lucia Triolo: Amplesso (dedicata)

tra paesaggi in lontananza
venne a me a velocità

guanti di pezza 
rotta
arava a baci la bocca della mia 
tristezza
raccoglieva tra i pianeti 
difficili oblii
inventava parole liquefatte

percorse in me 
se stesso

faccio 
la mia toletta in 
un sogno
fu lui a rendermi
gravida 

tra paesaggi in lontananza
dicendo cose che non si possono dire

lucia triolo: quando

quando
tra questi momenti c’erano
gli inizi da imbacuccare
e le attese lucide dei passi su cui si riversava
l’errore
in punta di bacio
saliva il desiderio
si rotolava tra le mani
attraversava il guado
tutte le stagioni volevano vederlo

vado alla ricerca di me stessa
senza trovarmi mai
chi
mi ha nascosto?

guardo il mio bacio
seduto all’angolo dove ferma il tram
aspetta i tuoi calzoni scendere
alla fermata.

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lucia triolo: il mio nome è pesante

confusa
penso alla mia ignoranza:
falce ansimante                                
sospesa sul cuore
feroce come fuoco sui miei istanti indecisi
E questo “non so”
non è un vuoto
ma un pieno di nulla

giù in fondo
dorme incomprensibile il mondo                           
un angelo vaga dai morti 
verso i vivi e sempre
sempre porta loro qualcosa 
comunica trabocchi

ma anche per lui
il mio nome è pesante

lucia triolo: Brutta strega!

una panchina vuota sbadiglia 
ai quattro venti,
felice che nessun vivente
le sia seduto sopra

solo semi di zucca e bucce
ma la carrozza di Cenerentola è ormai
passata
in un’altra favola

i viventi sono senza zucca
-pensa-
per questo il numero dei viventi
è vuoto
il loro impossibile singulto
è contro l’assenza della fata:
“brutta strega”!

l’assenza (s)colpisce ritratti
io smetto di essere me

lucia triolo: l’unica cosa che voglio dire

L’ unica cosa che voglio dire
è stata già detta.

Una parola bussa ancora
alle mie labbra
Vuole ch’io la pronunci.
Faccio resistenza.

Frammenti di oscurità
vengono a galla
da immense profondità
appena percepite.
Lei insiste tenace.
Faccio resistenza.
Non occorre più ch’io parli
Altri l’hanno già detta.

Non c’è più parola
per un pensiero
nato troppo presto
e apparso tardi,
ma l’intimità del silenzio
non basta più.

L’unica cosa che voglio dire
è stata già detta.
E… non me lo perdona

lucia triolo: cose friabili

non attesa
rivestita di cose friabili

verrò 
nella mia città 
nelle angosce che
l’incoscienza allatta
e non riesce a svezzare

verrò da fuorilegge
un fazzoletto sul volto
dando l’assedio al cielo

forse sarà lì che incontrerò
la cucina sporca di terra e fame
lo sputo catarroso 
della vecchia memoria

forse sarà lì che
mi incontrerò
o forse no

due storie che non
coincidono

lucia triolo: prima che arrivi l’angelo

…e  impazziva
il vento
in un giro di abbandoni
tra le foglie 

la ragazza guardava
la gonna incuneata tra 
le cosce
ma chi può dire
vedesse?

aveva qualcosa che somigliava
ai miei tratti
quelli essenziali che non ricordo 
mai

… e penzolava                                                        
il tempo
e la vecchia della 
porta accanto
che non aveva voluto
salutarla
la braccava inquietante dal
girello

offrile una brioche calda!
prima che arrivi l’angelo

Lucia Triolo: la luna nel pozzo

Oh il bagliore di quegli occhi!

La luna nel pozzo
ci rimase a lungo
come una pallida commozione
come il tramonto di una fronte
come un istante lontano che 
nega di esserci mai stato.
Come un sorriso sfogliato in un tempo debitore.
Nessuno la cercava lì

Sorella che fai?
No, no  attenta
ti sbagli, ti sbagli
noooo ahhhh!

Desiderò essere di luce e 
si lavò il viso nella luna.
La pozzanghera 
la inzaccherò tutta.

È nell’indole degli dei mettere a segno
colpi blasfemi.

Lucia Triolo: il tuo nome

Tutto scompare nelle 
sillabe
del suo nome
che la tua lingua 
in cammino
sparge su ogni frase

Ma lui voleva vivere da eroe,
non eri tu il suo elmo
né la spada
e la sua storia non era affare di parole
era uno squarcio dritto in fondo al cuore

Attraverso il finestrino del mio treno 
il tuo nome scorre ancora
poi … non più

lucia triolo: da un caso di cronaca

senza parola

partorisco figli
che non conosco 
figli di disagio e pena
figli di un percorso senza ritorno

 avevano il naso scalfito
dinamico
come quello di statue greche
senza storia 

non chiedermi loro notizie
ho tranciato il cordone ombelicale 
li ho sepolti sulla punta delle dita
proprio sotto le unghie di terra
e ora taglio
percezioni che non riconosco
che non ricordavo

un’aritmetica senza numeri
la mia
non accoglie i figli
e io li ho uccisi: ho impedito loro
il suicidio 

e ora non dico 

lucia triolo: una domenica di poesia

Margaret Atwood

Mary mezza impiccata,

“Fui impiccata perché vivevo sola,
perché avevo gli occhi azzurri e la pelle bruciata dal sole,
vestiti cenciosi, pochi bottoni,
una fattoria incolta a mio nome,
e un rimedio infallibile per le verruche;
Ah sì, e il seno,
e una dolce pera nascosta nel mio corpo.
Quando si parla di diavolerie
questi tornano sempre utili.”


da “Mattina nella casa bruciata

Lucia Triolo: per strada

tanta gente in strada,
branchi di scarpe
strano, 
stanno tutti come 
per cadere
passano dinnanzi ad una chiesa
-inginocchiatoi a file-
che sta per cadere

stanno per cadere i colori
del giorno, poi quelli della notte
colori di orribili forme
che mi
somigliano

c’è del fumo come da polvere da sparo
incubo e realtà diventati
l’uno dell’altra

tanta gente in strada
intimità inghiottite e perdute
e non c’è nessuno

ma un giorno
proprio lì
tu 
m’hai amata

la verità si era addormentata

quando qualcuno

Quando qualcuno parla
soffre
piange

quando qualcuno…

Ed io sto lì a guardare
l’immortale mondo
che non ha destino.
Eppure basterebbe poco,
forse soltanto
una lucciola eversiva o
l’ urlo inarticolato della nebbia,

quando qualcuno attende
chiede
chiama

stasera non passa nessuno per strada,
né a piedi, né in macchina.
Tutto è immobile
forse manca la strada
o forse è una strada
che inghiotte,

quando qualcuno cerca
ha fame
prega

quando qualcuno….

dov’è la casa,
quella degli uomini,
intendo,
della loro effimera vita
dove tutto
vuole avere inizio
e cerca compimento?

quando qualcuno chiede pace
giustizia
amore

quando chiede di qualcuno
.
Non ho mai sentito tanto silenzio.

lucia triolo: il penultimo

tutto è caduto in me
non l’ho tolto io
è caduto 
da solo

povertà
non è ne’ tenebra ne’ luce
è nudità 
senza tracce

cosa dare o prendere nel fitto 
dalla loro mancanza?
È un morire 
a cui nasce una storia altra?

No, senza tracce
è solo il penultimo
divoratore
che copre l’ultimo “poi”:
il feroce “con nessuno”

chi è vivo o è atterrito o
è caparbio
attende
l’ultimo suo  “io” 
quello sempre in ritardo.

lucia triolo: schiava d’amore

nelle vene 
luogo di domanda
il dialogo scorre

traspare nel corpo                  
un caldo viavai

arenata nell’abbandono
a voce:
“io chi sono?”

antica è la risposta 
che il luogo di domanda
spala verso la meta
“sei solo il cappello del nulla”

La schiava d’amore è tradita;
inutile
ogni travestimento

per strada
il cane al guinzaglio
abbaia contro l’antica risposta

è fedele il cane