la poesia
luogo dell’uomo
è capacità di
stare senza luogo
apro i miei sigilli,
come radici
tentacolari
si arrampicano scomposti
in te
e tu mi strappi e poi
mi dici al vento

la poesia
luogo dell’uomo
è capacità di
stare senza luogo
apro i miei sigilli,
come radici
tentacolari
si arrampicano scomposti
in te
e tu mi strappi e poi
mi dici al vento

mi imboscai dentro
la tua voce
leggera e colta
schiuma di seduzione
come in calda tenda
stetti ferma in attesa
dicendo in soffio sorridente
la parola “errante”
e non “assente”
Così si afferra la follia
del falco nello
spiccare il volo
tra le sue unghie
forse
poi si muore

Piccolo paggio
la favola del mio corpo
non oltrepassarla!
segreto ti appariva
come il sole e la pioggia
ti occorre ancora
distanza per vedermi
giovane
silenziosa
che si rinnova
in punta di piedi
come sul far del giorno
Stupidamente segreta nell’animo
la mia bocca cede
ritrosa
parole geometriche
che vanno
anche oggi a farsi male
su pensieri cerbiatti
Come allora
-ricordi?-
sui
banchi di scuola
intarsiati d’inchiostro
sempre quelle favole
che paralizzavano leggere
la storia del mondo
quando ancora
non c’era il mondo
ma solo il mio corpo
un minuscolo spunto in un dovechissà
che ti toccava
perché tu invece
c’eri
e stavi lì segreto
di me tua regina
innamorato

Franca Alaimo
Con la bocca piena di luce
Il mio corpo adolescente
era una casa di clausura
con un caldo tropicale
e sogni vaneggianti.
L’anima vi abitava
come un cardellino fiammeggiante
che abbiano accecato perché canti
più disperatamente
ma anche così dolcemente
che sentirlo è come immaginare
un aldilà magnifico.
Una casa con molti muri e stanze
e il giardino dei fiori d’oro dell’infanzia.
Pestavo un’erba magica nel frantoio
per risvegliare i giorni della gioia.
Il mare era incastonato
nel mezzo della carne
come un lapislazzulo blu,
la mente delirante,
la sabbia morbida, ardente.
Il mio castello è quello più alto
con bandiere di carta e ponti levatoi
fatti con stecche di ghiaccioli.
E il mare non è quello reale,
il tempo non è quello reale,
ma un altro dove volare arditamente
come un uccello misterioso
che non si ferma mai.
E non so che profumo di gelsomini
vi penetra certe sere
con una voce troppo leggera
di bambino:
andiamo, laggiù ce ne sono tanti.
Dammi la mano. Senti?
Ancora ci muoviamo nella luce lunare
che ci schiara le dita
e si specchia tranquilla
nell’acqua di un boccale
lasciato sopra il tavolo, all’aperto.
E il canto dei grilli fa un’onda così lunga
da attraversare il tempo.
C’era una volta. C’era una bambina
con una corona di latta sopra il capo
che giocava con il mondo
e lo ammirava stupita.
Che spoliazione infinita!
Quanto barbari sono i maestri.
Come grida il cuore:
Non devo dire questo,
non devo fare questo,
Sono una donna,
sono un animale muto.
Sono una menzogna.
Una gola di cera molle
dove tutti imprimono i pollici
per cacciare indietro la mia voce.
Sogno tutte le notti
un uomo che m’insegue con un coltello
affilato e lucente,
ed io ho paura che mi prenda.
Madre delle vergini, aiutami!
Io sono un vaso di vetro.
Un vaso che traspare come l’acqua.
E poi viene quella cosa rovente
che fa chiudere gli occhi
che fa ancora paura ma così struggente
che riempie di sospiri la bocca.
Inginocchiati, Amore, trema, fammi tua,
dimmi a voce bassa chi sei,
che loro non sentano più,
che non sentano.
La mia casa di carne è un fiore.
Io non voglio appassire.
Tu, madre, sei soltanto un’ombra.
Tu, padre, una corda intrecciata.
La luna galleggia come una barca bianca
nel cielo nero.
Colei che sta al timone è del tutto ubriaca.
Ha bevuto il vino senza fine della notte.
E, dopo, è come se piangessimo.
Ma è che mi ha svestita poco a poco
e le pupille bruciano.
Qualcosa sanguina.
Facciamo, il mio corpo accanto al suo corpo,
uno stendardo di seta
più grande dell’ombra blu delle montagne
e lo cuciamo con i baci e le parole
come fosse il solo tra i sacri riti
da offrire all’altare della vita.
Adesso so che il corpo non può avere riposo,
che vivere è come una mano che afferra.
Un’acqua che affiora dal fondo della terra
ed ha bisogno di zampillare, furiosa.
Che tutto il resto è solo sonno vuoto.
Che di ogni cosa bisogna scrivere.
Perché la realtà si ricordi,
perché si sappia rispondere.
Che scrivere significa essere donne
assolutamente libere,
con la bocca piena di luce,
con tanti fiori che bucano l’oscurità
coprendo la ferita.
Franca Alaimo, da “7 poemetti”, Interno Libri Edizioni

ora mi rimpicciolisco
e mi sogno
un sogno piccolo
piccolo
estremo
come uno scarabocchio
di me
come un’introduzione
postuma:
-quelle… dita che
mi(!?) amavano…-
tu la trovasti
una figura
trovasti
tracciata col lapis
su una roccia
tu raccogliesti il lapis
e scrivesti
la figura sorrise
un sorriso lungo
sette giorni
sette anni
sette attimi di eternità
…il sogno…
come corpi denutriti
urlanti a testa in giù,
farò rotolare questi respiri
fino a valle
dove tu sei arrivato
attirato
dall’odore del cibo
del villaggio
irruvidiva
dentro una mezza notte:
e prima che cadesse
il vento
la pelle scappava verso
il sogno

Scarabocchio
Un tempo portavo anche io un nome e in inverno un cappello contro il freddo, poi ho perso la strada, non so perché, sono la donna che alla sera dà da mangiare ai gatti, che sta con tutti un po’ ma non troppo, non amo il mio prossimo come me stessa, all’alba sono l’uomo alla fermata dell’autobus, a scuola, il bambino che tutti picchiano e tutti i suoi picchiatori, sono la donna alla finestra che fuma e quella della casa di fronte che la guarda, sono e qualche volta non sono, sono chi tu vuoi che io sia, eccomi, non so cantare, ma canto
Dove abito
Abito in una casa di antichi odori, il mio vicino
è morto tempo fa, mi guarda dalla finestra mentre stendo i panni prima di sera, ci vediamo domani, vivo la vita di tutti, raccolgo briciole e le spargo sul davanzale prima di andare a dormire sempre alla stessa ora
Stefanie Golisch
da: L’ affresco del maldestro vivere
Quaderni di RebStein, LXXXIV, Giugno 2021.

c’è una radice
in me
che cerca
qualcosa di diverso
dalla paura
di vivere
con i capelli madidi
che le si fanno
danza

“… sono sicuro
di poter guardare senza angoscia
l’uomo di legno dello specchio”
Miquel Marti i Pol, Qualcuno che aspetta in “Poesia”, Crocetti editore, n. 17
—
guardarsi allo specchio e
scoprirsi di legno.
c’è un verità che
fa male
come l‘herpes sul labbro
e una che lascia
indifferenti,
non ne conosco
nessuna che faccia bene
(e la tua fata più intima
sorride)
spero che il cielo
non mi veda
come mi vedo io
è a questo, in fondo,
che servono
le nuvole

Sul binario di Dio
Nel freddo fruscio del torrente
abbeveratoio di silenzio
aspergo di parsimonia la giornata
che mi incute lune e ombre.
Vetro trasparente e ferro forgiato
è il mio andare. Un andare mio
inconsapevole e vano.
Come tenda da cui filtri il sole
proietta il disegno sul muro
così è la cocente aspirazione di pace:
chiara e tremula dai contorni incompiuti.
Eppure mi volgo verso il sole
verso un padre che crebbe lucente in
me.
Eppure dei giorni vado cantando
tra i solchi
del mio destino. Un destino
di morte e pazienza che ricama
florilegi, proiezioni d’immenso.
Il cielo si abbatte sul canto dell’acqua
sul ninnare pacifico del vortice al sasso.
Sul binario di dio scivola il vivere prima
di slittare anelante
all’impazienza del semprevivente.
Lucia Lascialfari

alla fonte del dubbio cui
ti rifornisci di continuo
essere il proprio vuoto o
il proprio doppio
è lo stesso
mossa imprevista:
lasci un’impronta di tenerezza
negli interstizi di
quest’inverno
che fonde torsione godimento
nel lutto
che ti attraversa
da “Il Paese degli Io”

Non vi dirò il suo nome
cammino all’oscuro
sento colpi del corpo contro il muro
È lì che dorme, che respira, lei
Non vi dirò il suo nome
soltanto io la chiamo quando parlo
e lei risponde mormorando
nello zolfo del sonno.
La sua voce è la notte
è la finestra laggiù,
la luce opaca
nel cortile accecato dentro il nero.
Non vi dirò il suo nome
soltanto io conosco
quello che rinchiude.
La porta è chiusa, e dietro
ansia, paura e certe volte
ballo scatenato
urlo di vagina.
Non vi dirò il suo nome
è un nome sconosciuto
come il mio
Mauro Pesce

vi condanno ad essere voi
per il resto della vita;
“voi”
non “voi stessi”
in tonfi d’identità
(non si cavalcano andirivieni
in uteri di arcobaleni)
vi condanno a recitare per me:
sarò insieme pubblico
e copione
non so chi di voi
renderò immortale e
chi consacrerò alla noia di
corone funerarie
il mio biglietto
plauso o sberleffo
lo pagate voi
vostra aff.
Anima

vuoi sapere com’è fatto un uomo
quante volte
ha pianto dietro una porta
ha sorriso a qualcuno
e il sorriso non é andato a segno?
quante volte
-crampi allo stomaco per la paura-
ha messo in moto
senza sapere dove andare?
vuoi sapere in quante
pizzerie ha gettato la spugna
voglioso di momenti senza pensare
momenti passionali
dove ad esporsi è l’ anima e il resto
sta a guardare?
vuoi sapere quante volte ha
pregato Dio
invocando le corna di cervo
del suo io?
quante volte
il sangue fremeva di desiderio,
i muscoli ridevano nella speranza,
e lui si ergeva in tua presenza?
vuoi sapere com’è fatto un uomo?
perché é così certo che avrà quel
che ha chiesto all’universo?
ecco
non lo so!
ma se avessi il tuo numero,
ti telefonerei
——–

Giornata di sciopero da se stessi
Troppo lungo abbiamo patito sotto il gioco dispotico di noi
stessi
*rifiuta di ascoltarti
*tronca ogni legame finanziario con te stesso
*disconosci membri della tua famiglia e gli amici
*boicotta il tuo lavoro
*cancellati da tutti i social media
*dismetti l’autorità
*contesta attivamente la tua coscienza
ricorda l’io é il problema
Charles Bernstein, da Eco

Inesausta aporia
di orizzonti scavati
è il mio nome
come dimenticarsi di me
se piango?

“(non è più possibile
essere al contempo umani e vivi)”
da: M. Atwood: “Rifiuti di appropriarti”
in Esercizi di potere
E’ troppo tardi
e non era alla tua festa
ma…
la prossima volta che
accogliamo il respiro
dovremo scegliere prima
cosa fare a pezzi
di ciò che è “noi”
forse non è troppo tardi
il giocattolo rotto
… ha ancora voglia
nella vita c’è caduto
con tutte le
scarpe.

e c’era una finestrella
aperta
nel confuso stanzino
così le farfalle potevano
passare
lasciare in volo
i loro colori
Un ritorno indietro Anna
ad ali da ritrovare
come quelle che cercasti di afferrare
sulle spalle di tuo figlio
prima che se ne impossessassero
le foto sul comò
poi nella piccola stanza
avresti fatto
l’inventario

Se verrai da me non guardare
altrove
guarda dentro di te
guardati con i miei occhi.
Con noncuranza parlami
con noncuranza tacimi
sbircia tra le mie labbra,
baciami
la tua robustezza
è fatta dal sogno di un soffio.

…e c’era poi
brulicante
quel corpo che ricordava il desiderio
movimenti ora lenti
ora violenti
lo sguardo allungava
una divisione tra onda e onda
tra goccia salmastra
che spezza il nucleo
e l’invito a scoperture profonde
di rotondità
dall’altra parte di quel dolce
mare
in un’appartenenza
stupita
desiderare è esporsi

un volto illeggibile
ho indicato al
mio nome
dell’ opaco che
mi appalesava
ho fatto vela gonfia al
vento
accorre la notte
e si ferisce a morte
nel pusillanime canto
quando il coraggio
non fa luce
come il pianto
il corpo è in gola
mentre scolpisci nel nulla
il mio nome che ti ha accolto

“un gradino di pietra, ancor lontano dal tuo piede,
fa dei cenni”
(P. Celan, “Impaurito dal lampo” da Luce coatta)
sollevami la veste
più in alto sui
gradini
dove i raccolti spengono
le sciagure
lì la mia nascita
non sa che farsene della morte
stringimi
tra le tue parole
senza voce
dorme stasera la notte
indaffarata a sognare
forse
nel suo respiro
fa capolino Dio.

L’ombra smisurata di un gesto finito
stravolgeva ogni regola
come l’aria stravolge l’aria
quando si inchina sul sole
Con un sobbalzo ritrovava
il pellegrinaggio sul mio corpo
quell’andare ramingo
lungo il ponte sbilenco
del sogno
Il santuario
non era né vicino né lontano
solo sulle labbra
che ingoiavi

Ho stipulato un contratto con
l’acquedotto di vita per la fornitura
quotidiana.
La mia non è la vostra morte
di chi sarà non so.
Non ho voltato le spalle al giorno
nemmeno alla notte
Ho stanziato uno sbaraglio
per riavermi,
una prepotenza d’unghie e denti
Non sei tu a mancarmi
è quell’atmosfera da tecnica virale,
da stufa in calore
in cui mi avviluppavi
Come dimenticare le trappole d’essenza
l’essermi in te desiderata
l’averti in me concepito tante e tante volte
come un rubinetto gocciolante?
irreparabilmente

“con uncini tocchiamo grandezze
infime, quasi leggera. morte”
Osip Mandel’štam, Ottave, “Nov. 1933”
apro la pioggia
mi guarda
come una tragedia voltata
a contare una per una le lettere
dei nostri nomi
e noi: soliloqui di un ventriloquo!
Il corpo è un ponte su cui passa leggera morte
questa notte
scopre l’attesa della
tua bocca

Ora dinnanzi ai frutteti della morte
mi congedo da te cui non seppi mai
dire no né dire si
Che succede, chi arriva?
È tardi sai per cominciare
e anche ormai per continuare
Antico è il vento che ci avvolse
fin quando tenni la mano
nella tua e c’era sangue caldo che passava
da te a me
ora dinnanzi
ai frutteti della morte
supera il confine e vieni
c’era il vestito verdeblù che indossavi spesso
ed era anche un po’ mio:
in quelle tasche infilavo come caramelle
i tuoi sussurri a me
per rubarli all’angoscia dell’ infanzia
mia
che s’attardava
e adesso impigliata tra il passato e il desiderio
urlo che li rivorrei
ora dinnanzi
ai frutteti della morte
a te chiedo di aprire le saracinesche della mia
anima di carne
Salta quel varco
Siimi madre già
nell’al di là

parlavi
a pezzi della tua morte
abitavano il tuo corpo giallo:
l’ allampanato condominio
di misteri
dove lo sbruffone si diverte a suonare
i citofoni
rabbia esplosa al vento
continuava a girare a girare
a spazzarne via
i risvolti dall’ultima pelle che ancora li ricopriva
neanche fosse erba secca
restavano solo pezzi della
tua morte
scaglie di discorsi come cavalli
non sellati al galoppo
e quell’ inutile fame
di vita

C’è un punto nelle parole
riservato alla morte
uno scandalo fragile silenzioso
che poche lingue conoscono
lì sfregiati ci destammo
dissotterrammo
i corpi come ascia di guerra
un piede dopo l’altro
raccogliemmo le cose
i soffi
le ore
ciò che mancava
si riempì di noi

ho acquistato voce
per qualche ora
poi più nulla
e non so come dire
quel sogno che ancora vivo
cerco un complice per
allentare il freno
tace l’eternità
vola come piuma
il suo silenzio si riferisce
a me
alcuni escursionisti hanno
udito qualcosa.

Calze nere pesanti
ad affrontare il giorno
senza pensare,
senza volere.
Ti spezza le ossa questa fatica
e non c’è un treno che ti porti via,
donna dagli occhi curvi.
Silenziosa mestizia afferri nelle mani
tutte le stagioni.
Dentro un cartoccio di
antiche illusioni dalla buccia sottile,
la bionda nuca di ragazzina
fa ancora resistenza
a scomparire
Tu l’assecondi
complice segreta
ma non ve lo direte mai.
Solo scarpe slacciate lasci
a liberare i piedi
per fuggire.
