quando tra questi momenti c’erano gli inizi da imbacuccare e le attese lucide dei passi su cui si riversava l’errore in punta di bacio saliva il desiderio si rotolava tra le mani attraversava il guado tutte le stagioni volevano vederlo
vado alla ricerca di me stessa senza trovarmi mai chi mi ha nascosto?
guardo il mio bacio seduto all’angolo dove ferma il tram aspetta i tuoi calzoni scendere alla fermata.
confusa penso alla mia ignoranza: falce ansimante sospesa sul cuore feroce come fuoco sui miei istanti indecisi E questo “non so” non è un vuoto ma un pieno di nulla
giù in fondo dorme incomprensibile il mondo un angelo vaga dai morti verso i vivi e sempre sempre porta loro qualcosa comunica trabocchi
Chi puo’ guardare due volte le scarpe di una creatura qualunque senza mettersi a piangere? Dio, col suo sguardo infinitamente abbattuto che non si stacca mai dalle scarpe degli uomini.
Ascolterò gli angeli che provengono dai miei amici morti silenziosi come la neve evidenti come la neve Vedrò la neve sciogliersi e diventare acqua La vedrò scomparire e tornare, come aquile Vedrò le aquile arrivare Scomparire e sentirò la musica nel movimento che creiamo e che ci crea, così evidenti, nel buio
una panchina vuota sbadiglia ai quattro venti, felice che nessun vivente le sia seduto sopra
solo semi di zucca e bucce ma la carrozza di Cenerentola è ormai passata in un’altra favola
i viventi sono senza zucca -pensa- per questo il numero dei viventi è vuoto il loro impossibile singulto è contro l’assenza della fata: “brutta strega”!
l’assenza (s)colpisce ritratti io smetto di essere me
Una parola bussa ancora alle mie labbra Vuole ch’io la pronunci. Faccio resistenza.
Frammenti di oscurità vengono a galla da immense profondità appena percepite. Lei insiste tenace. Faccio resistenza. Non occorre più ch’io parli Altri l’hanno già detta.
Non c’è più parola per un pensiero nato troppo presto e apparso tardi, ma l’intimità del silenzio non basta più.
L’unica cosa che voglio dire è stata già detta. E… non me lo perdona
conclusione del capitolo Il canto del nottambulo, § 12, di Così parlò Zarathustra:
Oh uomo! Stai attento! Cosa dice la profonda mezzanotte? “Dormivo, dormivo –, Da un sonno profondo mi sono svegliata: – Il mondo è profondo, E più profondo di quanto abbia pensato il giorno. Profondo è il suo dolore –, Piacere – ancor più profondo del dolore: Il dolore dice: Passa! Ma ogni piacere vuole eternità –, – vuole profonda, profonda eternità!”
La luna nel pozzo ci rimase a lungo come una pallida commozione come il tramonto di una fronte come un istante lontano che nega di esserci mai stato. Come un sorriso sfogliato in un tempo debitore. Nessuno la cercava lì
Sorella che fai? No, no attenta ti sbagli, ti sbagli noooo ahhhh!
Desiderò essere di luce e si lavò il viso nella luna. La pozzanghera la inzaccherò tutta.
È nell’indole degli dei mettere a segno colpi blasfemi.
(…) E ho conosciuto tutti gli occhi, li ho conosciuti tutti… gli occhi che ti fissano in una frase formulata, e quando sono formulato, schiacciato sotto l’ago, quando infilzato mi contorco contro il muro, allora come potrei cominciare a sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e modi? E come potrei presumere?
Entro piano nella casa del folle; non apro le persiane, non tolgo la polvere. Arrivo alla sua camera che ancora dorme nel mattino troppa aria per occhi di dolente marrone pallido. Guardo la nuca rigida e il corpo che non sente neppure il pigiama. Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese, dal peso della gente. Cerco di non affollarlo di niente; il suo corpo vuoto è una stanza: sogni vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore. La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo al piede del suo letto coma a una pianta ed entra dentro di me, dal folle, quasi fune elettrica, una bianca, stanca, atroce vitalità.
L’idea l’ho caricata sulle spalle ho incipriato l’attesa sul ventre ho diviso in due la mia passione accoccolata su quella parola che non pronunciavi mai
mi lascio per strada, gettata lì sul selciato rotta da luci sfolgoranti e false nulla in me si china a raccogliermi i pezzi non combaciano
lo so:
abbraccio uno sparire di antica data fatto con zucchero filato la lingua poco a poco arriva al bastoncino appiccicoso come a un sogno scaduto andato a male
ho disegnato maschere sui muri:
profanando l’ultima speranza che stava tra abiti e polvere mi trattava da prediletta con il belletto per la mia coscienza mentre arava il mio sogno
partorisco figli che non conosco figli di disagio e pena figli di un percorso senza ritorno
avevano il naso scalfito dinamico come quello di statue greche senza storia
non chiedermi loro notizie ho tranciato il cordone ombelicale li ho sepolti sulla punta delle dita proprio sotto le unghie di terra e ora taglio percezioni che non riconosco che non ricordavo
un’aritmetica senza numeri la mia non accoglie i figli e io li ho uccisi: ho impedito loro il suicidio
Tra il vocio di molte chiacchiere piene d’afa che ristagnano in piazza -filosofia spicciola spengo il cellulare e prendo posto dietro l’ultima parola quando il negozio dei significanti ormai sta per chiudere.
Anche il silenzio può essere un’esperienza professionale e penso al mio che veglia aspettando il tuo desiderio.
Appesa per le caviglie ad un albero del viale ho incontrato per la prima volta l’unica donna che ho mai amato, avrei voluto proseguire ma mi ha chiesto uno sguardo mi ha domandato di guadare un fiume inesistente fra le stelle, quindi mi sono arrampicato fino all’orlo del suo viso ma non si è scomposto, nulla del mio corpo mi ha nascosto. Immersa nel suo odore mi ha aperto il petto così che potessi sentire il suono del colore, colmo di paura ho promesso che avrei imparato ad aspettare, ho fatto un giro intorno all’albero e la mia donna era svanita, rapita dalla frutta candita di un’isola caraibica. Mi sono legato per le caviglie ad un lampione per capire la sua prospettiva e riallineare la mira, ammassati intono a me sbavavano dei cani, con le mascelle di vetro in fiamme ma la terra si è asciugata e la festa è finita. Non ho più incontrato una donna così bella, forse sì, è la carne che tutte le notti mi dorme accanto persuasiva nelle cosce, elegante nelle mani, luce morale nei fianchi ripiegata e indistinta come uno scheletro di pesce. Sono certo, siamo l’uno la proposta dell’altra.