C’è nessuno che voglia unirsi a me nel lanciare alcuni sassi verso quegli insegnanti che amano porre la domanda: “Che cosa sta cercando di dire il poeta?”
come se Thomas Hardy e Emily Dickinson si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito: disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano, con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea
Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire, ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker qui al Liceo di Springfield ce la faremo
con l’aiuto di questi questionari di comprensione a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire, e faremo tutto questo prima dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.
Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca di dire che cosa significa questa assenza, noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti. L’immagine di questo vaso di fiori recisi,
non del nostro giardino, non aiuta. E lo stesso vale per quel piatto singolo, la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.
E allora lascerò che sia la prof Parker, che sta picchiettando con un gesso la lavagna, e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata, altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –
a capire quel che sto cercando di dire su questo posto in cui mi trovo e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.
“gli uomini primitivi credevano che anche le pietre avessero un’anima. Io voglio che lei sia la custode della mia anima.” (Dal film Prendimi l’anima di Roberto Faenza)
soldino di pietra in cerca di custode
sigaretta di bocca bocca attende spazientita di essere fumata
sogno cattivo in un giardino insoddisfatto del proprio verde: scappa senza controllo al taglia erba disorienta
quest’ anima disorientata va presa dopo i pasti a piccole dosi attenzione a non superare quelle consigliate!
Il mio corpo adolescente era una casa di clausura con un caldo tropicale e sogni vaneggianti. L’anima vi abitava come un cardellino fiammeggiante che abbiano accecato perché canti più disperatamente ma anche così dolcemente che sentirlo è come immaginare un aldilà magnifico. Una casa con molti muri e stanze e il giardino dei fiori d’oro dell’infanzia. Pestavo un’erba magica nel frantoio per risvegliare i giorni della gioia. Il mare era incastonato nel mezzo della carne come un lapislazzulo blu, la mente delirante, la sabbia morbida, ardente. Il mio castello è quello più alto con bandiere di carta e ponti levatoi fatti con stecche di ghiaccioli. E il mare non è quello reale, il tempo non è quello reale, ma un altro dove volare arditamente come un uccello misterioso che non si ferma mai. E non so che profumo di gelsomini vi penetra certe sere con una voce troppo leggera di bambino: andiamo, laggiù ce ne sono tanti. Dammi la mano. Senti? Ancora ci muoviamo nella luce lunare che ci schiara le dita e si specchia tranquilla nell’acqua di un boccale lasciato sopra il tavolo, all’aperto. E il canto dei grilli fa un’onda così lunga da attraversare il tempo. C’era una volta. C’era una bambina con una corona di latta sopra il capo che giocava con il mondo e lo ammirava stupita. Che spoliazione infinita! Quanto barbari sono i maestri. Come grida il cuore: Non devo dire questo, non devo fare questo, Sono una donna, sono un animale muto. Sono una menzogna. Una gola di cera molle dove tutti imprimono i pollici per cacciare indietro la mia voce. Sogno tutte le notti un uomo che m’insegue con un coltello affilato e lucente, ed io ho paura che mi prenda. Madre delle vergini, aiutami! Io sono un vaso di vetro. Un vaso che traspare come l’acqua. E poi viene quella cosa rovente che fa chiudere gli occhi che fa ancora paura ma così struggente che riempie di sospiri la bocca. Inginocchiati, Amore, trema, fammi tua, dimmi a voce bassa chi sei, che loro non sentano più, che non sentano. La mia casa di carne è un fiore. Io non voglio appassire. Tu, madre, sei soltanto un’ombra. Tu, padre, una corda intrecciata. La luna galleggia come una barca bianca nel cielo nero. Colei che sta al timone è del tutto ubriaca. Ha bevuto il vino senza fine della notte. E, dopo, è come se piangessimo. Ma è che mi ha svestita poco a poco e le pupille bruciano. Qualcosa sanguina. Facciamo, il mio corpo accanto al suo corpo, uno stendardo di seta più grande dell’ombra blu delle montagne e lo cuciamo con i baci e le parole come fosse il solo tra i sacri riti da offrire all’altare della vita. Adesso so che il corpo non può avere riposo, che vivere è come una mano che afferra. Un’acqua che affiora dal fondo della terra ed ha bisogno di zampillare, furiosa. Che tutto il resto è solo sonno vuoto. Che di ogni cosa bisogna scrivere. Perché la realtà si ricordi, perché si sappia rispondere. Che scrivere significa essere donne assolutamente libere, con la bocca piena di luce, con tanti fiori che bucano l’oscurità coprendo la ferita.
Franca Alaimo, da “7 poemetti”, Interno Libri Edizioni
Un tempo portavo anche io un nome e in inverno un cappello contro il freddo, poi ho perso la strada, non so perché, sono la donna che alla sera dà da mangiare ai gatti, che sta con tutti un po’ ma non troppo, non amo il mio prossimo come me stessa, all’alba sono l’uomo alla fermata dell’autobus, a scuola, il bambino che tutti picchiano e tutti i suoi picchiatori, sono la donna alla finestra che fuma e quella della casa di fronte che la guarda, sono e qualche volta non sono, sono chi tu vuoi che io sia, eccomi, non so cantare, ma canto
Dove abito
Abito in una casa di antichi odori, il mio vicino è morto tempo fa, mi guarda dalla finestra mentre stendo i panni prima di sera, ci vediamo domani, vivo la vita di tutti, raccolgo briciole e le spargo sul davanzale prima di andare a dormire sempre alla stessa ora
Stefanie Golisch da: L’ affresco del maldestro vivere Quaderni di RebStein, LXXXIV, Giugno 2021.
“… sono sicuro di poter guardare senza angoscia l’uomo di legno dello specchio” Miquel Marti i Pol, Qualcuno che aspetta in “Poesia”, Crocetti editore, n. 17
—
guardarsi allo specchio e scoprirsi di legno.
c’è un verità che fa male come l‘herpes sul labbro e una che lascia indifferenti, non ne conosco nessuna che faccia bene
Nel freddo fruscio del torrente abbeveratoio di silenzio aspergo di parsimonia la giornata che mi incute lune e ombre. Vetro trasparente e ferro forgiato è il mio andare. Un andare mio inconsapevole e vano. Come tenda da cui filtri il sole proietta il disegno sul muro così è la cocente aspirazione di pace: chiara e tremula dai contorni incompiuti. Eppure mi volgo verso il sole verso un padre che crebbe lucente in me. Eppure dei giorni vado cantando tra i solchi del mio destino. Un destino di morte e pazienza che ricama florilegi, proiezioni d’immenso. Il cielo si abbatte sul canto dell’acqua sul ninnare pacifico del vortice al sasso. Sul binario di dio scivola il vivere prima di slittare anelante all’impazienza del semprevivente.
cammino all’oscuro sento colpi del corpo contro il muro È lì che dorme, che respira, lei
Non vi dirò il suo nome soltanto io la chiamo quando parlo e lei risponde mormorando nello zolfo del sonno. La sua voce è la notte è la finestra laggiù, la luce opaca nel cortile accecato dentro il nero.
Non vi dirò il suo nome soltanto io conosco quello che rinchiude. La porta è chiusa, e dietro ansia, paura e certe volte ballo scatenato urlo di vagina.
Non vi dirò il suo nome è un nome sconosciuto come il mio
vuoi sapere com’è fatto un uomo quante volte ha pianto dietro una porta ha sorriso a qualcuno e il sorriso non é andato a segno? quante volte -crampi allo stomaco per la paura- ha messo in moto senza sapere dove andare?
vuoi sapere in quante pizzerie ha gettato la spugna voglioso di momenti senza pensare momenti passionali dove ad esporsi è l’ anima e il resto sta a guardare?
vuoi sapere quante volte ha pregato Dio invocando le corna di cervo del suo io? quante volte il sangue fremeva di desiderio, i muscoli ridevano nella speranza, e lui si ergeva in tua presenza?
vuoi sapere com’è fatto un uomo? perché é così certo che avrà quel che ha chiesto all’universo? ecco non lo so!
Troppo lungo abbiamo patito sotto il gioco dispotico di noi stessi
*rifiuta di ascoltarti *tronca ogni legame finanziario con te stesso *disconosci membri della tua famiglia e gli amici *boicotta il tuo lavoro *cancellati da tutti i social media *dismetti l’autorità *contesta attivamente la tua coscienza
e c’era una finestrella aperta nel confuso stanzino così le farfalle potevano passare lasciare in volo i loro colori
Un ritorno indietro Anna ad ali da ritrovare come quelle che cercasti di afferrare sulle spalle di tuo figlio prima che se ne impossessassero le foto sul comò
poi nella piccola stanza avresti fatto l’inventario
…e c’era poi brulicante quel corpo che ricordava il desiderio movimenti ora lenti ora violenti
lo sguardo allungava una divisione tra onda e onda tra goccia salmastra che spezza il nucleo e l’invito a scoperture profonde di rotondità dall’altra parte di quel dolce mare
Ho stipulato un contratto con l’acquedotto di vita per la fornitura quotidiana. La mia non è la vostra morte di chi sarà non so.
Non ho voltato le spalle al giorno nemmeno alla notte Ho stanziato uno sbaraglio per riavermi, una prepotenza d’unghie e denti
Non sei tu a mancarmi è quell’atmosfera da tecnica virale, da stufa in calore in cui mi avviluppavi
Come dimenticare le trappole d’essenza l’essermi in te desiderata l’averti in me concepito tante e tante volte come un rubinetto gocciolante? irreparabilmente
apro la pioggia mi guarda come una tragedia voltata a contare una per una le lettere dei nostri nomi e noi: soliloqui di un ventriloquo! Il corpo è un ponte su cui passa leggera morte
Ora dinnanzi ai frutteti della morte mi congedo da te cui non seppi mai dire no né dire si
Che succede, chi arriva? È tardi sai per cominciare e anche ormai per continuare Antico è il vento che ci avvolse fin quando tenni la mano nella tua e c’era sangue caldo che passava da te a me
ora dinnanzi ai frutteti della morte supera il confine e vieni
c’era il vestito verdeblù che indossavi spesso ed era anche un po’ mio: in quelle tasche infilavo come caramelle i tuoi sussurri a me per rubarli all’angoscia dell’ infanzia mia che s’attardava e adesso impigliata tra il passato e il desiderio urlo che li rivorrei
ora dinnanzi ai frutteti della morte a te chiedo di aprire le saracinesche della mia anima di carne