pensavo giorni come rulli di tamburi sedie che si spostano e poi rotolano sotto le gambe impossibile appoggio
la scena è una sintesi di inizi e fine: una tavola imbandita di nulla e di nulla -era questo il piatto forte- che volto hanno gli attori e che voce?
chi vive la scena sa che la voce è la sommossa nel testo: l’unica rivoluzione e il testo è il tuo destino la solita vecchia storia nuova e diversa da raccontare ai ….
ognuno dica a chi
tu spettatore coraggio: apri il sipario entra: conficcati in scena come pugnale in aria la tua parte ti attende non lasciarla orfana di te
ciò che credevi centro puoi leggerlo in sequenza: sta fuggendo schizza di fango la veste al cantastorie
Forse avrei potuto dirti dell’acqua che ti scorre tra le dita del cielo a scacchi di miele di un desiderio traditore
ti vedo uomo inginocchiato sul mio ventre che sceglie il suo calore.
Avrei potuto parlarti della mia carne scritta su righe di pioggia, o dei nostri temporali
li afferravi tra le mie vesti bagnate delle tue parole e li strizzavi divertito con la forza del tuo sorriso d’ombra o ancora della tua mano che mi frugava come la nebbia,
di come erano belli i nostri raffreddori baciati e le frasi a sorpresa con voci nasali e le mie caviglie saltellanti come grilli innamorati
Forse…. Ma non esisti esito sempre a dirtelo, non voglio morire se non mi butti addosso
attaccare anche l’ultimo bottone quello in alto sotto la gola poi fare il nodo alla cravatta che ho indossato tutta la notte con te-per te e ritrovare l’odore del mio ventre lì dove ha dimora la tua voce
-un tuffo nel ritorno al mio odore
Non so se occorrerà anche separare l’ultimo capoverso delle parole che non mi hai dette mai
In un pezzo di carta straccia ho raccolto l’oblio -inappagato respirava lì sotto la gonna a fiori di mia madre poi l’ho infilato in gola per non dimenticare
mi si aggrappa addosso il finimondo del dirimpettaio
sono stata le tue domande a piedi nudi, da cassetti tarlati hai tirato fuori vesti urlanti nello sforzo di stiracchiarsi
mi hai fatto sedere hai segato una gamba alla sedia l’acqua fresca del bicchiere mi è finita addosso uno stupido peso con te sempre di spalle a non vedermi
sono stata l’estraneità dell’ultima abitudine quella nel cervello quando ci si ammassa su di sé ora apro la finestra scavalca, ti faccio entrare
E poi ci sarà un giorno un momento in cui avrà senso che sia rimasta qui
Chi ha inventato questo ventre che mi si svuota dentro? Parlavo una lingua sconosciuta per non far finire mai il momento bello
Ma tu non sei il mio eroe non erano per me quelle prodezze che facevano sentire nuda la carne e senza vesti non erano carezze.
Dov’è ora il mio eroe? Quanto è lunga la via che non c’è!
Hai fatto visita ai sogni degli amici hai frugato la linea di ogni mano Vieni a vederla, ora affrettati Basta un attimo a percorrerla, un palmo ad acciuffarla.
Questi avanzi di stupore nei miei panieri notturni pieni d’acqua basterannoa saziare la fame dell’ eroe.
Pende dal viso uno sguardo lascia il corpo e corre lungo il mare
Si presentò con un pacchetto di fazzolettini di carta in mano. “Per asciugarti le lacrime quando ti avrò lasciata”, le disse. Poi, come sempre, volle fare l’amore. Ma non al buio, le chiese di non chiudere gli occhi. Voleva vederle lo sguardo dal suo grembo. Era lì, nel suo sguardo lunare, cangiante che si sarebbero raccolti i brividi, le sensazioni, i sussulti del sesso …. piccolissime gocce di rugiada all’esterno degli occhi sfuggite ai baci.
selezionare frasi da discorsi al ventre scavarsi lì una buca contro il gelo tacerne altre che sbattono figure come pietre aguzze sull’immediato ieri a sanguinare: non si essicca il mare col ditale se è bucato continua a scaraventarti addosso sabbia bagnata e bollente quasi…di un’estate che tarda ad affacciarsi o forse c’è già stata
Non volevo si sapesse. È da tanto che giro e non trovo nulla. La moto quasi senza benzina. le tasche senza monete.
Giro su me stessa e ho perso la strada e ho freddo e il navigatore è scarico come impazzito. Dice solo: “ricalcolo”.
Una sirena urlante sfreccia squarciando il buio. Corre sulla strada per tutta la strada. A passarmi accanto è una riga di sofferenza non mia, una decalcomania quasi di morte: “ricalcolo, ricalcolo” salmodia.
Non volevo si sapesse che è notte e di notte è buio, per tutta la notte: “ricalcolo”.
“Dai, adesso butta fuori tutto. Non c’è vergogna nell’aprirsi”. Ocean Vuong, <<Il tempo è una madre>>
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la faccia ha saltato lo specchio aumenta i lineamenti l’assurdo che amo un’equivalenza uno scambio di confidenze di colpo la mia bocca tagliata a strisce ascoltava
Perché non ho imparato quando arrivava il vento cosa è stato per me abbracciare l’inverno? Ora forse avrei almeno un occhio!
Avrei dovuto vendere per tempo il cappotto. Adesso è troppo vecchio e nessuna bambola lo vuole.
C’è qualcosa di me che si possa accettare senza testimoni contro? Forse ho smesso di galleggiare.
Perché non ho imparato quando arrivava il vento a scaldare le tue mani con la borsa dell’acqua calda, a stringerle bagnate di sguardi come belve innamorate?
Carichi di universo ho gli occhi e non ho insegnato alla paura a chinarsi dinnanzi alle ragioni. È una paura rozza, impreparata.
Mi basta solo per far tremare l’angoscia. Lei ora se l’accomoda sulla pelle, la indossa con decisione e rabbia.
Avrei dovuto vendere per tempo il cappotto. Adesso è troppo vecchio e nessuna bambola lo vuole.