A Federico con delle viole di Luis Garcia Montero

Luis García Montero (1958) è un poeta spagnolo. È inoltre professore di letteratura spagnola all’Università di Granada e membro della Academia de Buenas Letras de Granada.

…e ricordo una brezza triste tra gli ulivi
                                                                  (  F. García Lorca )

Dopo
la corsa stancante degli ultimi treni,
non torna più nulla.

A Broadway resta soltanto il tuo volto
ed è difficile, così solitario,
chiudere gli occhi senza dubitare che esista.

Questa lingua di fuoco è assurda,
fende l’orizzonte,
si diffonde selvaggia sui cuori,
multiforme e ferita,
scoppia e assomiglia
al sorriso forzato di una maschera rotta.

Solo
la città è mascherata da un gelo
e i suoi occhi ti puntano addosso,
segnati e ciechi
come un’impronta di denti dimenticati sulle spalle.

Allora
l’alcool è il sangue che scopre le labbra,
perché la notte sta arrivando,
perché la morte arriva su un braccio piegato
per lasciarti solo con i tuoi anni.

Triste per gli ulivi,
mentre Harlem chiude le finestre,
il tempo è brezza di cui nessuno si ricorda.

*

A Federico con delle viole di Luis Garcia Montero

Notti in bianco di Angelo Casali

Angelo Casali, cantautore “di provincia”, è nato nel 1954 a Riccione e vive a Rimini. Canta fin da quando era bambino e compone canzoni dagli anni ’70.

Notti in bianco sulle colline
a ricordare
le parole che oggi non ho detto
e che non so dire
veglie sotto le stelle
sotto la pioggia
sotto la luna
e intanto il fiume
lento se ne va
finché una cascata
non lo spezzerà

Allegri maghi col mantello nero
mi son vicini
per trasformare i rospi
in principesse e fate
dai capelli turchini

giochi per cavalieri
e per briganti
di un’altra età

e intanto il fiume
lento se ne va
finché una cascata
non lo spezzerà

E rimango solo mentre viene l’alba
ad asciugare
la pioggia della notte
a svegliare l’erba
a chiedermi a che vale

avere tanti giochi
e tanti maghi
con cui giocare

se intanto il fiume
lento se ne va
finché una cascata
non lo spezzerà.

*

Questo il testo di una sua canzone che ho rispolverato e canto come ninna nanna alla piccola Amelia. Il blog di Angelo Casali:

 

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lucia triolo: qualcuno solo a metà

un corpo che sta 
dentro 
un corpo che va
un qualcuno solo a metà

guadare il fiume del senza senso
il venir meno quotidiano di pezzi di “sé’”:
il sé dalle gambe
dalle braccia
dalla pelle,
dal cuore
infine dalla parola

come una perdita di rime

apparire 
solo sparendo,
allucinazione e verità,
non sono nulla di ciò che mi circonda

un resoconto
sotto l’epidermide della stranezza:
essere
qualcuno solo a metà

Qui e adesso di Peter Balakian (mia libera traduzione e in versione originale)

Peter Balakian (nato nel 1951) è un poeta, saggista e accademico statunitense di origini armene. È noto per la sua opera sul genocidio armeno, in particolare il memoir Black Dog of Fate, e per una poesia che intreccia memoria storica, paesaggio e coscienza politica. Ha ricevuto il Premio Pulitzer per la poesia nel 2016 per la raccolta Ozone Journal. Insegna letteratura e scrittura creativa alla Colgate University. La sua voce poetica è intensa, meditativa e radicata nella responsabilità della testimonianza.
Il giorno giunge a strisce di vetro giallo sugli alberi.
Quando ti dico che il giorno è una poesia,
sto parlando solo con te e solo il cielo ascolta.
Il cielo ascolta; il cielo è pieno di speranza
come me che cammino tra i semi di melograno
del vento che sferza la diga.
Se vuoi che la poesia assuma ogni cosa
diventa un bagolaro,
poi esci oltre la diga.
Non sono lontano dalla stanza dov’è Van Gogh.

*

The day comes in strips of yellow glass over trees.
When I tell you the day is a poem
I’m only talking to you and only the sky is listening.
The sky is listening; the sky is as hopeful
as I am walking into the pomegranate seeds
of the wind that whips up the seawall.
If you want the poem to take on everything,
walk into a hackberry tree,
then walk out beyond the seawall.
I’m not far from a room where Van Gogh

**

Qui e adesso di Peter Balakian (mia libera traduzione e in versione originale)

Lucia Triolo: Una domenica di poesia

Ocean Vuong

Soglia

Nel corpo, dove tutto ha un prezzo,
                ero un accattone. In ginocchio.

guardavo, dal buco della chiave, non
             l’uomo sotto la doccia, ma la pioggia 

che lo trafiggeva: corde di chitarra che si sfilacciavano
                   sulle spalle rigonfie 

Cantava, ed è per questo
                     che ricordo. Quella voce –

mi hai riempito fin nel profondo
                    come fosse uno scheletro. Perfino il mio nome 

inginocchiato dentro di me, che implora
                  d’ essere risparmiato 

Cantava. Non ricordo altro,
                 Perché nel corpo, dove tutto ha un prezzo, 

ero vivo. Non sapevo
                      che esisteva una ragione migliore.

Che proprio quel mattino mio padre si sarebbe fermato
              -oscuro puledro immobile nel diluvio-

e avrebbe ascoltato il mio respiro strozzato
                 dietro la porta. Non avevo idea che il prezzo 

dell’entrare dentro una canzone – fosse smarrire
                   la via del ritorno.

Così sono entrato. Così ho perso.
                        Ho perso tutto occhi 

sbarrati

da “Cielo notturno con fori d’uscita

L’autunno passa con il nome di un uccello migratore di Hyung-jun Park.

Hyung-jun Park (박형준 시인) è nato a Jeong-eup, Corea del Sud, nel 1966. Ha ricevuto il Contemporary Poetry Prize, il Sowol Poetry Prize, il Lee Yuksa Poetry Prize e lo YooShim Prize. Attualmente è professore presso il Dipartimento di lingua, letteratura e scrittura creativa coreana dell’Università di Dongguk. 

Non conosco i nomi degli uccelli, mi limito a osservarli.

Forse qualcosa del genere è successo
anche a qualcuno che mi è passato accanto, senza pensarci,
e mi ha salutato da dietro, con la mano alzata
perché il mio nome gli era facile da dimenticare.

Ogni uccello sta su una pietra nel fiume,
inebriato dalla luce del sole,
immobile

Prendendo coraggio, chiesi a un’altra persona che li stava osservando come me
come si chiamavano: uccelli migratori.

Rivolti verso la luce del sole,
come se praticassero lo Zen, gli uccelli in fila
si addormentano.

Sul fiume, la luce del sole autunnale pomeridiano
rimbalza sull’acqua scintillante come se girasse
la ruota di una bicicletta.

Nella mia città  non saprei nemmeno chiamare per nome alcune persone;
mi limito a guardare le loro schiene e a dargli
il nome di un uccello migratore.

C’è un autunno che mi passa accanto.

*

L’autunno passa con il nome di un uccello migratore di Hyung-jun Park.

Poesie di Angeles Carbajal

Ho cercato
.
Oggi di nuovo ho cercato
il tavolino di un caffè per leggere,
per scrivere questa poesia,
per non sentire quello che sento,
per immaginarti come tante volte,
nella penombra delle ore lente,
passando dalle pagine
di un libro all’altro,
camminando sotto la pioggia,
nei musei di Vienna, di Parigi, di Roma
nel giallo ocra di un muro di Toscana,
nelle notti azzurre di lavanda,
nelle lezioni di francese,
negli orizzonti vicini dell’inverno,
e dovunque si posassero i miei occhi
era sempre identico il mio desiderio:
le tue mani vicine, la tua voce,
tornare a casa e trovarti lì.
.
*
.

Alcuni pomeriggi della domenica hanno
occhi tristi.
È come se la
vita si fosse fermata per sempre in loro.
Gigli blu, pensieri,
rampicante silenzioso di caprifoglio;
gli umili fiori della stazione tremano.
Un treno si perde confuso in lontananza
ed è l’immagine di un tempo che non esiste;
un quadro, un’ inquietante eternità.
Un altro fischio e passa come le vertigini.
L’universo si precipita nel suo abisso.
Ma i volti dei viaggiatori
non sussultano, tutto sembra irreale,
strane figure
in un treno assurdo come la vita.
E i campi commuovono, il loro verde splendore è
pronto per qualcosa, qualcosa di bello,
qualcosa di felice. Commuove il verde solitario.
E nessuno sa quale strana luce cada sui muri.
Nessuno sa cosa stia cercando in quei pomeriggi,
né la ragione della sua insistente tristezza.
E nessuno sa perché
affoga il suo cuore senza nessuno.

*

Ángeles Carbajal (Argüelles, 1959)
Poetessa spagnola. Laureata in Storia dell’Arte, collabora con le riviste letterarie “Anáfora” e “Clarín”. La sua poesia combina emozione e pensiero con un’espressione semplice e precisa, invitando a guardare il mondo con una nuova prospettiva e a scoprire la bellezza e il mistero nascosti nella vita di tutti i giorni.

*

Eden Atwood con poesie di Angeles Carbajal

Il passo non ha tacchi di Sebastiano A. Patanè Ferro

Sebastiano A. Patanè Ferro (1953 – 2021) alla cara memoria.
Nel riquadro in alto vicino al calice
ancora il battere del gelsomino in controcanto
 
le vie della sera vanno e vengono dietro i telai
nelle aggiustate stanze senza impulso e fa male
lo sciamare improvviso dei pensieri, fa male il vuoto
che attanaglia il passo e fa male il passo
perché ti stringe e non ha tacchi
 
e nascondersi nello spessore di un cielo zafferano
così compatto così malato così estraneo
*
https://almerighi.wordpress.com/2025/05/28/il-passo-non-ha-tacchi-di-sebastiano-a-patane-ferro/

Da Variazioni belliche di Amelia Rosselli

Amelia Rosselli nasce in esilio: nel 1930, a Parigi, dove il padre e lo zio, Carlo e Nello Rosselli, muoiono assassinati dai fascisti nel 1937. Dopo traversie di ogni genere si stabilisce in Italia nel 1948. Studi musicali in Inghilterra e in Germania, frequenti ricoveri psichiatrici. Muore suicida a Roma, l’11 febbraio 1996. La sua opera poetica è unica e di eccezionale valore. Esordisce sul «Menabò», nel 1963, presentata da Pier Paolo Pasolini. Al primo libro, Variazioni belliche èdito l’anno successivo da Garzanti, seguono nel 1969 dal Saggiatore Serie Ospedaliera (comprendente il poemetto La Libellula), nel 1976 Documento di nuovo da Garzanti, nel 1980 Primi Scritti da Guanda, nel 1981 Impromptu da San Marco dei Giustiniani, nel 1983 Appunti Sparsi e Persi da Ælia Lælia (nel 1997 da Empirìa), nel 1989 le prose di Diario ottuso presso l’Istituto Bibliografico Napoleone (nel 1996 da Empirìa). Garzanti nel 1987 pubblica anche un’Antologia poetica a cura di Giacinto Spagnoletti, nel 1992 Sleep, una scelta dalla sua ricca produzione poetica in inglese a cura di Emmanuela Tandello e nel 1997, a cura della stessa, l’«Elefante» delle Poesie. Nel 2004 Interlinea ha pubblicato una raccolta di sue prose critiche e giornalistiche, Una scrittura plurale, a cura di Francesca Caputo. In questa collana nel 2007 è uscito il volume di suoi testi inediti e rari, contributi critici e altri materiali La furia dei venti contrari. Variazioni Amelia Rosselli, a cura di Andrea Cortellessa (accompagnato dal dvd biografico Amelia Rosselli, e l’assillo è rima, di Rosaria Lo Russo e Stella Savino).

Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l’ultima specie umana.
Siamo il cadavere che flotta putrefatto su della sua passione!
La calma non mi nutriva il solleone era il mio desiderio-
Il mio pio desiderio era di vincere la battaglia, il male,
la tristezza, le fandonie, l’incoscienza, la pluralità
dei mali le fandonie le incoscienze le somministrazioni
d’ogni male, d’ogni bene, d’ogni battaglia, d’ogni dovere
d’ogni fandonia: la crudeltà a parte il gioco riposto attraverso
il filtro dell’incoscienza. Amore amore che cadi e giaci
supino la tua stella è la mia dimora.

Caduta sulla linea di battaglia. La bontà era un ritornello
che non mi fregava ma ero fregata da essa! La linea della
demarcazione tra poveri e ricchi.

(pag. 47)

lucia triolo: non vorrei

Non vorrei dir troppo
stasera
scoprirei tutto ciò che
mi è stato prestato 

facciamo giocare la realtà 
con la finzione.
inventiamo biografie tra il serio e 
il faceto
rendiamole indistinguibili

l’ironia di un conto sempre aperto
ne diviene di volta in volta
voce

divertiamoci poi
a viverle 
senza mai prenderle per vere:
sono solo vigilie.

 —-/——

scende a cascate il sogno
sul fruscio di lenzuola 
ciò che vi giace dentro è 
meraviglia

Certe volte mi ricordo di cose di Roberto Pazzi

Roberto Pazzi (1946 – 2023) è stato uno scrittore, poeta e giornalista italiano. Le sue opere sono state tradotte in 26 lingue

Certe volte mi ricordo di cose
che non ho mai visto,
di persone e linguaggi
che non ho mai conosciuto,
vedo passare nella mia stanza
notti che non ho vissuto
e per le strade avanzare con vele bianche
giornate senza nessuno dei vivi a bordo.
Cerco allora l’antro da cui sono uscite
tutte le cose che non sono mie:
forse qualcuno verrà a chiedermi,
come mai le viva io,
dovrò protestare che non ne so niente,
che non le ho rubate a nessuno.
Altre volte non ho paura,
mi pare di non dovermi difendere,
di dovermi salvare soltanto dalle cose mie:
sento che la mia prigione
è uno spazio elastico quanto la mia memoria
e che le uniche fughe sono queste.

*

Certe volte mi ricordo di cose di Roberto Pazzi

I poveri di Roberto Sosa

Roberto Sosa (1930 – 2011) è stato un autore e poeta honduregno. Trascorse i suoi primi anni di vita lavorando duramente per contribuire a provvedere alla sua famiglia. Ha pubblicato il suo primo libro quando aveva quasi trent’anni. Sosa pubblicò Los Pobres (I poveri) nel 1969, che vinse il Premio Adonais in Spagna.

I poveri sono tanti
ed è per questo che
è impossibile dimenticarli.

Sicuramente all’alba
vedono numerosi edifici dove vorrebbero vivere con i loro figli.

Possono portare il feretro di una stella
sulle loro spalle .

Possono
distruggere l’aria come uccelli arrabbiati e
offuscare il sole.

Ma non conoscendo i loro tesori,
entrano ed escono attraverso specchi di sangue;
camminano e muoiono lentamente.

Ecco perché
è impossibile ignorarli.

*

Né il Dio vivente né il Messia morto di Armando Uribe Arce

Armando Uribe Arce (1933–2020) è stato un poeta, saggista e diplomatico cileno, noto per la sua scrittura intensa e provocatoria. La sua opera poetica, spesso incentrata su temi come la morte, la religione e la condizione umana, ha ricevuto riconoscimenti significativi, tra cui il Premio Nazionale di Letteratura del Cile nel 2004.

Né il Dio vivente né il Messia morto
vengono in mio soccorso sotto terra,
né l’agnello di Dio né la colomba
dello Spirito Santo. Santa Vergine!
Ma viene il topo acuto, è certo.
Viene un vecchio verme che mi atterrisce.
Viene la mosca, spero che mi divori,
e vengo io, che è ciò che più mi spaventa.

*

Né il Dio vivente né il Messia morto di Armando Uribe Arce

Le tue fotografie ferite di Stefano Simoncelli

Stefano Simoncelli
(6 gennaio 1950 – 20 maggio 2025)

Le tue fotografie ferite,
la poltrona a foglie e spighe
dove leggevi, le visite di nessuno,
ecco, dolcezza, cosa si muove di là,
tra i divani, i peltri ormai ossidati
e nel leggero velo della polvere
che avvolge i libri, le tende
e voi, amate creature invisibili.
*

Isola di Ishigaki Rin

Ishigaki Rin (1920 -2004) è stata una poetessa giapponese.

Sono in piedi davanti a un grande specchio. Isola piccola e
solitaria
.
Separata da tutto.

Conosco
la storia dell’isola.
Le dimensioni dell’isola.
Vita, busto e fianchi.
Abito stagionale.
Il canto degli uccelli.
La sorgente nascosta.
Il profumo dei fiori.

Io
vivo su un’isola.
L’ho coltivata, costruita.
Tuttavia
è impossibile sapere
tutto sull’isola.
Impossibile abitarla in ​​modo permanente.

Mi guardo allo specchio:
isola lontana.

*

Isola di Ishigaki Rin

Una vagabonda gironzola qui di Inger Elisabeth Hansen

Inger Elisabeth Hansen (1950) è una poetessa e traduttrice norvegese.

Una vagabonda gironzola qui, ma perché qualcuno dovrebbe accettarla qui
che vaga, avrebbe preferito restare a casa, tuttavia è lei che
vaga qui, è qui che deve camminare, legata a questo sentiero lungo il lago ghiacciato,
il ghiaccio fangoso, inzuppato bluastro come latte dimenticato in una ciotola, nel paesaggio
che solleva questo lago che non riflette nulla, nel paesaggio che tiene
questa ciotola con il latte acido nelle mani e la solleva verso il cielo
.
verso il cielo, verso il cielo che scaglia le nuvole verso sud, verso sud sud-est
le nuvole corrono come nastri, come stracci e bende srotolate da un corpo, un corpo
a sud sud-est, quindi perché avrebbe dovuto prendersi il tempo che ci vuole
per trovare un nome per questo lago, il tempo che ci vuole per trovare una mappa
o il vecchio che ha segato un buco nel ghiaccio
e ha tirato fuori tre quattro pesci che non hanno nome neanche loro, avrebbe potuto sedersi lì per il tempo che ci vuole perché un lago ottenga un nome e se ne liberi di nuovo,
avrebbe potuto sedersi lì
per il tempo che ci vuole perché un pesce riceva un nome solo per poi liberarsene di nuovo

*

Prato di Carl Sandburg

Carl Sandburg (1878 – 1967) è stato un poeta statunitense. Fu insignito di due Premi Pulitzer: uno per la poesia nel 1951 ed uno per la storia nel 1959.

Pile di corpi, di morte, di dolore, di guerra,
“Chiedi al Prato,” dice il prato,
“Fai che il Prato ti dica che cosa è accaduto.”
Il Prato, con le sue mani verdi, cresce,
silenzioso, sopra la polvere di guerra,
nascondendo i segni della sofferenza e del tempo,
perché le genti dimenticano i volti dei morti.
.
“Non voglio saperlo,
Non voglio ricordare,” dice il Prato.
Le voci di chi è caduto in battaglia,
le loro storie sono ora polvere e erba.
Eppure c’è un rimorso nel prato,
una memoria senza parole,
che cresce, silenziosa, sulla morte e sul dolore.

*

lucia triolo: Una Domenica di poesia: pensando a Gaza

Primo Levi

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi
Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1976

lucia triolo: l’immagine

Ecco

l’ immagine
torna a scuotermi la carne,
ad attraversarmi
come fossi
un santuario di schegge di ragione
viva vivente.

Suda il profumo opaco altalenante
dell’incenso sull’altare di un Io
in combutta con le sue ferite.

Si accalca su di me perplessa
mi impietrisce
si guarda attorno
non riunisce
le coscienze che osservano scompigliate

sa che affondano
per questo è qui lei
la parte di me che appare
l’unica visibile verità.

La pazza del tirassegno di Angela Passarello

Angela Passarello è una poetessa contemporanea originaria di Agrigento e residente a Milano. Tra le sue opere più recenti vi è Poema rupe (New Press, 2022), una raccolta che esplora temi legati alla memoria, al paesaggio e alla lingua materna.

la vecchia con la schiena curva e il cane
uscivano di rado
apparivano sul sentiero della rupe
il cane la precedeva marcando il territorio
la vecchia sovrastata da un fagotto di stoffa sbiadita
entrambi ritornavano poi verso la casa diroccata
al confine con il tempio di Demetra

*

La pazza del tirassegno di Angela Passarello

Possibilità 1 di Monica Velàsquez

Mónica Velásquez Guzmán (1972) poetessa e critica boliviana. 

Oggi vorrei, Monica, farti ammalare a lungo, mortalmente,

portarti via dal mondo, convalescente:

distanza dal corpo il tuo pianto, il tuo sudore solitario

così che ora tutto è completamente vuoto

e sii un deserto risentito, determinato ad avvelenarsi con la sete.

Oggi voglio romperti un osso essenziale.

disperdere le schegge della struttura fondamentale

che tu implori aiuto e allunghi le mani

e non abbia passi né piedi per farli.

Voglio un’ulcera che racconti la tua furia

muscoli goffi che chiedano aiuto

abbracci che non arriveranno

epilessie che rivelano la tua confusione

la tua difficoltà a contenerti

insonnia eterna per salvarti dai sogni

che annunciano quando qualcuno sta per morire.

Nessuna consolazione, questo è ciò che voglio darti,

per rendere visibile il tuo bisogno di un altro

così possono vederti ferita, andare in pezzi e si potrà sapere

e ti seppellirò, ti piangerò, ti perdonerò

anche se la tua morte non salva nessuno,

il vento porta via il tuo nome, tutto è quasi uguale.

C’è troppo peso nella tua ombra

e voglio guarirti, lentamente, con la mia saliva…

Voglio ristabilire in te l’equilibrio, anche senza eguali.

ti sussurro che non è necessario,

che non c’è bisogno di morire in questo modo.

*

[Da Il vento dei naufraghi ]

*

Possibilità 1 di Monica Velàsquez

Una valigia parla di Ilse Weber

Deportata ad Auschwitz, la poetessa Ilse Weber (1903 – 1944) morì subito nelle camere a gas con i suoi bambini, quelli che aveva curato e accudito nel campo di concentramento di Terezin.

Sono una valigetta di Francoforte sul Meno

e cerco il mio signore, ma dove sarà?

Portava una stella ed era vecchio e cieco

e mi teneva con sé, così bene come un figlio.

Faceva spesso il mio nome ai suoi compagni,

sento ancora la sua mano premurosa.

Sono in pura fibra vulcanizzata, lo si può leggere ancora

ed ero lustrata e pulita allora.

Anno dopo anno sono stata compagna al mio signore.

Anche stavolta sono andata con lui. Ora è solo.

Era vecchio e cieco, dove è andato?

E perché mi hanno levata a lui?

Perché mi hanno lasciata nel cortile in caserma?

Sul mio abito c’è scritto il suo nome.

Sono sporca ora, il mio lucchetto non tiene più,

mi hanno saccheggiata, sono vuota quasi del tutto.

è rimasto soltanto un fazzoletto, un vasetto

e la sua tavoletta di piombo per ciechi.

D’altro non v’è più nulla, medicamenti, pane.

Certamente mi cerca, forse è nel bisogno.

Deve esser difficile certo per un cieco,

trovarmi in un mucchio di valigie accatastate

e non capisco neppur bene

perché ci logoriamo qui inutilizzate.

Sono una valigetta di Francoforte sul Meno,

vorrei andare dal mio signore, è così solo.

*

Una valigia parla di Ilse Weber

Mi fermo un momento a guardare di Roberto Roversi

Roberto Roversi (Bologna, 1923 – 2012) è stato scrittore, poeta, paroliere, giornalista, libraio e, in gioventù, partigiano. Dal 1948 al 2006 gestì la libreria Palmaverde a Bologna. Ha fondato e diretto le riviste Officina e Rendiconti. Alcuni versi del poeta sono diventati testi di canzoni, messe in musica ed eseguite da artisti come Lucio Dalla e Stadio; con il primo realizzò tre album discografici ed uno spettacolo teatrale. Tra le varie attività fu anche direttore del quotidiano Lotta Continua.

Non correre. Fermati. E guarda.
Guarda con un solo colpo dell’occhio
la formica vicino alla ruota dell’auto veloce
che trascina adagio adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.

.

Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicina al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora.
Almeno per un momento.

.

Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.

.

Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.

*


Questa poesia fu donata da Roversi al Centro Antartide di Bologna e distribuita in occasione della Giornata Mondiale della Lentezza del 2012.

Una vecchia fotografia di Janos Pilinszky

János Pilinszky (1921 – 1981) è stato un poeta ungherese. Molto conosciuto per la sua influenza sulla poesia ungherese del dopoguerra, lo stile di Pilinszky include una giustapposizione della fede cattolica e un disincanto intellettuale.

*

Nella fotografia avevo tre anni.
Sul retro, un appunto che vi ho fatto a otto.

E adesso io
a ventun anni guardo la fotografia.
Ci salutiamo tutti e tre
e ci stringiamo la mano, distrattamente.

*

Una vecchia fotografia di Janos Pilinszky

La Promessa di Marie Howe (premio Pulitzer per la poesia 2025)

Marie Howe (1950) è una poetessa americana nota per la sua scrittura intima e riflessiva, spesso esplorando temi di perdita, spiritualità e relazioni familiari. La sua raccolta più celebre, What the Living Do, affronta il dolore per la perdita del fratello a causa dell’AIDS.

Nel sogno che ho fatto quando è tornato, non malato
ma intero, e con il suo cappotto invernale,

mi ha guardato come se non potesse parlare, come se
ci fosse una legge contro di essa, una membrana che non poteva rompere.

Il suo silenzio era ciò che non poteva
non fare, come il nostro respiro in questo mondo, come la nostra vita,

come facciamo, nel tempo.
E gli ho detto: Sto leggendo tutte queste cose buddiste,

e ascolta, non moriamo quando moriamo. La morte è un evento,
una soglia che attraversiamo. Andiamo avanti e avanti

e nella luce per sempre.
E lui ha guardato in basso, e poi di nuovo verso di me. Era lo sguardo che ci scambiavamo

attraverso il tavolo della cucina quando papà era di nuovo ubriaco e pericoloso,
lo sguardo livellato che vuole dirti qualcosa

in una stanza affollata, qualcosa di importante, e non può.

*

una breve recensione di Origine Discendente di Marta Glenda Lugano (2025)

Fango e ghiaia
.
Pensavo nel disgustoso fardello di fango e ghiaia
davanti a me, alla ghirlanda di stelle fumose
in questo pezzettino di cielo,
a diversità di mirate che piovono sulle polveri disperse
Dispiace non arrivare a raccoglierle nell’universo cadente
Dovresti essere più scaltra ti dice la realtà,
ma non lo sei mai stata.
rinunciare alla pigrizia, illuminarti di fede …
Ma resta l’ombra della malinconia
a cancellare ogni buon proposito,
e perdi i tuoi attimi nel lavorio del tempo che scorre,
nella colombaia di casa, senza un alito di vento
a farti respirare la vita,  
tuoi animali dormono al caldo e tutto è offuscato dalla stanchezza.
.
Pianure di nubi piatte se ne sono andate
per non avere l’imbarazzo di salutare la tua parola.
Dimentico di essere anch’io parte terrena della scena.

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Fango e Ghiaia è la struggente poesia che chiude la silloge Origine discendente di Marta Glenda Lugano. Il libro è uscito quest’anno per la Collana L’Indipendente. Questa si presenta come un diario lirico denso, stratificato e radicalmente personale, che attraversa epoche, luoghi, sogni e ferite, con una voce poetica intensa e cosciente. Fin dal titolo, Glenda ci introduce a un viaggio duplice: verso l’origine personale, affettiva, genealogica e insieme verso il basso, verso le radici, la discesa nella coscienza, nella materia emotiva, nella memoria. La poesia diventa così un gesto di recupero quasi terapeutico, un modo per riportare alla luce ciò che la storia, la cultura dominante o il dolore tendono a silenziare. Il linguaggio di Lugano è vario e pieno di immagini sorprendenti. A tratti visionario, altre volte narrativo, alterna slanci quasi oracolari a confessioni intime e familiari. Le poesie dedicano spazio alla madre (commovente Per Emma), al padre, a poeti e icone come Frieda Kahlo, ma anche all’attualità bruciante (Gaza). La sua voce oscilla tra l’infanzia e l’età adulta, tra l’eredità culturale e l’autodeterminazione poetica. Temi come l’identità, il trauma, l’amore, il lutto e la giustizia sociale sono scandagliati attraverso una forma che predilige il verso libero, il frammento, l’epifania. In questa libertà stilistica si coglie una forte impronta post-beat, ma anche un debito verso la poesia di Sylvia Plath o Anne Sexton. Alcune composizioni si distinguono per tensione lirica e forza evocativa, come La clessidra, Nel buio del divenire, Scena muta, Fango e ghiaia mentre altre brillano per una dolcezza sospesa (Ode alla colazione, Il pettirosso). Il tono è spesso elegiaco, ma mai rassegnato: qui la poesia è un atto di presenza, di resistenza e di guarigione. Origine discendente è un libro intimo e vasto allo stesso tempo, che richiede tempo e ascolto. È l’opera di un’autrice che scrive “come si accarezza un’ombra”, e che riesce a trasformare il privato in esperienza condivisa, con parole che sanno farsi crepa e luce. Una notazione frivola, la copertina mi piace particolarmente col ritratto in bianco e nero dell’autrice che pare la fotografia di una diva del cinema muto.

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Ars Poetica di Rafael Cadenas

Rafael Cadenas (1930) è un poeta, saggista e traduttore venezuelano, tra le voci più importanti della letteratura ispanoamericana del Novecento. Esiliato in gioventù a causa della dittatura, ha sviluppato una poetica essenziale e riflessiva, centrata sull’identità, il linguaggio e il silenzio. Nel 2022 ha ricevuto il Premio Cervantes per l’intera sua opera.

Lascia che ogni parola trasmetta ciò che dice.
Lascia che sia come il tremore che la sostiene.
Lasciala rimanere come un battito cardiaco.

Non devo pronunciare falsità elaborate, né usare inchiostro dubbio, né
aggiungere lustro a ciò che è.
Questo mi costringe ad ascoltare me stesso. Ma noi siamo qui per dire la verità.
Siamo realistici.
Voglio una precisione terrificante.
Tremo quando penso di fingere. Devo portare le mie parole con peso.
Mi possiedono tanto quanto io possiedo loro.

Se non ci vedo chiaro, dimmi, tu che mi conosci, la mia menzogna, indicami
l’impostura, sbattimi in faccia la mia frode. Te ne sarei davvero grato.
Sto impazzendo nel tentativo di ricambiare.
Sii il mio occhio, aspettami nella notte e guardami, scrutami, scuotimi.

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Carta d’identità di Mahmoud Darwish

Mahmoud Darwish (1941 – 2008) è stato un poeta, scrittore e giornalista palestinese. “Carta d’identità” (Bitaqat huwiyya) è una delle poesie più celebri di Mahmoud Darwish, scritta nel 1964. È un testo simbolo della resistenza palestinese, scritto con voce ferma e dignitosa, rivolto a un ufficiale israeliano.

Scrivi!
Sono un Arabo
E il numero della mia carta d’identità è cinquanta mila
Ho otto figli
E il nono verrà dopo l’estate.
Ti secca?

Scrivi!
Sono un Arabo
Lavoro con i miei compagni in una cava
Ho otto figli
Li nutro con pane, vestiti e quaderni
E non chiedo l’elemosina alla tua porta
E non mi umilio davanti alle soglie delle tue scale
Ti secca?

Scrivi!
Sono un Arabo
Hai rubato i vigneti di mio padre
E la terra che io coltivavo
Insieme ai miei figli
E non ci hai lasciato nulla…
Solo queste rocce.
Allora, mi prenderai anche
Il diritto alla fame?

Scrivi!
Sono un Arabo
Senza un nome paziente
Le mie radici
Affondano nella terra… prima della nascita del tempo
Prima dell’apertura delle ere
Prima dei cipressi e degli ulivi
Prima della nascita dell’erba
Mio padre… è di una famiglia di contadini
Non discende dai signori
E mio nonno… era un contadino
Né nobile, né proprietario terriero!
Il mio nome? È Arabo!

Scrivi!
Sono un Arabo
Colorito scuro
Capelli neri
Occhi castani
Segni identificativi:
Porto la kefiah in testa
E la mano tesa
Graffia le unghie di chi ruba il mio pane
E i miei libri
E la mia casa
Ti secca?

Scrivi!
Sono un Arabo
Tu mi hai spogliato delle vigne di mio padre
E della terra che coltivavo con i miei figli
E tu ci hai lasciato e lasci a noi solo queste rocce
Perché il tuo governo lo prenderà anche
Il diritto a vivere?

Scrivi!
Sono un Arabo
Il nome senza segni
Senza numeri
Senza date
Il mio nome è rabbia
E la mia dignità è una pietra
Affamato e stanco
Ma non chiederò la pietà
E non mi piegherò davanti a nessuno
Tienilo a mente!

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Carta d’identità di Mahmoud Darwish