ogni giorno nascevo un poco morivo un poco per passare il tempo, solo per passare il tempo
ogni giorno nasco un poco muoio un poco d’accordo tutti su questo
ogni giorno nascerò un poco morirò un poco e non è vero che “non vedo l’ora”
……….
Chi ha visto la mia pelle spazzolare le ombre? Tracce di puledri rincorro gli zoccoli alle mani.
Voglio cavalcare la nascita e la morte, stringerle insieme e strattonarle. Legarle al bastone del tempo e venderle all’eternità. Me le pagherà bene non le ha
poi andrò via nel bosco che bisbiglia,
Freddo e caldo penetreranno i miei vestiti. lascerò fare. Nessuno, il mio amico, mi presterà la voce e il suo altoparlante muto
Era uguale e diversa la strada. Per me tracciava rette e per te cerchi, taceva il senso dove eravamo ancora già non eravamo più
Come per caso, incespicasti in me di traverso. Non so se fu sgambetto, ti finii addosso. Perché?
Avrò nel mio futuro il tuo mistero le tue mani vuote, il tuo girovagare affaccendato e un po’ retrò? Ma in fondo, cosa ne so di noi, di quel che ci accadrà?
Non occorre risposta, non sempre l’anima si dà, non sempre è pronta.
Se la tua anima non si fa la barba lasciala incolta e un po’ beffarda. Che me ne faccio di un’anima in abito da sera, attenta a non sgualcirsi il farfallino?
L’ intimità riguarda adesso lo sguardo. E’ direzione del pensiero: dove volge e dove posa, trafiggendo silenzi e squarciando veli ignoti.
E’ sapere che ci sei in una qualunque profondità di me
Conservo la paura dei verdetti, mettono a tacere con un sorriso biscazziere. Tutto ancora è da giocare, bandite le mezze misure la mia partita è mia, ha oggi in palio il solito panetto di margarina
la cipria e il piumino domani una goccia di eternità contro me stessa
cose che si dicono, frontiere, fuori dal mio corpo
“Il suicidio é in noi fa parte della nostra pelle”, S. Toma, Canzoniere della morte, p.17
———–
I miei passi sulla tua schiena
veniamo da un luogo che non è il nostro un poco luogo che ci fa guaire (o ci zittisce) a lui petroso innalziamo altari per farci strada tra menzogne e viltà organizzate
.
forse ho una storia come la sua che non ho vissuta. La mia storia è altra, la sua mi è sorella: un’altra mia storia per la sua solitudine interna
..
forse abbiamo tante storie, non è vero (sciocco pensarlo) che ne abbiamo una sola forse anche io ho un suicidio che non conosco, che non confesso, con cui mi confesso vivo una vita intrisa dei suicidi altrui da cui non riesco a staccarmi
…
quando utilizzo il passaporto per pareggiare le gambe del tavolo mi chiedo; che sto facendo? non ho già oltrepassato il confine, il poco luogo?
chi di loro si riporta qui quando ci sto io e perchè? chi, cosa dà senso al mio annaspare se non l’intollerabile suicidio di un altro (come) me?
C’ è stato un tempo, una brusca emozione nella vita allo specchio che ho sempre vissuta. Come su un trapezio volante balzavo da una cima all’altra dei desideri: due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso, l’infingardaggine negli uni, la sfrontatezza negli altri
e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi, strizzarsi, distendersi, allargarsi, sorridere alle mie mani con le unghie dipinte, aggiustarmi il cappello sul volto, offrire una rosa alla ruga dei compleanni, lì, sotto l’occhio sinistro.
C’è stato un tempo che lo specchio m’interrogava: “tu dei miei desideri che sai, sei ancora una memoria elegante e slanciata?”
E’ passata insieme una vita come fosse un attimo, uno sguardo profondo e insieme di sfuggita dentro noi nella contrazione dei giorni, delle ore, dei minuti
in un attimo insomma che, come una bella, si guarda allo specchio ed è invece una vita. E lì sa tutto di sé
.”Sapessi cosa riflettono gli attimi -diceva lo specchio- Una vita? Come è poco una vita!”
C’è stato un tempo, un singhiozzo del tempoe c’è ancora, quel tempo ieri, domani o forse non c’è più.
Cerco l’altro gruppo quello cui appartenni fino allo spegnersi della fantasmagoria dei corpi. Si dileguò, ma dove? Nessuno lì era stato sconfitto e io avevo lo scontrino col mio nome.
L’edicola espone i giornali del mattino, i grossi titoli in neretto: FURTO SENSAZIONALE Uomo senz’ombra ruba i contorni delle cose. Si nascondeva in un cono d’ombra. Preso. Fucilata la sua non-ombra. Centro al primo colpo.
Ho fatto collezione di gruppi anemici, non mi interessavano i loro re ma il loro disinteresse per me. Ho sempre ridacchiato si prestavano l’un l’altro i lineamenti e bisbigliavano di cose fungibili
Adesso basta. Ho spaventato tutti i bisbigli sono fuggiti. Voglio dormire nuda e con un volto.
Quella pazza -chiedeva lei- sono io? sono io? hanno segato la mia lingua, sciami di silenzi escono dalla mia bocca, ho forse ancora qualcosa da salvare, qualcosa, lì, tra i panni sporchi che mai ho voluto lavare? Mi vogliono ancora indossare per questo mi guardano, ho amato i miei panni sporchi e ora ho paura -diceva- e ho la lingua segata