Procedendo con gli anni lungo il percorso della mia vita, mi accorgo di aver raggiunto una coscienza più compassata e matura e “lemme lemme” mi accorgo quasi con stupore a riflettere su come la mia vita fin qui vissuta, si sia modellata sia nel carattere sia nella mia indole.
Quando ero un ragazzo di belle speranze, ero un fanatico integralista su cosa fosse giusto o sbagliato, secondo la mia morale ovviamente, e per questo agli occhi degli amici risultavo antipatico, un povero letterato e a volte, anzi molto spesso, un illuso idealista.
Nella mia presunzione e intransigenza sapevo esattamente quale fosse il confine tra il bene e il male. Schierandomi, ovviamente, dalla parte del bene e degli eroi che per quel bene erano disposti a sacrificare la loro vita. Oggi, a causa della mia “maturità”, penso di aver cambiato un poco prospettiva e credo che al mondo non esista persona che si possa definire intransigente se non accompagnata da un forte egocentrismo. Con molta onestà e autocritica devo ammettere che questi difetti sono stati la causa principale, almeno credo, di molti errori commessi nella mia vita.
Errori commessi dalla buona fede e da un istintivo e primitivo bisogno di giustizia; ma questa non è una scusante e neppure una attenuante. Gli errori restano e sono tanti, con buona pace mia e di chi ha avuto la ventura di camminare al mio fianco. Non a caso alcuni amici mi definivano il “Don Chisciotte del duemila”.
Penso che la maturità abbia fatto capolino, un poco alla volta nella mia testa e nel mio animo, quando, silenziosi come spie nemiche, sono arrivati i primi dubbi.
I primi sospetti e i primi fallimenti, li ho percepiti non più come casualità, ma come veri e propri crolli delle mie certezze.
È dovuta passare tanta acqua sotto i ponti e molti insuccessi personali per scoprire che il problema non erano gli altri, ma si celava nella mia persona.
Sia come sia, il crollo nelle mie certezze esistenziali è avvenuto da una decina di anni, un poco troppo tardi per rimediare agli errori di una vita. Non credo che basterà il resto della mia esistenza per sgombrare le macerie e iniziare una nuova ricostruzione, ma l’importante, credo, non è ricostruire una nuova vita, ma non arrendersi mai e lottare sempre per quello in cui si crede.
“È meglio morire in piedi che vivere in ginocchio” diceva Emiliano Zapata anarchico leader della Rivoluzione Messicana.
Si sa ricostruire non è mai semplice e richiede tempo e molta pazienza e questo potrebbe essere un buon motivo per avere la speranza di poter vivere così a lungo fino a quando l’opera di ricostruzione non sia ultimata, o almeno fino a quando il mio travaglio interiore non cederà il posto a un livello di vita più serena… comunque lo spero.
Ad ogni modo ho acquisito uno una nuova certezza e cioè che la verità ha molti padri putativi ma che nessuno è in grado di riconoscerne il padre biologico. La verità è come la sfinge che, posta all’ingresso della città di Tebe, chiedeva ai passanti di risolvere l’enigma e chi non era in grado di dare la risposta giusta veniva divorato dal mostro. Ecco perché, sparite le certezze degli anni giovanili, i suoi punti fermi, le mie supponenze, adesso mi trovo a navigare in un mare in tempesta, perseguitato da mille dubbi, dove la verità, la mia verità è inseguita dal dubbio dell’incertezza, ma quasi come un ossimoro, sicuro che da qualche parte esiste la “vera” verità e non certo la mia o quella dei miei anni giovanili.
Allora dico che la verità forse esiste ed è come un grande puzzle dove ognuno di noi, anche coloro che mi sono antipatici, ne possiedono solo un pezzetto. Per questo dico che saremo in grado di vederla nel suo insieme solo se siamo consapevoli che tutti dobbiamo concorrere a comporre il mosaico e se solo un essere vivente smarrisce il suo pezzetto di puzzle o si rifiuta di contribuire a completarlo, allora dico che sarà sempre una verità monca.
Ecco, con questo voglio dire che non è una vita serena la mia perché vivo fra mille dubbi e incertezze, ero più felice da giovane dove avevo solo certezze e speranze in un mondo migliore, ma forse questo è il pegno che si deve pagare per diventare adulti e maturi. Do un senso alla mia esistenza perché penso di aver capito che nulla è veramente comprensibile fino in fondo e mi consola il pensiero che, come diceva Socrate, mica uno qualunque: so di non sapere. Bisognerebbe lasciarsi andare senza opporre alcuna resistenza allo scorrere lento del tempo e ricostruire giorno per giorno i pezzi di mattoni che inevitabilmente il tempo che passa fa crollare dalla nostra casa. Ogni giorno si distrugge una parte di muro e ogni giorno noi dobbiamo ricostruirlo, lo so che è una fatica immensa, come quella di Sisifo. Il guaio è che diventando anziani la fatica diventa immensa e le forze vengono meno. Una fatica che ci fa incurvare sempre di più. Del resto quello che non si è voluto o non si è saputo fare da giovani va prima o poi affrontato altrimenti si corre il rischio di essere venuti al mondo per niente: senza un senso e senza uno scopo.
Racconti: A volte una piccola gioia s’impadronisce di noi, di Gregorio Asero
A volte una piccola gioia s’impadronisce di noi e ci spinge su un’onda di felicità. Ci si ferma e si comincia a guardarsi intorno. Capita di sorridere per nulla.
A cosa si pensa? A nulla in particolare, a un raggio di sole, al volo di un uccello, al corso lento e sonnacchioso del fiume, a un pezzo di azzurro di cielo. In altri momenti, al contrario, neanche gli avvenimenti che sembrerebbero più logici e straordinari, ci scrollano di dosso una certa predisposizione d’animo monotona e triste.
Si può stare tranquillamente indifferenti ed estranei ad una festa, perché il proprio intimo è per ognuno di noi, fonte di gioia e di tristezza del tutto personale.
Racconti, Come si spiega il comportamento violento nell’uomo, di Gregorio Asero
Il comportamento violento nell’uomo si spiega con il fatto che la violenza che si esercita deriva dal bisogno degli umani di controllare e dominare gli altri. BIo dico che bisognerebbe studiare questo fenomeno prima di tutto da un punto di vista interiore, per poi confrontarlo con gli altri. In pratica dobbiamo trovare, individualmente, qual’è quel fattore che ci spinge a cercare di sopraffare il vicino. Qual’è quel meccanismo interno dell’essere umano che è all’origine del desiderio di esercitare un controllo sul prossimo. Quando un individuo si rivolge a un altro, ad esempio in una conversazione, possono esserci due risultati: gli interlocutori o si allontanano per repulsione o si attraggono per empatia. Purtroppo in qualsiasi tipo di discussione che ci apprestiamo a fare abbiamo sempre la necessità inconscia di avere il sopravvento. Anche se, inconsciamente, ognuno di noi cerca di avere il controllo della situazione e quando ciò avviene riceviamo una carica di autostima che ci fa sentire più sicuri nel contesto in cui ci muoviamo. In pratica cerchiamo sempre di sopraffarci in astuzia e competizione, non solo per ottenere un risultato, come dire, materiale, ma anche sotto l’aspetto dell’autostima. Questo è, a mio avviso , anche il motivo del perché si assiste a conflitti incruenti e dissennati sia tra individui che tra gruppi di individui.
Le nostre azioni di persone equilibrate che si rivolgono verso il prossimo, non si fermano semplicemente all’adempimento di correttezze comportamentale verso gli altri, almeno penso non solo in quella direzione, anche se con tali azioni possiamo dire di essere persone buone ed equilibrate. Ma dobbiamo anche rivolgerci verso noi stessi, verso un equilibrio bilanciato fra noi e la natura. L’uomo, anche se è un animale socievole e preferibilmente vive in gruppo, non lo è mai completamente in modo esclusivo. Ognuno di noi ha pensieri, sentimenti, istinti che a volte toccano le note più alte dell’animo umano e altre volte, al contrario, rasentano la barbarie e la stupidità. Per poter affermare che viviamo una vita degna di essere vissuta, è indispensabile che i nostri pensieri e le nostre azioni, siano rivolte verso un fine programmato da noi, perché solo così possiamo dire, di essere felici, anche se siamo soli. Bisogna impedire che il dovere sociale abbia il sopravvento sul dovere individuale. Attenzione con questo non voglio dire che bisogna coltivare il sentimento dell’egoismo, al contrario, io sono convinto che quanto più un essere umano è spiritualmente e interiormente felice, tanto più sarà predisposto all’altruismo e alla solidarietà. Solo un uomo mentalmente tranquillo, anche economicamente, perché no, è in grado di rispondere alle esigenze del prossimo.
Un uomo o una donna, nella sua intera esistenza vive il ricordo della nostalgia dell’amore perduto con un grande senso di dolore. Molti pensano di conoscere la faccia “brutta” dell’amore perché sono stati innamorati incompresi o respinti. Questa esperienza, seppur negativa, e un’esperienza del non-amore. L’esperienza dell’amore perduto avviene quando i sentimenti sono vissuti con una sensazione di fine perenne del rapporto, quando a interrompere questa comunione d’intenti e di passioni a intervenire è la morte, allora i gesti, le parole, i sentimenti che si sprigionano in questi stati d’animo fanno pensare che mai più una persona sarà in grado di amare. Ci si chiude in un “lutto” dell’anima che sembra debba durare per sempre. A volte, capita, che avvenga qualcosa che ri-sconvolge i nostri sentimenti e capita di incontrare, lungo il cammino della nostra vita, un’altra persona che riesca a colmare il vuoto lasciato, intendiamoci, non è una “riserva” che entra in campo, ma è un’altra forma d’amore un nuovo amore e allora la vita torna a sorridere.