Indifferente fino allo strazio Indugia nella sua presenza, fa soffrire Noncurante delle rose che avvizziscono Indiferente agli uccelli che si dissetano nei suoi stagni.
Adiaforo, virtù che gli apparteneva Nella premura essenziale di cosa vivente Ma la sua , non è reità a vivere, schernito Dall’uomo ignorante, ingenuo. Il suo è affranto, le sue lacrime versa addosso di qualcun altro fino ad allagare le anime.
Non l’ho meritiamo, no: avevi la possibilità di occupare il tuo posto nel Olimpo, ma hai preferito esserci amico… hai rubato il fuoco sacro! L’ho hai fatto per noi… eri troppo buono nei nostri confronti, esseri mortali che non siamo in grado di apprezzare nulla:
Nulla; s’intende, tutte le ricchezze che avevamo davanti ai nostri occhi, ma siamo cechi, non siamo sazi ancora, bramosia che non è altro, siamo voraci e non ci ferma nessuno.
Famelici di cosa? Possedevamo tutto! Pure il fuoco divino ci hai ! Ma, non è bastato… forse ti chiederai, perché. Forse sarai amareggiato e anche ravedutto
Ci aveva anche donato un fuoco interiore, dell’arte, della creatività, di osare, avevamo, tutte le sue espressioni, simbolo dell’esenza dell’anima, senza di lei non è possibile andare avanti. Non abbiamo imparato nemmeno l’arte di vivere insieme, convivere!
L’essere umano, cerca sempre qualcuno a cui dare le colpe e il fuoco, quel fuoco ch’era venerato da te, l’abbiamo trasformato in qualcosa di raccapricciante.
Prometeo, potevi scegliere diversamente, ma anche tu ci sei cascato e noi, miseri uomini ti abbiamo tradito.
Arrivare a mercoledì per me e tutto un traguardo, con tanto di medaglia. Finire la settimana è ben altro discorso, ogni stramaledetto venerdì, mi accingo mentalmente ad ascoltare ‘Chariots of Fire’ e là, lontano, vedo il mio di nastro. Non è semplice fare come se la mia vita fosse ‘normale’ perché semplicemente non lo è. Ma come Frida, vado avanti, come posso.
Da fridalaloka.com
In ogni suo singolo scatto, quello che colpisce di più non è il suo aspetto ( per tanti canoni), trascurato, soppraciglie folte, baffi ben allineati.
Almeno per quanto mi riguarda, proprio il suo sguardo, gagliardo, sicuro, diritto alla lente, senza ripensamenti, con un bagaglio d’accettazione che io non possiedo, uno sguardo decisamente di sfida. Il mento in su, sventolando veste di colori variopinti e importanti orecchini d’ogni genere, pure un paio che raffigurano delle mani, regalatole da Picasso, quando si son conosciuti in una delle tante tertulie occasionali chissà, a parlare di politica e forse d’arte.
By fridalaloka.com
Se guardo addietro, vedo in me quella gagliardia che oggi credo di aver perso, mentre che, paradossalmente proprio dopo i suoi peggiori anni della vita, Frida ha saputo risollevarsi, da sola. Lei con al suo fianco la sua inseparabile ombra, fedele, forse l’unica.
Domenica notte, arrivò al giornale ” La Nación ” questo poema, consegnato alla posta di Mar del Plata. La busta conteneva niente altro che l’originale di quella che sarebbe stata la sua collaborazione postuma.
Denti di fiori, cuffia di rugiada, mani d'erba, Tu, delicata nutrice, preparami i sabbiosi lenzuoli e la trapunta da muschio diserbata.
Vado a dormire, mia nutrice, stendimi. Poggia una lampada alla testata; una costellazione; quella che preferisci; tutte sono buone, abbassala un po'. Lasciami sola: senti il germogliare... Ti culla un celeste piede dall'alto e un uccello ti traccia il tempo musicale
per dimenticare... Grazie...Ah, un incarico: Se lui, chiama ancora; digli di non insistere, che sono andata...
ALFONSINA STORNI
immagine da Wikiquote.
Breve Biografia:
Poetessa argentina di origini ticinesi, nasce nel 1892, e alla età di quattro anni, la sua famiglia si trasferisce in Argentina.
Per un certo periodo di tempo vivono a San Juan e poi a Rosario, città in cui la famiglia decide di spostarsi, cercando nuove opportunità. Alfonsina inizia a lavorare presto. Da lì a poco muore suo padre. Svolge diversi mestieri: serve ai tavoli del bar di famiglia, fa la sarta, lavora come attrice in una compagnia teatrale cimentandosi in diversi ruoli. Compie gli studi magistrali per insegnare in campagna e all’età di diciotto anni è già maestra; inoltre, collabora con le riviste Mundo Rosarino e Monas y Monadas e con tan solo diciannove anni diventa vicepresidente del Comitato Femminista di Santa Fé.
A vent’anni resta incinta, da un’uomo sposato e personaggio importante della città, allora Alfonsina decide di trasferirsi a Buenos Aires, nascerà nel 1912 il suo unico figlio, Alejandro Alfonso Storni.
A questo punto si ritrova, sola e ragazza madre, spinta da questa sua situazione, si arruola in diverse professioni.
Ed è in questo momento dove inizia a scrivere, e ci riesce; il suo primo libro, La inquietud del rosal (1916), che suscita un clamoroso scandalo nella società argentina, in conseguenza è costretta a lasciare il lavoro.
Alfonsina torna a insegnare in una scuola elementare, mentre inaugura la sezione “Feminidades” del giornale La Nota; usa questo spazio per portare avanti una lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Nel 1918 pubblica il suo secondo libro, El dulce daño (1918), a cui segue Irremediablemente (2) (1919).
Scrisse poesie profonde ed é riuscita a tener testa ad un mondo molto maschile, senza mai scendere a patti o compromessi.
ln effetti scegliere di essere madre single negli anni Venti non è stato uno scherzo.
È stata una donna forte, con tutta una propria natura e decisa in ogni suo impegno in un ambiente culturale di Buenos Aires negli anni Venti, molto attivo, pieno di fervore; scrittori, cinema, teatri, riviste e giornali che crescevano a dismisura.
Per certi versi moderna, Alfonsina Storni è stata in grado di capire che la lotta per l’emancipazione femminile doveva passare attraverso una parità di genere, una problematica di tipo sociale. Non solo poter scrivere per riviste importanti.
Malata e senza molto da vivere. Prende la sua ultima decisone, un vero atto di posanzza, anzicchè aspettare il corso dell’inevitabile.
Ariel Ramirez e Felix Luna, autori noncchè connazionali, la ommaggiarono, componendo la canzone “Alfonsina y el mar”
dove raccontano la storia del suicidio avvenuto nel Mar del Plata. Parla di una donna sola, angosciata, che sceglie una morte dolce, consapevole. Melodia tenera a tratti drammatici, suscita compassione che, purtroppo ò difficile rendere nell’italiano.
Nella realtà, Alfonsina aveva passato l’ultima notte in un albergo, l’ho aveva lasciato all’alba per dirigersi a piedi, in mare prima però, aveva mandato un messaggio a suo figlio e una poesia di commiato ad un giornale perché la pubblicassero.
Non c’è due senza tre, il cielo è cuppo, grigio e io sono qui ad aspettare la benedizione da la su. Qualcuno porti un pò di pietās, non solo in confronto di questo bene prezioso, guerra, violenza, terremoti, menefreghismo, egoísmo e potrei andare all’infinito come l’uomo privo di rasocinio ed avidità.
Eccomi, sdraiata in un ” lettino”… con qualche differenza, sulla mia testa non c’è l’ombrellone, bensì un odioso e noioso soffitto, puzza d’alcool mi rasserena (un pò soltanto).
Da Frida
Non indosso costume di bagno e non porto con me, borsa con attrezzi di spiaggia. In questo caso, non avrò la possibilità di mettere quei meravigliosi camici molto snellenti che ti fanno sentire una diva. Menomale che il sole non c’è manco attraverso la finestra, visto che siamo tutti inguainati con mascherina, cuffietta e vista la vicina probabilmente anch’io godrò del manto velato usa e getta. Pure ho l’aria accessa, cosa chiedere di più!!! Lucano, no, grazie; gradirei vista l’ora un aperipasto accompagnato con un rinfrescante Campari o Pinot grigio, mi accontenterei.