oggi ho morso il mio cane
e avvelenato la vipera
che sono in casa
stanno nella stanza accanto
quella dove non entro
mai
per paura
là ci sono solo
i miei sogni
lascio oggi una giornata che mi è piaciuta,
in vetrina

oggi ho morso il mio cane
e avvelenato la vipera
che sono in casa
stanno nella stanza accanto
quella dove non entro
mai
per paura
là ci sono solo
i miei sogni
lascio oggi una giornata che mi è piaciuta,
in vetrina

confusa
penso alla mia ignoranza:
falce ansimante
sospesa sul cuore
feroce come fuoco sui miei istanti indecisi
E questo “non so”
non è un vuoto
ma un pieno di nulla
giù in fondo
dorme incomprensibile il mondo
un angelo vaga dai morti
verso i vivi e sempre
sempre porta loro qualcosa
comunica trabocchi
ma anche per lui
il mio nome è pesante

CRISTINA CAMPO TRADUCE HECTOR MURENA
Chi puo’ guardare due volte
le scarpe di una creatura
qualunque
senza mettersi a piangere?
Dio, col suo sguardo
infinitamente abbattuto
che non si stacca mai
dalle scarpe degli uomini.
Da “La tigre assenza”.

forse sono un’illusione
in piccole zone
ma un sasso mi cerca
m’insegue
forse seppellisce
il suo vuoto
cerca un posto
tra il cuore e una parola
la migrazione di chi desidera
essere riaccompagnato
e non andare da solo
fino in fondo

chi non si accorge che
le sue cose
lo seguono?
Si è guastato il magnete
quest’uomo aveva adesso il viso
al centro della terra non sua
di una terra vociante
ma assente
era senza cose
nulla più lo raccontava
in confidenza
arrivava solo
da nessuna parte
era un eroe di nuvole

Jon Fosse
Ascolterò gli angeli
Ascolterò gli angeli che provengono dai miei amici morti
silenziosi come la neve evidenti come la neve
Vedrò la neve sciogliersi e diventare acqua
La vedrò scomparire
e tornare, come aquile
Vedrò le aquile arrivare
Scomparire
e sentirò la musica
nel movimento che creiamo
e che ci crea, così evidenti, nel buio
In “Ascolterò gli angeli arrivare

una panchina vuota sbadiglia
ai quattro venti,
felice che nessun vivente
le sia seduto sopra
solo semi di zucca e bucce
ma la carrozza di Cenerentola è ormai
passata
in un’altra favola
i viventi sono senza zucca
-pensa-
per questo il numero dei viventi
è vuoto
il loro impossibile singulto
è contro l’assenza della fata:
“brutta strega”!
l’assenza (s)colpisce ritratti
io smetto di essere me

tu dici che sono
rara
indifferenti mi sono
i documenti personali
mi vedo
come impressa in una moneta
che ha preso le mie misure
sotto posticcia osservazione
forse
ero in pausa pranzo
o forse
sotto il cappotto,
quando “quel che succede”
mi cercava.

un grido, una fase lunare
da spaccare sul cippo:
“quando è iniziata
la Grande Mostra del Nulla?”
e scende il buio
C’è un giorno che ci cerca
e non ci ha ancora trovato
la gola si imbatte
nel suo singhiozzo

Anne Carson
STANZE, SESSI, SEDUZIONI
È bello essere neutri.
Voglio avere gambe senza senso.
Ci sono cose insopportabili.
Si possono evitare a lungo.
Poi si muore.
Gli oceani mi ricordano
la tua stanza verde.
Ci sono cose insopportabili.
Disprezzo, principi reali, questa piccola taglia
del morire.
La mia poesia personale è un fallimento.
Non voglio essere una persona.
Voglio essere insopportabile
Da amante ad amante, il verde dell’amore.
Fresco, rinfrescante.
La terra non produce una pianta simile.
Chi non finisce per essere
una finta donna?
Bevi tutto il sesso che c’è.
Anche così, muori.
Ti tento.
Arrossisco.
Ci sono cose insopportabili.
Le gambe ahimè.
Le gambe muoiono.
Dondolandosi all’ingiù,
pazzamente lente,
c’è qualche termine di danza classica per questo –
frammento di carta stagnola, un piccolo
volteggio,
un po’ ebbro,
poco da fare,
un piccolo oh,
ahimè.
da “Decreazione”

L’ unica cosa che voglio dire
è stata già detta.
Una parola bussa ancora
alle mie labbra
Vuole ch’io la pronunci.
Faccio resistenza.
Frammenti di oscurità
vengono a galla
da immense profondità
appena percepite.
Lei insiste tenace.
Faccio resistenza.
Non occorre più ch’io parli
Altri l’hanno già detta.
Non c’è più parola
per un pensiero
nato troppo presto
e apparso tardi,
ma l’intimità del silenzio
non basta più.
L’unica cosa che voglio dire
è stata già detta.
E… non me lo perdona

Thierry Metz
Scrivere una poesia
è come essere solo
in una via tanto stretta
da non potere incrociare
che la propria ombra.
Da “Dire tutto alle case”

non attesa
rivestita di cose friabili
verrò
nella mia città
nelle angosce che
l’incoscienza allatta
e non riesce a svezzare
verrò da fuorilegge
un fazzoletto sul volto
dando l’assedio al cielo
forse sarà lì che incontrerò
la cucina sporca di terra e fame
lo sputo catarroso
della vecchia memoria
forse sarà lì che
mi incontrerò
o forse no
due storie che non
coincidono

…e impazziva
il vento
in un giro di abbandoni
tra le foglie
la ragazza guardava
la gonna incuneata tra
le cosce
ma chi può dire
vedesse?
aveva qualcosa che somigliava
ai miei tratti
quelli essenziali che non ricordo
mai
… e penzolava
il tempo
e la vecchia della
porta accanto
che non aveva voluto
salutarla
la braccava inquietante dal
girello
offrile una brioche calda!
prima che arrivi l’angelo

F. Nietzsche
conclusione del capitolo Il canto del nottambulo, § 12, di Così parlò Zarathustra:
Oh uomo! Stai attento!
Cosa dice la profonda mezzanotte?
“Dormivo, dormivo –,
Da un sonno profondo mi sono svegliata: –
Il mondo è profondo,
E più profondo di quanto abbia pensato il giorno.
Profondo è il suo dolore –,
Piacere – ancor più profondo del dolore:
Il dolore dice: Passa!
Ma ogni piacere vuole eternità –,
– vuole profonda, profonda eternità!”

frantumare le proprie origini
o
farsene frantumare?
un sonaglio scuote dentro
la sua forza primitiva
è bel delirio
e la coscienza cerca the freddo
in una tazza rotta
poi scrive versi:
“in ogni origine
ciò che è frantumato
è il cielo
tu non ami più
solo lacci da scarpe
ne stringono i pezzi
al cammino
resta solo il tuo naso all’insù”.

Luigi Pirandello (Un falso, e che importa?)
E l’amore guardò il tempo e rise,
perchè sapeva di non averne bisogno.
Finse di morire per un giorno,
e di rifiorire alla sera,
senza leggi da rispettare.
Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,
il tempo moriva e lui restava.

Oh il bagliore di quegli occhi!
La luna nel pozzo
ci rimase a lungo
come una pallida commozione
come il tramonto di una fronte
come un istante lontano che
nega di esserci mai stato.
Come un sorriso sfogliato in un tempo debitore.
Nessuno la cercava lì
Sorella che fai?
No, no attenta
ti sbagli, ti sbagli
noooo ahhhh!
Desiderò essere di luce e
si lavò il viso nella luna.
La pozzanghera
la inzaccherò tutta.
È nell’indole degli dei mettere a segno
colpi blasfemi.

T.S. Eliot
“Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock”
(…) E ho conosciuto tutti gli occhi, li ho conosciuti tutti…
gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
e quando sono formulato, schiacciato sotto l’ago,
quando infilzato mi contorco contro il muro,
allora come potrei cominciare
a sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e modi?
E come potrei presumere?
da Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock.

Cristina Annino
La Casa del folle
Entro piano nella casa del folle;
non apro le persiane, non tolgo la polvere.
Arrivo alla sua camera che ancora dorme
nel mattino troppa aria per occhi
di dolente marrone pallido. Guardo
la nuca rigida e il corpo che non sente
neppure il pigiama.
Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto
ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese,
dal peso della gente.
Cerco di non affollarlo di niente;
il suo corpo vuoto è una stanza: sogni
vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore.
La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo
al piede del suo letto coma a una pianta
ed entra dentro di me, dal folle, quasi
fune elettrica, una bianca, stanca,
atroce vitalità.
da “Anatomie in fuga”

Tutto scompare nelle
sillabe
del suo nome
che la tua lingua
in cammino
sparge su ogni frase
Ma lui voleva vivere da eroe,
non eri tu il suo elmo
né la spada
e la sua storia non era affare di parole
era uno squarcio dritto in fondo al cuore
Attraverso il finestrino del mio treno
il tuo nome scorre ancora
poi … non più

L’idea l’ho caricata
sulle spalle
ho incipriato l’attesa
sul ventre
ho diviso in due la mia passione
accoccolata
su quella parola che non pronunciavi mai
simile all’urlo.

Imprevisto:
mi lascio per strada,
gettata lì sul selciato
rotta da luci sfolgoranti e false
nulla in me si china a raccogliermi
i pezzi non combaciano
lo so:
abbraccio uno sparire
di antica data
fatto con zucchero filato
la lingua poco a poco arriva
al bastoncino appiccicoso
come a un sogno scaduto
andato a male
ho disegnato maschere sui muri:
profanando l’ultima speranza
che stava tra abiti e polvere
mi trattava da prediletta
con il belletto per la mia coscienza
mentre arava il mio sogno
ora solo ferocia

senza parola
partorisco figli
che non conosco
figli di disagio e pena
figli di un percorso senza ritorno
avevano il naso scalfito
dinamico
come quello di statue greche
senza storia
non chiedermi loro notizie
ho tranciato il cordone ombelicale
li ho sepolti sulla punta delle dita
proprio sotto le unghie di terra
e ora taglio
percezioni che non riconosco
che non ricordavo
un’aritmetica senza numeri
la mia
non accoglie i figli
e io li ho uccisi: ho impedito loro
il suicidio
e ora non dico

Tra il vocio di molte chiacchiere
piene d’afa che ristagnano
in piazza
-filosofia spicciola
spengo il cellulare
e prendo posto
dietro l’ultima parola
quando il negozio dei significanti
ormai sta per chiudere.
Anche il silenzio può essere
un’esperienza professionale
e penso al mio
che veglia aspettando
il tuo desiderio.

Simone Cattaneo
Appesa per le caviglie ad un albero del viale
ho incontrato per la prima volta l’unica donna che ho mai amato,
avrei voluto proseguire ma mi ha chiesto uno sguardo
mi ha domandato di guadare un fiume inesistente fra le stelle,
quindi mi sono arrampicato fino all’orlo del suo viso ma
non si è scomposto, nulla del mio corpo mi ha nascosto.
Immersa nel suo odore mi ha aperto il petto così che
potessi sentire il suono del colore,
colmo di paura ho promesso che avrei imparato ad aspettare,
ho fatto un giro intorno all’albero e
la mia donna era svanita, rapita dalla frutta candita di
un’isola caraibica. Mi sono legato per le caviglie ad un lampione
per capire la sua prospettiva e riallineare la mira,
ammassati intono a me sbavavano dei cani, con le mascelle di vetro
in fiamme ma la terra si è asciugata e la festa è finita.
Non ho più incontrato una donna così bella, forse sì,
è la carne che tutte le notti mi dorme accanto
persuasiva nelle cosce, elegante nelle mani, luce morale nei fianchi
ripiegata e indistinta come uno scheletro di pesce.
Sono certo, siamo l’uno la proposta dell’altra.
ora in Peace & Love
*

Barbara Korun
DUE
Due si spogliano
si tolgono le vesti
si sfilano le scarpe
si levano i gioielli e l’orologio
si denudano completamente
continuano a spogliarsi
con mani carezzevoli
si tolgono la professione il nome
le abitudini quotidiane
con baci pazienti
si liberano dei loro amori
trascorsi delle loro attese
con morsi profondi si disfano
degli anni della loro passione
con la bocca a vicenda
si sbarazzano del sesso
si svestono dell’infanzia
(operazione lunghissima)
si tolgono di dosso la mamma
e il padre con energici lavacri
forti abbracci e strusciate
di corpo a corpo
ed effusione di linfa
raggiungono le tenebre
mai nominate alle quali
danno a ritroso dei nomi
che man mano dimenticano
quando si infiammano
continuano a spogliarsi
attraverso il riso il pianto
i gemiti e le grida
fino all’innominabile
carnalità
di là della nascita
sono nudi
da “Voglio parlare di te notte- Monologhi“

lo spazio notturno
ci conta le rughe
ci imbocca
come gli uccelli sui rami
ha una manciata di foglie
che narra una verde
sorgente
lo spazio notturno è distante
da un dito all’altro,
premuroso
s’ inchina all’amante
un sogno in affitto
ci at-tenda
quando scende assetata
la sera
tu, mio sogno in affitto
che i demoni sbrani
racconta del dio, dei maneggi
di un vento parlante
chi mura
senza miracoli
il destino agli umani?

Margaret Atwood
Mary mezza impiccata,
“Fui impiccata perché vivevo sola,
perché avevo gli occhi azzurri e la pelle bruciata dal sole,
vestiti cenciosi, pochi bottoni,
una fattoria incolta a mio nome,
e un rimedio infallibile per le verruche;
Ah sì, e il seno,
e una dolce pera nascosta nel mio corpo.
Quando si parla di diavolerie
questi tornano sempre utili.”
da “Mattina nella casa bruciata”

non c’è da opporre
resistenza
percepire la vita
senza interpretare
cercare sé negli altri
gli altri in quell’angolo
di se’ subito dopo la curva a gomito
dove si sfracellano le lapidi
specchiarsi come
luna nel pozzo
in quel raggio che
divenne storia e memoria
Servono soluzioni rapide
