una scritta lampeggiante
appare di notte
sul fianco della mia pelle:
(“l’incendio
che brucia il senso
è un desiderio appoggiato
sul cuore”)
poi scompare
io vivo tra due parentesi
e tu
ritardi

una scritta lampeggiante
appare di notte
sul fianco della mia pelle:
(“l’incendio
che brucia il senso
è un desiderio appoggiato
sul cuore”)
poi scompare
io vivo tra due parentesi
e tu
ritardi

Lascia che adesso
per un attimo
torni
ciò che abbiamo
amato.
Che come un gran signore
ci venga a salutare
e il suo mantello
su di noi
ancora per un attimo
distenda,
dove ebbe luogo vita
e noi con essa.

inseguiva parole
affette
da manie di grandezza
tipo “felicità”, “vita”
su un burrone
scassinato
fuori catalogo
era quel che forse era
(chi può dirlo) di lui:
l’ossigeno era finito
qualcuno ne aveva venduto
l’ ultimo
refolo a prezzi scontati
così come si vendono gli
abiti usati
lui non l’aveva saputo

un grido, una fase lunare
da spaccare sul cippo:
“quando è iniziata
la Grande Mostra del Nulla?”
e scende il buio
sciami di gente
in auto e a piedi
in se stessi solo per inciampo
come in pietre
generazioni saltate
hanno lavorato per la
propria casa
il tempo che fu non
si inginocchia mai a
quello che sarà
non c’è data nel passato
per il futuro
e non ci sono strade
c’è solo forse
la tua tazzina di caffè ormai
freddo
che non ti ha portato
fortuna

desiderarsi e parlar d’altro
e sono tutta impeto e coltelli
dietro ogni scatto una rapina
rapinare giorni, sogni
suoni
assenze, presenze
verità
rapinare bugie
ladra di cianfrusaglie
per bendare il dolore
tengo in tasca tutti i furti
sciabolate furtive
a un me che forse nasco
e forse no
e svetto alta e tua
per rapinare anche il nulla
che finge,
come sempre retrocedendo
nel cuore
rapinare rapinare
io dai cento volti
cento anime, cento corpi,
cento segreti
cento morti
una sola vita
come tuo desco mai sazio
sconsolato
una pessima strega
perde sempre la scopa

Ho sbagliato:
ho spalmato il burro su di te,
non sulla tartina,
ora mordo il dolore attaccato alle tue
dita

ogni giorno nascevo un poco
morivo un poco
per passare il tempo, solo
per passare il tempo
ogni giorno nasco un poco
muoio un poco
d’accordo tutti
su questo
ogni giorno nascerò un poco
morirò un poco
e non è vero che
“non vedo l’ora”
……….
Chi ha visto la mia pelle
spazzolare le ombre?
Tracce di puledri rincorro
gli zoccoli alle mani.
Voglio cavalcare la nascita e la morte,
stringerle insieme e strattonarle.
Legarle al bastone del tempo
e venderle all’eternità.
Me le pagherà bene
non le ha
poi andrò via
nel bosco che bisbiglia,
Freddo e caldo penetreranno i miei vestiti.
lascerò fare.
Nessuno, il mio amico,
mi presterà la voce
e il suo altoparlante
muto

Era uguale e diversa la strada.
Per me tracciava rette e per te cerchi,
taceva il senso
dove eravamo ancora
già non eravamo più
Come per caso,
incespicasti in me
di traverso.
Non so se fu sgambetto,
ti finii addosso.
Perché?
Avrò nel mio futuro il tuo mistero
le tue mani vuote, il tuo girovagare
affaccendato e un po’ retrò?
Ma in fondo,
cosa ne so di noi,
di quel che ci accadrà?
Non occorre risposta,
non sempre l’anima
si dà,
non sempre è pronta.
Se la tua anima non si fa la barba
lasciala incolta e un po’ beffarda.
Che me ne faccio
di un’anima in abito da sera,
attenta a non sgualcirsi
il farfallino?
L’ intimità riguarda
adesso
lo sguardo.
E’ direzione del pensiero:
dove volge e dove posa,
trafiggendo silenzi
e squarciando veli ignoti.
E’ sapere che ci sei
in una qualunque
profondità di me

Il corpo era entrato nella sua canzone,
l’altra tua vita s’era messa
al piano per suonarla
con piccole mani,
accarezzandola.
Solo un minuto.
Volevi che a sorprenderti
fosse un attimo di gioia
ricevuto in dono
Era il desiderio che
l’aveva composta:
l’esserti desiderata nel desiderio
di un altro
un preludio per consegnare
il corpo a lui che
sapeva spezzare i minuti per farne
ore intarsiate

un bicchiere di vino in mano
lunghe passeggiate
tra le ginocchia
il Venerdì Santo praticavo il digiuno
ma non avevo locuzioni interiori
la preghiera ha provato
le stelle
non è restata tra i frantumi
dei padri
gambe bagnate da sottili piogge
aspetta ora
l’ autobus in colorate vesti di badanti
ansia di provenienza e destinazione
ignota
forse ora uscirò di scena
come buono a nulla
sorvolare sulla fine

scivolano le passioni
sporcano per terra come
abitudini
scivola la luce
su detriti di felicità
e li scompone
poi li ricompone quasi
per gioco
ancora tenere scivolano le immagini
come leggere vestaglie
sul corpo
ma il caleidoscopio è ormai
abusato
….
e quegli arcobaleni di desideri

pensavo avresti telefonato
e io non avrei risposto
non hai telefonato
io ho risposto
ciò che non è un’ isola
qui non esiste

giravo di notte per casa
cambiavo posto agli oggetti
alle parti del mio corpo
davo nomi sgranati
Semplicemente siamo,
dove si sperava
una luce
non c’è nome
che non sia di polvere
il divano applaude poco
convinto
ai “si tira avanti”
non ha ancora capito
se è un segreto
un amuleto
o solo ciò
che è superstite.
Continuiamo a respirare
il respiro dell’altro

Fuori dalla parola
forse
somiglio al
qualcuno
che credo di essere
cammino verso di lui
sul ciglio
dei miei anni
sul ciglio di una ninnananna
lontana
è vuoto il suo volto
mi libera
va verso un altro

Conservo la paura
dei verdetti,
mettono a tacere
con un sorriso biscazziere.
Tutto ancora è da giocare,
bandite le mezze misure
la mia partita è mia, ha oggi in palio
il solito
panetto di margarina
la cipria e il piumino domani
una goccia di eternità
contro me stessa
cose che si dicono,
frontiere,
fuori dal mio corpo
che nessuno si lamenti per il mio savoir faire.

“La fauna si muove, mentre la flora si spiega davanti all’occhio/…/
Non errano in ricerca di un luogo per morire/…/
Essi non sono…Non sono…
Per loro l’inferno è d’altro genere“
Francis Ponge, Fauna e Flora, da “Il partito preso delle cose”
Da bambina leggevi alle bambole:
“c’era una volta” e
vedevi i fagiani passare,
il loro colore finire nel capanno
sulla mano
Un antidoto cercavi
all’imperfetta tenerezza
di quella
volta che polvere di gioia
guardò di striscio nel capanno
e
volse gli occhi a un fiore
“piazza pulita di inferno e paradiso”
diceva la tenerezza timida a un fagiano.
Da grande
a ogni stazione
i guanti
si rompevano
alle unghie
Esse sono… sono…
il purgatorio in treno
ti prendeva la mano

O forse, compiuto il cammino,
scaduto il tempo, tornerò,
là–non ho potuto amare
qui–di amare ho paura
(Osip Mandel’ stam: Detesto la luce da “PIETRA”)
——
L’area del quadrato è colma di stupri,
dalla nascita ho perso il conto dei miei pori
stupore violentato brandisce deliqui
Osip il dissolto
vuole ancora venire a trovarmi,
per parlare.
Sono io a volerlo
Viene da lontano
lo sanno le piaghe dei suoi piedi
intrecciate ai capelli
ai sensi avvelenati,
lo sa la sua fame,
gli erutti d’aria vuoti,
gas di scarico tra singhiozzi muti nella spazzatura.
Sono io a venire
Stracci addosso pesanti dei suoi giorni,
dei suoi luoghi
Occhi nel ventre, nel petto, nel dorso
in un’ anima ormai come liofilizzata
occhi, occhi.
Lacerata occhiuta paura!
Sono io completamente cieca
là-non ho potuto amare
rabbrividisce
là dove, là dove? incalzo, forse
là dove amore non perdona non-amore?
qui-di amare ho paura
mi sbatte in faccia.
Qui dove, qui dove? Aggredisco,
“dove” paura di amare?
Siamo già al danno ultimo!
Non voglio imparare l’inferno:
imparare ad amare quando più non si può!
Non è per questo che,
come l’amore,
l’inferno è eterno,
ed è senza perdono?

la chiave
dov’è finita la chiave?
lasci il cassetto
aperto
alla distanza tra noi e la realtà
pianti in asso
il segreto inappagato

io sono quella che ti beve
nel bicchiere
quella sul molo
che attende
c’è la brezza
sotto le vesti
e le ragazze che
appendono al pino
i loro gesti
fu allora che le carezze
si accorsero
di essere state date:
non sapevano più il loro
nome

“Perché un incubo
sta disegnando un cerchio
intorno a noi?”
A. Carson, La caduta di Roma: Guida di viaggio LXVIII
Nessuna piazza ormai ci prende
più
tra le braccia
scolorata
vago nella comunità
di coloro che
non hanno comunità
Una comunità di assenti
mi respira in bocca
Per incontrarci
enumero con gli occhi
una dopo l’altra le case sul ring
dove chi abita
fallisce la presenza
1,2,3…
le vedo sfilare
con i punteggi
alle finestre
ad ogni ripresa
cambia il punteggio
fino al KO di ciascuna
ad ogni ripresa me la faccio
addosso
la casa sul ring
non la puoi lasciare!
Ti dà quello che non ti arriva
con le parole
un incubo
disegna un cerchio
intorno a noi

Ogni sguardo che lancio è
un azzardo
sospeso sulla notte.
Ogni precauzione
è un manganello addosso
alla disperazione.
Dire “bene” significa
ancora qualcosa
di non prefabbricato?
Chi mi ha mandato in giro
durante il giorno?

insediata
tra tutto ciò che
non so
mi sono detta:
“devi fare
i tuoi giorni”
ma io avevo solo
la lingua
bizzarra mescolanza
di favole
trovavo solo recite di
fil di ferro

C’ è stato un tempo,
una brusca emozione nella vita allo specchio
che ho sempre vissuta.
Come su un trapezio volante
balzavo da una cima all’altra dei desideri:
due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso,
l’infingardaggine negli uni, la sfrontatezza negli altri
e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi,
strizzarsi, distendersi, allargarsi,
sorridere alle mie mani con le unghie dipinte,
aggiustarmi il cappello sul volto,
offrire una rosa alla ruga dei compleanni, lì,
sotto l’occhio sinistro.
C’è stato un tempo
che lo specchio m’interrogava:
“tu dei miei desideri che sai,
sei ancora una memoria elegante e slanciata?”
E’ passata insieme una vita come fosse
un attimo,
uno sguardo profondo e insieme di sfuggita
dentro noi
nella contrazione dei giorni, delle ore, dei minuti
in un attimo insomma che,
come una bella, si guarda allo specchio
ed è invece una vita.
E lì sa tutto di sé
.”Sapessi cosa riflettono gli attimi -diceva lo specchio-
Una vita?
Come è poco una vita!”
C’è stato un tempo,
un singhiozzo del tempoe
c’è ancora, quel tempo
ieri, domani o forse non c’è più.

Cerco l’altro gruppo
quello cui appartenni
fino allo spegnersi della fantasmagoria dei corpi.
Si dileguò, ma dove?
Nessuno lì era stato sconfitto e io
avevo lo scontrino col mio nome.
L’edicola espone i giornali del mattino,
i grossi titoli in neretto:
FURTO SENSAZIONALE
Uomo senz’ombra
ruba i contorni delle cose.
Si nascondeva in un cono d’ombra.
Preso.
Fucilata la sua non-ombra.
Centro al primo colpo.
Ho fatto collezione di gruppi
anemici, non mi interessavano i loro re
ma il loro disinteresse per me.
Ho sempre ridacchiato
si prestavano l’un l’altro i lineamenti
e bisbigliavano di cose fungibili
Adesso basta.
Ho spaventato tutti i bisbigli
sono fuggiti.
Voglio dormire
nuda e con un volto.
Non importa di chi sia. I suoi contorni li ho io.

Ore disabitate
dal tempo,
spazi disabitati
persino dalle ombre
il vestito
sospeso nel vuoto,
a ciondolare piano
su se stesso.
Avrei dovuto indossarlo.
Ma lui mi attendeva nuda
-gli ero stata cara-.
e io di nudo ormai
non avevo più nulla.
m’imbacuccai in nomi cuciti in fretta
m’ intrufolai nella memoria
-servizio igienico poco pulito-
e misi ai piedi
i miei dei falsi e bugiardi.
Con loro sarei andata veloce.

Quella pazza -chiedeva lei- sono io?
sono io?
hanno segato la mia lingua,
sciami di silenzi
escono dalla mia bocca,
ho forse ancora qualcosa
da salvare, qualcosa,
lì, tra i panni sporchi che mai
ho voluto lavare?
Mi vogliono ancora indossare
per questo mi guardano,
ho amato i miei panni sporchi
e ora ho paura -diceva-
e ho la lingua segata
leggendomi
tu
non farmi male

Fu così:
venni al mondo
malata di parole.
Abitai la casa
del dopo,
le sue finestre aprivo
ogni giorno
sul futuro
Ora mi assedia l’anima
un bisbiglio di morte
e vano è ogni rimedio.
Una colata lavica
è il mio sangue che ribolle
nell’incendiario sguardo del tempo.
Lì è racchiuso qualcosa
che devo ancora capire,
anche se è questo
che non mi fa morire

chi conobbe la strada
degli occhi?
giungesti sul filo
di un bagliore
mi insegnasti i baci
poi si cancellò la tua bocca:
era entrata nella mia
così si sciolse
l’enigma apparve
in movimento
,accadde ovunque
non seppe mai dove
ditegli
che giacqui sul silenzio
e sul rumore

dato un calcio a ogni piedistallo
cammini senza meta,
senza desiderio;
devi pur volere qualcosa
finire da qualche
parte
il cuore non sempre cammina
con i tuoi passi,
loro vanno avanti e lui
indietreggia
loro indietreggiano
e lui va avanti,
mi chiedo:
cosa si aspetta da me?

mi passo la mano sul volto,
un gesto come tanti
c’è un racconto nell’aria,
come un’atmosfera che si affretta
a un’ esperienza
la mano sul volto la sente
ma non l’accarezza,
la respinge
lo vogliamo chiamare disagio?
d’accordo
non aggiungiamo “esistenziale”
rimanderebbe a una qualche
esistenza
