Elegia d’autunno,Gabriella Paci

Curo la mia anima con

la voce del vento tra  le foglie,

i colori di fiamma e d’ocra con sprazzi

di verde sulla tavolozza del crinale.

Curo il mio corpo con

Il cammino sul tappeto molle

di muschio che emana aroma

di terra, di resina e foglia.

Ascolto  la risata lieve del ruscello

e il respiro del bosco che si unisce

al canto degli uccelli nel folto là

dove la luce fa capolino  a tratti

nel saluto del giorno che si tinge

di rosso e d’arancio prima di cedere

il limite alla notte ancora tenera

come sa essere una carezza  di commiato.

Si sciolgono i nodi dell’inquietudine

nell’abbraccio di tronchi e di foglie,

nel  dolce sopore della sera che

sa di mosto e castagne  mentre

si posa sulle ciglia il ricordo di

quaderni aperti a sillabare i domani

ancora da scrivere con l’inchiostro

della scuola appena aperta sulla vita.

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Lucia Triolo: questioni di metafisica strapazzata

Ho rinunciato alla mia terra, a te, 
a tutto
non sapevo se ero come gli altri
oppure diversa. 
Un po’ almeno,
o tanto.

Seminavo segnali cantando alla luna 
come i lupi mannari
e poi li cercavo nelle autostrade 
della solitudine.

Mi si è messa sotto la lingua 
ogni differenza
voleva che l’assaporassi, che la sciogliessi
in bocca.
Voleva anche che la digerissi?
Non so, non ne abbiamo parlato.

Sono andata in un’ isola deserta
tanto deserta che 
non c’ero nemmeno io
anzi tanto deserta che 
non c’era nemmeno lei

E adesso che si fa?
All’ alba di ogni domanda non so più 
dove sono
al tramonto di ogni risposta non so più 
se ci sono,
il mio ritratto m’ ingoia

ma ciò che importa è il resto.
Che la verità non s’infuri
per carità!
Non è di lei che parlo