Lucia Triolo: una Domenica di poesia

Cristina Annino

La Casa del folle

Entro piano nella casa del folle; 
non apro le persiane, non tolgo la polvere. 
Arrivo alla sua camera che ancora dorme 
nel mattino troppa aria per occhi 
di dolente marrone pallido. Guardo 
la nuca rigida e il corpo che non sente 
neppure il pigiama. 
Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto 
ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese, 
dal peso della gente. 
Cerco di non affollarlo di niente; 
il suo corpo vuoto è una stanza: sogni 
vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore. 
La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo 
al piede del suo letto coma a una pianta 
ed entra dentro di me, dal folle, quasi 
fune elettrica, una bianca, stanca, 
atroce vitalità.

da “Anatomie in fuga”

disposizione benevola verso il suicidio

di Cristina Annino, da “Anatomie in fuga”

Ugo Wais tornato da lei
non migliorò-
Era giovane e magro a vedersi,
senza anima quasi senza odore,
non si spiega altrimenti 
la sua solitudine. Dicevano
che Wais aveva un modo 
di piegarsi e morire ad ogni 
saluto, ad ogni lettura di giornale, 
che una bianca mancanza di tutto 
gli usciva dagli occhi 
allontanando la gente. Ognuno 
cessò così di vederlo. il dolore ha 
questa terribile anonimità. Un amico 
l’avrebbe capito; ma Wais 
salì le scale quel giorno,
lui giovane e lento,
una mano sulla ringhiera.
Nella sua stanza sola quadrata 
si spezzò quasi in due. 
Nessun ricordo alle spalle,
né storia, non teneva 
neppure al suo voto se 
morì in tre giorni di fame 
guardando il soffitto.
E lei impallidì, ma seppe 
dire senza sedersi 
che aveva trent’anni, davvero 
non brutto, uno strano 
animale, però, 
quasi sempre zitto