Il violinista di Lola Ridge

Lola Ridge (1873 – 1941) fu una poetessa e anarchica irlandese-americana. Modernista, fu influente redattrice di riviste femministe, marxiste e di avanguardia. Le sue opere trattano del capitalismo, del conflitto generazionale, delle masse urbane e dell’immigrazione.

In un piccolo caffè ungherese
uomini e donne bevono
vino dorato in lunghi calici.
Attraverso la foschia lattiginosa del fumo,
il violinista, minuto e biondo,
si appoggia al suo violino
come sul seno di una donna.
I capelli rossi si accendono in fiamme
sulla manica nera del suo cappotto,
dove la mano bianca e sottile
trema e si tuffa,
come una scheggia di luce lunare,
quando il vento frantuma l’acqua.

*

La Fuga di Ivo Andric

Ivo Andrić (1892 – 1975) è stato uno scrittore e diplomatico bosniaco. Nel 1961 vinse il Premio Nobel per la letteratura.

Quando l’autunno spegnerà i rumori
E i colori nella luce premortale
Lenta inizierà la fine,
Quando al sole sarà tolto il potere
Io mi metterò in cammino.

So che l’estate ardente
Non tornerà
Che è morta la gioia e la sete appagata
E che la terra straniera
nessuno rese felice,
ma so che per lo sguardo triste
i luoghi nuovi sono il migliore ristoro
e che ogni dolore
si rinnova in una più grande
e guarisce.

(Roma, 1921)

*

Nel principio di Primo Levi

Primo Levi scrittore (1919 – 1987)

Fratelli umani a cui è lungo un anno,
un secolo un venerando traguardo,
affaticati per il vostro pane,
stanchi, iracondi, illusi, malati, persi;
udite, e vi sia consolazione e scherno:
venti miliardi d’anni prima d’ora,
splendido, librato nello spazio e nel tempo,
era un globo di fiamma, solitario, eterno,
nostro padre comune e nostro carnefice,
ed esplose, ed ogni mutamento prese inizio.
Ancora, di quest’una catastrofe rovescia
l’eco tenue risuona dagli ultimi confini.
da quell’unico spasimo tutto è nato:
lo stesso abisso che ci avvolge e ci sfida,
lo stesso tempo che ci partorisce e travolge,
ogni cosa che ognuno ha pensato,
gli occhi di ogni donna che abbiamo amato,
e mille e mille soli, e questa
mano che scrive.
*

Lucia Triolo: Una Domenica di poesia: sagoma di uno stupro

Cinzia Marulli

L’orco e la bambola

Un pomeriggio di sole, la compagnetta di scuola, a casa
sua tutto era più grande, perfino lo stupore. I soldini nella
borsetta quasi finta. Un vestitino chiaro e leggero lasciava
scoperte le gambette. Un corpo immaturo, i seni solo
accennati, il pube glabro, l’imene intatto. Per le scale di
corsa a comprare la merenda, il pane caldo, la cioccolata,
la bottiglietta di aranciata, l’orco nascosto, la tenda tira-
ta, le mani grandi, il vestitino strappato, il sangue sulle
gambette, la vergogna immonda, il tremore del respiro,
l’animale impazzito. L’imene deflagrato. 

Il dopo

Sentire quelle mani
sempre
scavare la pelle 

il dolore nell’anima 

camminare soli
guardare oltre 

sperare nel vuoto
desiderare
non sentire più
quel fragore 
che insanguina 

dimmi tu – dimmi
ci sarà un giorno
il bianco velo della resurrezione? 

————

Quello che è stato è stato
il male è indietro 

la vita ha vinto sulla vita
dall’interno la luce
ha dipinto di sole
la cicatrice 

nessuno ha potuto offuscare
l’amore
quell’amore che cresce
nel mio grembo 
e che ha il volto meraviglioso
del bene. 

—————

Ancora mi chiedo
cosa farò da grande
mentre conto le rughe
che sorridono sul mio viso 

mi ostino a non tingere
i capelli come se quel bianco
fosse il velo della prima comunione 

cerco un abbraccio
lo cerco nello sguardo
di chi non ho ancora incontrato 

poi mi specchio negli occhi di mio figlio
e ritrovo l’amore di mio padre
forse sono loro la ragione
il senso della vita 

e questa parola
che a volte mi esce insanguinata. 

Tasti tratti da: Autobiografia del silenzio
ed. La vita Felice, 2022.

Hotel delle Luci di André Breton

André Robert Breton (1896 – 1966) è stato un poeta, saggista e critico d’arte francese. Noto come poeta e teorico del surrealismo, che favorì con la stesura dei manifesti e curando riviste, mostre e incontri, fu allievo del filosofo André Cresson.

La farfalla filosofica
atterra sulla stella rosa
e forma una finestra sull’inferno

L’uomo mascherato è sempre in piedi davanti alla donna nuda
I cui capelli scivolano come la luce del mattino di una lanterna
che hanno dimenticato di spegnere

Il mobile saggio prepara il pezzo che gioca a prestigio
con le sue rosette,
i suoi raggi di sole circolari,
le sue molature di vetro.

Dentro cui un cielo si fa azzurro con precisione
In memoria dello scrigno inimitabile
Ora la nuvola di un giardino passano sopra la testa dell’uomo
che si è appena seduto

Divide a metà la donna dal busto magico e dagli occhi di Parma.
È l’ora in cui l’orso boreale con un gesto di grande intelligenza
Si stende e fa il bilancio di una giornata
Dall’altra parte la pioggia si alza sui viali di una grande città

Pioggia nella nebbia con strisce di sole sui fiori rossi
Pioggia e il diavolo dei vecchi tempi
Gambe sotto la nuvola fruttata circondano la serra

Si percepisce solo il polso di una mano bianchissima, rappresentata
da due piccole ali.
Il dondolo dell’assenza oscilla tra le quattro pareti,
spaccando le teste.

Da dove fuggono stormi di re e iniziano subito la guerra tra loro
Fino all’eclissi orientale
Turchese sul fondo delle coppe

Scopri il letto equilatero di lenzuola del colore di quei fiori chiamati
palle di neve
I deliziosi comodini le tende strappate
A portata di mano un piccolo libro con queste parole stampate sopra

Non c’è domani
Il cui autore porta uno strano nome
Nella buia segnaletica terrestre

*

La giusta distanza di Cristina Peri Rossi

Cristina Peri Rossi (Uruguay, 1941). Scrittrice, traduttrice e attivista politica uruguaiana esiliata in Spagna dal 1972, residente a Barcellona, ​​dove ha sviluppato gran parte della sua carriera letteraria, nel 2021 le è stato conferito il Premio Miguel de Cervantes

In amore, come nella boxe,
è solo questione di distanza
Se ti avvicini troppo mi infiammo
mi impaurisco
mi confondo dico sciocchezze
comincio a tremare
ma se sei lontano
soffro intristisco
non dormo
e scrivo poesie.

.
da Un’altra volta Eros, 1994.

*

Porto in me un paesaggio ferroviario di Angelo Maria Ripellino

Angelo Maria Ripellino (Palermo, 4 dicembre 1923 – Roma, 21 aprile 1978) è stato uno slavista, traduttore e poeta italiano. 
Porto in me un paesaggio ferroviario
con luce minerale di limone,
con arance accecanti e lunghi fili
di canutiglia e bracci di binario.
Dentro la mia notte infuria un treno,
un hidalgo spocchioso, uno spaccone.
Va da Lercara Friddi a Magazzolo
con gelatine di rosse poltrone,
buffe chiome di fumo e di fenòlo,
lanternacce bistrate di carbone.
Un Fracassa, un cocciuto capitano,
una stufa che sfiata fiamme e ruggine,
perfido uccello dagli occhi di zafferano,
disperato arcangelo che fugge.
.
da “Lo splendido violino verde”, Einaudi, 1976.

*

Porto in me un paesaggio ferroviario di Angelo Maria Ripellino

Fausta, il buio nel sangue di Vittore Fiore

Vittore Fiore (1920 – 1999) è stato un giornalista e scrittore italiano, tra i maggiori protagonisti della cultura e della politica meridionalista italiana.

Fausta, nel cuore ho campanili
di sabbia e cupole gialle
infinita esistenza di scogliere.
Allora il vento fa radice ai sogni,
sia gente del posto o forestiera,
sopra il tuo viso tra le case scorrono
terre sommerse
e lungamente dall’interno preme,
sia cane o corvo, ora turbine o pioggia,
da remote stirpi il buio del sangue.
*
da “Ero nato sui mari del tonno (1952-1953)”
Schwarz Editore (1954)

*

Che nessuna pietosa illusione di Elinor Wylie

Elinor Wylie (1885 – 1928), è stata una poetessa e scrittrice americana popolare negli anni ’20 e ’30. “Era famosa durante la sua vita quasi tanto per la sua bellezza e personalità eterea quanto per la sua poesia melodiosa e sensuale”.

Che nessuna pietosa illusione
Offuschi la mia mente di visioni
Di aquila e di antilope:
La mia natura è un’altra.

Da umana, sono nata sola;
Da donna, sono dannata al tormento;
Vivo cavando da una pietra
La poca linfa che mi sostenta.

Ad uno ad uno sfilano gli anni
Con maschere austere o irriverenti;
Ma nessuno ha meritato il mio timore,
E nessuno è scampato al mio sorriso.

*

Tre poesie di Gabriela Mistral

Dammi la mano

Dammi la mano e danzeremo;
dammi la mano e mi amerai.
Come un sol fiore noi saremo,
come un fiore, e niente più…

Lo stesso verso canteremo,
lo stesso passo ballerai.
Come una spiga ondeggeremo,
come una spiga, e niente più.

Ti chiami Rosa e io Esperanza;
ma il tuo nome scorderai,
perché saremo noi una danza
sulla collina, e niente più…

.
*
.

Canto che amavi

Io canto ciò che tu amavi, vita mia,
nel caso ti avvicini e ascolti, vita mia,
nel caso ti ricordi del mondo che hai vissuto,
nel rosso del tramonto io canto te, ombra mia.

Io non voglio restare più muta, vita mia.
Come senza il mio grido fedele puoi trovarmi?
Quale segnale, quale mi svela, vita mia?

Sono la stessa che fu già tua, vita mia.
Né infiacchita né smemorata né spersa.
Raggiungimi sul fare del buio, vita mia;
vieni qui a ricordare un canto, vita mia;
se tu questa canzone riconosci a memoria
e se il mio nome infine ancora ti ricordi.

Ti aspetto senza limiti né tempo.
Tu non temere notte, nebbia o pioggia.
Vieni per strade conosciute o ignote.
Chiamami dove sei, anima mia,
e avanza dritto fino a me, compagno.

.
*
.

La donna forte

Ricordo il tuo viso, fissato nei miei giorni,
donna con gonna azzurra e con fronte abbronzata;
quando nella mia infanzia, in terra mia d’ambrosia,
ti vidi aprire un solco nero in un ardente aprile.

Nella fonda taverna, l’impura coppa alzava,
chi un figlio appiccicò al tuo petto di giglio;
sotto questo ricordo, che t’era bruciatura,
cadeva dalla mano, serena, la semente.

Io ti vidi in gennaio segare il grano al figlio,
e in te, senza capire, trovai quegli occhi fissi,
ugualmente ingranditi da meraviglia e da pianto.

Poesie tratte da Sillabe di fuoco (Bompiani, 2020)

.
*
.

Gabriela Mistral, poetessa cilena (1889 – 1957)

*

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente di Franco Loi

Francesco Carlo Mario Loi, detto Franco )1930 – 2021) è stato un poeta, scrittore e saggista italiano.

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

da Liber (Garzanti, 1988)

*

Rifiuto di Lucie Delarue Mardrus (traduzione di Emilio Capaccio)

Lucie Delarue-Mardrus (1874 – 1945) era una giornalista, poetessa, scrittrice, scultrice, storica e designer francese. Scrittrice prolifica, ha editato in vita oltre settanta opere.

Ombra; cuscini; la finestra dove degrada
il giardino; un riposo incapace di sforzi.
Così sembra dormire la donna «bambina malata»
che soffre alle feconde profondità del suo corpo.
.

Così penso… Un giorno, un uomo potrebbe nascere

da questo corpo mensile, e vivere oltre

la mia vita, e a lungo ricominciare il mio essere

che già sento tante volte secolare;

.

penso che avrebbe senza dubbio il mio viso,

i miei occhi spaventati, neri e silenziosi,

e che forse, errante e solo con questi occhi, nessuno

prenderebbe la sua mano portandolo per strada.

.

Avendo ascoltato troppo l’urlo umano,

approvo nel mio cuore l’opera liberatrice

di non aggiungermi a me stessa, un domani,

per orgoglio e per orrore d’essere una genitrice…

— E tra i miei cuscini pieni d’ombra, m’inebrio

della mia sterilità che sanguina lentamente.

.

*

.

REFUS

.

De l’ombre; des coussins; la vitre où se dégrade

le jardin; un repos incapable d’efforts.

Ainsi semble dormir la femme «enfant malade»

qui souffre aux profondeurs fécondes de son corps.

.

Ainsi je songe… Un jour, un homme pourrait naître

de ce corps mensuel, et vivre par delà

ma vie, et longuement recommencer mon être

que je sens tant de fois séculaire déjà;

.

je songe qu’il aurait mon visage sans doute,

mes yeux épouvantés, noirs et silencieux,

et que peut-être, errant et seul avec ces yeux,

nul ne prendrait sa main pour marcher sur la route.

.

Ayant trop écouté le hurlement humain,
j’approuve dans mon coeur l’oeuvre libératrice
de ne pas m’ajouter moi-même un lendemain
pour l’orgueil et l’horreur d’être une génitrice…
— Et parmi mes coussins pleins d’ombre, je m’enivre
de ma stérilité qui saigne lentement.
*

Due poesie di Vittore Fiore

Odorosa di calce ti ho pensata
dove sembra che dalle case
canti l’estate, dalle pareti.
Fra le vie di campagna,
come le prime viole, misteriosa
stregata come la pianura
rischiando i sogni ti ho cercata
sbucare dalle curve della Murgia
arida e petrosa.
Mio nonno parlava del sole
come un inno nascosto
negli occhi dei muratori.
Chi se ne ricorda?
Ora bisogna che la notte
non spanda il buio.
I sogni crescono sui campi aperti
come le rose
al primo di maggio.
Presto, trovarti prima che l’aria
del grano sia meno gaia,
prima che la terra dei morti
disperata
mi porga la mano.
.
*
.
Salento estremo
.
Venivano al nostro fresco mare, a Leuca,
fedeli avventure,
ecco sui dorsi dell’onda
c’erano secoli alla deriva,
uomini secoli per cercare
meridiane paure
e sulla costa abbandonata
fiato e fiato d’altri cieli,
d’altre case marine,
navi precoci di morte,
di silenzi. Di mare in mare
uomini prima di noi
costruirono una casa, una tomba,
nei secoli anche,
come sonno dalle paludi,
le distrussero,
più nessuno sa quanti anni
dietro di noi,
quando già molti destini
erano emersi dagli scogli.
Uniamoci contro la morte, amici,
lo dicono non uno, ma mille anni
nel vasto mare di Leuca.
Per sempre l’avrei taciuto
se da secoli intorno
non avessero invocato le notti.
I cespugli, le case fanno questo,
fanno freddo nel cuore
se pietre e pietre
reggono l’aria calda del Salento.
Anche le lapidi sono entrate,
erano forse storie necessarie,
come una giovinezza sfiorita
laggiù dentro di noi
ai cieli dei paesi senza gridi
presso case cretose,
quando ognuno in estate
da anni ed anni
ha un sole negli occhi,
s’affila una pianura.
Uniamoci, amici, ogni giorno
crepita una nuova tomba,
i morti riposavano sul cuore
compresi i vivi
attraverso una sola terra ormai.
Chi l’aveva detto?
Dove ogni rupe è sola,
dove ogni albero è duro silenzio,
ogni uomo fuga sulle labbra,
uniamoci, amici, è Leuca,
in un deserto d’erica, quell’aria.
.
**********
.

Vittore Fiore (1920 – 1999) è stato un giornalista e scrittore italiano, tra i maggiori protagonisti della cultura e della politica meridionalista italiana. Antifascista, subì il carcere e il confino, e diresse in clandestinità il movimento giovanile liberalsocialista, ricoprendo successivamente incarichi nel Partito d’Azione e poi nel Partito Socialista Italiano. Fondatore de Il nuovo Risorgimento e direttore della rivista Delta, fu animatore del periodico della Fiera del Levante di Bari Civiltà degli scambi e dei relativi Quaderni editi da Laterza. Capocronista del quotidiano barese La voce, tra i suoi libri vanno ricordati Strumenti della lotta meridionalista (Lacaita), Chi lega i fili (Adriatica) e Dal cemento al cervello (Delta). Con Franco Fortini e altri ha raccontato ne La generazione degli anni difficili (Laterza) la sua formazione di intellettuale impegnato nella politica. Tre i volumi di poesia: Ero nato sui mari del tonno (Schwarz), Qualcosa di nuovo intorno (“Quotidiano di Lecce” presentato da Massimo Melillo e poi nelle edizioni “Il laboratorio”) e Io non avevo la tua fresca guancia (Palomar).

*

Quando è mezzogiorno di Pasquale Pinto

Pasquale Pinto (1940 – 2004) è stato uno scrittore, poeta e saggista italiano. Operaio presso l’Italsider di Taranto, ebbe fin da piccolo la vocazione per lo scrivere. Pasquale Pinto è considerato rappresentante della cosiddetta “letteratura operaia”

Quando è mezzogiorno al mio paese
le tasche dei vecchi
si gonfiano di sole
come mille lumini
che nemmeno i morti
si sognano di avere

Quando è mezzogiorno
i vecchi del mio paese
appoggiano le mani alle ringhiere
per salutare milioni di naufraghi
che si specchiano
in una cristalliera di sale

Se quando morirò
sarà mezzogiorno
lasciatemi vedere quel mendicante
che si abbronza al sole di una moneta

[da In fondo a ogni specchio, 1976]

*

Posteriori di Rui Knopfli

Rui Knopfli è stato un poeta portoghese di origini mozambicane (Inhambane, Mozambico, 1932 – Lisbona 1997). Nei suoi versi, scanditi da un ritmo sincopato che ricorda il jazz, prediligeva temi tradizionali di matrice occidentale, ispirandosi a Th. S. Eliot: O país dos outros (1959); Mangas verdes com sal (1969); O escriba acocorado (1978); Memória consentida. 20 anos de poesia: 1959-1979 (1982); O corpo de Atena (1984); O monhé das cobras (1997).

Un giorno io, che ho passato metà
della mia vita volando come passeggero,
mi siederò nella cabina di pilotaggio
di un leggero monomotore
e salirò in alto, in alto,
fino a scomparire oltre
l’ultima nuvola. I giornali diranno:
Stanco della terra, il poeta
fuggì in cielo. E in realtà non
tornerò indietro. Sarò ricordato
per un momento dalla mia famiglia,
dai miei amici, da una donna
che amavo veramente
e dai miei trenta lettori. Poi
il mio nome comincerà a comparire
nelle selezioni e, con disappunto di insegnanti e bambini,
verranno realizzate
edizioni scolastiche dei miei libri .
A quel punto sarò dimenticato.

*

Lucia Triolo: Una Domenica di poesia

KO UN

L’ANIMO DI UN POETA

Un poeta nasce negli spazi tra crimini,
furti, uccisioni, frodi, violenze,
nelle zone più oscure di questo mondo.

Le parole di un poeta s’insinuano tra le
espressioni più volgari e basse,
nei quartieri più poveri della città,
e per qualche tempo dominano la società.

L’animo di un poeta è un solitario grido di verità
nato negli spazi fra mali e bugie del nostro tempo,
picchiato a morte da tutti gli altri animi.

L’animo di un poeta è condannato, non v’è dubbio.

da Chogugūi pyõl – Stelle di patria 1981-1990

Mimosa di Pablo Neruda

Andavo a San Jeronimo
verso il porto
quasi addormentato
quando dall’inverno
una montagna
di luce gialla,
una torre fiorita
spuntò sulla strada e tutto
si riempì di profumo.
Era una mimosa.

*

Pablo Neruda (1904 – 1973), pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, è stato un poeta, diplomatico e politico cileno, considerato una delle più importanti figure della letteratura latino-americana del Novecento. Scelse lo pseudonimo di Pablo Neruda in onore dello scrittore e poeta ceco Jan Neruda.

*

Vedere nuda la vita di Mario Benedetti

Mario Benedetti è nato a Udine il 9 novembre 1955. Dopo i primi venti anni trascorsi nel paese di Nimis (UD), si trasferisce nel 1976 a Padova dove si laurea in Lettere con una tesi sull’opera complessiva di Carlo Michelstaedter, diplomandosi poi in Estetica presso la Scuola di Perfezionamento della stessa Facoltà universitaria. Si dedica all’insegnamento sia a Padova che a Milano, città in cui si trasferisce e dove attualmente risiede. La sua esistenza, la sua poesia ed il suo modo di essere sono fortemente connotati dalla presenza di una malattia cronica: una particolare forma di sclerosi multipla che lo accompagna dall’infanzia. Gravi episodi dovuti a questa patologia si verificano nel ’99 e nel 2000. In seguito ad un ictus avvenuto nel 2014 è stato a lungo ospite presso una struttura sanitariaE’ morto nel 2020.

Vedere nuda la vita
mentre si parla una lingua per dire qualcosa.
Uscire di sera rende la vita più bella
ma è il poco sole obliquo la sera senza parole.
Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose.
Adesso le cose sono sole,
non c’è la promessa del tuo svegliarti
e continuare con le ciabatte, le tazze, i cucchiai.
Non è valsa la pena affaccendarsi.
Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi
a perdere sempre da prima.

(da “Tersa morte”, 2013)

*

Come il primo giorno di Justo Jorge Padròn

Stai cucendo a macchina
lentamente l’abito,
i sogni di nostra figlia.
Nelle tue mani si intrecciano
il tessuto e la luce.
Ti guardo e sento un sussulto
nel sangue. Ti parlo
senza muovere
le labbra
come se non ci fossero le parole.
È un silenzio illuminato
quello che sentiamo tra le nostre pareti
bianche. La macchina continua
a imbastire sogni,
la speranza si veste
con un abito da ragazza.
Solo uno sguardo
fugace e ci incontriamo
come il primo giorno:
l’amore continua. Ci basta.
.

(da I fuochi oscuri, 1971)

*

Non rido della morte di Javier Heraud

Javier Heraud Pérez (1942 – 1962) è stato un poeta peruviano e membro dell’Ejército de Liberación Nacional. Morì in maggio, ucciso dalla polizia.

Non rido mai
della morte. Succede
semplicemente
che non ho paura di morire
tra gli uccelli e gli alberi.

Non rido della morte.
Ma a volte ho sete
e chiedo un po’ di vita,
a volte ho sete e chiedo
quotidianamente, e come sempre
succede che non trovo risposte se non una
risata profonda, nera.
L’ho già detto,
di solito non rido mai della morte,
ma conosco il suo
volto bianco, i suoi vestiti cupi.

Non rido della morte.
Però conosco la sua
casa bianca, conosco i suoi
vestiti bianchi, conosco
la sua umidità e il suo silenzio.

Certo, la morte
non mi ha ancora visitato
e tu chiederai: cosa
sai? Non so niente.
Anche questo è vero.
Però so che quando
arriverà io la aspetterò,
la aspetterò in piedi
o magari facendo colazione.
La guarderò dolcemente
(non aver paura)
e poiché non ho mai riso
della sua tunica, l’accompagnerò,
solitario e solitario.

*

Albeggiare di Norah Lange

Norah Lange fu una scrittrice nata a Buenos Aires, Argentina, il 23 di ottobre del 1905 e spentasi nella stessa città il 4 di agosto del 1972. La sua presenza fu molto significativa nel mondo letterario, specialmente nel contesto storico e geografico, dato che non era molto comune che una donna si dedicasse alla narrativa e che partecipasse in maniera tanto attiva ad un’attività che, ancora oggi, continua ad essere prevalentemente maschile. Godette di una carriera relativamente breve, considerando la sua morte prematura mentre lavorava alla scrittura di un racconto, però molto fruttifera e ricca di successi.
Iniziò a pubblicare le sue opere da giovane; appena ventenne pubblicò la sua prima raccolta di poesie intitolata La strada della sera, al quale fecero seguito I giorni e le notti e Versi ad una piazza, tra i tanti. In prosa fu autrice di diversi libri, come i romanzi Voce della vita e I due ritratti, e le memorie Prima che muoiano.

Nel cuore di ogni albero

si è scossa la mezzanotte.

La notte si fa sempre più piccola

in una lenta processione di nebbia.

Tutte le sere pongono fine alla loro stanchezza.

Le insegne luminose affievoliscono

lo stupore dei loro colori

e anticipano la contemplazione di ogni disgraziato.

In ogni angolo vigila il sonno

ed è il tuo ricordo la unica pena

che umilia l’altezzosità dei marciapiedi.

Lontano, il primo mendicante,

tradisce il portone dove ha dormito.

E la città si apre come una lettera

per rivelarci la sorpresa delle sue strade.

*

traduzione di Angelo Alberto Argento

Albeggiare di Norah Lange

Tanaterotica di Sara Caterina Casiccia

Ha studiato come filosofa e antropologa all’Università di Torino, poi è scappata con il circo e si è trasferita a Barcellona per dedicarsi completamente all’ultima avanguardia della scena artistica underground europea dove è riconosciuta a tutti gli effetti come poetessa. Nel febbraio del 2021 Tzarina viene arrestata nel corso di una manifestazione per la libertà di espressione e sottoposta a un’inchiesta con gravissime cariche penali, esperienza da cui prende il via questo testo. Nell’ultimo anno sta girando la Spagna tra reading di poesia e festival di autoproduzioni.

Mi hanno ammalata di eternità
È colpa dei libri
Per quello ci metto sempre
Un po’ di Morte dentro all’Amore
Un po’ di fine dentro all’inizio
Un po’ di tragedia dentro la gioia
Pezzi di fegato nei tessuti del Cuore
Ecco perché invece di questo mare fresco
Vorrei un’onda di lava letale
Perché la vita non dura un cazzo
E il mare si ritrae
Lasciandoci soli sul bagnasciuga
Ognuno con le sue ossa
Nei suoi vestiti bagnati.
*
Da ” Mai farsi arrestare di venerdì” Eris Edizioni

*

Tre poesie di Anna Jackson

Api, tante api.
.
Dopo vent’anni di matrimonio, ci siamo lasciati
dal cespuglio e su una strada sterrata accidentata
abbiamo camminato finché non abbiamo visto uno stagno
potremmo riuscire ad arrivarci.
Il terreno era paludoso e ronzante.
Lo stagno era pieno di erbacce
e melma. Non era
lo stagno dove chiunque vorrebbe
nuotare, ma lo abbiamo fatto — raccogliendo e scivolando
nell’acqua sopra la palude e le api,
le api che abbiamo notato all’improvviso erano
ovunque, si posavano sui nostri capelli
mentre nuotavamo, le anatre mostravano gli occhi sorpresi
il nostro modo. Dopo vent’anni di matrimonio
ciò che sorprende non è poi così tanto
la persona con cui sei ma ritrovare
voi stessi così fuori posto in questa scena, freddo
ma non riesco a uscire senza
calpestare le api, così tante api.
.
*
.
Sonetto senza titolo sull’equinozio di primavera.  
.
Non me ne andrò mai da questo inverno
umore e sii un vincitore,
Mi rifiuto, insisto nell’essere più debole
di chiunque altro, vagare
dove sarò, superato il guardiano
e accumulatore seriale, cammino più forte
e più veloce, continuando a insistere, arpista
che sono, riguardo le mie mani fredde e umide
i piedi, anche i miei capelli, inumiditi
e oscurati dalla pioggia. Arginata
resterò su come una grondaia piena di ombre
foglie autunnali, lavate di bianco ma non più scure
di quanto insisto a rimanere mentre cuocio a fuoco lento
la tua presunta estate imminente.
.
*
.
Amanda allo specchio
.
Guance rosa, sopracciglia scure, accigliata
con se stessa come la gente guarda
se stessa nello specchio, come fossimo
i nostri peggiori nemici, provando
una frase tedesca, ein bisschen Hoffnung, a
un po’ di speranza, questa è Amanda, la sera prima
prepara l’esame di tedesco che si conclude con la lettera
che tiene in mano, settimane dopo, la lettera,
settimane dopo, tutti chiedono informazioni
e nessuno sa che è arrivata.
Ha vinto una borsa di studio.
Aveva descritto una Haus rosa-beige,
una casa rosa-beige, che conosce il beige
era la parola per beige e rischiava di usarla
sembra un’ipotesi, intenzionata a catturare
un sogno, i tronchi neri degli alberi, un paesaggio intero
nell’ombra, il senso della luce del sole che cade
altrove, una sensazione umida
in cui ha usato la parola feuchtes – umido –
per mordere, ansiosamente, il sapore della matita.
Ora vede se stessa
guardando ansiosa nello specchio, la sensazione di non essere nessuna parte
evidente della luce del sole nel suo cuore – das Gefühl
des Sonnenlichts, pensa tra sé
con un sorriso che non appare sul suo volto.
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Anna Jackson ha debuttato in AUP New Poets 1 prima di pubblicare sei raccolte con Auckland University Press, tra cui I, Clodia, and Other Portraits (2014). Ha conseguito un DPhil a Oxford ed è ora professore associato di letteratura inglese alla Victoria University of Wellington. Jackson è autrice di Diary Poetics: Form and Style in Writers’ Diaries 1915–1962 (Routledge, 2010) e, con Charles Ferrall, British Juvenile Fiction 1850–1950: The Age of Adolescence (Routledge, 2009).

*

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.

*

Nessuna buona azione resta impunita di John Giorno

John Giorno (1936 – 2019)) è stato un poeta statunitense tra i più noti dell’area sperimentale.

Se mi vuoi rendere la vita miserabile, o darmi brutte notizie, butta giù ora, ma se vuoi portare gioia
nella mia vita
e darmi buone notizie ti voglio parlare, inizia a parlare. Voglio passare lungo corridoi e entrare nei gabinetti dove non sono mai stato, voglio camminare lungo passerelle verso bagni dove non sono mai stato, voglio camminare lungo passerelle verso bagni dove non sono mai stato, il meglio
sta accadendo ora,
il meglio del meglio
sta accadendo
ora,
l’amore
continua.
.
Prendi quel che vuoi,
facciamo qualsiasi cosa e tutto quel che vuoi, troppo non è abbastanza. E a volte, droghe e alcool intontiscono
i nervi, intontiscono i nervi, lasciando scorrere libera la naturale chiarezza della mente, come un incidente automobilistico è impossibile non guardare come un incidente automobilistico è impossibile non guardare, nessuna
buona
azione
resta impunita. Voglio strofinarci la faccia sopra e voglio rotolarci dentro voglio strofinarci la faccia sopra e voglio rotolarci dentro voglio strofinarci la faccia sopra a voglio rotolarci dentro, e mangiarne l’odore, e la semplice gioia di nuotare, assoluta beatitudine in fogne abissale
fogne assolute e beatitudine abissale, completamente, puro completamente puro completamente puro completamente puro completamente puro, primordialmente puro e vuoto, mangiando il cielo mangiando il cielo mangiando il cielo mangiando il cielo mangiando il cielo, milioni di stelle vengono nel mio cuore, benvenute a casa. Martellando chiodi nell’acciaio con un pugno pieno di acqua, martellando chiodi nell’acciaio con un pugno pieno di acqua, martellando chiodi nell’acciaio con un pugno pieno di acqua; e afferrando una manciata di neve dal fuoco. Tanti anni fa, credevo di poter volare, e forse una volta ho decollato.
.
Traduzione: Pasquale Verdicchio

Lucia Triolo: una Domenica di poesia

LELLA DE MARCHI

Le stanze di Emily

Without room I

Potrebbe accadere che l’io vado a finire
in un luogo accessibile solo se da remoto.
che diventi un dato.
non un dato di fatto preesistente.
un dato impalpabile.
senza alcun senso preesistente.
potrebbe accadere che l’io
si costruisca sul niente.
che si connette a un estraneo.
che si nutra di vuoto.
che provi una paura
che non ha mai provato.
e che si sorprenda ugualmente.

Il sogno di Orfeo di Aurelia Lassaque

Aurelia Lassaque (1983) poetessa francese, compone sia in francese che in occitano.

Nel mondo sotterraneo dove gli uomini
non sono altro che ombre,
io diventerò un’ombra dentro il tuo corpo.

Costruirò città di sabbia
per seccare il fiume dal quale nessuno ritorna.

Danzeremo su torri che i nostri occhi non vedono.

Sarò la tua lingua mozza che non mente.

E malediremo l’amore che ci ha portato fuori strada.

*