ER VICOLETTO (vernacolo), di Silvia De Angelis


Ne li paraggi de Piazza Navona
se trova ‘n’vicoletto niscosto
‘ndo nun ce batte mai
nimmanco er zole
Eppure tiene ‘n’fascino
a di’ poco eccezzionale
pe’ queli barconcini de fero
‘nfiorati de geranei
che cascheno giù
senza er paracadute
e coloreno de vivacità
sta via ‘ngusta
che bisogna annalla a cercà
pe’ quanto è stretta
‘N poveraccio senza casa
cià steso ‘n’cartone
pe’ dormicce senza rotture
‘ndove ‘a gente bbene
nun se sogna de mette er piede
frastornata da li borghi accurturati e ricchi
‘ndo je sembra de sentisse più granne
@Silvia De Angelis

TRADUZIONE
Vicino a Piazza Navona
si trova un vicoletto nascosto
ove non batte mai
ne anche il sole
Eppure ha un fascino
a dire poco eccezionale
per quei balconcini di ferro
ornati dai geranei
che scendono giù
senza il paracadute
e colorano di vivacità
questa via piccola
che bisogna cercare
per quanto è stretta
Un poveretto senza casa
vi ha steso un cartone
per dormirvi indisturbato
E lì la gente per bene
non ci va proprio
frastornata dalle vie tradizionali e ricche
dove ha l’impressione di sentirsi più importante


L’ASCOLTO, di Silvia De Angelis

Specchietti scoloriti scandiscono 
sciami di luce sottobosco
in senso labile mimato dal
rincorrersi di tornanti già esplorati.
La voce in cascata nel calpestio
d’un tono roco idealizza omissioni
e doppi sensi d’un legame remoto.
Un fragile esito di sole
emisfero incorporeo su caduta
della notte tracima ricordi
distesi di pelle prima d’un plagio
di bocca.
Un promontorio scarlatto copre
orme insistenti d’animo sul ciglio
d’un blu immenso che muto aspetta
un ascolto tornito d’amore…
@Silvia De Angelis

LA PIRAMIDE CESTIA, di Silvia De Angelis

La Piramide di Roma è una piramide in stile egizio, la tomba di Caio Cestio. Si tratta di un edificio costruito in calcestruzzo con una ricopertura di marmo, quello bianco di Luni, e ci mostra quanto sia stato vasto l’impatto della cultura egizia nel mondo romano. Caio Cestio, in particolare, rimasto impressionato dalle piramidi in Egitto, decise di farsene costruire una appositamente, però prendendo come modello non tanto le piramidi della piana di Giza quanto le piramidi nubiane, più slanciate e con una diversa pendenza degli angoli (foto 4). Nel suo testamento Caio Cestio scrisse che la piramide si sarebbe dovuta costruire in 330 giorni, altrimenti tutta la sua eredità sarebbe andata perduta; e gli eredi furono tanto veloci che la piramide sorse addirittura con qualche giorno di anticipo. La piramide venne costruita come sepolcro per un settemviro degli epuloni, cioè il sacerdote che aveva l’incarico di curare i banchetti per gli dei, certamente all’interno del periodo compreso tra il 18 e il 12 a.C., cioè tra l’anno in cui fu promulgata una legge a carattere suntuario (contro l’ostentazione del lusso) che impedì, quindi, di porre all’interno della cella alcuni preziosi arazzi, e l’anno della morte di Marco Agrippa, genero di Augusto, menzionato tra i beneficiari del testamento. In particolare, il testamento è scritto su due basamenti gemelli2 che sorreggevano le statue di bronzo originariamente poste sul lato orientale del sepolcro.

Foto 5 / (©Francesca Pontani) Le due colonne rialzate con il restauro del 1663 (maggio 2014)

La Piramide di Caio Cestio si eleva nell’area a sud dell’antica porta Ostiensis (attuale Porta S.Paolo), all’incrocio con la vecchia via Ostiensis, i cui basoli sono ancora in parte visibili all’interno dell’area che oggi racchiude il monumento. Costruito in età augustea sull’onda delle nuove mode che si andavano affermando a Roma dopo la sconfitta di Antonio e Cleopatra ad Azio (31 a.C.) e la conquista dell’Egitto, i lati nord e sud del monumento finirono per rimanere “imprigionati” all’interno del circuito delle Mura Aureliane, costruite nel 271 d.C. L’area sepolcrale tutta intorno la piramide è delimitata da un recinto quadrangolare in opera quadrata di tufo3, aperto sul lato ovest. È qui, all’interno di questo recinto, che sono stati recuperati diversi elementi che erano stati impiegati per l’arredo esterno del monumento, alcuni dei quali in particolare riscoperti nel corso degli scavi promossi nel biennio 1662-1663 da Papa Alessandro VII Chigi: due colonne con fusto scanalato (foto 5), rialzate nel 1663 in corrispondenza degli spigoli del lato orientato verso ovest, alle quali corrispondevano altre due colonne sul lato orientale; due basi che sostenevano statue bronzee di Caio Cestio e le fondazioni di un triclinio per i banchetti funerari a forma di gamma contrapposte. La base della piramide poggia su fondazioni in opera cementizia e blocchi di travertino, mentre l’alzato, anch’esso in opera cementizia, è interamente rivestito di lastre di marmo lunense. La stanza funeraria è rettangolare ed è oggi raggiungibile attraverso il passaggio che venne aperto nella massicciata di calcestruzzo all’epoca dei restauri di Papa Alessandro VII; è coperta da una volta a botte che risulta foderata da una cortina in opera laterizia decorata con affreschi di III Stile Pompeiano (foto 6). Liste nere e rosse incorniciano i pannelli rettangolari bianchi, all’interno dei quali campeggiano vasi lustrali e figure femminili ritratte in piedi e sedute, tutto questo alternato ad alti candelabri (foto 7).

  • Foto 6 / (©Francesca Pontani) L’interno della camera di sepoltura
  • Foto 7 / (©Francesca Pontani) Vasi lustrali alternati a figure femminili
  • Foto 8 (©Francesca Pontani) Dettaglio di una delle Vittorie alate del soffitto

Nei quattro angoli della volta si possono invece ancora vedere figure di Vittorie alate con corone nelle mani, che in particolare convergono verso il centro del soffitto dove, probabilmente, era stata raffigurata l’apoteosi di Caio Cestio, portato in cielo da un’aquila (foto 8). La pavimentazione della cella, oggi completamente perduta, doveva essere stata in opera spicata, come suggeriscono i resti di laterizi rinvenuti durante recenti restauri.

Un ricco corredo epigrafico

La maggior parte delle informazioni relative la costruzione della piramide e l’identità del suo titolare, le conosciamo grazie al ricco corredo epigrafico del monumento stesso. Il proprietario è stato infatti identificato attraverso le due iscrizioni gemelle incise sulla facciata orientale (verso Piazzale Ostiense) e occidentale (verso il Cimitero Acattolico) del sepolcro. (WEB)

CHE STUPISCA…

Vezzo intuitivo

un po’ irreale

nel teatro di sillabe della follia

necessaria in parte

a una scintillante invocazione poetica

ove brace e fuoco si incontrano

e si dànno il cambio

in una simbiosi d’ossimori

imbanditi ad arte

nelle curve di fianchi

vogliosi d’una mossa che stupisca…

@Silvia De Angelis 

Analisi critica della poesia “Lampi” di Antonia Pozzi, una delicata voce ma forte voce della metà del 900.Gabriella Paci

Lampi

Stanotte un sussultante cielo

malato di nuvole nere

acuisce a sprazzi vividi

il mio desiderio insonne

e lo fa duro e lucente

come una lama d’acciaio.

In questa breve poesia c’è racchiuso lo smarrimento di un’anima che si sente in sintonia con la natura la cui inquietudine (sussultante  cielo) è umanizzata tanto che il cielo sussulta come in un singhiozzo represso; è malato (e anche l’amore infelice è la malattia del cuore) e le nuvole nere non sono certo previsione di un ritorno alla quiete( si profila il timore di una mancata soluzione alla pena). Gli spazzi di luce che lampeggiano vividi interrompendo il buio acuiscono il senso angoscioso e sono simili alla lama ,un  qualcosa che ferisce, che colpisce  (lama d’acciaio sul desiderio insoddisfatto che non si placa) sul desiderio che non ha mai riposo.

Qui possiamo trovare analogie con Saffo ,quando la poetessa ci parla della sua veglia infelice sognando l’amante …

Scuote l’anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.

Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero

Ma anche con  Pascoli,quando nel”lampo ”crea una visione drammatica in un climax crescente e disegna un bozzetto di suoni e colori per esplicitare il suo stato d’animo angosciato …

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera
.

Antonia Pozzi è fanciulla che fa dell’amore il suo filo conduttore,la sua stessa ragione d’esistere e quando questo amore mancato è troppo per lei che non trova ragione valida d’esistere,deciderà di suicidarsi.

Fin dai primi anni del liceo la giovane subisce il fascino del suo professore di greco e latino Antonio Maria Cervi che, non bello né particolare ,ha tuttavia una grande cultura e un modo coinvolgente di spiegare: il suo amore per la cultura ,l’arte, la poesia lo rendono straordinariamente vicino ad Antonia ,il cui animo sensibilissimo avverte altresì il dolore che si cela dietro il suo sguardo. Lei si innamorerà perdutamente di quest’uomo che tuttavia non avrà il coraggio di difendere il loro amore quando il padre di lei si opporrà fermamente a questa relazione. Nonostante apparentemente riprenda un iter di vita normale, dopo il trauma della separazione, Antonia porterà per sempre la ferita di quest’amore troppo grande e sofferto per diventare cicatrice e deciderà di togliersi la vita a soli 26 anni .

Ci restano di lei poesie struggenti dove la natura, specie quella di Pasturo (Lecco)  si fa voce dell’anima nel rappresentare i suoi sentimenti e pensieri

Lucia Triolo: la lacrima del mondo

(ricordando Angelo Scivoletto)

Lassù, in alto
sospesa
in uno sguardo
che troppo ha visto,
c’è una lacrima.

È la lacrima del mondo.
La scorsi un giorno,
era vuota, aguzza
come lama di ghiaccio.

Stava lì,
trepida
pronta a cadere.
Attendeva forse
di essere asciugata.

E venni a lei. A dimora.
Ciò che
lei vide,
vidi.
E piansi anch’io,
ma lei,
lei non si sciolse.
È una lacrima amara.

Sentii dire
da qualcuno
che era l’ ultimo rifugio.

A Firenze, fino al 7 aprile, l’art noveau di Mucha rinnova il mito della bella epoque  e promuove la donna,Gabriella Paci

Al museo degli Innocenti accoglie la prima mostra a Firenze dedicata all’art Noveau di cui il cecoslovacco Alphonse Mucha è stato il fondatore .

Il Museo  ospita 170 opere tra manifesti, libri, foto, decorazioni, acquerelli,vetrate del celebre artista che addirittura ha dato vita ad uno stile particolare, lo “stile Mucha,”appunto. L’esposizione si snoda in un percorso tematico in sei sezioni che dimostrano l’opinione dell’artista che voleva che l’arte fosse non solo piacevole alla vista ma un messaggio spirituale, capace di  elevare gli spettatori e soprattutto parlare a tutte le persone.

La sua arte ,inoltre , è un omaggio alla donna che viene esaltata nella sua delicatezza di gesti e di forme, acquisendo un ruolo di primo piano.Del resto,  anche la location,  l’Istituto degli Innocenti di Firenze, da secoli si distingue nel coniugare la bellezza dell’arte con un fervente impegno sociale a favore dell’infanzia e della donna anche come madre .

Mucha prese ispirazione dal periodo rinascimentale e in specie Botticelli che rappresentava la figura femminili  con tratti particolarmente delicati e gentili

Mucha cambia e arricchisce il suo stile viaggiando in Bretagna  dove le folkloristiche immagini sono soggetti iconici di molti altri pittori, tra cui Paul Gauguin, con cui Mucha stringe un profondo legame .Va negli stati uniti, a Parigi e nel suo paese,per il quale realizza il ciclo dell’epopea slava con figure in costume tipico e la sua idea di libertà dal regno austro-ungarico. Si occupa anche di progetti pubblici, tra cui la decorazione degli interni del municipio di Praga, il disegno di una vetrata artistica per la cattedrale praghese di San Vito e i poster per i raduni ginnici panslavi del movimento Sokol. Conosciuto ed apprezzato dalla grande attrice Sarah Bernhardt, realizza per lei manifesti pubblicitari per i suoi spettacoli, allestisce scene ,disegna abiti e monili si scena e si guadagna un meritato successo

Nell’ultima parte,la sezione dedicata a Chini ,l’artista italiano che si distinse specie   nella ceramica

Bello l’allestimento tra luci soffuse e corridoi caledoscopici dove fiori e piante sbocciano e si sovrappongono nella fantasmagoria del sogno di bellezza e gentilezza di Mucha.