ogni giorno nascevo un poco morivo un poco per passare il tempo, solo per passare il tempo
ogni giorno nasco un poco muoio un poco d’accordo tutti su questo
ogni giorno nascerò un poco morirò un poco e non è vero che “non vedo l’ora”
……….
Chi ha visto la mia pelle spazzolare le ombre? Tracce di puledri rincorro gli zoccoli alle mani.
Voglio cavalcare la nascita e la morte, stringerle insieme e strattonarle. Legarle al bastone del tempo e venderle all’eternità. Me le pagherà bene non le ha
poi andrò via nel bosco che bisbiglia,
Freddo e caldo penetreranno i miei vestiti. lascerò fare. Nessuno, il mio amico, mi presterà la voce e il suo altoparlante muto
Era uguale e diversa la strada. Per me tracciava rette e per te cerchi, taceva il senso dove eravamo ancora già non eravamo più
Come per caso, incespicasti in me di traverso. Non so se fu sgambetto, ti finii addosso. Perché?
Avrò nel mio futuro il tuo mistero le tue mani vuote, il tuo girovagare affaccendato e un po’ retrò? Ma in fondo, cosa ne so di noi, di quel che ci accadrà?
Non occorre risposta, non sempre l’anima si dà, non sempre è pronta.
Se la tua anima non si fa la barba lasciala incolta e un po’ beffarda. Che me ne faccio di un’anima in abito da sera, attenta a non sgualcirsi il farfallino?
L’ intimità riguarda adesso lo sguardo. E’ direzione del pensiero: dove volge e dove posa, trafiggendo silenzi e squarciando veli ignoti.
E’ sapere che ci sei in una qualunque profondità di me
Conservo la paura dei verdetti, mettono a tacere con un sorriso biscazziere. Tutto ancora è da giocare, bandite le mezze misure la mia partita è mia, ha oggi in palio il solito panetto di margarina
la cipria e il piumino domani una goccia di eternità contro me stessa
cose che si dicono, frontiere, fuori dal mio corpo
“La fauna si muove, mentre la flora si spiega davanti all’occhio/…/ Non errano in ricerca di un luogo per morire/…/ Essi non sono…Non sono… Per loro l’inferno è d’altro genere“ Francis Ponge, Fauna e Flora, da “Il partito preso delle cose”
Da bambina leggevi alle bambole: “c’era una volta” e vedevi i fagiani passare, il loro colore finire nel capanno sulla mano
Un antidoto cercavi all’imperfetta tenerezza di quella volta che polvere di gioia guardò di striscio nel capanno e volse gli occhi a un fiore
“piazza pulita di inferno e paradiso” diceva la tenerezza timida a un fagiano.
Da grande a ogni stazione i guanti si rompevano alle unghie Esse sono… sono…
O forse, compiuto il cammino, scaduto il tempo, tornerò, là–non ho potuto amare qui–di amare ho paura (Osip Mandel’ stam: Detesto la luce da “PIETRA”)
——
L’area del quadrato è colma di stupri, dalla nascita ho perso il conto dei miei pori stupore violentato brandisce deliqui
Osip il dissolto vuole ancora venire a trovarmi, per parlare.
Sono io a volerlo
Viene da lontano lo sanno le piaghe dei suoi piedi intrecciate ai capelli ai sensi avvelenati, lo sa la sua fame, gli erutti d’aria vuoti, gas di scarico tra singhiozzi muti nella spazzatura.
Sono io a venire
Stracci addosso pesanti dei suoi giorni, dei suoi luoghi Occhi nel ventre, nel petto, nel dorso in un’ anima ormai come liofilizzata occhi, occhi. Lacerata occhiuta paura!
Sono io completamente cieca
là-non ho potuto amare rabbrividisce
là dove, là dove? incalzo, forse là dove amore non perdona non-amore?
qui-di amare ho paura mi sbatte in faccia.
Qui dove, qui dove? Aggredisco, “dove” paura di amare? Siamo già al danno ultimo!
Non voglio imparare l’inferno: imparare ad amare quando più non si può! Non è per questo che, come l’amore, l’inferno è eterno, ed è senza perdono?
C’ è stato un tempo, una brusca emozione nella vita allo specchio che ho sempre vissuta. Come su un trapezio volante balzavo da una cima all’altra dei desideri: due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso, l’infingardaggine negli uni, la sfrontatezza negli altri
e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi, strizzarsi, distendersi, allargarsi, sorridere alle mie mani con le unghie dipinte, aggiustarmi il cappello sul volto, offrire una rosa alla ruga dei compleanni, lì, sotto l’occhio sinistro.
C’è stato un tempo che lo specchio m’interrogava: “tu dei miei desideri che sai, sei ancora una memoria elegante e slanciata?”
E’ passata insieme una vita come fosse un attimo, uno sguardo profondo e insieme di sfuggita dentro noi nella contrazione dei giorni, delle ore, dei minuti
in un attimo insomma che, come una bella, si guarda allo specchio ed è invece una vita. E lì sa tutto di sé
.”Sapessi cosa riflettono gli attimi -diceva lo specchio- Una vita? Come è poco una vita!”
C’è stato un tempo, un singhiozzo del tempoe c’è ancora, quel tempo ieri, domani o forse non c’è più.
Cerco l’altro gruppo quello cui appartenni fino allo spegnersi della fantasmagoria dei corpi. Si dileguò, ma dove? Nessuno lì era stato sconfitto e io avevo lo scontrino col mio nome.
L’edicola espone i giornali del mattino, i grossi titoli in neretto: FURTO SENSAZIONALE Uomo senz’ombra ruba i contorni delle cose. Si nascondeva in un cono d’ombra. Preso. Fucilata la sua non-ombra. Centro al primo colpo.
Ho fatto collezione di gruppi anemici, non mi interessavano i loro re ma il loro disinteresse per me. Ho sempre ridacchiato si prestavano l’un l’altro i lineamenti e bisbigliavano di cose fungibili
Adesso basta. Ho spaventato tutti i bisbigli sono fuggiti. Voglio dormire nuda e con un volto.
Quella pazza -chiedeva lei- sono io? sono io? hanno segato la mia lingua, sciami di silenzi escono dalla mia bocca, ho forse ancora qualcosa da salvare, qualcosa, lì, tra i panni sporchi che mai ho voluto lavare? Mi vogliono ancora indossare per questo mi guardano, ho amato i miei panni sporchi e ora ho paura -diceva- e ho la lingua segata
nelle sere d’estate quei luoghi intorno a me passeggiano tra le parole come tra boschi incantati di mitiche stagioni infantili
“Chi cercate” chiedo in nome delle favole di cui, sventatamente, li ho nutriti. “non sapete che mai nella tempesta ci si affida a un nocchiero inconcludente?”
Infrante certezze vivono nei mie volti mentre mi tuffo in piscina
C’è una strana immobilità oggi nello spazio non la capisco e un po’ la temo come se volesse cadermi improvvisamente addosso. Ricorda quella della belva pronta a spiccare il salto sulla preda
Se qualcosa m’accarezza oggi o ancora non è il giunco che si piega al mio passaggio né l’uscio di una porta aperta su invisibili occhi che sai che ci sono ma non sai se son dolci o indagatori né il tuo ricordo sempre coronato di spine e sanguinante
C’è una strana immobilità oggi sul foglio dell’anima come se fosse cresciuto poco e niente ci si potesse scrivere sopra Ricorda la profonda stanchezza di ciò che deve sempre cominciare e mai ha inizio
Se qualcosa m’ accarezza oggi o ancora è il silenzio