lucia triolo: il mio nome è pesante

confusa
penso alla mia ignoranza:
falce ansimante                                
sospesa sul cuore
feroce come fuoco sui miei istanti indecisi
E questo “non so”
non è un vuoto
ma un pieno di nulla

giù in fondo
dorme incomprensibile il mondo                           
un angelo vaga dai morti 
verso i vivi e sempre
sempre porta loro qualcosa 
comunica trabocchi

ma anche per lui
il mio nome è pesante

lucia triolo: Brutta strega!

una panchina vuota sbadiglia 
ai quattro venti,
felice che nessun vivente
le sia seduto sopra

solo semi di zucca e bucce
ma la carrozza di Cenerentola è ormai
passata
in un’altra favola

i viventi sono senza zucca
-pensa-
per questo il numero dei viventi
è vuoto
il loro impossibile singulto
è contro l’assenza della fata:
“brutta strega”!

l’assenza (s)colpisce ritratti
io smetto di essere me

lucia triolo: una Domenica di poesia

Anne Carson

STANZE, SESSI, SEDUZIONI

È bello essere neutri.
Voglio avere gambe senza senso.
Ci sono cose insopportabili.
Si possono evitare a lungo.

Poi si muore.

Gli oceani mi ricordano
la tua stanza verde.
Ci sono cose insopportabili.
Disprezzo, principi reali, questa piccola taglia

del morire.

La mia poesia personale è un fallimento.
Non voglio essere una persona.
Voglio essere insopportabile
Da amante ad amante, il verde dell’amore.

Fresco, rinfrescante.

La terra non produce una pianta simile.
Chi non finisce per essere
una finta donna?
Bevi tutto il sesso che c’è.
Anche così, muori.

Ti tento.
Arrossisco.
Ci sono cose insopportabili.
Le gambe ahimè.

Le gambe muoiono.

Dondolandosi all’ingiù,
pazzamente lente,
c’è qualche termine di danza classica per questo –
frammento di carta stagnola, un piccolo


volteggio,
un po’ ebbro,
poco da fare,
un piccolo oh,
ahimè.

da “Decreazione”

lucia triolo: l’unica cosa che voglio dire

L’ unica cosa che voglio dire
è stata già detta.

Una parola bussa ancora
alle mie labbra
Vuole ch’io la pronunci.
Faccio resistenza.

Frammenti di oscurità
vengono a galla
da immense profondità
appena percepite.
Lei insiste tenace.
Faccio resistenza.
Non occorre più ch’io parli
Altri l’hanno già detta.

Non c’è più parola
per un pensiero
nato troppo presto
e apparso tardi,
ma l’intimità del silenzio
non basta più.

L’unica cosa che voglio dire
è stata già detta.
E… non me lo perdona

lucia triolo: cose friabili

non attesa
rivestita di cose friabili

verrò 
nella mia città 
nelle angosce che
l’incoscienza allatta
e non riesce a svezzare

verrò da fuorilegge
un fazzoletto sul volto
dando l’assedio al cielo

forse sarà lì che incontrerò
la cucina sporca di terra e fame
lo sputo catarroso 
della vecchia memoria

forse sarà lì che
mi incontrerò
o forse no

due storie che non
coincidono

lucia triolo: prima che arrivi l’angelo

…e  impazziva
il vento
in un giro di abbandoni
tra le foglie 

la ragazza guardava
la gonna incuneata tra 
le cosce
ma chi può dire
vedesse?

aveva qualcosa che somigliava
ai miei tratti
quelli essenziali che non ricordo 
mai

… e penzolava                                                        
il tempo
e la vecchia della 
porta accanto
che non aveva voluto
salutarla
la braccava inquietante dal
girello

offrile una brioche calda!
prima che arrivi l’angelo

Lucia Triolo: una Domenica di poesia

F. Nietzsche

conclusione del capitolo Il canto del nottambulo, § 12, di Così parlò Zarathustra:

Oh uomo! Stai attento!
Cosa dice la profonda mezzanotte?
“Dormivo, dormivo –,
Da un sonno profondo mi sono svegliata: –
Il mondo è profondo,
E più profondo di quanto abbia pensato il giorno.
Profondo è il suo dolore –,
Piacere – ancor più profondo del dolore:
Il dolore dice: Passa!
Ma ogni piacere vuole eternità –,
– vuole profonda, profonda eternità!”

lucia triolo: una domenica di poesia

Luigi Pirandello (Un falso, e che importa?)

E l’amore guardò il tempo e rise,

perchè sapeva di non averne bisogno.
Finse di morire per un giorno,
e di rifiorire alla sera,
senza leggi da rispettare.

Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,

il tempo moriva e lui restava.

Lucia Triolo: la luna nel pozzo

Oh il bagliore di quegli occhi!

La luna nel pozzo
ci rimase a lungo
come una pallida commozione
come il tramonto di una fronte
come un istante lontano che 
nega di esserci mai stato.
Come un sorriso sfogliato in un tempo debitore.
Nessuno la cercava lì

Sorella che fai?
No, no  attenta
ti sbagli, ti sbagli
noooo ahhhh!

Desiderò essere di luce e 
si lavò il viso nella luna.
La pozzanghera 
la inzaccherò tutta.

È nell’indole degli dei mettere a segno
colpi blasfemi.

Lucia Triolo: Una domenica di poesia

T.S. Eliot

 “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock”

(…) E ho conosciuto tutti gli occhi, li ho conosciuti tutti…
gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
e quando sono formulato, schiacciato sotto l’ago,
quando infilzato mi contorco contro il muro,
allora come potrei cominciare
a sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e modi?
E come potrei presumere?

da Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock.

Lucia Triolo: una Domenica di poesia

Cristina Annino

La Casa del folle

Entro piano nella casa del folle; 
non apro le persiane, non tolgo la polvere. 
Arrivo alla sua camera che ancora dorme 
nel mattino troppa aria per occhi 
di dolente marrone pallido. Guardo 
la nuca rigida e il corpo che non sente 
neppure il pigiama. 
Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto 
ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese, 
dal peso della gente. 
Cerco di non affollarlo di niente; 
il suo corpo vuoto è una stanza: sogni 
vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore. 
La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo 
al piede del suo letto coma a una pianta 
ed entra dentro di me, dal folle, quasi 
fune elettrica, una bianca, stanca, 
atroce vitalità.

da “Anatomie in fuga”

Lucia Triolo: il tuo nome

Tutto scompare nelle 
sillabe
del suo nome
che la tua lingua 
in cammino
sparge su ogni frase

Ma lui voleva vivere da eroe,
non eri tu il suo elmo
né la spada
e la sua storia non era affare di parole
era uno squarcio dritto in fondo al cuore

Attraverso il finestrino del mio treno 
il tuo nome scorre ancora
poi … non più

lucia triolo: sul selciato

Imprevisto:

mi lascio per strada,
gettata lì sul selciato
rotta da luci sfolgoranti e false
nulla in me si china a raccogliermi
i pezzi non combaciano

lo so:

abbraccio uno sparire
di antica data
fatto con zucchero filato
la lingua poco a poco arriva
al bastoncino appiccicoso
come a un sogno scaduto
andato a male

ho disegnato maschere sui muri:

profanando l’ultima speranza
che stava tra abiti e polvere
mi trattava da prediletta
con il belletto per la mia coscienza
mentre arava il mio sogno

ora solo ferocia

lucia triolo: da un caso di cronaca

senza parola

partorisco figli
che non conosco 
figli di disagio e pena
figli di un percorso senza ritorno

 avevano il naso scalfito
dinamico
come quello di statue greche
senza storia 

non chiedermi loro notizie
ho tranciato il cordone ombelicale 
li ho sepolti sulla punta delle dita
proprio sotto le unghie di terra
e ora taglio
percezioni che non riconosco
che non ricordavo

un’aritmetica senza numeri
la mia
non accoglie i figli
e io li ho uccisi: ho impedito loro
il suicidio 

e ora non dico 

Lucia Triolo: Una domenica di poesia

Simone Cattaneo

Appesa per le caviglie ad un albero del viale
ho incontrato per la prima volta l’unica donna che ho mai amato,
avrei voluto proseguire ma mi ha chiesto uno sguardo
mi ha domandato di guadare un fiume inesistente fra le stelle,
quindi mi sono arrampicato fino all’orlo del suo viso ma
non si è scomposto, nulla del mio corpo mi ha nascosto.
Immersa nel suo odore mi ha aperto il petto così che
potessi sentire il suono del colore,
colmo di paura ho promesso che avrei imparato ad aspettare,
ho fatto un giro intorno all’albero e
la mia donna era svanita, rapita dalla frutta candita di
un’isola caraibica. Mi sono legato per le caviglie ad un lampione
per capire la sua prospettiva e riallineare la mira,
ammassati intono a me sbavavano dei cani, con le mascelle di vetro
in fiamme ma la terra si è asciugata e la festa è finita.
Non ho più incontrato una donna così bella, forse sì,
è la carne che tutte le notti mi dorme accanto
persuasiva nelle cosce, elegante nelle mani, luce morale nei fianchi
ripiegata e indistinta come uno scheletro di pesce.
Sono certo, siamo l’uno la proposta dell’altra.

ora in Peace & Love

*

Lucia Triolo: una Domenica di poesia

Barbara Korun

DUE

Due si spogliano
si tolgono le vesti 
si sfilano le scarpe 
si levano i gioielli e l’orologio 
si denudano completamente

continuano a spogliarsi 
con mani carezzevoli
si tolgono la professione il nome 
le abitudini quotidiane 
con baci pazienti 
si liberano dei loro amori 
trascorsi delle loro attese 
con morsi profondi si disfano 
degli anni della loro passione 
con la bocca a vicenda 
si sbarazzano del sesso 

si svestono dell’infanzia 
(operazione lunghissima) 
si tolgono di dosso la mamma 
e il padre con energici lavacri 
forti abbracci e strusciate 
di corpo a corpo 
ed effusione di linfa 

raggiungono le tenebre 
mai nominate alle quali 
danno a ritroso dei nomi 
che man mano dimenticano 
quando si infiammano 

continuano a spogliarsi 
attraverso il riso il pianto 
i gemiti e le grida 
fino all’innominabile 
carnalità 
di là della nascita 

sono nudi

da “Voglio parlare di te notte- Monologhi

lucia triolo: spazio notturno

lo spazio notturno 
ci conta le rughe
ci imbocca

come gli uccelli sui rami
ha una manciata di foglie                                  
che narra una verde
sorgente

lo spazio notturno è distante
da un dito all’altro,
premuroso
s’ inchina all’amante

un sogno in affitto
ci at-tenda
quando scende assetata
la sera

tu, mio sogno in affitto
che i demoni sbrani
racconta del dio, dei maneggi
di un vento parlante

 chi mura
senza miracoli
il destino agli umani?

lucia triolo: una domenica di poesia

Margaret Atwood

Mary mezza impiccata,

“Fui impiccata perché vivevo sola,
perché avevo gli occhi azzurri e la pelle bruciata dal sole,
vestiti cenciosi, pochi bottoni,
una fattoria incolta a mio nome,
e un rimedio infallibile per le verruche;
Ah sì, e il seno,
e una dolce pera nascosta nel mio corpo.
Quando si parla di diavolerie
questi tornano sempre utili.”


da “Mattina nella casa bruciata