Lucia Triolo: ogni giorno

ogni giorno nascevo un poco
morivo un poco
per passare il tempo, solo
per passare il tempo

ogni giorno nasco un poco
muoio un poco
d’accordo tutti
su questo

ogni giorno nascerò un poco
morirò un poco
e non è vero che
“non vedo l’ora”

……….

Chi ha visto la mia pelle
spazzolare le ombre?
Tracce di puledri rincorro
gli zoccoli alle mani.

Voglio cavalcare la nascita e la morte,
stringerle insieme e strattonarle.
Legarle al bastone del tempo
e venderle all’eternità.
Me le pagherà bene
non le ha

poi andrò via
nel bosco che bisbiglia,

Freddo e caldo penetreranno i miei vestiti.
lascerò fare.
Nessuno, il mio amico,
mi presterà la voce
e il suo altoparlante
muto

Lucia Triolo: strano incontro

Era uguale e diversa la strada.
Per me tracciava rette e per te cerchi,
taceva il senso
dove eravamo ancora
già non eravamo più

Come per caso,
incespicasti in me
di traverso.
Non so se fu sgambetto,
ti finii addosso.
Perché?

Avrò nel mio futuro il tuo mistero
le tue mani vuote, il tuo girovagare
affaccendato e un po’ retrò?
Ma in fondo,
cosa ne so di noi,
di quel che ci accadrà?

Non occorre risposta,
non sempre l’anima
si dà,
non sempre è pronta.

Se la tua anima non si fa la barba
lasciala incolta e un po’ beffarda.
Che me ne faccio
di un’anima in abito da sera,
attenta a non sgualcirsi
il farfallino?

L’ intimità riguarda
adesso
lo sguardo.
E’ direzione del pensiero:
dove volge e dove posa,
trafiggendo silenzi
e squarciando veli ignoti.

E’ sapere che ci sei
in una qualunque
profondità di me

lucia triolo: un minuto

Il corpo era entrato nella sua canzone,
l’altra tua vita s’era messa
al piano per suonarla
con piccole mani,
accarezzandola.

Solo un minuto.

Volevi che a sorprenderti
fosse un attimo di gioia
ricevuto in dono

Era il desiderio che
l’aveva composta:
l’esserti desiderata nel desiderio
di un altro

un preludio per consegnare
il corpo a lui che
sapeva spezzare i minuti per farne
ore intarsiate

Lucia Triolo un bicchiere di vino

un bicchiere di vino in mano

lunghe passeggiate
tra le ginocchia
il Venerdì Santo praticavo il digiuno
ma non avevo locuzioni interiori

la preghiera ha provato
le stelle
non è restata tra i frantumi
dei padri

gambe bagnate da sottili piogge
aspetta ora
l’ autobus in colorate vesti di badanti
ansia di provenienza e destinazione
ignota

forse ora uscirò di scena
come buono a nulla

sorvolare sulla fine

Lucia Triolo: c’era una volta

“La fauna si muove, mentre la flora si spiega davanti all’occhio/…/
Non errano in ricerca di un luogo per morire/…/
Essi non sono…Non sono…
Per loro l’inferno è d’altro genere
Francis Ponge, Fauna e Flora, da “Il partito preso delle cose”


Da bambina leggevi alle bambole:
“c’era una volta” e
vedevi i fagiani passare,
il loro colore finire nel capanno
sulla mano

Un antidoto cercavi 
all’imperfetta tenerezza
di quella 
volta che polvere di gioia 
guardò di striscio nel capanno
e
volse gli occhi a un fiore

“piazza pulita di inferno e paradiso”
diceva la tenerezza timida a un fagiano.

Da grande
a ogni stazione
i guanti
si rompevano
alle unghie
Esse sono… sono…

il purgatorio in treno
ti prendeva la mano

Lucia Triolo: a Osip Mandel’stam

O forse, compiuto il cammino, 
scaduto il tempo, tornerò, 
là–non ho potuto amare 
qui–di amare ho paura 
(Osip Mandel’ stam: Detesto la luce da “PIETRA”)

——

L’area del quadrato è colma di stupri,
dalla nascita ho perso il conto dei miei pori
stupore violentato brandisce deliqui

Osip il dissolto
vuole ancora venire a trovarmi,
per parlare.

Sono io a volerlo

Viene da lontano
lo sanno le piaghe dei suoi piedi
intrecciate ai capelli
ai sensi avvelenati,
lo sa la sua fame,
gli erutti d’aria vuoti,
gas di scarico tra singhiozzi muti nella spazzatura.

Sono io a venire

Stracci addosso pesanti dei suoi giorni,
dei suoi luoghi
Occhi nel ventre, nel petto, nel dorso
in un’ anima ormai come liofilizzata
occhi, occhi.
Lacerata occhiuta paura!

Sono io completamente cieca

là-non ho potuto amare 
rabbrividisce 

là dove, là dove? incalzo, forse
là dove amore non perdona non-amore?

qui-di amare ho paura 
mi sbatte in faccia.

Qui dove, qui dove? Aggredisco, 
“dove” paura di amare?
Siamo già al danno ultimo!

Non voglio imparare l’inferno:
imparare ad amare quando più non si può!
Non è per questo che,
come l’amore,
l’inferno è eterno,
ed è senza perdono? 

Lucia Triolo: la casa sul ring

“Perché un incubo
sta disegnando un cerchio
intorno a noi?”
A. Carson, La caduta di Roma: Guida di viaggio LXVIII

Nessuna piazza ormai ci prende
più
tra le braccia 

scolorata
vago nella comunità 
di coloro che 
non hanno comunità 
Una comunità di assenti
mi respira in bocca

Per incontrarci
enumero con gli occhi 
una dopo l’altra le case sul ring 
dove chi abita
fallisce la presenza
1,2,3…

le vedo sfilare
con i punteggi 
alle finestre

ad ogni ripresa
cambia il punteggio 
fino al KO di ciascuna

ad ogni ripresa me la faccio
addosso

la casa sul ring
non la puoi lasciare!
Ti dà quello che non ti arriva
con le parole 

un incubo
disegna un cerchio
intorno a noi

Lucia Triolo: tempo allo specchio

C’ è stato un tempo,
una brusca emozione nella vita allo specchio
che ho sempre vissuta.
Come su un trapezio volante
balzavo da una cima all’altra dei desideri:
due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso, 
l’infingardaggine negli uni, la sfrontatezza negli altri

e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi, 
strizzarsi, distendersi, allargarsi, 
sorridere alle mie mani con le unghie dipinte, 
aggiustarmi il cappello sul volto, 
offrire una rosa alla ruga dei compleanni, lì, 
sotto l’occhio sinistro.

C’è stato un tempo 
che lo specchio m’interrogava: 
“tu dei miei desideri che sai,
sei ancora una memoria elegante e slanciata?”

E’ passata insieme una vita come fosse 
un attimo,
uno sguardo profondo e insieme di sfuggita 
dentro noi
nella contrazione dei giorni, delle ore, dei minuti

in un attimo insomma che,
come una bella, si guarda allo specchio 
ed è invece una vita.  
E lì sa tutto di sé

.”Sapessi cosa riflettono gli attimi -diceva lo specchio-
Una vita? 
Come è poco una vita!”

C’è stato un tempo, 
un singhiozzo del tempoe
c’è ancora, quel tempo
ieri, domani o forse non c’è più.

Lucia Triolo: contorni

Cerco l’altro gruppo
quello cui appartenni 
fino allo spegnersi della fantasmagoria dei corpi.
Si dileguò, ma dove?
Nessuno lì era stato sconfitto e io
avevo lo scontrino col mio nome.

L’edicola espone i giornali del mattino,
i grossi titoli in neretto: 
FURTO SENSAZIONALE
Uomo senz’ombra 
ruba i contorni delle cose.
Si nascondeva in un cono d’ombra.
Preso.
Fucilata la sua non-ombra.
Centro al primo colpo.

Ho fatto collezione di gruppi
anemici, non mi interessavano i loro re
ma il loro disinteresse per me.
Ho sempre ridacchiato
si prestavano l’un l’altro i lineamenti
e bisbigliavano di cose fungibili

Adesso basta.
Ho spaventato tutti i bisbigli
sono fuggiti.
Voglio dormire
nuda e con un volto.


Non importa di chi sia. I suoi contorni li ho io.

Lucia Triolo: il posto degli dei

Ore disabitate
dal tempo,
spazi disabitati
persino dalle ombre
il vestito
sospeso nel vuoto,
a ciondolare piano
su se stesso.

Avrei dovuto indossarlo.
Ma lui mi attendeva nuda
-gli ero stata cara-.
e io di nudo ormai
non avevo più nulla.

m’imbacuccai in nomi cuciti in fretta
m’ intrufolai nella memoria
-servizio igienico poco pulito-
e misi ai piedi
i miei dei falsi e bugiardi.

Con loro sarei andata veloce.

Lucia Triolo: quella pazza

Quella pazza -chiedeva lei- sono io? 
sono io?
hanno segato la mia lingua,
sciami di silenzi
escono dalla mia bocca,
ho forse ancora qualcosa 
da salvare, qualcosa,
lì, tra i panni sporchi che mai 
ho voluto lavare?
Mi vogliono ancora indossare
per questo mi guardano,
ho amato i miei panni sporchi
e ora ho paura -diceva-
e ho la lingua segata

leggendomi 
tu
non farmi male

Lucia Triolo: fu così

Fu così:
venni al mondo
malata di parole.

Abitai la casa
del dopo,
le sue finestre aprivo
ogni giorno
sul futuro

Ora mi assedia l’anima
un bisbiglio di morte
e vano è ogni rimedio.

Una colata lavica
è il mio sangue che ribolle
nell’incendiario sguardo del tempo.

Lì è racchiuso qualcosa
che devo ancora capire,
anche se è questo
che non mi fa morire

Lucia Triolo: disagio

mi passo la mano sul volto, 
un gesto come tanti

c’è un racconto nell’aria, 
come un’atmosfera che si affretta
a un’ esperienza 
la mano sul volto la sente
ma non l’accarezza, 
la respinge

lo vogliamo chiamare disagio? 
d’accordo 
non aggiungiamo “esistenziale”

rimanderebbe a una qualche
esistenza

Lucia Triolo: in piscina

nelle sere d’estate
quei luoghi
intorno a me
passeggiano tra le parole
come tra boschi incantati
di mitiche stagioni infantili

“Chi cercate”
chiedo in nome delle favole
di cui, sventatamente,
li ho nutriti.
“non sapete che mai nella tempesta
ci si affida a un nocchiero
inconcludente?”

Infrante certezze vivono
nei mie volti
mentre mi tuffo in piscina

Lucia Triolo: i giorni del silenzio

C’è una strana immobilità oggi nello spazio
non la capisco e un po’ la temo
come se volesse cadermi improvvisamente
addosso.
Ricorda quella della belva
pronta a spiccare il salto 
sulla preda

Se qualcosa m’accarezza
oggi o ancora non è il giunco che si piega
al mio passaggio
né l’uscio di una porta aperta
su invisibili occhi che sai che ci sono
ma non sai se son dolci o indagatori
né il tuo ricordo sempre coronato di spine e
sanguinante

C’è una strana immobilità 
oggi 
sul foglio dell’anima
come se fosse cresciuto poco e
niente ci si potesse scrivere sopra
Ricorda la profonda stanchezza
di ciò che deve sempre cominciare e 
mai ha inizio

 Se qualcosa m’ accarezza oggi o ancora
è il silenzio

non sono che una sua voce

Lucia Triolo: l’alveare

suggestione:
la parola è alveare

appaiono celle
che non appartengono
al sogno
o forse si
(non cambia nulla)
lampade da pesca in mari invasi
da pirati

l’alveare è una rete
uno sfinimento in questo corpo

pulviscoli di io, come api
in discariche d’anima
a succhiarne il 
miele
a formare un altro in me

il cui nome non sai

Lucia Triolo: il cantastorie

Ecco il cantastorie in
candide vesti

pensavo giorni come rulli di tamburi
sedie che si spostano e poi rotolano sotto le gambe
impossibile appoggio 

la scena è una sintesi di inizi e fine:
una tavola imbandita di nulla e di nulla
-era questo il piatto forte-
che volto hanno gli attori e che voce?

chi vive la scena sa che la voce è
la sommossa nel testo: l’unica rivoluzione e
il testo è il tuo destino
la solita vecchia storia nuova e diversa da
raccontare ai ….

ognuno dica a chi

tu spettatore
coraggio: apri il sipario
entra: conficcati in scena
come pugnale in aria
la tua parte ti attende
non lasciarla orfana di te

ciò che credevi centro puoi
leggerlo in sequenza: sta fuggendo
schizza di fango la veste al
cantastorie

lontano è ormai
l’ amore