annodato di silenzio
e di rumore
l’ umano è animale
ferito
ansimante
mi rotola in tasca
mi morde la coda

annodato di silenzio
e di rumore
l’ umano è animale
ferito
ansimante
mi rotola in tasca
mi morde la coda

Dylan Thomas
“Non essendo che uomini”
(Poesie inedite)
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.
Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l’agile ascesa,
cacciare la testa al disopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.
Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l’uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.
Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo e la conclusione.
Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.

un’altra natura
in me
a passi affrettati
guarda sul ponte
le mie opposte rive
avvicinarsi
da un punto qualunque del mondo
mia madre me la indica
“non è un dettaglio” dice

tra paesaggi in lontananza
venne a me a velocità
guanti di pezza
rotta
arava a baci la bocca della mia
tristezza
raccoglieva tra i pianeti
difficili oblii
inventava parole liquefatte
percorse in me
se stesso
faccio
la mia toletta in
un sogno
fu lui a rendermi
gravida
tra paesaggi in lontananza
dicendo cose che non si possono dire

Alejandra Pizarnik
Le opere e le notti
per riconoscere nella sete il mio emblema
per significare l’unico sogno
per non aggrapparmi di nuovo all’amore
sono stata tutta un’offerta
un puro errare
di lupa nel bosco
nella notte dei corpi
per dire la parola innocente.

chi saluta da così lontano?
ed è sempre un ritornare
dove
tutto manca:
chi ha trovato
qualcosa
non passa da qui

quando
tra questi momenti c’erano
gli inizi da imbacuccare
e le attese lucide dei passi su cui si riversava
l’errore
in punta di bacio
saliva il desiderio
si rotolava tra le mani
attraversava il guado
tutte le stagioni volevano vederlo
vado alla ricerca di me stessa
senza trovarmi mai
chi
mi ha nascosto?
guardo il mio bacio
seduto all’angolo dove ferma il tram
aspetta i tuoi calzoni scendere
alla fermata.

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Ocean Vuong
Soglia
Nel corpo, dove tutto ha un prezzo,
ero un accattone. In ginocchio.
guardavo, dal buco della chiave, non
l’uomo sotto la doccia, ma la pioggia
che lo trafiggeva: corde di chitarra che si sfilacciavano
sulle spalle rigonfie
Cantava, ed è per questo
che ricordo. Quella voce –
mi hai riempito fin nel profondo
come fosse uno scheletro. Perfino il mio nome
inginocchiato dentro di me, che implora
d’ essere risparmiato
Cantava. Non ricordo altro,
Perché nel corpo, dove tutto ha un prezzo,
ero vivo. Non sapevo
che esisteva una ragione migliore.
Che proprio quel mattino mio padre si sarebbe fermato
-oscuro puledro immobile nel diluvio-
e avrebbe ascoltato il mio respiro strozzato
dietro la porta. Non avevo idea che il prezzo
dell’entrare dentro una canzone – fosse smarrire
la via del ritorno.
Così sono entrato. Così ho perso.
Ho perso tutto occhi
sbarrati
da Cielo notturno con fori d’uscita

oggi ho morso il mio cane
e avvelenato la vipera
che sono in casa
stanno nella stanza accanto
quella dove non entro
mai
per paura
là ci sono solo
i miei sogni
lascio oggi una giornata che mi è piaciuta,
in vetrina

confusa
penso alla mia ignoranza:
falce ansimante
sospesa sul cuore
feroce come fuoco sui miei istanti indecisi
E questo “non so”
non è un vuoto
ma un pieno di nulla
giù in fondo
dorme incomprensibile il mondo
un angelo vaga dai morti
verso i vivi e sempre
sempre porta loro qualcosa
comunica trabocchi
ma anche per lui
il mio nome è pesante

CRISTINA CAMPO TRADUCE HECTOR MURENA
Chi puo’ guardare due volte
le scarpe di una creatura
qualunque
senza mettersi a piangere?
Dio, col suo sguardo
infinitamente abbattuto
che non si stacca mai
dalle scarpe degli uomini.
Da “La tigre assenza”.

forse sono un’illusione
in piccole zone
ma un sasso mi cerca
m’insegue
forse seppellisce
il suo vuoto
cerca un posto
tra il cuore e una parola
la migrazione di chi desidera
essere riaccompagnato
e non andare da solo
fino in fondo

chi non si accorge che
le sue cose
lo seguono?
Si è guastato il magnete
quest’uomo aveva adesso il viso
al centro della terra non sua
di una terra vociante
ma assente
era senza cose
nulla più lo raccontava
in confidenza
arrivava solo
da nessuna parte
era un eroe di nuvole

Jon Fosse
Ascolterò gli angeli
Ascolterò gli angeli che provengono dai miei amici morti
silenziosi come la neve evidenti come la neve
Vedrò la neve sciogliersi e diventare acqua
La vedrò scomparire
e tornare, come aquile
Vedrò le aquile arrivare
Scomparire
e sentirò la musica
nel movimento che creiamo
e che ci crea, così evidenti, nel buio
In “Ascolterò gli angeli arrivare

una panchina vuota sbadiglia
ai quattro venti,
felice che nessun vivente
le sia seduto sopra
solo semi di zucca e bucce
ma la carrozza di Cenerentola è ormai
passata
in un’altra favola
i viventi sono senza zucca
-pensa-
per questo il numero dei viventi
è vuoto
il loro impossibile singulto
è contro l’assenza della fata:
“brutta strega”!
l’assenza (s)colpisce ritratti
io smetto di essere me

tu dici che sono
rara
indifferenti mi sono
i documenti personali
mi vedo
come impressa in una moneta
che ha preso le mie misure
sotto posticcia osservazione
forse
ero in pausa pranzo
o forse
sotto il cappotto,
quando “quel che succede”
mi cercava.

un grido, una fase lunare
da spaccare sul cippo:
“quando è iniziata
la Grande Mostra del Nulla?”
e scende il buio
C’è un giorno che ci cerca
e non ci ha ancora trovato
la gola si imbatte
nel suo singhiozzo

Anne Carson
STANZE, SESSI, SEDUZIONI
È bello essere neutri.
Voglio avere gambe senza senso.
Ci sono cose insopportabili.
Si possono evitare a lungo.
Poi si muore.
Gli oceani mi ricordano
la tua stanza verde.
Ci sono cose insopportabili.
Disprezzo, principi reali, questa piccola taglia
del morire.
La mia poesia personale è un fallimento.
Non voglio essere una persona.
Voglio essere insopportabile
Da amante ad amante, il verde dell’amore.
Fresco, rinfrescante.
La terra non produce una pianta simile.
Chi non finisce per essere
una finta donna?
Bevi tutto il sesso che c’è.
Anche così, muori.
Ti tento.
Arrossisco.
Ci sono cose insopportabili.
Le gambe ahimè.
Le gambe muoiono.
Dondolandosi all’ingiù,
pazzamente lente,
c’è qualche termine di danza classica per questo –
frammento di carta stagnola, un piccolo
volteggio,
un po’ ebbro,
poco da fare,
un piccolo oh,
ahimè.
da “Decreazione”

L’ unica cosa che voglio dire
è stata già detta.
Una parola bussa ancora
alle mie labbra
Vuole ch’io la pronunci.
Faccio resistenza.
Frammenti di oscurità
vengono a galla
da immense profondità
appena percepite.
Lei insiste tenace.
Faccio resistenza.
Non occorre più ch’io parli
Altri l’hanno già detta.
Non c’è più parola
per un pensiero
nato troppo presto
e apparso tardi,
ma l’intimità del silenzio
non basta più.
L’unica cosa che voglio dire
è stata già detta.
E… non me lo perdona

Thierry Metz
Scrivere una poesia
è come essere solo
in una via tanto stretta
da non potere incrociare
che la propria ombra.
Da “Dire tutto alle case”

non attesa
rivestita di cose friabili
verrò
nella mia città
nelle angosce che
l’incoscienza allatta
e non riesce a svezzare
verrò da fuorilegge
un fazzoletto sul volto
dando l’assedio al cielo
forse sarà lì che incontrerò
la cucina sporca di terra e fame
lo sputo catarroso
della vecchia memoria
forse sarà lì che
mi incontrerò
o forse no
due storie che non
coincidono

…e impazziva
il vento
in un giro di abbandoni
tra le foglie
la ragazza guardava
la gonna incuneata tra
le cosce
ma chi può dire
vedesse?
aveva qualcosa che somigliava
ai miei tratti
quelli essenziali che non ricordo
mai
… e penzolava
il tempo
e la vecchia della
porta accanto
che non aveva voluto
salutarla
la braccava inquietante dal
girello
offrile una brioche calda!
prima che arrivi l’angelo

F. Nietzsche
conclusione del capitolo Il canto del nottambulo, § 12, di Così parlò Zarathustra:
Oh uomo! Stai attento!
Cosa dice la profonda mezzanotte?
“Dormivo, dormivo –,
Da un sonno profondo mi sono svegliata: –
Il mondo è profondo,
E più profondo di quanto abbia pensato il giorno.
Profondo è il suo dolore –,
Piacere – ancor più profondo del dolore:
Il dolore dice: Passa!
Ma ogni piacere vuole eternità –,
– vuole profonda, profonda eternità!”

frantumare le proprie origini
o
farsene frantumare?
un sonaglio scuote dentro
la sua forza primitiva
è bel delirio
e la coscienza cerca the freddo
in una tazza rotta
poi scrive versi:
“in ogni origine
ciò che è frantumato
è il cielo
tu non ami più
solo lacci da scarpe
ne stringono i pezzi
al cammino
resta solo il tuo naso all’insù”.

Luigi Pirandello (Un falso, e che importa?)
E l’amore guardò il tempo e rise,
perchè sapeva di non averne bisogno.
Finse di morire per un giorno,
e di rifiorire alla sera,
senza leggi da rispettare.
Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,
il tempo moriva e lui restava.

Oh il bagliore di quegli occhi!
La luna nel pozzo
ci rimase a lungo
come una pallida commozione
come il tramonto di una fronte
come un istante lontano che
nega di esserci mai stato.
Come un sorriso sfogliato in un tempo debitore.
Nessuno la cercava lì
Sorella che fai?
No, no attenta
ti sbagli, ti sbagli
noooo ahhhh!
Desiderò essere di luce e
si lavò il viso nella luna.
La pozzanghera
la inzaccherò tutta.
È nell’indole degli dei mettere a segno
colpi blasfemi.

T.S. Eliot
“Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock”
(…) E ho conosciuto tutti gli occhi, li ho conosciuti tutti…
gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
e quando sono formulato, schiacciato sotto l’ago,
quando infilzato mi contorco contro il muro,
allora come potrei cominciare
a sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e modi?
E come potrei presumere?
da Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock.

Con gioia ed emozione ho tra le mani il mio ultimo testo fresco di stampa. Il mio grazie più vivo a Cinzia Marulli che lo ha ospitato tra le sue “Gemme” e alla casa editrice Edizioni Progetto Cultura. Ho il piacere di trasmettere a tutti voi questa notizia che mi rende particolarmente felice

Cristina Annino
La Casa del folle
Entro piano nella casa del folle;
non apro le persiane, non tolgo la polvere.
Arrivo alla sua camera che ancora dorme
nel mattino troppa aria per occhi
di dolente marrone pallido. Guardo
la nuca rigida e il corpo che non sente
neppure il pigiama.
Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto
ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese,
dal peso della gente.
Cerco di non affollarlo di niente;
il suo corpo vuoto è una stanza: sogni
vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore.
La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo
al piede del suo letto coma a una pianta
ed entra dentro di me, dal folle, quasi
fune elettrica, una bianca, stanca,
atroce vitalità.
da “Anatomie in fuga”

Tutto scompare nelle
sillabe
del suo nome
che la tua lingua
in cammino
sparge su ogni frase
Ma lui voleva vivere da eroe,
non eri tu il suo elmo
né la spada
e la sua storia non era affare di parole
era uno squarcio dritto in fondo al cuore
Attraverso il finestrino del mio treno
il tuo nome scorre ancora
poi … non più
