Lucia Triolo: la grande mostra

un grido, una fase lunare
da spaccare sul cippo:
“quando è iniziata
la Grande Mostra del Nulla?” 
e scende il buio

sciami di gente
in auto e a piedi
in se stessi solo per inciampo
come in pietre

generazioni saltate
hanno lavorato per la
propria casa

il tempo che fu non
si inginocchia mai a
quello che sarà
non c’è data nel passato
per il futuro
e non ci sono strade

c’è solo forse
la tua tazzina di caffè ormai
freddo
che non ti ha portato
fortuna

Lucia Triolo: rapina

desiderarsi e parlar d’altro
e sono tutta impeto e coltelli
dietro ogni scatto una rapina

rapinare giorni, sogni
suoni
assenze, presenze
verità
rapinare bugie

ladra di cianfrusaglie
per bendare il dolore
tengo in tasca tutti i furti
sciabolate furtive
a un me che forse nasco
e forse no

e svetto alta e tua
per rapinare anche il nulla
che finge, 
come sempre retrocedendo
nel cuore

rapinare rapinare

io dai cento volti
cento anime, cento corpi, 
cento segreti
cento morti
una sola vita 
come tuo desco mai sazio 
sconsolato

una pessima strega
perde sempre la scopa

lucia triolo: la maschera dell’identità

la maschera dell’ identità 
(donna di classe e gran signora) 
dice:

“io è parola senza movente
né referente
danzatore d’oscurità
in
delicata struttura 

                                      forza d’animo
                                      in prima persona
                                      entusiasmo graffiante
                                      esige pagamenti in contante e 
                                      non dà resto” 

la sua grinta è un desiderio, 
un intento 
sempre lo stesso: 
travestirsi da me

la maschera migliore per
essere peggiore

Lucia Triolo: ogni giorno

ogni giorno nascevo un poco
morivo un poco
per passare il tempo, solo
per passare il tempo

ogni giorno nasco un poco
muoio un poco
d’accordo tutti
su questo

ogni giorno nascerò un poco
morirò un poco
e non è vero che
“non vedo l’ora”

……….

Chi ha visto la mia pelle
spazzolare le ombre?
Tracce di puledri rincorro
gli zoccoli alle mani.

Voglio cavalcare la nascita e la morte,
stringerle insieme e strattonarle.
Legarle al bastone del tempo
e venderle all’eternità.
Me le pagherà bene
non le ha

poi andrò via
nel bosco che bisbiglia,

Freddo e caldo penetreranno i miei vestiti.
lascerò fare.
Nessuno, il mio amico,
mi presterà la voce
e il suo altoparlante
muto

Lucia Triolo: strano incontro

Era uguale e diversa la strada.
Per me tracciava rette e per te cerchi,
taceva il senso
dove eravamo ancora
già non eravamo più

Come per caso,
incespicasti in me
di traverso.
Non so se fu sgambetto,
ti finii addosso.
Perché?

Avrò nel mio futuro il tuo mistero
le tue mani vuote, il tuo girovagare
affaccendato e un po’ retrò?
Ma in fondo,
cosa ne so di noi,
di quel che ci accadrà?

Non occorre risposta,
non sempre l’anima
si dà,
non sempre è pronta.

Se la tua anima non si fa la barba
lasciala incolta e un po’ beffarda.
Che me ne faccio
di un’anima in abito da sera,
attenta a non sgualcirsi
il farfallino?

L’ intimità riguarda
adesso
lo sguardo.
E’ direzione del pensiero:
dove volge e dove posa,
trafiggendo silenzi
e squarciando veli ignoti.

E’ sapere che ci sei
in una qualunque
profondità di me

lucia triolo: un minuto

Il corpo era entrato nella sua canzone,
l’altra tua vita s’era messa
al piano per suonarla
con piccole mani,
accarezzandola.

Solo un minuto.

Volevi che a sorprenderti
fosse un attimo di gioia
ricevuto in dono

Era il desiderio che
l’aveva composta:
l’esserti desiderata nel desiderio
di un altro

un preludio per consegnare
il corpo a lui che
sapeva spezzare i minuti per farne
ore intarsiate

lucia triolo: i barbagianni della morte

                non uccidetemi 
                ho dei ricordi

guarda la morte
come salta alla corda
ho addomesticato le sue streghe e
i barbagianni

sul volto dell’abbandono
oggi c’è un sorriso
accade una memoria

un segreto smette di riposare
su una smorfia
e uno scambio di intese
apre la casa alle parole   

              non morirò con me
              ho una storia

(da Debitum)

lucia triolo: l’odore del corpo

L’odore del corpo
è quello di tutte le maschere
che indosso
identità precarie sulle barricate
contro il vuoto

Ho provato a contarle
una sera che soffiava il vento
e il ritratto nel quadro mi guardava
in silenzio

Non ce l’ho fatta,
diverse hanno solo un occhio
o solo la bocca
o solo il naso.

Una poi è la maschera di un’ unghia
spezzata e di un’impronta.
Insopportabile.
Anche l’odore è spezzato
spezzato anche il vuoto.

Il ritratto nel quadro è sudato
indossa la maschera di
un risveglio improvviso
senza odore.

Qualcuno arriva da una speranza dimenticata

Lucia Triolo un bicchiere di vino

un bicchiere di vino in mano

lunghe passeggiate
tra le ginocchia
il Venerdì Santo praticavo il digiuno
ma non avevo locuzioni interiori

la preghiera ha provato
le stelle
non è restata tra i frantumi
dei padri

gambe bagnate da sottili piogge
aspetta ora
l’ autobus in colorate vesti di badanti
ansia di provenienza e destinazione
ignota

forse ora uscirò di scena
come buono a nulla

sorvolare sulla fine

Lucia Triolo: preghiera

“Se esisti per davvero-fatti avanti”
Nina Cassian, Preghiera

……..

Se esisti per davvero non ti fare avanti
è tardi ormai

senza di te ho girato
nei bar dai tavolini vuoti
nelle stanze a pensione ho frantumato assenze

senza di te ho pensato
il mio lungo racconto
mostravo in giro il corpo
giovane e bello
per far pubblicità al cervello

Tutti i miei sguardi erano
più di un forse
se senza di te ho schivato urti
scavato tenacia nel verde delle foglie
e ho raso il pelo ai morti.

Ora lascia che muoia ostinata
non risuscitarmi
voglio vendicarmi
del vuoto che c’ è in te
farti capire e mordere l’assenza:

se esisti per davvero
sarai tu a
piangere per me

Lucia Triolo; Il paese degli “io”

il paese degli “io”
è un fertile terreno
a tutti offerto
in scatola di montaggio

     vi sorgono
     cattedrali
     su una zampa sola.

Lì proliferano statue
di Egoismi e Dei
e ogni giorno
qualcosa 
cambia loro
la testa 

     oggi
     quella di Atena
    -persona informata 
     sui fatti-
     ha il volto
     dell’urlo di Munch

e così accade il “me stesso”
balocco bislacco e incompleto
come un fatto
a pezzi
smarriti, trovati ora qui
ora lì

Lucia Triolo: Poco luogo

“Il suicidio é in noi
fa parte della nostra pelle”, S. Toma, Canzoniere della morte, p.17

———–

I miei passi
sulla tua schiena

veniamo da un luogo che 
non è il nostro 
un poco luogo che ci fa guaire 
(o ci zittisce) 
a lui petroso innalziamo altari per 
farci strada
tra menzogne e viltà organizzate

.

forse ho una 
storia come 
la sua che non ho vissuta. 
La mia storia è altra,
la sua mi è sorella: 
un’altra mia storia 
per la sua solitudine interna

..

forse abbiamo tante storie, 
non è vero
(sciocco pensarlo) 
che ne abbiamo una sola
forse anche io ho un suicidio
che non conosco, che non confesso,
con cui mi confesso
vivo una vita intrisa dei suicidi
altrui
da cui non riesco a staccarmi

quando utilizzo il passaporto
per pareggiare le gambe del tavolo
mi chiedo; che sto facendo? 
non ho già oltrepassato il confine,
il poco luogo?

chi di loro si riporta qui 
quando ci sto io
e perchè?
chi, cosa dà senso
al mio annaspare
se non l’intollerabile suicidio di un altro
(come) me? 

Io che non so pagare
per te,
per me!

Lucia Triolo: la casa sul ring

“Perché un incubo
sta disegnando un cerchio
intorno a noi?”
A. Carson, La caduta di Roma: Guida di viaggio LXVIII

Nessuna piazza ormai ci prende
più
tra le braccia 

scolorata
vago nella comunità 
di coloro che 
non hanno comunità 
Una comunità di assenti
mi respira in bocca

Per incontrarci
enumero con gli occhi 
una dopo l’altra le case sul ring 
dove chi abita
fallisce la presenza
1,2,3…

le vedo sfilare
con i punteggi 
alle finestre

ad ogni ripresa
cambia il punteggio 
fino al KO di ciascuna

ad ogni ripresa me la faccio
addosso

la casa sul ring
non la puoi lasciare!
Ti dà quello che non ti arriva
con le parole 

un incubo
disegna un cerchio
intorno a noi

Lucia Triolo: tempo allo specchio

C’ è stato un tempo,
una brusca emozione nella vita allo specchio
che ho sempre vissuta.
Come su un trapezio volante
balzavo da una cima all’altra dei desideri:
due balzi nel poco, il doppio nell’eccesso, 
l’infingardaggine negli uni, la sfrontatezza negli altri

e io, nel vuoto, a guardare lo specchio piegarsi, 
strizzarsi, distendersi, allargarsi, 
sorridere alle mie mani con le unghie dipinte, 
aggiustarmi il cappello sul volto, 
offrire una rosa alla ruga dei compleanni, lì, 
sotto l’occhio sinistro.

C’è stato un tempo 
che lo specchio m’interrogava: 
“tu dei miei desideri che sai,
sei ancora una memoria elegante e slanciata?”

E’ passata insieme una vita come fosse 
un attimo,
uno sguardo profondo e insieme di sfuggita 
dentro noi
nella contrazione dei giorni, delle ore, dei minuti

in un attimo insomma che,
come una bella, si guarda allo specchio 
ed è invece una vita.  
E lì sa tutto di sé

.”Sapessi cosa riflettono gli attimi -diceva lo specchio-
Una vita? 
Come è poco una vita!”

C’è stato un tempo, 
un singhiozzo del tempoe
c’è ancora, quel tempo
ieri, domani o forse non c’è più.

Lucia Triolo: contorni

Cerco l’altro gruppo
quello cui appartenni 
fino allo spegnersi della fantasmagoria dei corpi.
Si dileguò, ma dove?
Nessuno lì era stato sconfitto e io
avevo lo scontrino col mio nome.

L’edicola espone i giornali del mattino,
i grossi titoli in neretto: 
FURTO SENSAZIONALE
Uomo senz’ombra 
ruba i contorni delle cose.
Si nascondeva in un cono d’ombra.
Preso.
Fucilata la sua non-ombra.
Centro al primo colpo.

Ho fatto collezione di gruppi
anemici, non mi interessavano i loro re
ma il loro disinteresse per me.
Ho sempre ridacchiato
si prestavano l’un l’altro i lineamenti
e bisbigliavano di cose fungibili

Adesso basta.
Ho spaventato tutti i bisbigli
sono fuggiti.
Voglio dormire
nuda e con un volto.


Non importa di chi sia. I suoi contorni li ho io.

Lucia Triolo: il posto degli dei

Ore disabitate
dal tempo,
spazi disabitati
persino dalle ombre
il vestito
sospeso nel vuoto,
a ciondolare piano
su se stesso.

Avrei dovuto indossarlo.
Ma lui mi attendeva nuda
-gli ero stata cara-.
e io di nudo ormai
non avevo più nulla.

m’imbacuccai in nomi cuciti in fretta
m’ intrufolai nella memoria
-servizio igienico poco pulito-
e misi ai piedi
i miei dei falsi e bugiardi.

Con loro sarei andata veloce.

Lucia Triolo: quella pazza

Quella pazza -chiedeva lei- sono io? 
sono io?
hanno segato la mia lingua,
sciami di silenzi
escono dalla mia bocca,
ho forse ancora qualcosa 
da salvare, qualcosa,
lì, tra i panni sporchi che mai 
ho voluto lavare?
Mi vogliono ancora indossare
per questo mi guardano,
ho amato i miei panni sporchi
e ora ho paura -diceva-
e ho la lingua segata

leggendomi 
tu
non farmi male

Lucia Triolo: specchio

“Gli specchi il
segreto, l’anima e il rimedio.
Non v’è rimedio agli specchi”
A. Rosselli, da “Appunti sparsi e persi”

io ti costruisco pensieri che 
tu abiti 
dentro te
dentro me

apri la mia morte
tra storie d’anime e infiammati 
perdoni

studiane il 
riflesso 
come in uno specchio 
in un linguaggio di luce
tra sentieri e inganni 
innamorati

se batte 
inderogabile e geloso è il cuore

apri la mia morte
la luce
la sua assenza
rifai tutto:
in composizione 
verticale

Lucia Triolo: fu così

Fu così:
venni al mondo
malata di parole.

Abitai la casa
del dopo,
le sue finestre aprivo
ogni giorno
sul futuro

Ora mi assedia l’anima
un bisbiglio di morte
e vano è ogni rimedio.

Una colata lavica
è il mio sangue che ribolle
nell’incendiario sguardo del tempo.

Lì è racchiuso qualcosa
che devo ancora capire,
anche se è questo
che non mi fa morire