c’è una radice
in me
che cerca
qualcosa di diverso
dalla paura
di vivere
con i capelli madidi
che le si fanno
danza

c’è una radice
in me
che cerca
qualcosa di diverso
dalla paura
di vivere
con i capelli madidi
che le si fanno
danza

“… sono sicuro
di poter guardare senza angoscia
l’uomo di legno dello specchio”
Miquel Marti i Pol, Qualcuno che aspetta in “Poesia”, Crocetti editore, n. 17
—
guardarsi allo specchio e
scoprirsi di legno.
c’è un verità che
fa male
come l‘herpes sul labbro
e una che lascia
indifferenti,
non ne conosco
nessuna che faccia bene
(e la tua fata più intima
sorride)
spero che il cielo
non mi veda
come mi vedo io
è a questo, in fondo,
che servono
le nuvole

ciò che mi riguarda
-ormai da me è lontano
ogni gioco con
la statua
della Divina Accoglienza –
ho raccolto in quel
ditale secco
che lo specchio
ha buttato senza immagine
oltre il tuo amore
prendersi sul serio e
scoprirsi dove “non càpita mai”
come una cosa stupida

Sul binario di Dio
Nel freddo fruscio del torrente
abbeveratoio di silenzio
aspergo di parsimonia la giornata
che mi incute lune e ombre.
Vetro trasparente e ferro forgiato
è il mio andare. Un andare mio
inconsapevole e vano.
Come tenda da cui filtri il sole
proietta il disegno sul muro
così è la cocente aspirazione di pace:
chiara e tremula dai contorni incompiuti.
Eppure mi volgo verso il sole
verso un padre che crebbe lucente in
me.
Eppure dei giorni vado cantando
tra i solchi
del mio destino. Un destino
di morte e pazienza che ricama
florilegi, proiezioni d’immenso.
Il cielo si abbatte sul canto dell’acqua
sul ninnare pacifico del vortice al sasso.
Sul binario di dio scivola il vivere prima
di slittare anelante
all’impazienza del semprevivente.
Lucia Lascialfari

alla fonte del dubbio cui
ti rifornisci di continuo
essere il proprio vuoto o
il proprio doppio
è lo stesso
mossa imprevista:
lasci un’impronta di tenerezza
negli interstizi di
quest’inverno
che fonde torsione godimento
nel lutto
che ti attraversa
da “Il Paese degli Io”

Non vi dirò il suo nome
cammino all’oscuro
sento colpi del corpo contro il muro
È lì che dorme, che respira, lei
Non vi dirò il suo nome
soltanto io la chiamo quando parlo
e lei risponde mormorando
nello zolfo del sonno.
La sua voce è la notte
è la finestra laggiù,
la luce opaca
nel cortile accecato dentro il nero.
Non vi dirò il suo nome
soltanto io conosco
quello che rinchiude.
La porta è chiusa, e dietro
ansia, paura e certe volte
ballo scatenato
urlo di vagina.
Non vi dirò il suo nome
è un nome sconosciuto
come il mio
Mauro Pesce

vi condanno ad essere voi
per il resto della vita;
“voi”
non “voi stessi”
in tonfi d’identità
(non si cavalcano andirivieni
in uteri di arcobaleni)
vi condanno a recitare per me:
sarò insieme pubblico
e copione
non so chi di voi
renderò immortale e
chi consacrerò alla noia di
corone funerarie
il mio biglietto
plauso o sberleffo
lo pagate voi
vostra aff.
Anima

vuoi sapere com’è fatto un uomo
quante volte
ha pianto dietro una porta
ha sorriso a qualcuno
e il sorriso non é andato a segno?
quante volte
-crampi allo stomaco per la paura-
ha messo in moto
senza sapere dove andare?
vuoi sapere in quante
pizzerie ha gettato la spugna
voglioso di momenti senza pensare
momenti passionali
dove ad esporsi è l’ anima e il resto
sta a guardare?
vuoi sapere quante volte ha
pregato Dio
invocando le corna di cervo
del suo io?
quante volte
il sangue fremeva di desiderio,
i muscoli ridevano nella speranza,
e lui si ergeva in tua presenza?
vuoi sapere com’è fatto un uomo?
perché é così certo che avrà quel
che ha chiesto all’universo?
ecco
non lo so!
ma se avessi il tuo numero,
ti telefonerei
——–

Giornata di sciopero da se stessi
Troppo lungo abbiamo patito sotto il gioco dispotico di noi
stessi
*rifiuta di ascoltarti
*tronca ogni legame finanziario con te stesso
*disconosci membri della tua famiglia e gli amici
*boicotta il tuo lavoro
*cancellati da tutti i social media
*dismetti l’autorità
*contesta attivamente la tua coscienza
ricorda l’io é il problema
Charles Bernstein, da Eco

Inesausta aporia
di orizzonti scavati
è il mio nome
come dimenticarsi di me
se piango?

“(non è più possibile
essere al contempo umani e vivi)”
da: M. Atwood: “Rifiuti di appropriarti”
in Esercizi di potere
E’ troppo tardi
e non era alla tua festa
ma…
la prossima volta che
accogliamo il respiro
dovremo scegliere prima
cosa fare a pezzi
di ciò che è “noi”
forse non è troppo tardi
il giocattolo rotto
… ha ancora voglia
nella vita c’è caduto
con tutte le
scarpe.

e c’era una finestrella
aperta
nel confuso stanzino
così le farfalle potevano
passare
lasciare in volo
i loro colori
Un ritorno indietro Anna
ad ali da ritrovare
come quelle che cercasti di afferrare
sulle spalle di tuo figlio
prima che se ne impossessassero
le foto sul comò
poi nella piccola stanza
avresti fatto
l’inventario

d’estate, a Mondello
il caldo salino la pineta
giovani abbracci
scegliere
su quale fianco sfrenati
addormentarsi
quella parte di mondo
ha lasciato indietro un’ora una sera
una scia
da lì si è alzato
l’ultimo rapace

Se verrai da me non guardare
altrove
guarda dentro di te
guardati con i miei occhi.
Con noncuranza parlami
con noncuranza tacimi
sbircia tra le mie labbra,
baciami
la tua robustezza
è fatta dal sogno di un soffio.

…e c’era poi
brulicante
quel corpo che ricordava il desiderio
movimenti ora lenti
ora violenti
lo sguardo allungava
una divisione tra onda e onda
tra goccia salmastra
che spezza il nucleo
e l’invito a scoperture profonde
di rotondità
dall’altra parte di quel dolce
mare
in un’appartenenza
stupita
desiderare è esporsi

un volto illeggibile
ho indicato al
mio nome
dell’ opaco che
mi appalesava
ho fatto vela gonfia al
vento
accorre la notte
e si ferisce a morte
nel pusillanime canto
quando il coraggio
non fa luce
come il pianto
il corpo è in gola
mentre scolpisci nel nulla
il mio nome che ti ha accolto

“un gradino di pietra, ancor lontano dal tuo piede,
fa dei cenni”
(P. Celan, “Impaurito dal lampo” da Luce coatta)
sollevami la veste
più in alto sui
gradini
dove i raccolti spengono
le sciagure
lì la mia nascita
non sa che farsene della morte
stringimi
tra le tue parole
senza voce
dorme stasera la notte
indaffarata a sognare
forse
nel suo respiro
fa capolino Dio.

L’ombra smisurata di un gesto finito
stravolgeva ogni regola
come l’aria stravolge l’aria
quando si inchina sul sole
Con un sobbalzo ritrovava
il pellegrinaggio sul mio corpo
quell’andare ramingo
lungo il ponte sbilenco
del sogno
Il santuario
non era né vicino né lontano
solo sulle labbra
che ingoiavi

Ho stipulato un contratto con
l’acquedotto di vita per la fornitura
quotidiana.
La mia non è la vostra morte
di chi sarà non so.
Non ho voltato le spalle al giorno
nemmeno alla notte
Ho stanziato uno sbaraglio
per riavermi,
una prepotenza d’unghie e denti
Non sei tu a mancarmi
è quell’atmosfera da tecnica virale,
da stufa in calore
in cui mi avviluppavi
Come dimenticare le trappole d’essenza
l’essermi in te desiderata
l’averti in me concepito tante e tante volte
come un rubinetto gocciolante?
irreparabilmente

entro nella mia storia da
una porta chiusa
forse perché nelle stanze di casa
-momenti di vita squinternati
bottiglie vuote di ogni convenzione-
non c’è più luce
di quanta ce ne fosse all’inizio
e quanti nomi ancora da pronunciare
tra il mio in rovina
e il tuo
che si allontana sempre più.
ingabbiata baruffa:
presa di coscienza non è
presa di distanza.
la mano di chi?
mi afferra ora il polso.

“con uncini tocchiamo grandezze
infime, quasi leggera. morte”
Osip Mandel’štam, Ottave, “Nov. 1933”
apro la pioggia
mi guarda
come una tragedia voltata
a contare una per una le lettere
dei nostri nomi
e noi: soliloqui di un ventriloquo!
Il corpo è un ponte su cui passa leggera morte
questa notte
scopre l’attesa della
tua bocca

Ora dinnanzi ai frutteti della morte
mi congedo da te cui non seppi mai
dire no né dire si
Che succede, chi arriva?
È tardi sai per cominciare
e anche ormai per continuare
Antico è il vento che ci avvolse
fin quando tenni la mano
nella tua e c’era sangue caldo che passava
da te a me
ora dinnanzi
ai frutteti della morte
supera il confine e vieni
c’era il vestito verdeblù che indossavi spesso
ed era anche un po’ mio:
in quelle tasche infilavo come caramelle
i tuoi sussurri a me
per rubarli all’angoscia dell’ infanzia
mia
che s’attardava
e adesso impigliata tra il passato e il desiderio
urlo che li rivorrei
ora dinnanzi
ai frutteti della morte
a te chiedo di aprire le saracinesche della mia
anima di carne
Salta quel varco
Siimi madre già
nell’al di là

parlavi
a pezzi della tua morte
abitavano il tuo corpo giallo:
l’ allampanato condominio
di misteri
dove lo sbruffone si diverte a suonare
i citofoni
rabbia esplosa al vento
continuava a girare a girare
a spazzarne via
i risvolti dall’ultima pelle che ancora li ricopriva
neanche fosse erba secca
restavano solo pezzi della
tua morte
scaglie di discorsi come cavalli
non sellati al galoppo
e quell’ inutile fame
di vita

C’è un punto nelle parole
riservato alla morte
uno scandalo fragile silenzioso
che poche lingue conoscono
lì sfregiati ci destammo
dissotterrammo
i corpi come ascia di guerra
un piede dopo l’altro
raccogliemmo le cose
i soffi
le ore
ciò che mancava
si riempì di noi

ho acquistato voce
per qualche ora
poi più nulla
e non so come dire
quel sogno che ancora vivo
cerco un complice per
allentare il freno
tace l’eternità
vola come piuma
il suo silenzio si riferisce
a me
alcuni escursionisti hanno
udito qualcosa.

Calze nere pesanti
ad affrontare il giorno
senza pensare,
senza volere.
Ti spezza le ossa questa fatica
e non c’è un treno che ti porti via,
donna dagli occhi curvi.
Silenziosa mestizia afferri nelle mani
tutte le stagioni.
Dentro un cartoccio di
antiche illusioni dalla buccia sottile,
la bionda nuca di ragazzina
fa ancora resistenza
a scomparire
Tu l’assecondi
complice segreta
ma non ve lo direte mai.
Solo scarpe slacciate lasci
a liberare i piedi
per fuggire.

Ringrazio Giuseppe Cerbino e Federico Preziosi che nella trasmissione “la Parola da casa” del 26/4/24 mi hanno dato modo di conoscere la poesia di Jozefina Dautbegović.
Nata in Bosnia nel 1948, fino allo scoppio della guerra nella ex Jugoslavia è vissuta a Doboj. Nel 1992; all’inizio della guerra, si rifugia con il marito a Zagabria, dove vivrà fino alla morte avvenuta nel 2008.
Il cuore del suo lavoro poetico è “la casa” che diviene anche “la patria”. L’una e l’altra è obbligata a lasciare per la guerra, vivendo per il resto dei suoi giorni la tragedia dell’esilio. In Italia sono uscite due raccolte a suo nome: La televisione di Dio, Cicero editore 2010, Il tempo degli spaventapasseri, (cura e traduzione di Neval Berber), Molesini editore 2022
Alla bellezza della sua poesia desidero rendere omaggio con 2 suoi testi
———–
Il trasloco
Da me ci si aspetta una decisione tremenda
fare ordine
buttare via le cose superflue
al momento del trasloco
Essere quella che le chiamerà per nome
Uno dopo l’altra
(Non riesco a sottrarmi all’impressione
Che in questo modo si compia un tradimento)
Devo puntare il dito
afferrare con la mano
e mettere da parte
Quella gonna fortunata con la quale andavo
dal dentista e dal ginecologo
quelle scarpe che da sole conoscevano la strada fino a casa
la tenda dietro la quale eravamo
protetti così bene dai lampioni curiosi
Quel tuo consumato maglione Pierre Cardin
che da profugo hai ricevuto in dono dalla Croce rossa
insieme alla lettera piena di buoni auguri
da parte di una famiglia francese
che non ha voluto (che delicatezza) firmarsi
per non obbligarti alla gratitudine
Com’è tremendo essere colui che indica col dito
Poi guardare come gli operai della nettezza urbana
portano via tutti i ricordi
li macinano insieme a quelli degli altri e li portano all’inceneritore
sopra il quale qualche attimo più tardi
si alzerà una colonna grigia di fumo
(cosa mi ricorda tutto questo?)
Le anime dei nostri oggetti ricadranno su di noi
sotto forma di smog urbano
Emetto condanne a morte
Mi sento come un boia
Non so se sarebbe d’aiuto
mettermi in testa un cappuccio nero come gli altri assassini
affinché gli oggetti non mi riconoscano.
Zagabria, 14/IX/2002
La compravendita
Io vendo la casa con tutto quello che per casa
si intende
Tu compri solo un tetto sopra la testa
Io vendo la soffitta piena di piccioni e fasci di luce
che a strisce gialle si insinuano tra le tegole
tu compri uno spazio adatto per gli oggetti superflui
Io vendo tutte le cene con gli amici le loro voci sonore
Tu compri abbastanza metri quadri dove poter sistemare
una cucina italiana dal design moderno
Io vendo la vista sulle colline viola
e trent’anni di raggi di sole moltiplicati per 365 giorni all’anno
senza contare quelli bisestili
tu compri una finestra rivolta a est
Io vendo latte di luna il suo argento fuso
versato sui tetti dei vicini
Tu compri soltanto una veranda adatta per asciugare i panni
Della camera da letto non voglio parlare
per educazione
Ma posso facilmente supporre quello che tu compreresti
Vendo anche il suono nervoso dei miei tacchi che andavano
avanti e indietro avanti e indietro
su e giù
giù e su
mentre aspettavo i suoi passi per le scale
nel soggiorno
Tu compri il parquet di quercia ben conservato
e mi chiedi
quanto costano i ricordi
a metro quadro?
Zagabria, 3/III/ 2003

l’ombra si disincrosta
dei suoi futuri
si raschia di dosso
i nomi che evocano forme
non legge i suoi volti,
li ritaglia di profilo
-suonano altrove le parole
che ho lasciate
lungo il viaggio-
ma anche le ombre sanno:
narrano di cammini graffianti
custodiscono le
allegorie delle speranze
non amano gallerie
-suoneranno altrove
le parole che ho dimenticate
finito il viaggio-
Immobile e altera
l’ombra
resiste al vento
fu allora: mi accorsi
che ti batteva
il cuore

divinità irascibili ti cercano
e tu,
punto
insignificante
così vicino agli occhi
di tutti
da pensarsi invisibile,
non puoi sfuggire
chi ha staccato la
suola alle tue
scarpe
ha rotto anche il tacco
nessuno dei tuoi figli
ti somiglia
né le cose di casa, i vestiti
e le tue cicatrici
quelle domande erano
carta
dalle ali spezzate
bruciano
all’inferno
senza lingua è il deserto

ho costruito
un ponte
dai bordi trasparenti
vedo ciò che vi
passa
(frustate di luce e tenebra)
ma non
da dove muove
ne dove arriverà
ha sguardi d’ aquila e lupo
per il tempo del
passo
il ponte sulla speranza
sbriciola i grumi della
morte
che di continuo chiede
di me e di te
