Secondo lancio poetico di Ivan Pozzoni

LE RIFORME DELLA PORNOATTRICE SVIZZERA EVA SCHLEIN

Da ex militante della Lega Lombarda segnalo al PD riforme lontane da Fonzie/Renzi:

1.Suffragio universale, a scrutinio di lista proporzionale, con voto ed eleggibilità alle donne;

2.L’abolizione del Senato, la duplicazione dei deficienti è vietata da una lettera di Paolo ai Corinzi;

3.La convocazione di una Assemblea Nazionale Costituente, che ci eviti il reiterato uso di madonne;

4.La creazione di C.N.T. del lavoro, dell’industria, dei trasporti, delle comunicazioni;

5.La decretinizzazione che sancisca, a tutti i lavoratori, un minimo salariale/orario nelle retribuzioni.

La sinistra non riesce a criticare il mio progetto di riforma, incriminata nelle Marche e a Milano:

6.Il riconoscimento, senza nessuna obiezione, del minimo livello salariale del lavoratore;

7.L’affidamento alle organizzazioni di lavoratori della gestione di servizi, stile Vespasiano;

8.La sistemazione dei contratti ferrovieri e dei trasporti, coi dipartimenti infrastrutture;

9.La riforma di assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia abbassando il limite di età;

10.La nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi, in modo da fermare le vendite a Israele/Russia;

11.Il riconoscimento di una politica estera nazionale intesa ad incrementare la solidarietà;

12.L’introduzione di una forte imposta sul capitale, a carattere progressivo, una nuova tassa.

Schlein, svizzera e USA, dopo essere stata cacciata, a calci in culo, hai sfruttato la tri-cittadinanza:

13.II sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose, no tax, no vax, no child-sex;

14.La revisione dei contratti di forniture belliche, con tassazione 85% e intervento della GDF.

Queste riforme ci aiuteranno a sconfiggere i neo-fascisti di Fratelli d’Italia, con un mix

in modo che Linguaglossa, non volendo nutrire le anatre al laghetto, smetta di romperti i cojoni,

*

Secondo lancio poetico di Ivan Pozzoni

siccome la left-anarchy italiana, 1/10 FAI, nessuno sbocco nella camorra sinistroide dei maneggioni,

il PD, disastrosamente minoritario, si accorga, nel frattempo che l’aratro non abbia tracciato il solco

che i suoi ultimi progetti di riforma sono identici ai progetti mussoliniani di Santo Sepolcro.

Primo lancio poetico di Ivan Pozzoni

Commento di Gianni Priano sul tardomodernismo letterario

Cominciamo con il dire che quello che ti prendi è un plauso e mica un plausetto, un plausino ma un plauso-plauso. Noi non ci conosciamo, mi hai mandato il PDF di Kolektivne Nseae, tutto maiuscolo, però. Non come l’ho scritto io […] Madonna. Te sei uno che trabocca, come quando traboccano i vasi, quelli dei gerani e quelli sanguigni. Hai mille cose da dire e non ti ferma nessuno. Sti lettori, critici, italianisti, cattedratici disabituati all’ascolto ti prendono la pelle. Siccome vali molto il fatto che passino e vadano ti fa imbestialire. Anche se, a un certo punto, dici: alt. E fai entrare nella questione due ballerini salvavita, un ballerino e una ballerina: il surrealismo e l’ironia. Surrealismo forse non è il nome giusto, è un nomignolo. Invece ironia il suo nome è proprio questo qui. Sei critico, sei poeta. Dentro hai un fanciullino gigante. C’è chi ha l’io gigante. Tu hai gigante il fanciullino. Sei un uomo- scrittura. Mi fai un po’ venire in mente Manganelli ma forse Manganelli non c’entra niente. Caro Ivan, te, secondo me, qualcuno ti adora, qualcuno ti rispetta e a molti sei antipatico. Perchè sai troppe cose. La gente non sopporta chi sa le cose che loro non sanno. Dice la gente: te la tiri. Dice la gente: e basta. Oppure: taglia. Ma questa insofferenza mica viene da Mimì Metallurgico, macché. Viene dai prof, a partire dalle medie fino all’università. E viene dai linguisti. E qualche volta anche dagli scrittori, poeti o narratori scegli tu. Sarà dura, Ivan. Non perché hai pochi numeri. Di numeri ne hai mille. Ma portarseli addosso, tutti questi numeri è una sudataccia.

*

Primo lancio poetico di Ivan Pozzoni

Nel giorno della disfatta di Alfredo De Palchi

Alfredo De Palchi (1926–2020) è stato un poeta italiano, nato a Verona e trasferitosi negli Stati Uniti negli anni Cinquanta. Segnata dall’esperienza del carcere nel dopoguerra, la sua poesia è aspra e radicale, centrata su corpo, violenza e memoria. Negli USA fu anche editore e animatore culturale, fondando la casa editrice Chelsea Editions e promuovendo la poesia italiana all’estero.

Nel giorno della disfatta cerco la verità
sono il campo vinto
ragazzo armato di ferite
il suolo calpestato
idolo d’argilla
il pane della discordia
la trave nell’occhio
la fionda che punta il mondo
scroscio d’oro del gallo
nel giorno della disfatta trovo la verità

*

da “La buia danza di scorpione 1947 – 1951”

Nel giorno della disfatta di Alfredo De Palchi

Nel gelo del disamore di Giorgio Caproni

Giorgio Caproni (Livorno, 7 gennaio 1912 – Roma, 22 gennaio 1990) poeta, critico letterario e traduttore.

Nel gelo del disamore…

senza asinello né bue…

Quanti, con le stesse sue

fragili membra, quanti

suoi simili, in tremore,

nascono ogni giorno in questa

Terra guasta!…

.

Soli

e indifesi, non basta

a salvarli il candore

del sorriso.

.

La Bestia

è spietata. Spietato

l’Erode ch’è in tutti noi.

.

Vedi tu, che puoi

avere ascolto. Vedi

almeno tu, in nome

del piccolo Salvatore

cui, così ardentemente, credi

d’invocare per loro

un grano di carità.

.

A che mai serve il pianto

– posticcio – del poeta?

.

Meno che a nulla. È soltanto

fatuo orpello. È viltà.

*

Nel gelo del disamore di Giorgio Caproni

Preghiera di Natale di Salvador Espriu

Salvador Espriu (1913–1985) è stato uno dei più importanti poeti e drammaturghi catalani del XX secolo. Nato a Santa Coloma de Farners, visse a lungo a Barcellona, dove studiò Lettere e Giurisprudenza. La sua opera esplora temi come la memoria, la morte, l’identità e il destino collettivo della Catalogna. Tra le sue raccolte più celebri vi sono Cementiri de Sinera e La pell de brau. Con uno stile colto e simbolico, è considerato un ponte tra tradizione classica e modernità poetica.

Guarda come vengo attraverso la notte
dalla mia gente, dal mondo, senza canti
né sogni ormai, con le mani completamente vuote:
ti porto solo il mio grande grido.

Bambino addormentato, non hai sentito?
Svegliati con me, guidami attraverso la paura
di un vagabondo, questo dolore
di occhi ciechi nella notte.

*

Preghiera di Natale di Salvador Espriu

Senza tempo di Billy Collins

Billy Collins (1941) è un poeta statunitense noto per uno stile chiaro, ironico e accessibile.
È stato Poeta Laureato degli Stati Uniti dal 2001 al 2003, contribuendo a diffondere la poesia al grande pubblico.
Ha insegnato letteratura al Lehman College e ha pubblicato numerose raccolte di successo.

Di corsa, in questa mattina di un giorno feriale,
do un colpo di clacson mentre passo accanto al cimitero
dove sono sepolti i miei genitori
uno accanto all’altro, sotto una lastra liscia di granito.
Poi, per tutto il giorno, penso a lui che si tira su
e mi lancia un’occhiata
di familiare disapprovazione,
mentre mia madre, con calma, gli dice di rimettersi giù.

*

Senza tempo di Billy Collins

Il Lonfo di Fosco Maraini

Fosco Maraini (1912–2004) è stato un orientalista, antropologo, alpinista e scrittore italiano.
Ha studiato e raccontato a lungo il Giappone e l’Asia, unendo rigore scientifico e grande sensibilità letteraria. È noto anche per i suoi libri di viaggio e per essere il padre della scrittrice Dacia Maraini.

Il Lonfo non vaterca né gluisce

e molto raramente barigatta,

ma quando soffia il bego a bisce bisce

sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.

È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna

arrafferia malversa e sofolenta!

Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna

se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto

che bete e zugghia e fonca nei trombazzi

fa lègica busìa, fa gisbuto;

e quasi quasi in segno di sberdazzi

gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto

t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

*

Il Lonfo di Fosco Maraini

lucia triolo: città liquida

Nella città vive un’ attesa liquida
e la conosco.
Anche la città è liquida:
si perde in trasparenze
tra rami spogli. 
Gocce si posano sulle labbra socchiuse
da lì nascono alberi e case.

Mai stati uomini,

solo un’attesa a stellarsi in speranza
a modularsi in memoria
Finestrelle di abbandono nel muoversi
delle mani che ha la gente.

Spiragli di risvegli nel roteare degli occhi.
negli sguardi socchiusi indagatori
Pensieri a perdersi nelle parole regalate e nei silenzi
quando si accaniscono tra i denti.
Tutto è sospeso nell’istante!

E quest’attesa non è balorda, 
non ha rubato le chiavi del cancello dell’orto
Non mangia a sbafo.
Fa il pelo e il contropelo a prudenze imbroglione e calcolati rischi

E’ attesa vera,
come vera è la polvere di quel mucchietto d’ore
che tenevo lì sul cassettone

Umanità di Delfin Prats

Delfín Prats Pupo è un poeta e traduttore cubano nato il 14 dicembre 1945 a La Cuaba, nella provincia di Holguín, noto per la sua voce poetica raffinata e l’uso singolare della metafora.

C’è un luogo chiamato umanità,
un bosco umido dopo la tempesta,
dove il sole abbandona il frastuono del combattimento;
una fonte, un ruscello, una mattina aperta dal paese
che va verso i campi in groppa a un asinello.

C’è un amore diverso, un volto che ci guarda da vicino,
chiede della nuova stagione della semina
e inventa un tempo diverso per il canto,
un bisogno di rifare ogni cosa da capo,
anche le più semplici:
lavarsi al mattino, cullare il bambino quando piange,
o inchiodare la cassa del nonno,
sorridere quando qualcuno ci chiede
il perché della povertà dell’estate e, senza parlare,
andare nel bosco a prendere legna per ravvivare il fuoco.

C’è un posto sereno, ritrovato e dolce,
un luogo chiamato umanità.

*

Umanità di Delfin Prats

Prego per la poesia (per Andrea Zanzotto) di Antonio Porta

Antonio Porta (1935 – 1989), pseudonimo di Leo Paolazzi, è stato uno scrittore, poeta e critico letterario italiano.

Prego che la poesia
forte e pietrificata
in passato e futuro
voglia sgorgare adesso liquida
musica su da un pozzo inesauribile
(fin che l’uomo abiti la terra)
e questo scorrere sorgivo e antico
passa dal filtro mio
ma è poi di tutti,
insieme ci mettiamo in ascolto.

Da Yellow, Mondadori.

*

Prego che la poesia (per Andrea Zanzotto) di Antonio Porta

Si cammina sul filo degli anni di Diego Valeri

Diego Valeri (1887 – 1976) è stato un poeta italiano noto per le sue opere che esplorano la natura e l’esperienza umana, con una particolare attenzione ai temi della vita e della morte.

Si cammina sul filo degli anni

da esperti funamboli.

È un difficile andare ma si va.

E intanto il mondo, attorno,

muta faccia e colore. Senza posa

ogni creata cosa

in poco d’ora ci diventa strana.

E con le cose ci mutiamo noi,

d’oggi in domani.

Solo sta fermo nel fondo di noi

quel nostro tempo primo,

l’infanzia, all’ombra della madre,

sotto il crocifisso piccolo di avorio.

*

Si cammina sul filo degli anni di Diego Valeri

Questa stanza di John Ashbery

John Lawrence Ashbery, (1927 – 2017) è stato un poeta statunitense. Una sua corposa antologia è stata pubblicata in Italia nel 2008 da Luca Sossella Editore, con il titolo Un mondo che non può essere migliore e la traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan. 

This Room

The room I entered was a dream of this room.
Surely all those feet on the sofa were mine.
The oval portrait
of a dog was me at an early age.
Something shimmers, something is hushed up.
We had macaroni for lunch every day
except Sunday, when a small quail was induced
to be served to us. Why do I tell you these things?
You are not even here.

Questa stanza

La stanza in cui entrai era il sogno di questa stanza.
Certo tutti quei piedi sul sofà erano miei.
Il ritratto ovale
di un cane ero io in piú tenera età.
Qualcosa riluce, qualcosa viene azzittito.
A pranzo mangiavamo pastasciutta tutti i giorni
tranne la domenica, quando una quaglia veniva indotta
a esserci servita. Perché ti dico questo?
Nemmeno sei qui.

*

da Shadow Train [Treno ombra], 1981

Questa stanza di John Ashbery

Il Palombaro di Corrado Govoni

Il palombaro è una poesia visiva di Corrado Govoni ed appartiene alla raccolta Rarefazioni e parole in libertà (1915).

alghe vermi verdi

cordone ombelicale
lunga lenza

burattino per il teatro muto dei pesci
acrobata profondo
spauracchio

becchino mascherato che ruba cadaveri di annegati

uomo pneumatico
assassino ermetico

accetta boia sottomarino

attinia

ceppo insanguinato dove lasciarono i capelli serpini le sirene decapitate

innaffiatoio
incudine

oloturia
sacco verminoso di conciaiuolo

primavera metallizzata dei coralli

ostriche cofani di sputi e di perle

medusa
ombrello di mendicanti
giostra fosforescente di cavallucci marini

cavallino indomabile
esca

stella carnivora…

*

Il palombaro di Corrado Govoni

Il devoto di José Watanabe

José Watanabe (1946–2007) è stato un poeta peruviano di origini giapponesi e andine. La sua poesia unisce semplicità e profondità, spesso ispirata dalla natura e dalla saggezza orientale. È considerato una delle voci più originali della poesia latinoamericana contemporanea.

In questa profonda
volta di cattedrale, ieratici
come una triste squadra di stuccatori,
i santi attendono il restauratore.
Su un altare dopo l’altro,
si sono deteriorati, attaccati da mosche,
tarme e abusi
di fede.
Qui non sono più San Francesco, San Valentino, San Giuda –
chiunque è chiunque –
grumi umani, sfigurati e senza nome, in attesa
del vecchio restauratore
morto da tempo.
Questi santi anonimi
che furono pregati, celebrati, contemplati
con infinita devozione,
ora sono i miei santi. Qui sono l’unico fedele e il prelato.
Mi inginocchio davanti a loro
e prego con più solidarietà che fede.

*

Il devoto di José Watanabe

Alla deriva di Salvatore Toma

Salvatore Toma nasce l’11 maggio 1951 a Maglie, in provincia di Lecce. Inizia a scrivere fin da giovanissimo, pubblicando le sue prime raccolte con case editrici minori. Negli anni Ottanta la sua poesia inizia a circolare presso un pubblico più esteso grazie all’interessamento di Maria Corti che, dopo averne promosso la pubblicazione su «Alfabeta», curerà l’antologia Canzoniere della morte, uscita postuma nel 1999, divenendo rapidamente un caso letterario. Muore a trentacinque anni, il 17 marzo del 1987, probabilmente a causa della cirrosi epatica. Nel 2020 Musicaos ha pubblicato il volume Poesie (1970-1983) in cui si raccolgono le sei opere poetiche edite in vita: Poesie. «Prime rondini» (1970), Ad esempio una vacanza (a Babi) (1972), Poesie scelte (1977), Un anno in sospeso (1979), Ancóra un anno (1981), Forse ci siamo (1983).

Alla deriva

c’è soprattutto il mare

il mare vero

l’annientante malinconia

delle alghe morte

alla deriva

ci sono sogni della sera

le ultime voci

dei fondali profondi.

Non posso esser vivo

e ricordare i morti

non voglio esser vivo

se devo ricordare i morti

da vivo non si vive

se ci accompagnano i morti

e l’ossessione della loro

esistenza.

Alla deriva

c’è invece il mare

il mare aperto infinito

alla deriva

c’è finalmente la vita

filtrata digerita

c’è la leggerezza

del corpo vuoto.

Alba ad Atene di Marco Antonio Campos

Marco Antonio Campos (nato nel 1949 a Città del Messico) è un poeta, narratore, saggista e traduttore messicano. Le sue opere esplorano temi di memoria, amore e perdita, con uno stile lirico e riflessivo. Ha ricevuto numerosi premi letterari e tradotto importanti poeti europei, tra cui Baudelaire e Rimbaud.

La notte scorsa, nel giardino dei sogni,
ti ho visto:
eri nelle rovine e negli archi

Oggi, quando mi sono svegliato,
ho guardato fuori dalla finestra
e tra le rovine e gli archi
c’era una fontana
di uccelli.

*

Alba ad Atene di Marco Antonio Campos

Ben in fondo di Paulo Leminski (traduzione di Emilio Capaccio)

Paulo Leminski (Curitiba, 1944–1989) è stato un poeta, scrittore e traduttore brasiliano, figura di spicco dell’avanguardia poetica degli anni ’70.
Influenzato dal concretismo e dalla cultura pop, ha saputo unire rigore formale, umorismo e sperimentazione linguistica.
La sua produzione, intensa e multiforme, continua a esercitare un forte impatto sulla poesia contemporanea brasiliana.

In fondo, in fondo

ben in fondo,

vorremmo

vedere i nostri problemi

risolti per decreto

.

a partire da tale data,

quel malessere senza rimedio

sarebbe considerato nullo

e su di esso — silenzio perpetuo

.

estinto per legge ogni rimorso,

maledetto chi guarderà indietro,

lì dietro non c’è niente

più niente

.

ma i problemi non si risolvono

i problemi hanno una famiglia grande,

e la domenica

escono tutti a passeggio

il problema, la sua signora

e gli altri piccoli problemini.

*

Ben in fondo di Paulo Leminski (traduzione di Emilio Capaccio)

lucia triolo: tu vegli

tu vegli
nella grande apertura del tuo sguardo 
ogni tanto
capita di aver qualcosa
da dire al giorno

qualcosa di notturno
si incaglia mentre sceglie 
il tono: 

mai credere del tutto
in quel che pensi
nella grande apertura dello sguardo,
mai pensarlo sul serio

non addurre a pretesto la veglia:
c’è un segreto caldo 
nella notte

la lingua di partenza della veglia
non è la lingua di arrivo nel giorno  

Ce n’è uno che ha i miei occhi di Elisa Biagini

Autrice tradotta all’estero, Elisa Biagini ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e ha portato nella poesia italiana un respiro internazionale. I suoi versi sono scarnificati, intensi, quasi tattili. Libri come Nel bosco e Da una crepa parlano di assenze, distanze, maternità. Insegna scrittura e continua a formare nuove generazioni di autrici.

C’è uno che ha i miei occhi

li strizza come spugna dopo

i piatti, li tira come lenzuoli,

li incastra a fermare le porte

e da qui ogni passaggio

è amaro, come di un vento

che ti soffia dritto in bocca.

Es ist einer, der hat meine Augen

*

Ce n’è uno che ha i miei occhi di Elisa Biagini

Alba viola con fabbriche di Joan Vinyoli

Joan Vinyoli (1914 – 1984) è stato un poeta spagnolo. Autodidatta, ha iniziato a lavorare a 16 anni nell’editoria e ha pubblicato il suo primo libro di poesie, Primer desenllaç, nel 1937. La sua opera si distingue per una evoluzione dal simbolismo e dal romanticismo tedesco a una poesia di tono più realistico-esistenziale: ricorrenti nei suoi versi sono la memoria, il tempo che fugge e l’indagine interiore.

Morire, dormire,

non so come affrontare il giorno nuovo

Giornata fredda

moncone viola, io senza appetito,

con la pipa che pende dalla mia bocca da pescatore arreso.

Ci vuole molto coraggio

ad affrontare un

un’ora fragile che si alza.

Di tutti, il primo, il più difficile,

che poi ci ci abitueremo.

.

Al mercato delle macchine: abbiamo visto

la giornata a pezzi, ogni tavola asciutta,

dalle montagne viene pallore;

lo prendiamo,

lo mettiamo sulle spalle

Non importa quanto siano larghe, tanto

da resistere al peso

che poi passa sopra di noi.

*

Alba viola con fabbriche di Joan Vinyoli

lucia triolo: cercavi forse i poeti?

Verità,
chi volevi rendere felice
con quella tua promessa
tra ingenuità e furbizia?

tieni insieme 
il senso e il non senso
nella casa 
quella di sempre piena d’ ombra,
quella dietro il tempo

e noi sempre diversi
dalla mattina alla sera a giocare
col tempo e a non capirlo

chi ti guarda
conosce la lingua dell’ iniquità
la nostra e quella dei nostri padri 
ne prende nota 
giorno per giorno.

Ma tu
cercavi forse i poeti? 

Città Zero di Angel Gonzàles

Ángel González (1925–2008) è stato un importante poeta spagnolo appartenente alla Generación del 50, noto per una poesia civile, ironica e profondamente umana.
Nato a Oviedo, visse la Guerra Civile da bambino e trasformò quell’esperienza in una voce poetica lucida e solidale.
Dal 1970 visse a lungo negli Stati Uniti come professore universitario, continuando a pubblicare opere fondamentali per la poesia contemporanea spagnola.

Una rivoluzione.
Poi una guerra.
In quei due anni, che erano
un quinto della mia vita,
avevo già sperimentato sensazioni diverse.
Ho immaginato più tardi
cosa significhi combattere da uomo.
Ma da bambino,
per me la guerra era semplicemente:
lezioni sospese,
Isabelita in mutande in cantina,
cimiteri di automobili ,
appartamenti abbandonati, fame indefinibile,
sangue trovato
per terra o sui selciati della strada,
un terrore che durava
quanto il fragile rumore del vetro
dopo un’esplosione,
e il dolore quasi incomprensibile
degli adulti,
le loro lacrime, la loro paura,
la loro rabbia soffocata,
che, attraverso una fessura,
entrava nella mia anima
solo per svanire poco dopo,
davanti a una delle tante
meraviglie quotidiane: il ritrovamento
di un proiettile ancora caldo,
l’incendio
di un edificio vicino,
i resti di un saccheggio,
carte e ritratti
in mezzo alla strada…
Tutto passò,
tutto è sfocato ora, tutto
tranne ciò che a malapena percepii
allora
e che, anni dopo,
riaffiorò dentro me, per sempre:
questa paura diffusa,
questa rabbia improvvisa,
questi imprevedibili
e genuini impulsi a piangere.

*

Città Zero di Angel Gonzàles

Il fidanzamento di Guillaume Apollinaire

Non ho più nemmeno compassione di me

E non so come esprimere il tormento del mio silenzio

Tutte le parole che avevo da dire si sono mutate in stelle

Un Icaro tenta di alzarsi fino ai miei occhi

E portatore di soli ardo al centro di due nebulose

Che cosa ho fatto alle bestie teologali dell’intelligenza

In passato i morti riapparvero per adorarmi

E io speravo la fine del mondo

Ma arriva la mia col sibilo d’un uragano

Ho avuto il coraggio di guardare indietro

I cadaveri dei miei giorni

Segnano la mia strada e li piango

Alcuni si putrefanno nelle chiese italiane

O in boschetti di limoni

Che fioriscono e insieme fruttificano

In ogni stagione

Altri giorni hanno pianto prima di morire in taverne

Dove fiori di fuoco rotavano

Negli occhi d’una mulatta inventrice della poesia

E le rose dell’elettricità s’aprono ancora

Nel giardino della mia memoria

Osservo il riposo domenicale

E lodo la pigrizia

Come come ridurre

L’infinitamente piccola scienza

Che m’impongono i sensi

Uno è simile alle montagne al cielo

Alle città al mio amore

Somiglia alle stagioni

Vive decapitato la sua testa è il sole

E la luna il suo collo mozzato

Vorrei provare un ardore infinito

Mostro del mio udito tu ruggisci e piangi

li tuono ti fa da chioma

E i tuoi artigli ripetono il canto degli uccelli

li tatto mostruoso m’ha penetrato m’avvelena

I miei occhi nuotano lontano da me

E gli astri intatti sono i miei àrbitri senza prova

La bestia dei fumi ha la testa fiorita

E il mostro più bello si desola

Nel suo sapore d’alloro

Alla svolta d’una via vidi dei marinai

Che a collo nudo ballavano al suono d’una fisarmonica

Ho regalato tutto al sole

Tutto meno la mia ombra

Le draghe le mercanzie le sirene mezzemorte

Sprofondavano nella bruma dell’orizzonte i trealberi

I venti spirarono coronati d’anemoni

O Vergine segno puro del terzo mese.

*

(a Picasso)

Il fidanzamento di Guillaume Apollinaire

La perdita di Adonis

Adonis, pseudonimo di Ali Ahmad Said Esber (nato nel 1930 in Siria), è uno dei più importanti poeti e saggisti del mondo arabo contemporaneo. Innovatore del linguaggio poetico arabo, ha unito tradizione e modernità attraverso una profonda riflessione sulla cultura e sull’identità. Esule in Libano e poi a Parigi, la sua opera esplora il rapporto tra poesia, libertà e spiritualità.

Perso, getto la mia faccia nella polvere,
e al mattino
la getto nella follia.
I miei occhi sono d’erba e di fuoco.
I miei occhi sono bandiere ed emigranti.

Perso, getto la faccia nella polvere
e nel mattino.
Sono nato alla fine della strada. Grido.
E lascio che la strada e la polvere gridino con me.

Quanto è bello che il mio volto, o Dio,
si perda in me! Quanto è bello che
io sia perduto, pieno di fuoco!
O tomba! O mia fine
all’inizio della primavera!

*

La perdita di Adonis