ciò che mi riguarda (ormai da me è lontano ogni gioco con la statua della Divina Accoglienza) ho raccolto in quel ditale secco che lo specchio ha buttato senza immagine oltre ogni amore
quando tra questi momenti c’erano gli inizi da imbacuccare e le attese lucide dei passi su cui si riversava l’errore in punta di bacio saliva il desiderio si rotolava tra le mani attraversava il guado tutte le stagioni volevano vederlo
vado alla ricerca di me stessa senza trovarmi mai chi mi ha nascosto?
guardo il mio bacio seduto all’angolo dove ferma il tram aspetta i tuoi calzoni scendere alla fermata.
confusa penso alla mia ignoranza: falce ansimante sospesa sul cuore feroce come fuoco sui miei istanti indecisi E questo “non so” non è un vuoto ma un pieno di nulla
giù in fondo dorme incomprensibile il mondo un angelo vaga dai morti verso i vivi e sempre sempre porta loro qualcosa comunica trabocchi
Chi puo’ guardare due volte le scarpe di una creatura qualunque senza mettersi a piangere? Dio, col suo sguardo infinitamente abbattuto che non si stacca mai dalle scarpe degli uomini.
una panchina vuota sbadiglia ai quattro venti, felice che nessun vivente le sia seduto sopra
solo semi di zucca e bucce ma la carrozza di Cenerentola è ormai passata in un’altra favola
i viventi sono senza zucca -pensa- per questo il numero dei viventi è vuoto il loro impossibile singulto è contro l’assenza della fata: “brutta strega”!
l’assenza (s)colpisce ritratti io smetto di essere me
Una parola bussa ancora alle mie labbra Vuole ch’io la pronunci. Faccio resistenza.
Frammenti di oscurità vengono a galla da immense profondità appena percepite. Lei insiste tenace. Faccio resistenza. Non occorre più ch’io parli Altri l’hanno già detta.
Non c’è più parola per un pensiero nato troppo presto e apparso tardi, ma l’intimità del silenzio non basta più.
L’unica cosa che voglio dire è stata già detta. E… non me lo perdona
Viviamo un tempo che ci corre innanzi accendiamo falò lungo il cammino la notte è gravida di noi si ode solo il fruscio del cuore e non abbiamo mai saputo di quanti cuori altrui abbiamo bisogno perché il nostro batta.
Il tempo ci attende.
Non fuggo più dovevo sapere adesso so: il corpo disegna un’ orbita eterna
La luna nel pozzo ci rimase a lungo come una pallida commozione come il tramonto di una fronte come un istante lontano che nega di esserci mai stato. Come un sorriso sfogliato in un tempo debitore. Nessuno la cercava lì
Sorella che fai? No, no attenta ti sbagli, ti sbagli noooo ahhhh!
Desiderò essere di luce e si lavò il viso nella luna. La pozzanghera la inzaccherò tutta.
È nell’indole degli dei mettere a segno colpi blasfemi.
L’idea l’ho caricata sulle spalle ho incipriato l’attesa sul ventre ho diviso in due la mia passione accoccolata su quella parola che non pronunciavi mai
partorisco figli che non conosco figli di disagio e pena figli di un percorso senza ritorno
avevano il naso scalfito dinamico come quello di statue greche senza storia
non chiedermi loro notizie ho tranciato il cordone ombelicale li ho sepolti sulla punta delle dita proprio sotto le unghie di terra e ora taglio percezioni che non riconosco che non ricordavo
un’aritmetica senza numeri la mia non accoglie i figli e io li ho uccisi: ho impedito loro il suicidio
Tra il vocio di molte chiacchiere piene d’afa che ristagnano in piazza -filosofia spicciola spengo il cellulare e prendo posto dietro l’ultima parola quando il negozio dei significanti ormai sta per chiudere.
Anche il silenzio può essere un’esperienza professionale e penso al mio che veglia aspettando il tuo desiderio.
“Fui impiccata perché vivevo sola, perché avevo gli occhi azzurri e la pelle bruciata dal sole, vestiti cenciosi, pochi bottoni, una fattoria incolta a mio nome, e un rimedio infallibile per le verruche; Ah sì, e il seno, e una dolce pera nascosta nel mio corpo. Quando si parla di diavolerie questi tornano sempre utili.”
percepire la vita senza interpretare cercare sé negli altri gli altri in quell’angolo di se’ subito dopo la curva a gomito dove si sfracellano le lapidi specchiarsi come luna nel pozzo in quel raggio che divenne storia e memoria
tanta gente in strada, branchi di scarpe strano, stanno tutti come per cadere passano dinnanzi ad una chiesa -inginocchiatoi a file- che sta per cadere
stanno per cadere i colori del giorno, poi quelli della notte colori di orribili forme che mi somigliano
c’è del fumo come da polvere da sparo incubo e realtà diventati l’uno dell’altra
tanta gente in strada intimità inghiottite e perdute e non c’è nessuno
Ed io sto lì a guardare l’immortale mondo che non ha destino. Eppure basterebbe poco, forse soltanto una lucciola eversiva o l’ urlo inarticolato della nebbia,
quando qualcuno attende chiede chiama
stasera non passa nessuno per strada, né a piedi, né in macchina. Tutto è immobile forse manca la strada o forse è una strada che inghiotte,
quando qualcuno cerca ha fame prega
quando qualcuno….
dov’è la casa, quella degli uomini, intendo, della loro effimera vita dove tutto vuole avere inizio e cerca compimento?
quando qualcuno chiede pace giustizia amore
quando chiede di qualcuno . Non ho mai sentito tanto silenzio.