di Alda Merini, una delle più grandi poetesse italiane, esplorando la sua vita travagliata, la sua arte sconvolgente e la sua lotta contro la malattia mentale. Questo ritratto biografico non si limita a narrare eventi, ma tenta di catturare l’essenza di una donna la cui esistenza è stata segnata da un genio poetico indissolubilmente legato al tumulto emotivo e creativo.
Briganti ci presenta una Merini che vive nel caos, lo affronta, e lo trasforma in arte. Con un linguaggio che si fa specchio del suo soggetto, l’autrice dipinge una figura di inestimabile importanza nel panorama letterario, mostrando come la sua poesia emerga dalla disordine come qualcosa di puro, necessario e inevitabile.
Il libro è una narrazione intensa e commovente che, attraverso interviste, aneddoti e analisi, ci fa conoscere la Merini non solo come artista, ma anche come donna, amante, madre e paziente psichiatrica. Ci porta a comprendere che il caos, per Merini, non era soltanto una condizione esistenziale, ma un luogo creativo, una fonte inesauribile di ispirazione.
“Alda Merini. L’eroina del caos” è quindi un viaggio che va oltre la biografia per divenire un’esplorazione della condizione umana, un omaggio a una donna che ha vissuto in bilico tra dolore e bellezza e che ha lasciato un’impronta indelebile nella cultura italiana. Per chiunque sia affascinato dal legame tra creatività e follia, o per chi cerchi di capire come la poesia possa nascere dal più profondo disordine, questo libro è una lettura fondamentale.
“L’altra verità. Diario di una diversa” di Alda Merini è molto più di un diario: è una confessione poetica, un intreccio di ricordi, pensieri e sensazioni che escono dall’anima turbolenta di una delle voci più autentiche e struggenti della letteratura italiana del Novecento.
Merini si spoglia delle convenzioni, rivelando la sua “altra verità”, quella che scava nelle pieghe della diversità, della follia e del dolore, ma anche dell’amore, della passione e della spiritualità. Ogni pagina è un frammento di vita vissuta con intensità bruciante, ogni parola trasuda la sincerità di chi ha fatto della propria esistenza una perenne opera d’arte.
Il libro si presenta come un viaggio nel profondo, dove la Merini si confronta con le proprie ombre, le proprie luci, le istituzioni psichiatriche, la società e la solitudine, il tutto permeato da una poesia che è come un fiume in piena: talvolta dolce, talvolta devastante.
Leggere “L’altra verità” richiede coraggio. È una lettura che non lascia indifferenti, capace di commuovere e di disturbare, di sollevare interrogativi e di offrire, a suo modo, conforto. Non si può uscire indenni dall’incontro con queste pagine, così come non si può rimanere gli stessi dopo aver incrociato lo sguardo della Merini attraverso le sue parole.
Questo diario è un invito a incontrare Alda Merini, la donna, la poetessa, l’eterna “diversa”, che ha vissuto la vita con la passione di chi sa che l’arte è l’unico vero antidoto contro l’incomunicabilità dell’esistenza.
“L’altra verità. Diario di una diversa” non è un libro da leggere, è un libro da vivere. Ogni frase vi trascinerà in un mondo dove poesia e realtà danzano insieme, senza mai lasciarsi.